Uscirà a settembre Radici e Ali – La vita come non te l’hanno mai raccontata, il primo libro autobiografico di Paolo Diotallevi, docente, ex cameriere, padre, figlio della terra umbra e cittadino d’Europa. Un esordio narrativo potente e genuino, capace di parlare non solo a una generazione, ma a tutti coloro che almeno una volta si sono sentiti ‘fuori posto’.

Il titolo è già una dichiarazione di poetica: Radici e Ali, due simboli in apparenza opposti, ma profondamente complementari. Le radici come origine, terra, identità. Le ali come libertà, trasformazione, coraggio. Diotallevi intreccia queste due dimensioni in un racconto intimo e diretto, che attraversa l’infanzia in un piccolo borgo dell’Umbria, l’esperienza del servizio militare, gli anni difficili ma formativi nei ristoranti di Londra, le notti insonni, le cadute, le occasioni perse — e poi ritrovate.
Un libro sincero che parla a chi è pronto a ricominciare. Il libro racconta, senza filtri né retorica, il percorso di un uomo qualunque che ha saputo rialzarsi e cambiare rotta. La svolta arriva con la paternità, ma anche con l’insegnamento: due scelte che trasformano Diotallevi in un punto di riferimento per i giovani. Con uno stile accessibile e coinvolgente, l’autore si rivolge in particolare alla Generazione Z, ma il messaggio è universale: ognuno ha diritto a una seconda possibilità.
“Volevo scrivere un libro che non giudicasse nessuno, nemmeno me stesso”, racconta Paolo Diotallevi. Ed aggiunge: “Non ho ricette da dare, ma solo verità da condividere. Se qualcuno, leggendo queste pagine, si sentirà meno solo, allora avrò fatto centro”.
Ogni capitolo è costruito come un frammento di vita, seguito da riflessioni che toccano temi universali: il lavoro come dignità, l’identità in divenire, la famiglia come radice e rifugio, ma anche l’urgenza di lanciarsi nel vuoto per trovare — o ritrovare — sé stessi.
Un libro che trova il suo posto nella nuova narrativa autobiografica. Negli ultimi anni, il panorama editoriale italiano ha riscoperto la forza delle autobiografie non celebri: storie vere di persone comuni che, proprio nella loro autenticità, riescono a parlare a tutti. Radici e Ali si inserisce in questo filone, ma con una marcia in più: una prosa asciutta e riflessiva, capace di evocare emozioni senza artifici.
Il lettore non troverà un ‘Eroe’, ma un uomo reale, con le sue contraddizioni e fragilità. E in questa sincerità c’è forse la chiave del suo valore: l’autore non si mette su un piedistallo, ma si mette in gioco.
A impreziosire il volume è la lettera firmata da Marta Cotarella, imprenditrice del vino e dell’accoglienza, nonché co-fondatrice della scuola ‘Intrecci’. Cotarella ha scelto di sostenere il progetto per il suo messaggio positivo di fiducia, passione e cambiamento. “Non è un romanzo. Non è un manuale. È la mia storia. Ma forse, un po’, anche la vostra”, scrive l’autore nella lettera al lettore, tracciando un ponte ideale tra sé e chi legge.
Un invito a volare, senza dimenticare da dove si viene. Radici e Ali non è solo un memoir: è un invito a ricominciare, a guardarsi dentro, a non avere paura delle proprie cicatrici. È un atto di generosità narrativa che parla di rinascita senza clamore, ma con fermezza. Una voce nuova e necessaria, che merita ascolto.

L’INTERVISTA
Il tuo libro si intitola “Radici e Ali”. Perché questo titolo?
È nato quasi da solo. Le radici rappresentano ciò da cui vengo: l’Umbria, la mia famiglia, gli errori, i primi sogni. Le ali sono ciò che ho costruito: i viaggi, le scelte coraggiose, l’essere diventato padre ed insegnante. Senza l’uno o l’altro, cadi… probabilmente.
Hai definito questo libro ‘non un romanzo, non un manuale’. Cos’è allora?
È un atto di sincerità. È la mia vita raccontata così com’è stata, con le sue zone d’ombra e di luce. Non insegna niente, ma forse può accendere qualcosa in chi legge.
Com’è nata l’idea di scrivere un libro autobiografico?
È stato un bisogno. Dopo anni a raccontare storie agli altri — ai miei studenti, a mio figlio — ho sentito il bisogno di mettere in ordine anche la mia. Scrivere è stato come tornare a casa, ma a piedi scalzi: ogni passo faceva male, ma era necessario.
Parli molto della tua esperienza a Londra. Che cosa ti ha lasciato quella città?
Mi ha insegnato a non giudicare. A Londra ho fatto il cameriere, ho lavorato duramente, ho vissuto notti in cui avevo solo me stesso. Ma lì ho capito che ogni persona porta una storia più grande di quello che mostra. È una città che ti cambia, se glielo permetti.
Nel libro affronti anche momenti difficili, come le occasioni mancate. Non è stato faticoso riviverli?
Lo è stato. Ma è stato anche liberatorio. Scriverne mi ha fatto capire che quelle ferite erano ancora aperte. Solo nominandole ho potuto chiuderle, o almeno accettarle.
Chi speri possa leggere questo libro?
Chiunque si sia sentito perso, almeno una volta. Ma soprattutto i giovani. La famosa ‘Generazione Z’, spesso descritta come apatica o confusa – a mio parere – ha solo sete di verità. Spero che tra queste pagine trovino uno specchio, o almeno una finestra.
Nel libro parli del tuo lavoro di insegnante. Cosa ti ha dato questa professione?
Mi ha dato una seconda vita. Insegnare non è trasmettere contenuti, ma creare spazio. Spazio per le domande, per il dubbio, per il futuro. I ragazzi mi hanno reso una persona migliore.
Come è avvenuto l’incontro con Marta Cotarella, che firma la lettera all’interno del libro?
È stato un incontro umano, prima che professionale. Ci siamo trovati a parlare di formazione, di valori, di ospitalità. Quando ha letto alcune pagine del libro, ha capito che non era solo una storia mia. Era una storia che poteva parlare a tanti altri.
Che ruolo ha avuto la scrittura nella tua vita, prima di questo libro?
Era un rifugio. Scrivevo per me, sui taccuini, nei treni, nei bar. Non avevo mai pensato di pubblicare. Ma ad un certo punto quelle parole hanno iniziato a chiedere di uscire, di incontrare qualcun altro. Ti sono sincero.

C’è un messaggio che ti auguri rimanga nel lettore dopo l’ultima pagina?
Sì: che si può sempre ricominciare. Non importa quante volte si è caduti, o quanto tempo si è perso. Finché respiri, puoi cambiare direzione. E non sei solo.
Hai già in mente un secondo libro?
Non ancora. Questo ha richiesto tutta la mia energia e verità. Ma se un giorno dovessi sentire di nuovo quel bisogno urgente di raccontare, allora sì, ci sarà un seguito. Magari, questa volta, a più voci… chissà.
Grazie Paolo per aver condiviso con me, con noi questo viaggio così personale.
Grazie a voi per avermi ascoltato con attenzione. Ogni storia – ho sempre pensato – ha senso solo se trova orecchie e cuori pronti ad accoglierla. Spero che il mio “Radici e Ali” possa camminare da solo, e magari accompagnare qualcuno nel momento giusto.
*
Ci sono libri che si leggono e libri che si ascoltano. “Radici e Ali” appartiene a questa seconda categoria: non si impone, non grida, non cerca applausi. Si siede accanto a te e ti parla piano, con la voce di chi ha vissuto davvero, ha sbagliato, ha ricominciato, e ha deciso — con coraggio — di raccontare tutto senza sconti.
Paolo Diotallevi non scrive per piacere, scrive per essere sincero. E in questa sincerità c’è qualcosa di disarmante: un uomo che non cerca di sembrare migliore, ma solo ed unicamente umano. La sua storia attraversa l’Italia più vera e l’Europa più reale, fatta di lavoro, solitudine, occasioni mancate e scelte che fanno male prima di fare bene.
Leggere questo libro è come sfogliare un album di fotografie senza filtri, in bianco e nero, dove ogni immagine ha una storia da raccontare e una domanda da lasciare sospesa. Ma soprattutto, è un promemoria: che possiamo perderci, crollare, fuggire — eppure trovare sempre un motivo per tornare. Alle nostre radici. O verso nuove ali.
In un tempo in cui molti scrivono per apparire, Diotallevi scrive per restare. E ci riesce, pagina dopo pagina.
ILARIA SOLAZZO
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