"Ritorni"
Lucrezia Sanchini ed Emanuele Giannelli

Tra i trulli e gli ulivi millenari della Valle d’Itria, la contemporaneità prende forma e si intreccia con la storia. È il cuore pulsante di “Ritorni”, la mostra personale di Emanuele Giannelli, uno degli artisti più incisivi del panorama artistico italiano, che approda negli spazi del Leonardo Trulli Resort di Locorotondo (Bari) dal 5 agosto al 30 ottobre 2025. "Ritorni"

L’esposizione, curata da Lucrezia Sanchini, si sviluppa come un percorso immersivo che invita a riflettere sul passaggio dall’uomo industrializzato a un ritorno più consapevole, radicato, in ascolto. Un ritorno, appunto, che non è regressione ma riconnessione: con la terra, con il tempo, con sé stessi.

“È per me un grande onore collaborare con Emanuele Giannelli, artista e persona che stimo profondamente – dichiara Lucrezia Sanchini –. Curare la sua mostra in un luogo così speciale come la Puglia, nel cuore della Valle d’Itria, rende tutto ancora più significativo”.

Le sculture di Giannelli, potenti e sospese tra tensione e grazia, abitano lo spazio rurale senza invaderlo. Si fondono con la pietra viva, si confrontano con la luce e con l’ombra degli ulivi, innescando un dialogo tra tecnologia e autenticità, tra presente e radici. Il suo “uomo industrializzato” – cifra distintiva della poetica dell’artista – non si impone, ma si armonizza con il paesaggio, restituendo energia e domande.

Tra le opere esposte, spicca “Stato di allerta”, una scultura che affronta in modo diretto e disturbante la fragilità delle relazioni umane contemporanee. Due gruppi si osservano, fermi a un semaforo. Non ci sono buoni o cattivi, solo differenze, solo distanza. Gli sguardi si abbassano, il contatto umano si interrompe, sostituito da un’inquietante percezione meccanica e sospettosa.

“Viviamo in uno stato di allerta costante. Non ci guardiamo più: ci scansioniamo”, sembra dire l’opera. Una riflessione intensa sul controllo, la sfiducia e la disconnessione che segnano l’epoca attuale.

Il percorso espositivo si sviluppa come un invito a “ritornare” – non indietro, ma verso ciò che conta: il corpo, la materia, la relazione, la natura. Un dialogo potente tra arte e territorio, che si fa esperienza fisica ed emotiva.

Attualmente Emanuele Giannelli è in mostra anche alla Fabbrica del Vapore di Milano, e tra i suoi interventi più noti si ricordano le installazioni monumentali realizzate in Piazza del Duomo e San Lorenzo a Firenze, oltre all’intervento artistico a Leopoli, in Ucraina.

Con “Ritorni”, la sua arte si fa testimonianza e soglia: tra passato e futuro, tra umano e post-umano, tra inquietudine e speranza. "Ritorni"

INTERVISTA A LUCREZIA SANCHINI

Dottoressa Sanchini, grazie per essere con noi. Iniziamo con una domanda diretta: com’è nata l’idea della mostra “Ritorni”?
Grazie a voi. “Ritorni” è nata da un desiderio condiviso con Emanuele Giannelli: quello di creare un dialogo autentico tra la sua scultura e un paesaggio capace di accogliere, riflettere e amplificare il messaggio delle sue opere. La Puglia, con la sua forza ancestrale, si è rivelata – per noi – il luogo ideale.

Perché proprio la Valle d’Itria e il Leonardo Trulli Resort?
La Valle d’Itria è un luogo di grande potenza evocativa. Trulli, muretti a secco, ulivi secolari: tutto parla di un tempo lungo, resistente. Il Leonardo Trulli Resort ha saputo conservare questa memoria, offrendo allo stesso tempo uno spazio raffinato e aperto alla contemporaneità. È lo scenario perfetto per accogliere un artista come Giannelli.

Il titolo “Ritorni” è molto evocativo. Cosa rappresenta per lei?
È un invito a riscoprire ciò che abbiamo lasciato indietro nel nostro percorso di iper-modernità: il contatto con la natura, la lentezza, la profondità delle relazioni. Non è nostalgia, ma consapevolezza. Tornare, oggi, può significare evolvere.

Cosa può aspettarsi il pubblico da questa mostra?
Un’esperienza immersiva, non convenzionale. Le sculture di Giannelli sono potenti, talvolta disturbanti, ma mai fredde. Nel contesto naturale della Puglia assumono nuove letture: parlano al corpo, alla memoria, al paesaggio. È un incontro, non solo una visita.

Quali sono i temi centrali dell’esposizione?
Il rapporto tra l’uomo e la tecnologia, la crisi delle relazioni, l’identità contemporanea e la necessità di riconnessione con ciò che ci rende umani. Le opere affrontano tutto questo senza retorica, ma con grande impatto visivo ed emotivo.

Parliamo ora di “Stato di allerta”. Cosa vuole comunicare quest’opera?
È un lavoro potente, che racconta la diffidenza crescente tra le persone. Due gruppi si osservano, ma non si incontrano. Siamo iperconnessi, ma emotivamente scollegati. Giannelli usa la scultura per porre una domanda urgente: stiamo ancora evolvendo o stiamo regredendo? "Ritorni"

Parlando invece di “Uomo aquilone”, cosa racconta quest’opera al pubblico?
È un lavoro che parla di fiducia. Se in Stato di allerta Giannelli mette in scena la distanza e la sospettosità che segnano le relazioni contemporanee, con Uomo aquilone ci ricorda la bellezza e la necessità dell’affidarsi all’altro. Un uomo solleva e sostiene un altro come fosse un aquilone. È un invito a lasciarsi guidare, a non temere il legame, a ritrovare quella fiducia che oggi sembra così fragile. In fondo, senza l’altro non possiamo davvero volare.

Qual è, Lucrezia, un’opera a cui si sente particolarmente legata in questa mostra?
Ce n’è una che mi ha sorpreso profondamente: “Roma”, che rappresenta un volto africano che sostiene sulle spalle le rovine della città eterna. È un’immagine potentissima, perché ci obbliga a guardare diversamente ciò che chiamiamo ‘altro’. Non c’è contrasto, non c’è contraddizione: c’è la rivelazione che la nostra storia è sempre stata intreccio, contaminazione, responsabilità condivisa. Giannelli ci ricorda che l’identità non è mai un blocco rigido, ma un organismo dinamico, capace di includere e accogliere. In fondo, la volontà di questa scultura è quella di invitare a riconoscerci gli uni negli altri, senza più vedere nello ‘sbagliato’ o nel ‘diverso’ un ostacolo, ma una possibilità di crescita reciproca

In che modo la scultura di Giannelli si integra perfettamente con il paesaggio pugliese?
Con rispetto e forza. Le sue figure sembrano uscite da un futuro vicino, ma si muovono tra le pietre millenarie come se ne facessero parte. Non c’è conflitto tra moderno e antico, ma un confronto che genera senso.

Qual è stato il criterio nella selezione delle opere esposte?
Abbiamo scelto opere capaci di dialogare tra loro e con il territorio. Alcune iconiche, come Mr Arbitrium, altre meno note, ma fortemente evocative. Volevamo creare un racconto coerente, ma aperto all’interpretazione individuale.

Ha avuto carta bianca nella stesura del progetto fino alla sua messa in opera?
Il dialogo con Giannelli è stato costante e stimolante. La sua fiducia mi ha permesso di lavorare con libertà, pur nel rispetto della sua poetica. La curatela è stata costruita come un ponte: tra la sua visione e quella del luogo. "Ritorni"

Cosa rappresenta per lei, personalmente, curare questa mostra?
Un’opportunità preziosa, sia umana che professionale. Lavorare con un artista di serie A come Emanuele Giannelli è un privilegio, farlo in un contesto come quello della Puglia lo rende un’esperienza ancora più significativa.

C’è una reazione del pubblico che l’ha colpita in particolare?
Più di una. Ma in generale, mi colpisce sempre il silenzio che cala quando ci si trova di fronte a certe sculture. È un silenzio che non è vuoto, ma pieno di pensieri, emozioni, domande.

Dottoressa Sanchini, lei è originaria dell’Umbria, una terra straordinaria per storia, paesaggio e spiritualità. Eppure, per la mostra “RitorniI” ha scelto la Puglia come luogo d’anima e di espressione per le opere di Emanuele Giannelli. Cosa ha significato per lei questa scelta e cosa ha trovato, qui nella Valle d’Itria, che forse altre regioni non avrebbero potuto offrire?
È vero, sono profondamente legata all’Umbria, con le sue colline morbide, i borghi sospesi nel tempo e una dimensione interiore che per me rappresenta casa. Ma proprio perché conosco il valore di certi luoghi “autentici”, ho riconosciuto nella Puglia – e in particolare nella Valle d’Itria – una potenza simile, ma con una luce diversa, più aperta, più arcaica. Ho scelto questa terra perché qui la materia e la memoria si toccano con mano: la pietra viva dei trulli, la geometria dei muretti a secco, gli ulivi che sembrano scolpiti dal vento. Tutto parla di un tempo lungo, resistente, profondamente umano…

Prosegua.
La Puglia, in questo senso, non è solo un contenitore scenografico: è parte viva del dialogo tra le opere di Giannelli e il paesaggio. Qui la sua scultura non si impone, ma si confronta, si radica, si lascia interrogare. E questo, per me, era essenziale: “Ritorni” non poteva essere solo una mostra. Doveva essere un’esperienza capace di aprire domande, e la Puglia ha questa capacità rara di custodire e allo stesso tempo provocare. Una terra antica che parla al contemporaneo senza paura.

Come definirebbe il linguaggio artistico di Giannelli?
È un linguaggio fisico, diretto, ma mai superficiale. Lavora sulla materia e sul corpo per parlare dell’anima e del tempo in cui viviamo. Non ha paura di inquietare, e proprio per questo riesce a toccare corde profonde.

Qual è il futuro della mostra? Ci saranno altre tappe?
Al momento siamo concentrati su questa esperienza in Puglia, ma stiamo valutando nuove destinazioni. Le opere di Giannelli meritano di viaggiare e incontrare altri paesaggi, altre comunità.

Come vede il ruolo del curatore oggi?
Più che mai, il curatore è un mediatore. Tra l’artista, lo spazio, il pubblico e il tempo. Non si tratta solo di allestire opere, ma di creare esperienze culturali vive, capaci di generare domande e riflessioni.

Infine, se potesse esprimere un augurio per chi visiterà “Ritorni”, quale sarebbe?
Che possano uscire dalla mostra con una sensazione precisa: quella di aver incontrato qualcosa di vero. Qualcosa che li riguarda, anche se non sanno ancora dire cosa. "Ritorni"

Ritornare al vero. Tra pietra, carne e memoria

Di fronte alle sculture di Emanuele Giannelli, immerse nel silenzio sospeso della Valle d’Itria, qualcosa dentro si arresta. È un rallentamento sottile ma definitivo, come quando la vista si adatta alla luce dopo un lungo buio. In un’epoca che corre, produce e consuma ogni cosa — immagini, emozioni, relazioni — “Ritorni” è un invito non solo alla contemplazione, ma a un ritorno più essenziale: quello verso noi stessi.

C’è un paradosso potentissimo nell’arte di Giannelli: i suoi uomini biomeccanici, scolpiti nel cemento e nella tensione, sembrano provenire da un futuro iper-tecnologico, ma è proprio la loro presenza a rivelarci quanto abbiamo perso nel nostro avanzare. La loro carne artificiale si muove tra i trulli e gli ulivi come per chiedere ospitalità, come se cercassero — più che dimostrare — una verità che si è fatta fragile. In questo senso, la scelta di Lucrezia Sanchini di portarli in un luogo carico di memoria non è solo curatoria: è simbolica, quasi spirituale.

“Ritorni”, allora, non è solo una mostra. È una ferita aperta nel paesaggio, ma anche una possibilità di guarigione. È uno specchio che non riflette ciò che siamo, ma ciò che stiamo diventando — o peggio, ciò che rischiamo di dimenticare. "Ritorni"

Nell’opera “Stato di allerta”, due gruppi si osservano, si annusano, si percepiscono, ma non si toccano. Non sono alieni, non sono nemici: sono “noi”. Le nostre città, i nostri corpi schermati, le nostre vite in standby. È una rappresentazione disturbante perché non c’è niente di fantasioso: è pura attualità.

Eppure, proprio in questo contesto carico di inquietudine, la mostra apre spiragli. Non urla, non impone, ma lascia spazio. Spazio per fermarsi, per ascoltare il vento tra gli ulivi, per seguire con lo sguardo un corpo che si protende verso l’alto o che si piega come a chiedere perdono. È un tempo altro, quello che si respira qui. Un tempo necessario.

In un mondo in cui “tornare indietro” è spesso percepito come un fallimento, “Ritorni” sovverte la logica contemporanea e ci ricorda che il vero progresso, forse, è sapere dove si è partiti. E avere il coraggio di guardarsi ancora negli occhi, senza visori, senza filtri. Solo con la nostra presenza viva, fragile, umana.

Forse, non stiamo andando avanti. O forse sì, ma nella direzione sbagliata. Giannelli non ci offre risposte. Ci pone domande. Ed è proprio questo, oggi, il gesto più rivoluzionario.

E allora ritornare non è più un atto nostalgico, ma una scelta radicale. Un gesto di coraggio in un’epoca che ci spinge solo a correre avanti, senza chiederci dove stiamo andando. La mostra curata da Lucrezia Sanchini non è una semplice esposizione d’arte, ma un atto poetico e politico. È una dichiarazione d’amore verso i luoghi che resistono, verso le domande che disturbano, verso un’arte che ha ancora il coraggio di non piacere a tutti.

Tra le sculture di Giannelli e le pietre della Puglia, accade qualcosa di raro: il contemporaneo si spoglia della sua arroganza, la materia si carica di spirito, il visitatore diventa parte di un rito silenzioso. Non si osservano solo opere, si attraversa un tempo. Si ascolta una voce. Si sente un battito.

E in quel battito – tra cemento e ulivi, tra il rumore del mondo e il silenzio dell’essere – ognuno di noi è chiamato a rispondere a una domanda essenziale: Siamo davvero chi vogliamo essere? O è tempo, finalmente, di ritornare.

ILARIA SOLAZZO

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