Un racconto intenso e profondamente umano che affronta il tema della separazione e delle sue conseguenze emotive e familiari. Con “C’è sempre domani”, Manuele Fiori propone una narrazione che intreccia memoria, dolore e speranza, offrendo al lettore uno sguardo autentico su una realtà che coinvolge sempre più famiglie.
Pubblicato ad ottobre 2017 dalla casa editrice Youcanprint e composto da 142 pagine, il volume è disponibile in vendita al prezzo di 13 euro. Il libro rappresenta il secondo lavoro letterario dell’autore umbro e si inserisce nel solco di una narrativa attenta alle dinamiche sociali e ai sentimenti umani più profondi, quelli che solo la vita reale ci regala.
Al centro della storia c’è Alberto, nome di fantasia ma basato su una storia reale, padre di due figli e voce narrante del romanzo. Il protagonista si trova ad affrontare una delle prove più difficili della sua vita: la separazione dalla moglie e la conseguente battaglia legale che mette a dura prova il suo equilibrio emotivo. Tra rassegnazione e desiderio di difendere il proprio ruolo di padre, Alberto si muove in un percorso complesso fatto di ricordi, rimpianti e tentativi di ricostruire un nuovo futuro.
La vicenda racconta la condizione, spesso poco narrata, di molti uomini separati che si trovano a fare i conti con la distanza dai figli e con un sistema giuridico-legale percepito come logorante. Il protagonista vive così una lotta interiore continua: da un lato il peso degli errori del passato, dall’altro la volontà di non perdere il legame più prezioso, quello con i propri figli.
Tra guerra coniugale e ricordi di vita vissuta, “C’è sempre domani” si sviluppa come una testimonianza sincera e toccante. Non solo il racconto di una separazione, ma anche una riflessione su ciò che accade dopo: la solitudine, la ricerca di un nuovo equilibrio e la speranza che, nonostante tutto, il futuro possa offrire una seconda possibilità.
Degno di nota, a margine della storia vera, un approfondimento sulla sindrome d’alienazione parentale (PAS) e sul tentativo di vederla riconosciuta anche in Italia. Per chi non lo sapesse, la PAS si riferisce al rifiuto di un minore di frequentare un genitore a causa del condizionamento dell’altro, una dinamica complessa spesso citata nei tribunali pur non essendo riconosciuta come patologia clinica. La legge italiana, infatti, tutela il diritto alla bigenitorialità solamente sanzionando comportamenti alienanti tramite il Codice Civile e di procedura.
Il libro è stato presentato in diverse città italiane, e in contesti di associazioni per padri separati; fra le tante, ricordiamo Spoleto, Padova, Milano, Rho e Cagliari. 
L’autore, Manuele Fiori, classe 1988, è nato a Foligno ed è cresciuto a Spoleto, città in cui vive tuttora. Laureato in Comunicazioni di Massa, nel 2015 è diventato pubblicista presso l’Ordine dei Giornalisti del Lazio dopo oltre dieci anni di esperienze nel mondo dell’informazione, maturate tra giornalismo online, stampa cartacea, radio e televisione. Ha lavorato inoltre come corrispondente per una rivista tedesca.
Parallelamente all’attività giornalistica, Manuele Fiori è impegnato anche nel sociale e nel volontariato. È stato infatti fondatore del wiki-blog “Sputa il Rospo”, progetto nato per dare spazio al confronto e alla condivisione di esperienze e opinioni, oggi concluso.
Prima di “C’è sempre domani”, lo scrittore aveva esordito con il romanzo “Amore inossidabile”, opera del 2014 che ha ottenuto un buon riscontro di pubblico e di critica ed è stato distribuito anche all’estero. “Amore inossidabile” raccontava un’altra storia vera, quella dei suoi nonni materni.
Con questo secondo libro, Manuele Fiori conferma la sua attenzione verso le storie vere (non sarebbe un cronista di razza), storie intime e contemporanee, capaci di trasformare esperienze personali e sociali in narrazione letteraria. Dote riservata a poche penne del settore.
“C’è sempre domani” è un romanzo che invita alla riflessione e che, già dal titolo, lascia intravedere il messaggio centrale della storia: anche nei momenti più difficili della vita, esiste sempre la possibilità di guardare avanti.
L’INTERVISTA
La scrittura come vocazione, il giornalismo come mestiere e la comunicazione come passione. In questa intervista Manuele Fiori racconta il suo percorso umano e professionale, dagli inizi giovanili fino alla maturità, tra giornali, radio, teatro, doppiaggio, libri e l’amore per la sua terra.
Manuele, la scrittura e il giornalismo sembrano essere stati una presenza costante nella sua vita. Quando nasce questa passione?
La passione nasce molto presto, già negli anni delle scuole medie. Scrivere mi permetteva di esprimere ciò che osservavo e ciò che sentivo. Alle superiori questa inclinazione si è rafforzata e ho iniziato a collaborare con piccoli progetti editoriali e realtà locali. Con il tempo ho capito che il giornalismo non era solo un interesse, ma un vero percorso di vita. La scrittura, invece, è sempre stata una forma di libertà, un modo per sfogare il mio senso di giustizia e uno spazio dove poter raccontare storie e dare voce alle persone, soprattutto quelle meno ascoltate e quelle più emarginate.
Lei ha maturato una lunga esperienza nel mondo dell’informazione. Quanto è stata importante la cosiddetta “gavetta” nella sua formazione?
È stata fondamentale. Oggi vedo che abbiamo troppi pubblicisti e, molti dei quali, sono improvvisati o troppo accademici; il giornalismo lo impari con la pratica, lo impari ascoltando e vivendo la strada, non dietro una scrivania; almeno non solo. Nella vita, nulla arriva per caso o per sbaglio e, ogni esperienza, anche la più piccola, contribuisce a costruire il proprio percorso. Ho iniziato molto giovane, non avevo compiuto 15 anni quando iniziai la prima “vera” esperienza in un trimestrale cartaceo che veniva distribuito nella mia città. Un pioniere del freepress, (che nacque pochi anni dopo). Aveva una tiratura di 15.000 copie distribuite capillarmente nelle cassette della posta, e Spoleto, all’epoca contava 38.000 abitanti. Feci poi esperienza in uno dei primi giornali locali online. Quasi subito iniziai anche conduzioni in radio e televisione. È stata una scuola continua, fatta di sacrifici, entusiasmo e tanta curiosità. Guardandomi indietro, posso dire che questi anni di lavoro e di apprendistato hanno definito ciò che sono oggi, come uomo, prima ancora che come giornalista o autore. 
Nel suo percorso emerge anche una forte passione per il teatro. Da dove nasce questo legame?
Il teatro è una forma d’arte straordinaria. Mi ha sempre affascinato perché è comunicazione pura, immediata, fatta di parole, gesti ed emozioni condivise con il pubblico. Iniziai con delle comparse da bambino per delle compagnie teatrali che mettevano in scena commedie in dialetto spoletino. Quando non recitavo, calcavo comunque il palco per imitare o cantare. Poi, anni più tardi, sono entrato a far parte di compagnie e spettacoli più blasonati ma, poco dopo i vent’anni, le esperienze si sono interrotte. Ho preferito concentrarmi sul giornalismo anziché entrare in una scuola di recitazione e andai a vivere a Perugia per tutti e tre gli anni universitari.
Tra i diversi mezzi di comunicazione, lei ha spesso dimostrato una particolare attenzione verso la radio. Cosa la rende – a suo avviso – speciale?
La radio ha il fascino dell’antico e non morirà mai, ma ha perso il suo peso specifico. L’hanno spostata sul Dab, sul web e l’hanno mescolata con la tv, la preferivo alla vecchia maniera. Ne ho anche posseduta una di mia proprietà, (Radio Home, ndr) insieme ad un caro amico ma, nata in tempo di Covid, ha chiuso i battenti il 31 dicembre 2023. Ora conduco un programma il mercoledì sera in un’altra web radio umbra: la mia compagna voleva che continuassi l’avventura e, nel mentre, voleva sperimentarla anche lei. Alla fine ho unito le due cose e l’ho messa al mio fianco in una rassegna semestrale. Al termine di questa, inizierò un altro progetto televisivo: non so stare fermo.
Nel suo percorso personale e professionale non sono mancati momenti difficili e ingiustizie. Quanto hanno inciso nella sua crescita?
Sicuramente hanno avuto un peso. Ho incontrato editori sfruttatori e millantatori di vario genere ma ormai è andata. Mi basta sapere di non essere come loro e di averli combattuti nel modo e nelle sedi più giuste. Non solo a parole o con ipocrisia, ma con i fatti. Le difficoltà e le ingiustizie fanno parte della vita e del lavoro, ma possono diventare anche un’occasione per rafforzarsi. Nel mio caso mi hanno spinto a non arrendermi, a credere ancora di più in ciò che faccio e a continuare a portare avanti le mie idee con determinazione. Sono esperienze che ti segnano, ma che ti aiutano anche a maturare.
Lei è molto legato alla sua terra. Che ruolo ha la sua regione nella sua identità?
Molto no, ma sicuramente l’Umbria è parte della mia identità. Sono nato a Foligno e cresciuto a Spoleto. La mia terra mi ha dato tanto anche se solo in termini di valori, cultura e sensibilità e non di lavoro. Credo che le radici siano importanti perché ci ricordano da dove veniamo e ci aiutano a guardare avanti con maggiore consapevolezza. Ma sono molto legato anche a città come Roma e Torino: la prima è quella che mi ha permesso di diventare giornalista (sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio) grazie alla Carta di Firenze che solo a Roma e solo il compianto Gino Falleri mi hanno saputo riconoscere; la seconda è la “grande città” che più frequento e apprezzo perché ho dei carissimi zii che, negli anni mi hanno ospitato, consigliato e supportato in tutte quelle esperienze e pratiche che solo una grande città sa offrirti e che Spoleto non poteva darmi.
Nel corso della sua carriera ha alternato giornalismo e narrativa. Cosa cambia quando scrive un articolo rispetto a quando scrive un romanzo?
Il giornalismo – come molti sanno – richiede precisione, sintesi e grande attenzione ai fatti. La narrativa, invece, lascia più spazio alla creatività (ma, almeno per me, non alla fantasia) e all’emotività. Sono due forme di scrittura diverse, ma complementari. Il giornalismo aiuta a restare ancorato alla realtà, mentre il romanzo consente di esplorare più a fondo i sentimenti e le storie delle persone. Alternare stesure brevi, prettamente d’articolista, a quelle più lunghe, tipiche di un libro aiuta a mantenere una capacità ambivalente e rara. Oltre all’allenamento di elasticità mentale. 
Guardando al suo percorso, cosa direbbe oggi ad un ragazzino che alle scuole medie inizia a sognare una vita nella comunicazione?
Gli direi di non smettere mai di credere nei propri sogni. La strada non è sempre facile, anzi spesso è piena di ostacoli, ma la passione e la determinazione fanno la differenza. Ogni esperienza, anche quella più difficile, contribuisce a formarti e a renderti più consapevole di ciò che vuoi diventare. Ti fa venire più fame. Lo scorso anno ho ripreso un corso di teatro e di doppiaggio dopo che, due anni fa, avevo già fatto un corso intensivo di dizione con Laura Milani, esperienze fantastiche da cui sono nate anche grandi amicizie; con Laura in particolare, ci sentiamo ancora e quasi tutti i giorni. Già solo questo vale più della dizione: quando una persona ti apre il suo mondo, ti ha scelto. Le anime si sono riconosciute… e per me, la vera vittoria è questa. Ri-conoscersi tra anime affini in un mondo lasciato nel caos più totale.
Dopo tanti anni tra informazione, scrittura e progetti culturali, quali sono le sfide e i sogni per il futuro?
Da buon buddista, mi affido al karma e accetto tutti gli ostacoli che ho scelto. Ormai non scrivo più dal 2019, anno in cui sono diventato dipendente a tempo pieno e indeterminato di una multinazionale alimentare a cui devo la mia attuale stabilità economica. Inoltre, posso dire che l’azienda, senza volerlo, mi ha ridato indietro tutti i diritti che gli editori di cui sopra mi avevano tolto – o meglio – mai riconosciuto. E quando un lavoro ti restituisce la dignità che un altro ti aveva provato a togliere, quasi da farti credere che non la meritavi o, peggio ancora, che non fosse per te, è degno di grande rispetto e riconoscenza.
Continui…
Ma tornerò. La mia vita non è fatta per essere vissuta senza giornalismo. Non posso non portare a termine la missione per cui sono nato. Lo devo anche a tanti amici che non ci sono più e che credevano in me. Lo devo a colleghi illustri, oggi scomparsi, che credevano in me. Lo devo a me che credo in un giornalismo che si sposa con l’umanesimo. Un binomio impossibile per tutti gli altri ma non per me.
***
Lasciando alle spalle il registratore e le ultime parole dell’intervista, resta la sensazione di aver attraversato non solo un percorso professionale, ma una storia di passione e resilienza. In Manuele Fiori convivono la curiosità del giornalista, la sensibilità dello scrittore e l’entusiasmo di chi continua a credere nella forza delle parole. 
Dalle prime esperienze giovanili fino ai libri, dalla radio al teatro, passando per il doppiaggio, il suo cammino appare come una strada costruita giorno dopo giorno, tra sogni coltivati con tenacia e ostacoli trasformati in occasioni di crescita e opportunità. E forse è proprio questo il filo invisibile che lega tutto il suo racconto: la convinzione che la comunicazione non sia soltanto un mestiere, ma una missione per dare voce alla vita e alla sua dignità.
Perché, in fondo, tra pagine scritte, microfoni accesi e storie raccontate, c’è sempre (un) domani pronto ad essere narrato… proprio come titola il suo libro.
ILARIA SOLAZZO
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