Oggiano
L'avvocato penalista Massimiliano Oggiano

Nel racconto giudiziario e umano dell’Italia contemporanea, pochi casi hanno lasciato un’impronta così profonda come quello dell’Ilva di Taranto. Un intreccio inestricabile di diritto, economia, salute pubblica e memoria collettiva che ancora oggi divide, commuove, interroga. A oltre un decennio dai principali processi penali, e mentre il futuro dell’ex polo siderurgico resta incerto, abbiamo scelto di ascoltare una voce che in quell’aula c’era davvero: Massimiliano Oggiano, avvocato penalista ed esperto in diritto ambientale e sicurezza sul lavoro, che ha vissuto da protagonista una delle stagioni più difficili della giustizia italiana.

In un’intervista esclusiva, Oggiano ripercorre il caso Ilva non per ricostruire la cronaca giudiziaria, ma per offrire spunti di riflessione, domande scomode, e soprattutto per restituire la giusta articolazione a una vicenda troppo spesso semplificata. Perché – come lui stesso afferma – “non bisogna mai valutare le situazioni complesse con ragionamenti semplicistici e superficiali”.

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Il suo racconto si muove sul crinale pericoloso tra diritto e scienza, tra colpa e responsabilità, tra ciò che era accettabile negli anni ’70 e ciò che è intollerabile oggi. Ricorda un tempo in cui la cultura della sicurezza era ancora embrionale e le norme ambientali un’eccezione più che una regola. E denuncia una certa asimmetria: quella di un processo che, nel giudicare uomini ormai anziani per decisioni prese in un’altra epoca storica, ha rischiato di dimenticare il contesto.

Al tempo stesso, Oggiano non nega le colpe del sistema. Parla con lucidità dell’inadeguatezza normativa dell’epoca e riconosce i passi avanti compiuti oggi, anche grazie alla riforma costituzionale che ha rafforzato la tutela dell’ambiente. Ma avverte: la giustizia penale, da sola, non può sanare ferite che intrecciano lavoro, salute e dignità. Oggiano

Nel suo racconto emerge una verità amara: Taranto non ha avuto giustizia. Né chi ha perso la vita, né chi è stato processato senza condanne definitive. Il caso Ilva, ci dice, si è “annichilito su se stesso”, lasciando un senso di incompiutezza difficile da ignorare.

A conferma della forza narrativa di questa vicenda, anche il cinema ha cercato di restituirle voce e spessore. Uno degli esempi più significativi è Palazzina Laf, film diretto e interpretato da Michele Riondino, che racconta la storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, trasferitosi nella “Palazzina Laf” dopo essere stato reclutato come delatore. Il film è ispirato al libro Fumo sulla città di Alessandro Leogrande.

Accanto a questo, il documentario Ilva. A denti stretti (2019), girato in Italia e della durata di 66 minuti, è un film del regista e giornalista Stefano Maria Bianchi. La pellicola racconta con crudezza e rispetto la tragedia ambientale della Città dei due Mari. “A denti stretti” perché è così che vivono i protagonisti di questa storia vera: con il morso serrato in una smorfia, in un insieme di dolore, rabbia e rassegnazione.

L’INTERVISTA
Avvocato Oggiano, qual è l’impianto accusatorio alla base del processo Ilva?

Le vicissitudini giudiziarie che hanno coinvolto gli stabilimenti siderurgici di Taranto sono molteplici. Io ho vissuto come esperienza professionale diretta solo quelle relative alla contestazione di gravi reati (omicidio colposo e omessa adozione di cautele a tutela dei lavoratori) a carico dei vertici societari che hanno gestito lo stabilimento durante gli anni Settanta e Ottanta, allorquando la società Ilva era a partecipazione pubblica. Ci sono stati in seguito ulteriori importanti processi a carico delle società private che hanno gestito lo stabilimento – nei quali le contestazioni abbracciavano anche figure di delitto ambientale – ma di quelli io non mi sono personalmente occupato. Oggiano

In che modo questo processo ha segnato il suo percorso professionale e personale?
L’esperienza processuale che mi ha visto inizialmente assumere la difesa della società – chiamata a rispondere in qualità di responsabile civile dei danni cagionati dai reati di omicidio colposo e omessa adozione di cautele in favore dei lavoratori – e successivamente, in grado di appello, la difesa di taluni coimputati, è stata centrale nella mia crescita professionale. È in tale cruciale momento della mia carriera che ho maturato la consapevolezza dell’importanza del tema “salute e sicurezza sul lavoro”.

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Quanto è stato complesso, in questo procedimento, far dialogare il diritto con le evidenze tecnico-scientifiche?
Possiamo dire che il fulcro di questo genere di processi penali è rappresentato dal dirompente accostamento tra regole di giudizio di matrice giuridica e regole di ricostruzione storica dei fatti di matrice prettamente scientifica. Nel caso specifico, i maggiori attriti sono sorti con riferimento ai criteri di diagnosi delle patologie neoplastiche, alla loro evoluzione e all’effetto cancerogeno delle singole esposizioni a fibre di asbesto. Tema, questo, che ha condotto i giudici in un ambito decisamente insidioso se affrontato con la rigida metrica giuridica.

La figura del “disastro ambientale” è stata centrale: ritiene che l’ordinamento italiano disponga di strumenti giuridici efficaci per affrontare casi di questa portata?
All’epoca in cui si è celebrato il processo nel quale ho prestato il mio patrocinio, le cui fasi di merito si sono concluse ormai un decennio fa, il quadro giuridico non offriva un sufficiente circuito di tutela rispetto all’ambiente. Posso però affermare che attualmente la sensibilità del legislatore è esponenzialmente cresciuta e che il nostro sistema giuridico è dotato di un solido reticolo di disposizioni penali a tutela dell’ambiente.

Quali sono i limiti, secondo lei, della giustizia penale di fronte a situazioni che intrecciano salute pubblica, lavoro ed economia?
Ho avuto modo di affrontare in taluni miei articoli il tema in oggetto e ho più volte messo in evidenza come non si possa dare preferenza alla tutela del diritto alla salute rispetto al diritto al lavoro. Si tratta per come più volte chiarito dalla Corte Costituzionale di valori che devono essere in giusto, costante ed equo contemperamento. Con la recente riforma costituzionale diretta a elevare il grado di tutela giuridica dell’ambiente a livello costituzionale, i passi in avanti sono stati ampi ed estremamente rilevanti. Oggiano

Taranto ha vissuto un drammatico conflitto tra il diritto alla salute e quello al lavoro: esiste, dal punto di vista giuridico, una possibile conciliazione tra questi diritti fondamentali?
Credo di aver appena risposto a questa domanda, e posso solo ribadire che la conciliazione deve avvenire su un piano di giusto bilanciamento e non attraverso una retorica ed inattuabile politica di soppressione di qualsivoglia attività produttiva.

Cosa è mancato, secondo lei, nel racconto mediatico e giudiziario di questa vicenda?
È certamente mancata la voce degli imputati che – ed è in particolare la vicenda penale da me seguita – si identificavano in soggetti di età estremamente avanzata i quali in un remoto passato avevano assunto cariche di responsabilità all’interno della società a capo degli stabilimenti e che, sul finire della loro vita, si sono visti accusati di contestazioni penali legate a mancate cautele all’epoca non normativamente prescritte né appartenenti alla comune coscienza collettiva.

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Le voci delle vittime, dei lavoratori, della comunità: sono state ascoltate davvero?
Senza ombra di dubbio le voci delle vittime e soprattutto della comunità tarantina sono state spesso amplificate dagli organi di stampa e hanno anche in un certo qual modo generato una giusta sensibilità collettiva. Talvolta però, soprattutto in ambito penale, tali manifestazioni di protesta hanno determinato inaccettabili influenze nella serenità del giudizio.

A che punto siamo oggi, sia sul fronte giudiziario che su quello sociale?
Ripeto, non partecipo direttamente alle vicende giudiziarie che attualmente interessano allo stabilimento siderurgico di Taranto. Ho solo notizie indirette che provengono da colleghi con i quali ho condiviso l’esperienza già descritta in precedenza. Preferirei pertanto non espormi posto che le mie affermazioni sarebbero basate solo su conoscenza indiretta e informazioni di stampa accessibili da chiunque.

Taranto ha avuto giustizia?
Credo che nessuno abbia avuto giustizia, se con questo termine vogliamo intendere da un lato totale riparazione dei danni alle persone e all’ambiente e, dall’altro, risarcimento nei confronti degli imputati, processati per oltre un decennio senza alcuna concreta condanna nei loro confronti. Si è solo assistito, per quanto io ho avuto modo di appurare, ad una grande e clamorosa vicenda processuale che si è annichilita su se stessa, senza in realtà offrire giustizia per nessuno.

Ha seguito il caso Ilva sin dagli inizi: che segno ha lasciato su di lei, come penalista e come uomo?
L’esperienza ha certamente lasciato un segno sulla mia percezione della vicenda, ma ancor di più sulle delicatissime dinamiche che governano la responsabilità penale di matrice colposa. Quella cioè nella quale una persona viene chiamata a rispondere di un evento che non, ripeto, non, avrebbe mai voluto cagionare.

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Se dovesse sintetizzare in una sola frase la lezione che il caso Ilva ha lasciato alla giustizia italiana, quale sarebbe?
Non bisogna mai valutare le situazioni complesse con ragionamenti semplicistici e superficiali. Tutto ciò che percepiamo ha una sua prospettiva alternativa e spesso addirittura contraria.

*
Il cinema come testimone: quando l’Ilva diventa racconto civile. Le parole dell’avvocato Oggiano ci accompagnano nel cuore di una verità scomoda: l’Ilva non è solo un processo, un’acciaieria, una sentenza. È un paradigma. Di come l’Italia ha affrontato – o evitato – la questione ambientale. Di come ha gestito lo scontro tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Di come, a volte, la giustizia arrivi troppo tardi o troppo male. Oggiano

Ma ciò che il Diritto non riesce a contenere, i film possono raccontarlo. Con immagini, silenzi, sguardi. In questo solco si inserisce Palazzina Laf, di Michele Riondino, ispirato al libro di Alessandro Leogrande. Una denuncia in forma di fiction, che scava nella zona grigia tra collusione e disperazione. L’operaio protagonista, reclutato come delatore, rappresenta il volto spaccato di una città in cui anche la dignità è stata industrializzata.

E ancora, il documentario Ilva. A denti stretti, di Stefano Maria Bianchi. Un’opera che dà voce al dolore collettivo e alla rabbia repressa. “A denti stretti” è il modo in cui Taranto vive e resiste, tra consapevolezza e rassegnazione.

Queste opere non offrono risposte, ma pongono domande. Domande che, come il diritto, devono essere ascoltate. Perché Taranto non è solo una città da risanare. È una coscienza collettiva da ricostruire.

ILARIA SOLAZZO

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