Piero Pacchiarotti è una figura cardine nell’ambito dell’audiovisivo italiano e del cineturismo, noto soprattutto per il suo contributo alla promozione culturale del Lazio attraverso il cinema. Una carriera poliedrica…
Originario del territorio laziale, Pacchiarotti inizia la propria esperienza culturale dal teatro amatoriale per poi avvicinarsi all’organizzazione di eventi audiovisivi. Nel 2008 ha creato il progetto televisivo “Casting Community” (o Audizionionline), seguito dalla produzione della serie TV Generation Book (2010) e del documentario StreatFood (2013).
Tra il 2012 e il 2014 è stato direttore artistico del TolfaShortFilm Festival, prima di assumere la presidenza dell’International Tour Film Festival (ITFF) nel 2015, evento che ha ideato e sviluppato nella sua forma attuale a Civitavecchia.
L’International Tour Film Festival
ITFF nasce come idea nel 2007 insieme ad alcuni amici, ma ci sono voluti 5 anni per vederlo vivere realmente partendo da Tolfa per poi raggiungere la sua maturità culturale a partire dal trasferimento a Civitavecchia.

Il festival è riconosciuto dal Ministero della Cultura italiano ed è caratterizzato da una formula itinerante e multidisciplinare che include cortometraggi, lungometraggi, workshop, sezione costituzione, presentazione libri a tema e da quest’anno Intelligenza Artificiale e Vertical Movie.
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Con oltre 187 nazioni partecipanti negli anni (quest’anno sono 34), l’ITFF è un festival dal respiro globale che punta sull’inclusione culturale e sul coinvolgimento delle nuove generazioni.
Cineturismo e riconoscimenti internazionali
Pacchiarotti è convinto che il cinema possa essere un potente strumento per valorizzare territori poco conosciuti. Ha promosso una serie di workshop sul “cinema e territorio” anche in Sudafrica, Portogallo, Croazia e in diverse città italiane, con progetti legati all’articolo 9 della Costituzione sulla tutela del paesaggio ed è socio fondatore del circuito di festival turistici sostenibili CINETOUR ( www.cinetour.org ) che gli permette di essere collegato con oltre 50 festival turistici in tutto il mondo.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti: Targa speciale “Una Vita per il Cinema” (Roma, 2013); Career Tourism Award e Grand Prix Italy (Lecce, 2013);
European Award for Tourism and Hospitality (Spalato, 2014); Premio Aurelio de Paz dos Reis (Portogallo, 2018), particolarmente sentito perché dedicato ai giovani e alla loro formazione cinematografica.
Visione e impatto locale
Pacchiarotti vede il cinema come un mezzo di sviluppo economico, capace di generare indotto turistico e visibilità territoriale. Durante la lavorazione del film Anima Bella (2021) realizzato interamente a Civitavecchia, ha coordinato oltre 600 comparse e contribuito a un impatto economico stimato oltre 400.000 euro per le strutture locali. Invita spesso le istituzioni locali a riconoscere e supportare il potenziale dell’industria cinematografica come volano di sviluppo urbano e culturale.
Le parole dell’ideatore
In una recente intervista, Pacchiarotti ha dichiarato: “Il Festival del Cinema di Civitavecchia non è della città, non è mio: è di tutta l’umanità”. Sottolinea l’importanza della partecipazione giovanile e di un approccio non elitario alla cultura cinematografica, auspicando un maggiore coinvolgimento pubblico e istituzionale.
Piero Pacchiarotti emerge come promotore di una visione inclusiva e territorialmente radicata del cinema, capace di unire turismo culturale, educazione civica e dialogo internazionale. Grazie all’ITFF e alle sue iniziative sul territorio, contribuisce a trasformare cineprogetti in strumenti di sviluppo e scoperta, con uno sguardo rivolto soprattutto ai giovani e al potenziale delle comunità locali.

L’INTERVISTA
Come nasce la tua passione per il cinema e l’organizzazione di eventi culturali?
Tutto è cominciato con il teatro amatoriale, una passione che mi ha aperto le porte alla narrazione e all’organizzazione. Ma è stato l’incontro con la gente, con le storie vere, che mi ha spinto a usare il cinema come strumento sociale e culturale. L’organizzazione di eventi è stata una conseguenza naturale: volevo creare occasioni per far incontrare le persone attraverso l’arte.
L’International Tour Film Festival è oggi un evento di respiro internazionale. Com’è nato?
È nato da un’idea semplice: creare un festival che viaggiasse, che non si fermasse ad una città, ma che portasse il cinema dove spesso non arriva. Poi ha trovato casa a Civitavecchia, e da lì si è aperto al mondo. Al nostro festival ha partecipato quasi tutto il Mondo (187 nazioni). La media annuale varia fra i 30 e i 50. Quest’ anno sono ben 34, ma lo spirito è sempre lo stesso: condivisione, qualità, dialogo.
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Cosa rende unico l’ITFF rispetto ad altri festival cinematografici?
L’approccio multidisciplinare. Non è solo proiezione, ma contaminazione: cinema, letteratura, fotografia, musica, cosplay. E poi la sezione dedicata alla video-poesia, momentaneamente in stand by, ma unica nel suo genere. È un festival inclusivo, aperto a professionisti e amatori, giovani e veterani.
In che modo il festival contribuisce alla promozione del territorio?
Il cinema crea economia. Le riprese attirano troupe, attori, tecnici, e lasciano qualcosa dietro: occupazione, visibilità, sviluppo. A Civitavecchia c’è la possibilità reale di creare un indotto importante, ma per adesso c’è solo ogni tanto quando intercettiamo produzioni portandole in città, ma soprattutto stiamo contribuendo a restituire alla città un senso di identità culturale. È un investimento che va oltre l’intrattenimento.
Hai lavorato molto sul concetto di cineturismo. Che significato ha per te?
È l’unione perfetta tra cultura e sviluppo locale. Ogni film che gira in un borgo o una città diventa un invito a visitarlo. I luoghi raccontano storie, e i film ne amplificano la voce. È una forma di turismo lenta, consapevole, affettiva.

Hai portato progetti anche all’estero, come in Sudafrica. Che tipo di esperienza è stata?
Con il Sud Africa c’è un ottimo feeling, non potendo andare di persona abbiamo provveduto ad inviare materiali e organizzato workshop di cineturismo in collegamento online davanti ad una platea festival molto gremita. Lì il cinema è vissuto come atto di libertà, come possibilità. Ho imparato più io da loro che il contrario. Siamo in ottima amicizia e ci scambiamo di continuo info e idee.
Spesso sottolinei il ruolo dei giovani. Cosa possono trovare nel tuo festival?
Un’occasione. Non solo di mostrare il proprio lavoro, ma di entrare in contatto con una comunità che li prende sul serio. Abbiamo attivato laboratori, incontri, stage. Vogliamo che i giovani vedano il cinema non solo come sogno, ma come mestiere possibile.
Come scegliete i film in concorso?
Con grande attenzione alla qualità narrativa e all’originalità dello sguardo. Non ci interessa solo la tecnica, ma la capacità di emozionare, di interrogare. Abbiamo una giuria internazionale, ma teniamo sempre un occhio rivolto alle opere prime e alle produzioni indipendenti.
Qual è stato un momento particolarmente emozionante del tuo percorso?
Quando abbiamo girato il film “Anima Bella” a Civitavecchia. Coinvolgere 600 comparse locali, vedere la città diventare un set e sentirne l’orgoglio… È stato qualcosa di speciale. Quel film ha lasciato un segno concreto, sia economico che emotivo.
Hai ricevuto diversi premi. Quale ti ha toccato di più?
Il Premio “Aurelio de Paz dos Reis”, in Portogallo. È dedicato ai progetti che coinvolgono i giovani e le scuole. Per me è stato un riconoscimento importante, perché rispecchia perfettamente ciò in cui credo: la cultura che si trasmette, che forma, che semina.
Cosa rispondi a chi vede il cinema come qualcosa di elitario o distante?
Che il problema non è il cinema, ma come lo si racconta. Se restiamo chiusi nei circuiti autoreferenziali, allontaniamo le persone. Ma se lo portiamo nei quartieri, nelle scuole, nelle piazze, allora diventa uno strumento potentissimo di partecipazione.
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Come vedi il futuro del tuo festival e del cinema in Italia?
Lo vedo incerto, ma anche pieno di possibilità. Dobbiamo investire di più in cultura, uscire dalla logica dell’evento e costruire percorsi duraturi. Il mio sogno è che il festival diventi un laboratorio permanente di idee, aperto tutto l’anno, per far crescere la prossima generazione di narratori.
***
Nel corso di questa intervista, Piero Pacchiarotti si è rivelato non solo come promotore culturale, ma come vero e proprio architetto di ponti invisibili tra arte, territorio e comunità. La sua visione del cinema va ben oltre la semplice proiezione su uno schermo: per lui è un atto civile, un’opportunità educativa, un motore economico e una chiamata alla partecipazione collettiva.

C’è qualcosa di profondamente umano nella sua instancabile volontà di restituire valore ai luoghi e alle persone attraverso le immagini. In un tempo in cui la cultura rischia di essere ridotta a consumo veloce e superficiale, Pacchiarotti insiste sulla lentezza positiva, sul radicamento, sull’ascolto. I suoi progetti non si limitano a raccontare storie: le fanno accadere, le fanno vivere.
Quella che porta avanti con l’International Tour Film Festival è, in fondo, una resistenza gentile, ma tenace contro l’anonimato culturale, una forma di attivismo creativo che ha il volto della dedizione. E forse è proprio questo il suo tratto più distintivo: la capacità di credere nella bellezza come strumento concreto, quotidiano, trasformativo. Un gesto di fiducia, raro e prezioso.
ILARIA SOLAZZO
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