Nel cuore verde d’Italia, in Umbria, c’è una donna che ha trasformato una radiografia in una carezza. Irene Veschi, artista narnese nata nel 1972, ha dato forma a un’arte che non si limita a farsi guardare: entra sotto pelle, scava nell’intimo, pulsa. I suoi cuori – realizzati su vere lastre mediche – sono diventati il simbolo di una poetica visiva potente e delicata insieme, un viaggio emozionale che dalla sua regione italiana ha raggiunto le gallerie di New York.

Ma come si arriva a trasformare un supporto clinico, impersonale, in un’opera capace di parlare d’amore? La trasformazione di un supporto clinico in un’opera d’arte capace di parlare d’amore è come il lavoro di Veschi che prende materiali grezzi, quasi ‘impersonali’, e li plasma fino a farli vibrare di vita. È un processo di lenta metamorfosi, dove l’elemento tecnico si dissolve nell’emozione, e la freddezza della materia lascia spazio alla carezza di un sentimento.
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Come nei suoi lavori, l’amore emerge dall’intreccio di contrasti: tra la durezza della forma e la delicatezza del colore, tra il rigore della struttura e la leggerezza del gesto. La Veschi insegna che anche ciò che sembra distaccato può essere attraversato da un’energia vibrante, capace di raccontare storie di umanità e di affetto.
In questo modo, il supporto clinico non è più solo un contenitore di dati, ma diventa un terreno fertile per l’incontro tra mente e cuore, tra scienza e poesia. Un’opera che parla d’amore, perché è fatta con cura, attenzione, e un’intima consapevolezza della fragilità e della forza dell’essere umano. 
Il cuore come punto di partenza (e di ritorno)
Per Irene Veschi, l’arte è una questione di ritmo interno. Dopo una formazione all’Accademia di Belle Arti di Perugia, dove si è laureata con lode, si è immersa nel mondo dell’illustrazione e dell’animazione cinematografica, firmando scenografie, costumi e un lungometraggio in stop-motion: Kate, la bisbetica domata. Un percorso creativo eclettico, eppure sempre coerente, guidato dal desiderio di toccare l’essere umano nel suo spazio più vulnerabile.
Poi – nel 2013 – è arrivato il cuore. Non quello figurativo, né quello anatomico, ma un cuore simbolico, archetipico. Irene lo ha cercato – e trovato – nelle radiografie: strumenti clinici freddi, impersonali, spesso legati alla malattia, che lei ha saputo riscattare trasformandoli in icone luminose. L’idea è semplice quanto geniale: dipingere, incidere, stratificare immagini di cuori su questi supporti trasparenti, dove la luce filtra come la vita. Il risultato? Più di 700 opere – sino ad oggi realizzate – che sembrano parlare all’osservatore con la voce dell’anima.
Una valigia piena di cuori: destinazione New York
Nel 2025 Irene Veschi è volata a New York con uno dei suoi cuori sotto braccio. È stata selezionata per Art Exchange: America & Italy, progetto internazionale ospitato al Culture Lab LIC del Queens e dedicato al centenario del geniale Carlo Rambaldi, padre di E.T. e Maestro degli effetti speciali. Un ponte culturale tra Italia e Stati Uniti, dove 71 artisti italiani hanno incontrato 23 colleghi americani, dialogando con le loro opere su un terreno comune: l’emozione.
L’opera di Irene Veschi è stata accolta con curiosità e calore. Non è difficile capirne il motivo: un cuore che si staglia su una lastra traslucida è più di un’immagine. È una rivelazione. Dice: “Guarda dentro, non fuori”. E proprio questo ha fatto il pubblico newyorkese.
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La mostra negli Stati Uniti fino al 20 aprile, si è spostata in Italia nel cuore dell’estate. Irene Veschi, nel frattempo, ha già messo in moto nuovi progetti: una personale oltre oceano, collaborazioni con gallerie internazionali, ed un’esposizione a Los Angeles. Sta cercando sponsor, sì, ma anche cuori disposti a farsi attraversare dall’arte.
Quando l’arte cura (davvero)
Nel 2023 Irene ha partecipato anche all’iniziativa benefica L’arte nell’uovo di Pasqua, donando Frammenti, un’opera alta 37 cm e composta da oltre 2.500 tasselli in plexiglass e lastre. Un uovo che contiene non la vita, ma l’identità frammentata dell’essere umano: un autoritratto dell’anima, messo in scena attraverso materiali industriali e trasparenze poetiche. L’opera è stata battuta all’asta per sostenere progetti umanitari.
Ogni suo cuore è una piccola medicina visiva. Una lastra che si trasforma in specchio, in gesto d’amore, in promemoria: siamo fragili, ma anche luminosi. E nessun esame clinico può misurare davvero quanto.
Un’arte che non cerca lo stupore, ma l’incontro
Il successo di Irene Veschi non è costruito sull’effetto speciale, bensì sull’autenticità. Le sue opere non gridano, sussurrano. Non impongono, accolgono. Sono finestre su ciò che ci abita dentro – emozioni, memorie, cicatrici – e lo fanno con un linguaggio semplice, universale: quello del cuore.
In un’epoca in cui l’arte contemporanea spesso si rifugia nell’astratto o nel concettuale, Irene Veschi sceglie la forma primordiale, riconoscibile, quasi infantile, ma la carica di simbolismo. E così, su una lastra che un tempo apparteneva a un corpo reale, fiorisce un cuore immaginario che ci riguarda tutti.
Non è retorica, è urgenza creativa. È la capacità di fare della bellezza un atto politico. Di curare con l’arte ciò che la medicina non riesce a toccare: il bisogno umano di sentirsi visti, amati, ricordati.
Non si nasce regine di cuori, lo si diventa…
Irene Veschi non è solo un’artista, è un fenomeno emotivo. Le sue lastre non mostrano il corpo, ma ciò che ci batte dentro. E in un mondo spesso anestetizzato, questo battito vale più di mille parole.
C’è chi dipinge paesaggi, chi rincorre l’astrazione, chi si rifugia nel concettuale. E poi c’è chi, come Irene, ha scelto il cuore. Non solo come simbolo, ma come verità visiva ed emotiva, come bussola interiore, come atto d’amore. Artista umbra brillante, raffinata e profondamente autentica, la dolce Irene ha saputo trasformare lastre radiografiche – oggetti nati per indagare il corpo – in finestre luminose sull’anima. Nei suoi lavori il cuore non è ornamento, ma il protagonista. Vibra, sanguina, guarisce. È un organo universale che unisce tutti noi, al di là delle parole e delle culture.
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Esposta in Italia e all’estero, celebrata di recente a New York per il progetto Art Exchange, Irene Veschi continua a portare avanti una ricerca visiva e poetica che ha un solo centro pulsante: il sentire umano. E proprio da qui inizia la nostra conversazione, da quel battito profondo che accompagna ogni suo gesto creativo. 
L’INTERVISTA
Benvenuta Irene. Grazie per essere con noi oggi, è un immenso piacere poterti ‘incontrare’ e raccontare la tua storia.
Il piacere è mio, cara Ilaria. Ogni occasione per parlare d’arte, e soprattutto di ciò che ci muove dentro, è – per me – molto preziosa.
Hai trasformato le lastre mediche in opere d’arte. Come è nata questa intuizione così originale?
È nata per caso, durante un trasloco. Ho trovato una vecchia lastra dimenticata in un cassetto. Guardandola in controluce, ho visto qualcosa che andava oltre l’immagine clinica: era una finestra sull’invisibile. Da lì è iniziata una ricerca profonda, fatta di luce, segni e significati.
Perché proprio il cuore come soggetto ricorrente?
Il cuore è simbolo universale: è amore, memoria, ferita, respiro, presenza. Lo disegniamo da bambini senza nemmeno sapere cosa rappresenta davvero. Io cerco di riportarlo a quella dimensione pura, istintiva, ma allo stesso tempo carica di emozione adulta.
Sei stata recentemente a New York con uno dei tuoi cuori. Che esperienza è stata?
Un’emozione enorme. Esporre in una città così viva e culturalmente densa è stato un onore. Il progetto Art Exchange è stato un ponte tra mondi diversi. Ho sentito che il mio cuore parlava anche lì, lontano da casa, in una lingua comprensibile a tutti.
Cosa ti ha colpito di più del pubblico americano?
La loro apertura. Non cercano spiegazioni complesse: si lasciano toccare. Una signora mi ha detto: “Non so perché, ma mi commuove guardarlo.” È esattamente quello che desidero accada.
Le tue opere parlano di emozione, ma hanno una radice anche tecnica. Come lavori su una lastra?
Ogni lastra è diversa: alcune sono trasparenti, altre molto segnate. Le osservo a lungo, poi comincio a disegnare con tecniche miste – acrilici, inchiostri, incisioni. Lavoro in sottrazione e aggiunta, come se togliessi e rivelassi allo stesso tempo.
Hai mai pensato di usare altri organi o simboli?
Ci ho provato, ma torno sempre al cuore. È come se fosse il mio vocabolario visivo, il mio respiro creativo. Ogni cuore è diverso, ogni battito è unico. Non ne ho mai fatto uno uguale a un altro.
Sei un’artista poliedrica, hai lavorato anche nel cinema. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Il senso del racconto. Ogni opera, anche la più astratta, per me è una storia. Il cinema mi ha insegnato il ritmo, la costruzione dell’immagine, il silenzio tra un frame e l’altro. Oggi lo applico anche ai miei cuori.
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Cosa ti emoziona ancora oggi quando finisci un’opera?
Quel momento in cui la luce attraversa la lastra e tutto prende vita. È come se il cuore cominciasse a battere. Ogni volta mi sorprende. E se non succede, non la considero finita.
Che rapporto hai con il concetto di fragilità?
È al centro del mio lavoro. Le lastre sono fragili, come noi. Portano i segni del tempo, delle rotture, delle diagnosi. Ma è proprio in quella fragilità che nasce la bellezza. Non la maschero, la celebro.

ART EXCHANGE AMERICA & ITALY è approdata in Italia, nella suggestiva cornice di Palazzo Gagliardi a Vibo Valentia. La mostra collettiva, che unisce artisti italiani e americani sotto il patrocinio della Fondazione Rambaldi, sarà visitabile fino al 24 agosto. E tra gli artisti in mostra ci sei anche tu. Che emozione è farne parte?
È un’emozione intensa, che porto con grande gratitudine. Dopo l’esperienza a New York, vedere questa mostra prendere vita in Italia, in un luogo così ricco di storia e bellezza come Palazzo Gagliardi, è come chiudere un cerchio e allo stesso tempo aprirne un altro. Art Exchange non è solo una mostra: è un ponte tra mondi, una contaminazione di linguaggi, visioni e sensibilità. Far parte di questo progetto significa essere parte di un dialogo internazionale che mette al centro l’arte come forma di connessione. Sentire il sostegno della Fondazione Rambaldi, che porta avanti un’eredità immaginifica così importante, rende tutto ancora più speciale. E sì, ne sono profondamente felice.
Qual è la tua opera più intima?
Frammenti, l’uovo realizzato per l’asta benefica di Roma. È un autoritratto interiore. Dentro ci sono i miei pezzi sparsi, ricomposti con amore. È un’opera che non racconta, ma confessa.
Fino al 24 agosto – come detto precedentemente – sei presente con una tua eccezionale opera anche nella tappa calabrese di Art Exchange a Vibo Valentia. Daniela Rambaldi, figlia del grande Carlo Rambaldi, ha scelto un tuo lavoro dal titolo Heart. Cosa rappresenta per te questa opera e il fatto che sia nelle sue mani?
Heart è un’opera molto significativa per me. È nata in un momento di profonda introspezione, quando sentivo la necessità di ridurre tutto all’essenziale: un solo cuore, al centro di una lastra, nudo, pulsante. L’ho voluto puro, diretto, senza decorazioni, proprio per trasmettere l’essenza del sentimento che lo ha generato. Sapere che ora appartiene a Daniela Rambaldi mi emoziona moltissimo. Il legame simbolico tra la mia arte e l’eredità di suo padre – un uomo che ha dato forma all’invisibile e all’immaginazione – è per me una sorta di continuità silenziosa. È come se Heart fosse diventato parte di una nuova narrazione: quella che unisce tecnologia, sentimento e visione. E sapere che sarà custodito da qualcuno che porta avanti un nome così importante per il cinema e la creatività italiana è un grande onore.
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Progetti per il futuro?
Sto lavorando a una personale all’estero, forse tra Los Angeles e Miami. Ma sogno anche una grande installazione pubblica: centinaia di cuori sospesi nello spazio, come un battito collettivo. 
Cosa vorresti che il pubblico portasse a casa dopo aver visto le tue opere?
Un silenzio pieno. Un’emozione che resta. E la sensazione di essere stati visti, ascoltati, anche solo per un istante. Come quando qualcuno ti guarda negli occhi e capisce, senza dire nulla.
Grazie per aver condiviso con noi il tuo mondo, così intimo e universale allo stesso tempo.
Grazie a voi. Parlare d’arte è sempre un modo per parlare di vita. E se anche solo un cuore si sentirà meno solo guardando le mie opere, allora avrò fatto bene il mio lavoro.
*
Osservare un’opera di Irene Veschi è un’esperienza che non si consuma con lo sguardo, ma che avviene dentro. È un attraversamento, più che una visione. Ci si avvicina spinti dalla curiosità per l’insolito supporto — una lastra medica — e ci si scopre lentamente coinvolti in un dialogo muto, fatto di luce, trasparenze e battiti immaginari.
C’è qualcosa di profondamente umano e spiazzante nelle sue creazioni. Un cuore, elemento così riconoscibile, quasi elementare nel suo simbolismo, diventa nelle mani di Irene Veschi un portale sensibile verso la fragilità dell’essere. Le sue opere non raccontano storie, le evocano. Non impongono emozioni, le liberano. In un mondo che tende a mascherare la vulnerabilità, lei la mette al centro. La rende visibile, poetica, necessaria.
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Il gesto artistico di Irene Veschi ha una dimensione quasi sacrale. Le lastre mediche che utilizza — oggetti freddi, legati alla diagnosi, all’attesa, a volte al dolore — vengono riscattate dalla loro funzione originaria. Diventano nuove superfici di senso. Come se la sua arte volesse dire: “Anche qui, dove c’è stata paura, può nascere bellezza”. E questo messaggio ha una forza straordinaria. Perché ci ricorda che ogni ferita è una porta, ogni segno un passaggio, ogni battito una possibilità di rinascita. 
Il cuore, per Irene Veschi, non è solo un simbolo dell’amore romantico. È la sede dell’identità, dell’empatia, del ricordo. Un cuore radiografato è un cuore svelato, spogliato delle sue difese. E se è vero che la sua arte nasce dalla luce — quella che attraversa il plexiglass, quella che filtra dalle lastre — è altrettanto vero che ogni sua opera è anche fatta d’ombra. Di ciò che non si vede subito. Di ciò che si intuisce. Di ciò che resta.
Nell’incontro tra la materia tecnica e l’impulso emotivo, Irene costruisce una poetica che è insieme personale e collettiva. I suoi cuori non sono mai identici, perché ogni emozione ha una sua forma, ogni vita una sua ferita. E questo rende il suo lavoro così potente: perché ci si ritrova dentro, pur non conoscendola. Perché in fondo, chi di noi non ha un cuore segnato?
Ascoltare Irene Veschi parlare delle sue opere è un’esperienza altrettanto rivelatrice. C’è una calma intensa nelle sue parole, come se ogni frase fosse scelta con rispetto per ciò che non si può dire. E la sua coerenza, la fedeltà silenziosa al proprio linguaggio interiore, è ciò che la rende davvero un’artista: non una che cerca lo stupore, ma una che cerca la verità. Senza orpelli, senza forzature. Con la stessa delicatezza con cui si maneggia qualcosa di prezioso e fragile.
In un tempo che va veloce, Irene Veschi ci chiede di rallentare. Di ascoltare. Di guardare oltre la superficie. Di sentire — veramente sentire — ciò che ci tiene vivi. E in un momento storico in cui la connessione tra esseri umani sembra sempre più rarefatta, la sua arte è un gesto semplice e radicale: mettere il cuore al centro. Come primo luogo. Come ultima possibilità. Come unico vero linguaggio che appartiene a tutti.
ILARIA SOLAZZO
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