Nel panorama della narrativa storica italiana contemporanea, il romanzo Kaijin. L’ombra di cenere di Linda Lercari si distingue come un’opera che intreccia rigore storico, sensibilità letteraria e una profonda esplorazione dei legami umani più radicali. Pubblicato il 31 agosto 2018 da Idrovolante Edizioni, il libro – 209 pagine, prezzo di copertina 15 euro – si colloca nel filone del romanzo storico ambientato nel Giappone feudale, con particolare riferimento al periodo Kamakura.
L’opera, scritta nell’arco di circa quattro anni (dal 2012 al 2016), si presenta come una narrazione compatta e intensamente evocativa, pensata per una lettura relativamente rapida ma densa di suggestioni culturali e simboliche. 
Un enigma che nasce dalla morte
La trama si apre nel Giappone del 1330, in un contesto segnato da tensioni militari e codici d’onore rigidissimi. Il samurai Haka, fedele servitore del signore Momokushi, si spegne lasciando dietro di sé poche parole. Tuttavia, quelle ultime frasi si trasformano immediatamente in un enigma che consuma la mente del suo signore.
Da quel momento, Momokushi intraprende un viaggio interiore e fisico insieme: ripercorre i luoghi del passato condiviso con Haka, ricostruisce episodi di gioventù, battaglie, silenzi e gesti apparentemente insignificanti che, riletti alla luce della morte, assumono un peso completamente nuovo.
Il cuore del romanzo non è soltanto il mistero, ma la progressiva emersione di ciò che Haka ha taciuto per oltre cinquant’anni: una verità che non si limita a cambiare la percezione di una vita, ma che si rivela come una forma estrema di dedizione emotiva, una dichiarazione d’amore silenziosa e assoluta.
Tra disciplina narrativa e immersione culturale
Uno degli elementi più evidenti dell’opera è la forte attenzione alla ricostruzione storica e culturale del Giappone del XIV secolo. Le recensioni dei lettori sottolineano in modo ricorrente la precisione delle descrizioni relative alle armi, ai combattimenti e alle consuetudini del tempo, elementi che tuttavia non appesantiscono mai la narrazione.
La scrittura di Linda Lercari si muove con equilibrio tra evocazione e ritmo narrativo, evitando l’effetto didascalico. Il lessico, talvolta ricco di termini poco comuni, contribuisce a creare un’atmosfera sospesa e coerente con il contesto storico, senza interrompere la fluidità della lettura.
Un aspetto interessante segnalato da diversi lettori è la mancanza di note a piè di pagina: una scelta stilistica che privilegia l’immediatezza e l’immersione, affidando al testo stesso la capacità di guidare il lettore. 
Haka e Momokushi: un legame oltre la guerra
Al centro della narrazione si trova il rapporto tra Haka e il suo signore Momokushi. Non si tratta semplicemente di un legame tra guerriero e comandante, ma di una connessione che affonda le radici nel concetto giapponese di lealtà assoluta e fratellanza guerriera.
Un lettore descrive questo vincolo con parole significative: “Erano legati dal nenkei, il rapporto fraterno fra samurai, più forte di una catena forgiata con lo stesso acciaio delle spade”.
La relazione tra i due personaggi si sviluppa attraverso una serie di flashback che ricostruiscono battaglie condivise, addestramenti, silenzi e sacrifici. Haka emerge come figura quasi archetipica: il guerriero che esiste pienamente solo nel servizio all’altro, fino a dissolvere la propria individualità nel dovere.
Il tema dell’ombra e dell’identità
Il titolo stesso del romanzo, L’ombra di cenere, suggerisce una riflessione profonda sull’identità e sulla memoria. Haka è spesso percepito come un’ombra accanto al suo signore, una presenza costante ma discreta, quasi invisibile.
Eppure, proprio questa invisibilità diventa il centro emotivo dell’opera: ciò che non viene detto, ciò che viene sacrificato, ciò che resta nascosto per decenni assume un valore decisivo nella costruzione del significato finale.
Il romanzo si muove così tra due dimensioni: da un lato la superficie della storia – battaglie, strategie, spostamenti – e dall’altro la profondità emotiva, fatta di dedizione, rinuncia e verità taciute. 
Ricezione dei lettori: tra emozione e immersione storica
Le testimonianze dei lettori evidenziano un impatto emotivo significativo. Molti sottolineano la capacità del romanzo di ‘trasportare’ il lettore nel Giappone medievale, creando una forte immedesimazione con i personaggi.
Una lettrice osserva: “Il romanzo trasuda una profonda conoscenza della cultura e delle usanze di questo popolo tanto da catturarti e da lasciarti senza fiato”.
Un altro elemento ricorrente nelle recensioni è la struttura narrativa, che alterna azione e ricordo, creando un ritmo che conduce progressivamente verso la rivelazione finale. Il mistero lasciato da Haka diventa il motore dell’intera narrazione, mantenendo alta la tensione fino alle ultime pagine.
Non mancano osservazioni più critiche, che riguardano alcuni aspetti logici del finale, ma che non intaccano la forza complessiva dell’opera né la sua capacità di evocare atmosfere intense e coerenti.
Una scrittura tra letteratura e disciplina artistica
La figura di Linda Lercari si colloca in un percorso artistico ampio e multidisciplinare. Attiva fin dagli anni ’90, ha costruito una carriera letteraria caratterizzata da una notevole varietà di generi: poesia, narrativa storica, noir, fantapolitica e romanzo gotico.
Accanto alla scrittura, Linda Lercari coltiva una formazione artistica e performativa articolata: pratica kendo presso la Scuola Kendo Lucca e partecipa ad attività teatrali con la compagnia Next Artists di Viareggio, specializzata in Shakespeare in lingua originale. Ha inoltre seguito corsi di recitazione con diversi maestri del panorama teatrale italiano e internazionale.
Questa dimensione performativa sembra riflettersi anche nella sua scrittura, che spesso privilegia la costruzione scenica, la fisicità dei gesti e la precisione dei movimenti narrativi.
Un romanzo che lavora sul silenzio
Kaijin. L’ombra di cenere si configura infine come un romanzo sul silenzio: quello dei samurai, quello della memoria, quello delle verità non dette. Il mistero che guida Momokushi non è solo un enigma da risolvere, ma un percorso di comprensione del legame umano nella sua forma più estrema.
Il risultato è un’opera che non punta soltanto a raccontare una storia ambientata nel Giappone medievale, ma a interrogare il lettore sul significato della fedeltà, dell’identità e della parola non pronunciata.
Un romanzo che, pur nella sua dimensione contenuta, lascia una traccia persistente: come una cenere che non si disperde del tutto, ma continua a suggerire la forma del fuoco da cui proviene. 
L’INTERVISTA
Un dialogo approfondito con Linda Lercari sul romanzo storico “Kaijin. L’ombra di cenere”, la costruzione dei personaggi e il rapporto tra scrittura, disciplina e memoria.
Il suo romanzo Kaijin. L’ombra di cenere è ambientato nel Giappone del periodo Kamakura. Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo contesto storico e culturale così preciso?
Il Giappone del periodo Kamakura rappresenta un equilibrio unico tra rigidità del codice samuraico e profondissima interiorità. È un mondo in cui l’onore non è un concetto astratto, ma una struttura esistenziale. Mi interessava esplorare proprio questo: cosa accade all’essere umano quando la vita viene filtrata completamente attraverso il dovere e la lealtà.
Nel romanzo, il silenzio e l’indizio non detto diventano centrali. Possiamo dire che il vero protagonista sia ciò che non viene esplicitato?
Sì, in un certo senso il non detto è il vero motore della narrazione. Haka lascia una frase, ma quella frase è solo la superficie di una vita intera trattenuta. Mi interessava l’idea che un’intera esistenza possa essere compressa in un gesto finale, e che quel gesto possa cambiare la percezione di tutto ciò che lo ha preceduto.
Il rapporto tra Haka e Momokushi è profondamente intenso. È solo un legame tra signore e vassallo o va oltre questa definizione?
Va decisamente oltre. Il rapporto tra loro si fonda sul concetto di fratellanza guerriera, ma si evolve in qualcosa di più complesso e umano. Non è soltanto fedeltà: è condivisione totale del destino, anche quando questo destino diventa silenzioso, doloroso o incomprensibile.
Molti lettori hanno sottolineato la ricchezza linguistica del testo, a volte densa di termini inusuali. È stata una scelta deliberata?
Sì. Non volevo semplificare un mondo che, per sua natura, non è semplice. Tuttavia era fondamentale che il testo restasse fluido. L’obiettivo non era creare distanza, ma immersione. Anche i termini meno comuni devono contribuire a costruire un’atmosfera, non a interromperla.
Il romanzo è stato scritto nell’arco di diversi anni. Quanto ha influito il tempo lungo di elaborazione sulla struttura finale?
Molto. Ho impiegato ben 4 anni. Dal 2012 al 2016 il testo ha avuto modo di sedimentarsi. Questo ha permesso una stratificazione narrativa: non solo nella trama, ma anche nella costruzione emotiva dei personaggi. Alcune intuizioni iniziali sono cambiate, altre si sono chiarite con il tempo, come accade spesso quando si lavora su storie che richiedono profondità storica e interiore.
Haka viene percepito da molti lettori come una figura quasi simbolica, più che semplicemente narrativa. Era una sua intenzione fin dall’inizio?
In parte sì. Haka non è soltanto un personaggio, ma anche una funzione narrativa: rappresenta la dedizione assoluta. Tuttavia non volevo che fosse una figura astratta. Per questo ho cercato di radicarlo in emozioni concrete, anche contraddittorie, perché solo così può restare umano.
Il tema dell’amore emerge in modo molto particolare, quasi sublimato. Che ruolo ha in Kaijin?
È un amore che non si dichiara mai in modo diretto, ma che attraversa tutta la vita dei personaggi. È un amore che si esprime attraverso la rinuncia, il silenzio, la protezione. Non è mai esplicito, ma proprio per questo diventa più radicale: è ciò che resta quando tutto il resto viene sottratto. 
Lei è anche praticante di kendo e attrice teatrale. Quanto queste esperienze influenzano la sua scrittura quotidianamente?
Molto. Il kendo mi ha insegnato la disciplina del gesto, la precisione e il rispetto del tempo. Il teatro, invece, mi ha insegnato il ritmo della parola e la presenza scenica del dialogo. Entrambe le esperienze entrano nella scrittura in modo naturale: nei movimenti dei personaggi, nella costruzione delle scene, nella tensione dei dialoghi.
Il finale del romanzo ha colpito molti lettori per la sua intensità emotiva. È stato difficile costruirlo?
No, perché il finale non doveva essere solo una rivelazione, ma una trasformazione… un insegnamento. Non mi interessava sorprendere il lettore in senso tecnico, ma portarlo a rileggere tutto ciò che ha preceduto quella rivelazione. Il vero punto non è cosa viene scoperto, ma cosa cambia nello sguardo di chi legge.
Se dovesse riassumere Kaijin. L’ombra di cenere in una sola idea centrale, quale sarebbe?
Direi questo: ciò che una persona non dice può essere più importante di ciò che dice. E ciò che viene taciuto, a volte, continua a vivere molto più a lungo della parola stessa.
Dopo un romanzo così denso e strutturato, cosa rappresenta oggi per lei questo libro?
È una tappa importante del mio percorso. Non solo per la storia in sé, ma per il modo in cui mi ha costretta a lavorare sulla sottrazione, sul silenzio e sulla memoria. È un libro che continua a ‘parlare’ anche dopo essere stato scritto, e questo, per uno scrittore, è forse la cosa più significativa.
Nel 2026 ricorre anche un anniversario di grande valore storico e simbolico: sono trascorsi circa 160 anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, formalmente avviate nel 1866. Giusto?
Esatto. Un legame lungo più di un secolo e mezzo che ha attraversato epoche, trasformazioni culturali e profonde mutazioni geopolitiche, ma che ha continuato a rafforzarsi nel tempo attraverso scambi artistici, economici e culturali sempre più intensi.
La ringrazio, è stato un dialogo intenso e prezioso, capace di restituire tutta la profondità del suo lavoro e dei mondi che ha saputo evocare. È raro incontrare una scrittura che continui a risuonare anche dopo l’ultima parola.
Sono io a ringraziare lei, cara Ilaria, per l’attenzione e la cura con cui ha saputo attraversare queste pagine. Ogni incontro autentico con un lettore — o in questo caso con chi dà voce ai lettori — è parte stessa della vita del libro.
Che il suo cammino narrativo continui a intrecciare memoria, immaginazione e verità con la stessa forza che abbiamo ritrovato in Kaijin.
Aggiungerei… E che ogni parola trovi sempre il suo ascolto più attento. Con gratitudine e stima, le auguro buon lavoro e nuove storie da raccontare.
*
A te, Haka,
non so se queste parole possano davvero raggiungerti, né se abbiano il diritto di farlo. Eppure scrivere è, a volte, l’unico modo per restituire voce a ciò che nel tuo mondo resta silenzio.
Ti ho incontrato tra le pieghe del tempo, nel Giappone del 1330, quando la cenere sembrava più stabile della memoria e la lealtà più pesante della vita stessa. Sei apparso senza chiedere spazio, eppure hai occupato ogni spazio possibile: quello del gesto, dello sguardo, del sacrificio che non domanda riconoscimento.
Hai vissuto come ombra fedele accanto a Momokushi, e proprio in quell’ombra hai custodito ciò che il mondo non doveva vedere. Ma le ombre, Haka, non sono mai vuote: trattengono la luce che non è stata detta.
Non so se chiamarlo destino o scelta. So soltanto che la tua vita ha avuto la forma del silenzio, e che quel silenzio, alla fine, ha parlato più forte di qualsiasi parola.
Ti ho seguito mentre tacevi, mentre combattevi, mentre amavi senza dichiararlo. E ho compreso, scrivendoti, che esistono verità che non possono essere dette nel momento in cui nascono, ma solo quando tutto è già cenere.
Sei rimasto accanto al tuo signore fino a dissolverti quasi del tutto, eppure proprio lì, in quel dissolvimento, sei diventato indimenticabile.
Non ti ho creato per spiegarti, Haka. Ti ho scritto per ascoltarti.
E adesso che il tuo segreto ha trovato la sua forma, resta solo questo: il riconoscimento tardivo di una vita intera vissuta nell’ombra, che forse ombra non è mai stata.
Con rispetto,
Linda Lercari
*
Alla fine di ogni guerra, anche quelle interiori, resta solo ciò che non ha fatto rumore. Resta un passo leggero sulla terra umida, un nome pronunciato a metà, un gesto che nessuno ha visto ma che ha cambiato tutto. Resta Haka, o forse la sua assenza, che è la forma più fedele della sua presenza. Resta Momokushi, con le mani vuote e la mente piena di ciò che non potrà più essere detto. 
Nel tempo che scivola come cenere nel vento, il Giappone del 1330 si dissolve, ma non svanisce: si trasforma in eco, in memoria, in domanda sospesa tra i ciliegi in fiore. E ogni risposta, se davvero esiste, non appartiene alla parola ma al silenzio che la precede.
Così Kaijin non si chiude: si ritira. Come una lama nel fodero, come un respiro trattenuto troppo a lungo, come una promessa che non chiede di essere mantenuta ma soltanto ricordata.
E forse è questo il suo ultimo dono: insegnare che anche la cenere, quando sembra morta, conserva ancora la forma del fuoco.
ILARIA SOLAZZO
Qui di seguito il link…
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Michele Bruccheri intervista Francesca Rettondini
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Creato da La Voce del Nisseno
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