Con “Sentitamente Vostro”, in uscita ufficiale il prossimo 26 settembre per Bertoni Editore, Giuseppe Petti firma il suo terzo romanzo, portando a compimento un’ideale trilogia narrativa iniziata con “Tango di famiglia” (2019) e proseguita con “Di raso viola” (2021). L’opera sarà disponibile in prevendita sul sito dell’editore dal 12 al 25 settembre, con uno sconto del 10% e spedizione gratuita, offrendo ai lettori più affezionati l’occasione di assicurarsi in anticipo una copia del nuovo libro.
Un romanzo che riflette — con ironia — sulle solitudini del nostro tempo
Petti, scrittore campano trapiantato da anni a Pesaro, prosegue il suo personalissimo percorso narrativo improntato a una raffinata commistione tra ironia, tragedia e umanità, utilizzando la lente della commedia agrodolce per indagare le solitudini contemporanee. “Sentitamente Vostro” racconta una storia originale e surreale, ambientata principalmente a partire dalla primavera del 2036 nella cittadina immaginaria di Rivasanta, affacciata su un mare che è presenza quasi sacra e ineludibile in tutte le sue opere.
Don Ninì, Lucilla e un futuro (quasi) possibile…
Protagonista del romanzo è don Ninì Di Maria, settantasettenne benestante e ultimo erede di una storica dinastia imprenditoriale locale. Da sempre scapolo convinto, vive in un’antica residenza di famiglia con vista sul mare, oggi condivisa con Lucilla, un sofisticato soft robot da compagnia, capace di stupirlo e accompagnarlo in una fase delicata della sua esistenza.
In un’Italia futura segnata da degrado ambientale e accelerazioni tecnologiche, don Ninì concepisce un’idea tanto folle quanto generosa, destinata a lasciare il segno in un’umanità che chiede cambiamento ma teme il cambiamento stesso. Il racconto si snoda in una narrazione tragicomica, surreale, a tratti esilarante, in perfetto stile Petti, dove amori impossibili e gesti di altruismo non richiesti si intrecciano nel fluire incostante della vita.
La provincia come universo narrativo e umano…
Ancora una volta, l’autore sceglie di ambientare la vicenda in una provincia campana immaginaria, un microcosmo che diventa specchio dell’Italia intera, con le sue contraddizioni, tradizioni, inciuci e incanto. Petti vede nella provincia una “resistente architrave” del Paese, capace di custodire storie umane autentiche, saporite, e spesso più vere del vero.
Un autore che scrive “storie che sappiano sempre di commedia”
Nato a Cava de’ Tirreni nel 1959 e residente a Pesaro dal 1990, Giuseppe Petti ha alle spalle una lunga carriera in banca. Dal pensionamento, si dedica a tempo pieno alla famiglia e alle sue passioni — leggere, andare in bicicletta, oziare con gli amici — ma soprattutto scrivere, a patto, come dice lui stesso, che “nessuna di esse mi corra dietro”.
Oltre ai suoi romanzi per Bertoni Editore, Petti ha autoprodotto nel 2019 la raccolta Six(ty) e ha contribuito con alcuni articoli al volume Le Pagelle dello Scudetto di Felice Antignani (2023), un omaggio al terzo scudetto del Napoli, il cui ricavato è stato devoluto alla Fondazione Santobono Pausilipon.
Con “Sentitamente Vostro”, Petti non solo chiude un ciclo narrativo, ma consolida il suo posto tra gli autori italiani capaci di trattare temi universali — l’identità, la solitudine, l’amore, la tecnologia — con un tono lieve ma mai superficiale, da vero narratore della commedia umana contemporanea. 
“Don Ninì, Lucilla e le solitudini che ci abitano” – Dialogo con Giuseppe Petti, autore di “Sentitamente Vostro”
A pochi giorni dalla prevendita ufficiale del suo nuovo romanzo, “Sentitamente Vostro” (Bertoni Editore), abbiamo incontrato Giuseppe Petti, che torna in libreria con la terza e ultima tappa della sua esplorazione narrativa delle solitudini contemporanee.
In un’Italia del futuro affacciata su un mare immaginario eppure familiare, Petti ci accompagna tra risate leggere, domande esistenziali e una strana coppia: un anziano imprenditore e un robot da compagnia.
Giuseppe, “Sentitamente Vostro” chiude una trilogia iniziata nel 2019. Come si è trasformata, nel tempo, la sua visione del tema della solitudine?
All’inizio la solitudine mi interessava come una condizione da raccontare attraverso le relazioni familiari e i piccoli silenzi quotidiani. Poi, man mano che scrivevo, ho capito che la vera domanda era: “Che tipo di solitudini ci siamo inventati oggi?”. Viviamo sempre connessi eppure sempre più soli. Questo terzo romanzo spinge lo sguardo nel futuro, ma parla esattamente di questo presente.
Nel romanzo, il protagonista convive con Lucilla, un robot da compagnia. È una provocazione o un’allegoria?
È entrambe le cose. Lucilla rappresenta la deriva e la speranza. È il bisogno umano di compagnia reso oggetto tecnologico. È affetto programmato, ma anche una domanda aperta: se un robot è in grado di confortarti, chi ha fallito prima, l’essere umano o la società?
Don Ninì ha settantasette anni, è ricco, ironico, disilluso, eppure fa un gesto altruista e folle. Ci racconta chi è, per lei, questo personaggio?
Don Ninì è un paradosso: è il ricco che non cerca redenzione, il solitario che prova a salvare gli altri. È anche una metafora della vecchia Italia che non si rassegna. Con lui volevo costruire un protagonista non epico, ma empatico, ironico, talvolta sbilenco, come la vita.
Il romanzo è ambientato in un prossimo futuro in una provincia campana immaginaria. Perché ambientare il futuro in una provincia?
Perché la provincia non è mai indietro, è sempre altrove. E quell’altrove, nel bene e nel male, contiene tutto: la storia, i non detti, le tensioni, la bellezza. Il futuro che immagino non è fatto di grattacieli e auto volanti, ma di cortili, bar, spiagge, vicoli e dialetti. È più realistico di quanto sembri.
Il tono tragicomico è una costante del suo stile. Come mai questa scelta narrativa?
Perché è la forma che meglio si avvicina alla verità. La vita non è solo tragica o solo comica, è una miscela imprecisa di entrambe. E trovo che ridere in mezzo al disastro sia un atto poetico, non cinico. La risata, quando è consapevole, è sempre una forma di resistenza.
Nel romanzo si parla anche di ambiente, innovazione, responsabilità collettiva. Si può ancora parlare di “impegno” nella narrativa?
Si deve. Ma l’impegno non è fare la morale o spiegare il mondo. È guardarlo con lucidità e raccontarlo senza semplificazioni. “Sentitamente Vostro” è anche una riflessione su ciò che stiamo diventando, ma non pretende di dare soluzioni. Al massimo, propone domande.
C’è una frase del libro che sente particolarmente “sua”?
Sì. Don Ninì sostiene che il problema non è che non ci vogliamo bene. È che abbiamo paura di farlo sul serio. Credo sia questo il nodo di tutto. Amare richiede coraggio. E oggi, tra filtri, algoritmi e risposte preconfezionate, quel coraggio è merce rara.
Che lettori immagina per questo libro?
Chi ha voglia di una storia che faccia ridere, ma anche fermare il cucchiaino del caffè a metà giro. Chi ama i personaggi imperfetti, chi ha nostalgia del futuro e voglia di ridere del presente. In fondo, chi non si sente un po’ Don Ninì almeno una volta al mese? 
Sta già lavorando ad un nuovo progetto?
Sto raccogliendo appunti, ma nulla di definito. Ho bisogno di lasciare sedimentare questo libro. Scrivere è una passione, sì, ma anche un esercizio di pazienza. Le storie arrivano quando smetti di correrle dietro.
Cosa prova quando scrive?
Quando scrivo, provo una sorta di distacco vigile dal mondo. È come se mi allontanassi per guardarlo meglio. Mi sento libero, ma anche molto responsabile. Perché ogni parola che metto giù può contenere — nel bene o nel male — un pezzo di verità, anche piccola. E scrivere, per me, non è mai solo un esercizio di stile: è un modo di esserci.
Quali sono i suoi valori nella vita di tutti i giorni?
Credo nella gentilezza, nel rispetto del tempo altrui, nella discrezione e — forse più di tutto — nella coerenza tra ciò che dici e ciò che fai. Amo le relazioni autentiche, le amicizie che non chiedono spiegazioni, i silenzi condivisi. E mi piace l’idea che si possa lasciare un buon ricordo anche solo per come si è stati, più che per ciò che si è fatto.
Un saluto conclusivo per i lettori…
Ai lettori dico grazie in anticipo: per la fiducia, per il tempo che vorranno dedicarmi, per lo sguardo con cui leggeranno “Sentitamente Vostro”. Spero di farli sorridere, pensare, magari riconoscere. A te, cara Ilaria, grazie per le domande vere… quelle che fanno venire voglia di rispondere col cuore, non solo con la testa.
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In un’epoca dominata dalla velocità, dall’efficienza e da un’umanità sempre più sfuggente, “Sentitamente Vostro” ci invita a rallentare, a osservare le crepe invece delle facciate, e soprattutto a ridere con intelligenza. Giuseppe Petti costruisce un futuro credibile proprio perché non si arrende al cinismo, ma lo trasforma in sguardo lucido e affettuoso. I suoi personaggi non sono eroi, ma testimoni: ci somigliano, inciampano, si correggono, si contraddicono. In fondo, ci ricordano che, anche quando sembriamo soli, c’è sempre una storia da raccontare — e qualcuno che ha bisogno di ascoltarla.
Come Achille Campanile, maestro dell’umorismo colto e della satira vestita da paradosso, anche Giuseppe Petti padroneggia l’arte di dire molto senza mai alzare la voce, di sollevare interrogativi profondi usando il disarmo della risata, e di svelare le fragilità umane senza infierire. In lui, però, l’umorismo si fa anche compassione moderna: non solo sferza, ma accarezza, consola, capisce.
Nei suoi romanzi — “Tango di famiglia”, “Di raso viola” e ora “Sentitamente Vostro” — Petti costruisce microcosmi che somigliano all’Italia più vera: quella delle chiacchiere in piazza, dei segreti di famiglia, delle spiagge assolate e dei cortili pieni di memoria. Ma dietro la commedia si cela sempre un’urgenza: raccontare la solitudine dell’individuo nel tempo presente, l’eterna fatica di amare, l’inadeguatezza, la goffaggine, il coraggio silenzioso.
Petti scrive come chi ha ascoltato molto, ha osservato a lungo, e ha scelto di non giudicare, ma di comprendere con affetto. La sua penna è lieve, mai superficiale; precisa, ma mai sentenziosa. È la voce di chi conosce il valore del silenzio quanto quello della parola. Un narratore che non chiede di essere applaudito, ma di essere capito — magari con un sorriso negli occhi e una stretta al cuore. 
In un panorama letterario che spesso rincorre lo scalpore, Giuseppe Petti è uno scrittore raro: sceglie la via più difficile, quella della misura, della profondità garbata, della satira umana. E soprattutto si preoccupa di proporre testi che abbiamo valore letterario. E nel farlo, riesce dove pochi arrivano: farci ridere di noi stessi senza farci sentire sciocchi ma, al contrario, terribilmente umani.
Non comprate “Sentitamente Vostro” solo per leggerlo. Compratelo per farvi sorprendere da un futuro che somiglia maledettamente al presente, per ridere quando vi scoprirete improvvisamente commossi, per accorgervi — pagina dopo pagina — che Don Ninì, Lucilla e i silenzi della provincia parlano anche di voi.
Compratelo perché, tra le sue righe, c’è una domanda che non passa mai di moda: “Cosa ce ne facciamo, davvero, del nostro tempo insieme?” Ecco: Petti non vi dà risposte. Vi regala storie. E fidatevi, in tempi come questi, è già un miracolo.
ILARIA SOLAZZO
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