Torno ad intervistare Serena Vestene, brillante poetessa di Verona, ma anche pittrice sensibile e delicata. A novembre dello scorso anno ha pubblicato “Caratteri Verdi – anime linfatiche” che coniuga disegno e poesia al tema degli alberi.
“Le parole accompagnano i colori, le forme, le chiome, i rami, le foglie, in un tutt’uno tra fantasia, evocazione, riflessioni e ironia”, afferma al nostro microfono. Come al solito, Serena Vestene ci dona i suoi pensieri e i suoi sentimenti. Il suo cuore e la sua mente. Con generosità e nitore espositivo. Eccola, nuovamente e con gioia, ospite de La Voce del Nisseno.

Prima della fine del 2025, a novembre, è uscito il tuo ultimo libretto. Di cosa si tratta?
“Caratteri Verdi – anime linfatiche” dà il titolo all’ultima pubblicazione uscita con CTL Editore – Livorno, che unisce disegno e poesia al tema degli alberi. Le parole accompagnano i colori, le forme, le chiome, i rami, le foglie, in un tutt’uno tra fantasia, evocazione, riflessioni e ironia. Un’opera che vuole risvegliare l’anima di chi legge sul tema della connessione con l’ambiente circostante – non unicamente con gli elementi urbani – ma mettendosi in relazione con lo spirito antropomorfo che anima questi esseri verdi, e con il loro carattere, messo in luce sia dal disegno che dalla poesia, con il conseguente scambio che può nascere con loro.
Questo progetto è nato in collaborazione con un burattinaio: è così?
Esatto. Lui si chiama Maurizio Gioco ed è uno straordinario esponente del Teatro di figura. Gioca (e non è un gioco di parole) in maniera molto seria con quello che è il gesto e con i personaggi, che lui fa vivere attraverso i burattini – dai più classici fino a vere e proprie figure nuove totalmente create da lui stesso – e per questo realizza disegni ogni giorno, oltre ovviamente a dialoghi e iterazioni, che poi mette magistralmente in scena. Gli alberi sono uno dei suoi filoni a pastello ed è da alcuni di loro che ho tratto ispirazione per le mie poesie.
Daniela Marani firma la prefazione. Cosa scrive?
Nella sua prefazione Daniela Marani – docente, scrittrice e critica letteraria – tesse sapientemente la tela sottostante il tessuto arboreo colorato e bucolico delle matite di Maurizio gioco unito alla trama sottile e articolata dei miei versi. Nello specifico scrive: “Nella corteccia degli Alberi di Maurizio Gioco sono nascosti degli ‘strani esseri’. Spiano tra le foglie; ci osservano con grandi occhi espressivi, avidi di percezioni; catturano indiscrezioni e messaggi dal nostro mondo per rimandarci forza ed energia.” E ancora: “Alcuni Alberi sono affiancati dai versi di Serena Vestene, poesie che fioriscono dalle immagini arboree e le completano, portando alla luce non solo le caratteristiche di ciascuna ma anche il microcosmo che le abita o le sfiora”. Una perfetta sintesi di quelle che sono le caratteristiche portanti del libro.
Tra i tuoi progetti ci sono degli eventi con tematiche delicate e di stretta attualità. Me ne parli?
Riprendendo in mano le mie precedenti pubblicazioni, sono state riletti in chiave nuova, come è prerogativa della poesia, alcuni miei componimenti, accostandoli via via a tematiche importanti, come, ad esempio, la violenza di genere. Con la scrittrice Daniela Marani e i suoi romanzi, con la voce splendida al canto di Eleonora Grigato, si è creato un toccante connubio di donne in grado di veicolare, attraverso la parola e le emozioni, il messaggio di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, ma anche di non fare passare sottotraccia quelli che sono a prescindere i diritti inviolabili. Dalle gallerie d’arte alle biblioteche, l’accoglienza per questo progetto si è manifestata e si manifesta con partecipazione e calore. Il prossimo appuntamento sarà l’11 marzo a Valeggio Sul Mincio. Ma nel mio cantiere poetico c’è da tempo anche la possibilità che la mia poesia si avvicini alla realtà carceraria, con altre collaborazioni che paiono richiamarmi fortemente a questo duro e complicato contesto.

Tu sei poetessa e pittrice. Le due metà sono il tronco della tua Arte. Qual è, ad oggi, il bilancio di queste tue attività?
Poeta da sempre, forse, ma pittrice da una decina d’anni, tanto che non mi sento nemmeno di definirmi tale. Non posso tuttavia negare che il mio prodigarmi nell’uso del colore su vari supporti oltre la tradizionale tela, tra cui il legno e il velluto, mi stia dando non solo emozioni e soddisfazioni personali, ma anche un ritorno di gradimento e interesse da parte di una fetta di affezionati del tutto inaspettati. Sto intraprendendo la via hobbystica per far conoscere sempre di più le mie creazioni anche nelle piazze della mia città e non solo, e l’incontro con la gente mi porta carica e mi dà entusiasmo.
So che il giorno 17 febbraio la tua opera pittorica “Il canto delle sirene” è stata protagonista a Modena. Come è andata?
Come dicevo, la pittura sta tornando molto prepotentemente nella mia quotidianità, tanto da divenire una creativa alleata dei miei momenti poetici. Oltre ad aderire saltuariamente a mercatini cittadini per artisti ed artigiani, sono stata invitata da Antonio Nesci, presidente e fondatore dell’associazione culturale “La Fonte di Ippocrene” di Modena, a partecipare alla terza e ultima serata martedì 17 febbraio sul tema “Sirene – il vento del profondo” – Caos: grido, inganno, vertigine – inserita all’interno della programmazione nel loro spazio abilmente diretta dalla docente e poetessa Antonella Jacoli…
Continua Serena…
Durante tutto il corso dell’evento il mio dipinto ha fatto bella mostra di sé e poi mi è stata anche data l’opportunità di leggere alcune mie poesie a tema, che verranno pubblicate sulla rivista online “Opificio amaranto”. Davvero un’altra esperienza incoraggiante dopo la mia partecipazione nel 2020 al reading conclusivo del Festival della Poesia di Genova, invitata da Claudio Pozzani a dar voce alle mie poesie ispirate al mio stesso dipinto “Chloé” creato per la manifestazione. La pittura diventa così una chiave magica per inserire la poesia tra i colori.
Sei molto attiva nel diffondere la cultura di qualità. Cosa hai già fatto e cosa ti proponi di fare ancora?
Presentare e proporre altri autori resta una delle mie missioni, perché diffondere cultura di qualità è un dovere non solo umano ma anche artistico. Dopo tre rassegne organizzate quasi annualmente fino al periodo pre-Covid, la mia intenzione è quella di organizzarne una quarta entro l’anno 2026, cercando il posto più idoneo per proporre una serie di spunti da diverse voci contemporanee che possano scuotere questo tempo immobilizzato dagli orrori. Un mix di denuncia e di bellezza. Spero di trovare risposte sia di luogo che di energie adatte a questo tipo di proposta. Ovviamente se qualcuno dei lettori fosse interessato al progetto e volesse farsi avanti con una proposta, la terrei davvero in notevole considerazione.
Mi risulta che tornerai a presentare Emanuela Carniti, figlia della grande Alda Merini. Nella tua Verona, lo scorso anno come prossimamente. Cosa puoi anticipare?
Nella logica di voler dare il mio contributo alla presentazione di voci contemporanee importanti nell’ambiente poetico-letterario per quanto mi sia possibile, l’opportunità di poter dare il mio contributo a eventi che celebrano una grandissima poetessa come Alda Merini non può che essere per me fonte di estrema gioia. E così, dopo aver dialogato con Emanuela Carniti in merito al suo libro “Alda Merini, mia madre” nel Teatro Parrocchiale di Bussolengo a Verona in occasione della Festa della Mamma dell’anno scorso in un evento organizzato dal BAC di Bussolengo, e dopo che la presentai più volte all’interno delle mie rassegne come voce poetica incisiva e personale nonostante la monumentalità della madre, è previsto che io torni a dialogare con lei in teatro anche quest’anno all’interno di un convegno su Alda Merini organizzato dall’Università di Verona per i licei in occasione della Giornata Mondiale della Poesia. Non posso svelare molto altro perché l’evento è in piena organizzazione, ma posso dire che sarà riservato unicamente alle scuole.

Io e te che siamo amici, cara Serena, abbiamo in comune un grande artista che è venuto a mancare da qualche anno. A distanza di tempo, come ricordi l’immenso Pino Mango?
Grande verità, caro Michele. E grazie ad anime rimaste altrettanto legate a quella che era l’unicità umana ed artistica di Mango, mi è capitato in questi anni, dalla sua prematura scomparsa, di essere chiamata più volte, in vari contesti e in varie città italiane, a parlare della sua poetica, accostandola alla mia, di prestare voce a suoi versi, di illustrare quello che è stato il suo grande lascito anche poetico; non ultimo di preparare del materiale apposito per un possibile intervento sul legame tra poesia e canzone legato proprio alla figura immensa di Pino Mango all’interno di un programma di incontri per la terza età all’Università di Verona che, ovviamente, mi auguro vada a buon fine…
Prosegui Serena…
Mango lo ricordo con grandissima gratitudine, come un faro che continua a illuminare il mio cammino fin da quel suo commiato “mi raccomando, continua a scrivere”, ultimo messaggio prima della sua improvvisa dipartita per l’altro cielo. E da allora sento quasi un testimone nelle mani, del quale ero completamente inconsapevole tempo fa: tocca a me darmi da fare ora, questo è il mio momento per emozionare. Pino ha saputo dare voce e senso a tanti miei sguardi onirici, romantici, sognanti sul mondo e allo stesso tempo riempire di realtà tangibile, vera, concreta con le sue canzoni il mio quotidiano. Un’anima unica e ineguagliabile.
Della nuova musica, chi apprezzi di più e perché?
Sento che sembra cambiato molto il mondo della musica. Sento questa ombra dell’AI come qualcosa che sta stravolgendo il modo contemporaneo di fare musica e canzone, della quale molti produttori mi parlano come escamotage per una resa migliore della performance seppur accettata da alcuni di malavoglia. Eppure allo stesso tempo sento che la musica nella sua essenza si mantiene intatta, incorruttibile, pura. Per questo sto frequentando piccole realtà cittadine e non, che ancora si ostinano a diffondere musica dal vivo di qualità, magari senza grandi afflussi di pubblico ma con grande partecipazione di anime. Sono stata proprio in questi giorni alla prima data del tour di Andrea Chimenti, grande sensibilità di testi e maestria di esecuzione. Ci sono ancora cantautori che hanno molto da dire e sanno ancora come farlo senza trucchi né scorciatoie, e lui ne è un esempio.

Qual è l’ultimo libro che hai letto e che ti ha commosso?
Devo confessare che, dalla recente scomparsa di Christian Bobin – autore francese di eccelsa finissima prosa poetica che si posa come polvere di stelle sulle ali del lettore –, sto facendo ricerca di quei pochi volumi che ancora mi mancano per completare la sua estesa bibliografia, in parte non ancora tradotta in italiano. Così ho ancora sul mio tavolino il suo piccolo libretto dal titolo “La parte mancante”, che di tanto in tanto vado a spulciare per rileggere alcuni passaggi che ho sottolineato al momento della lettura. Non è l’ultimo libro che ho letto. L’ultimo titolo credo sia “Autobiogrammatica” di Tommaso Giartosio, altro volume che consiglio. O forse qualche altro libro che non ricordo… Ma di sicuro questa “parte mancante” è quella che più mi ha scavato dentro nell’ultimo periodo, tanto da farmi ipotizzare un viaggio nella Borgogna di Bobin…
Nel settembre di sette anni addietro, ad una mia domanda hai risposto così: “Il mio sogno è quello di continuare a fare poesia che arrivi alla gente, emozionare e magari riuscire a portare messaggi che diano speranza”. Ci sono tuoi progetti editoriali nel prossimo futuro?
In un tempo moderno dominato dalla fretta, dal multitasking, dalla rapidità e frammentazione della comunicazione, questo mio sogno resta più che mai intatto. La poesia non deve essere solo una modalità di scrittura breve, uno slogan rapido, una sorta di facilitazione scritturale per il conciso numero di caratteri, cosa che mi sembra un fenomeno in crescita soprattutto dopo l’avvento di Twitter, ma mi ostino a considerarla un diverso sguardo sul mondo, un modo di essere che diventa pensiero.
Quindi…
Quindi tutto ciò che ti dichiarai allora, ora diventa semmai più forte. Se mi chiedi quali sono i miei progetti editoriali nel prossimo futuro, posso dire che, in concomitanza a “Caratteri Verdi – anime linfatiche” – e con Maurizio Gioco si è creato materiale almeno per un’altra pubblicazione – sto portando avanti ormai da qualche anno un’opera impegnativa sul tema della desertificazione come fenomeno ambientale in crescita e del deserto sociale come fenomeno umano altrettanto preoccupante. Un manoscritto che da inedito ha già ricevuto qualche riconoscimento e che credo sia ormai maturo per tentare l’uscita, focalizzando l’attenzione su questo aspetto, per trattarlo poeticamente come atto di testimonianza e come tentativo di fornire un orizzonte di più ampio respiro a questa contemporaneità alienante. Di sicuro sarà il prossimo passo.
MICHELE BRUCCHERI
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