lettera
Francesco Longobardi

Ci sono parole che arrivano come un pugno nello stomaco. Non per la loro durezza, ma per la verità che portano dentro. Parole che non si possono ignorare, che meritano ascolto, riflessione, e soprattutto azione. La lettera che pubblichiamo oggi è una di queste.

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Francesco Longobardi

Firmata ma anonima per scelta dell’autrice, ci è giunta in redazione come un grido sommesso ma potente, che rompe il silenzio troppo spesso calato su ciò che accade dietro le quinte del mondo scolastico. Un mondo che dovrebbe essere luogo di accoglienza, inclusione, rispetto, ma che – come ci racconta chi scrive – talvolta si trasforma in teatro di esclusione, indifferenza e, in casi più gravi, di discriminazione.

Da qui vogliamo partire per il nostro viaggio di oggi: da una testimonianza sincera e dolorosa, che ci chiama tutti – educatori, famiglie, cittadini – a un’assunzione di responsabilità. Perché la scuola è di tutti, ma soprattutto è per tutti. Nessuno escluso.

“In una scuola che dovrebbe essere il simbolo dell’inclusione, ci sono ancora studenti che vengono lasciati indietro. Parlo di quei ragazzi e ragazze con disabilità che ogni giorno affrontano non solo le proprie difficoltà personali, ma anche l’indifferenza, la mancanza di empatia e, in certi casi, la vera e propria discriminazione da parte di chi dovrebbe sostenerli: i docenti. Sì, anche nelle scuole piccole, anche in quelle di montagna, dove si dovrebbe essere ‘come una famiglia’, succede questo. Succede che uno studente in difficoltà venga ignorato, messo da parte, trattato come un peso. Succede che gli insegnanti si rifiutino di dare una mano, che si tirino indietro quando c’è da adattare una verifica, da spiegare in modo diverso, da avere un po’ più di pazienza. Succede che alcuni di loro dimentichino che insegnare non è solo fare lezione, ma accogliere ogni studente per quello che è, con rispetto e umanità.

La disabilità non è un limite, lo diventa solo quando chi sta intorno si rifiuta di vedere e capire. Ed è profondamente ingiusto che ancora oggi ci siano ragazzi che si sentono invisibili, giudicati, derisi o esclusi proprio nel luogo dove dovrebbero sentirsi al sicuro. Non è solo una questione di formazione professionale: è una questione di cuore. Di coscienza. Di responsabilità. Nessun insegnante dovrebbe mai voltare le spalle a un alunno che chiede aiuto. Nessun insegnante dovrebbe mai far sentire qualcuno ‘di troppo’. E non possiamo più far finta di niente. Il silenzio protegge chi sbaglia. Parlare, invece, protegge chi soffre.

Chi lavora nella scuola ha un compito enorme: non solo insegnare le materie, ma formare persone, coltivare fiducia, far sentire ogni studente accolto. Se manca questo, manca tutto. A chi ogni giorno lotta contro queste ingiustizie, va la mia solidarietà. A chi finge di non vedere, va il mio invito a fermarsi e riflettere: state davvero facendo il vostro lavoro? O lo state solo recitando?

I ragazzi con disabilità non chiedono favoritismi. Chiedono solo di essere trattati da una scuola che dovrebbe essere il simbolo dell’inclusione; ci sono ancora studenti che vengono lasciati indietro.

A tutti i ragazzi che ogni giorno lottano contro queste ingiustizie, va la mia solidarietà. A chi finge di non vedere, va il mio invito a fermarsi e riflettere: state davvero facendo il vostro lavoro? O lo state solo recitando?

I ragazzi con disabilità non chiedono favoritismi. Chiedono solo di essere trattati come esseri umani. Con rispetto, con attenzione, con dignità. E non è troppo. È il minimo”.

Dopo aver letto e accolto la lettera che ci è giunta in redazione, abbiamo sentito l’esigenza di approfondire questa tematica con chi, da anni, lavora accanto ai giovani, ne ascolta il disagio e ne sostiene la crescita. Abbiamo scelto il professor Francesco Longobardi – psicologo, criminologo, presidente della Medea ODV, Rappresentante di Interesse alla Camera dei Deputati, autore insieme a Noemy Longobardi del libro edito dalla Rossini Editore “Le tre facce della violenza” – per la sua notevole competenza, ma anche per la sua capacità di affrontare con sincerità e profonda umanità temi complessi come quello dell’esclusione scolastica e dell’inclusione reale, non solo proclamata.

Con lui abbiamo voluto cercare uno sguardo più ampio, capace di andare oltre la denuncia per aprire una riflessione costruttiva: perché solo riconoscendo il problema possiamo davvero iniziare a cambiarlo.

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Francesco Longobardi

L’INTERVISTA
Professor Longobardi partiamo da una lettera che ci ha colpiti profondamente: parla di esclusione, disattenzione, perfino di indifferenza nei confronti degli studenti con disabilità. Come psicologo, come legge queste parole?
“Sono parole dure, ma vere, e purtroppo tutt’altro che isolate. Ciò che colpisce è il tono composto, ma profondamente ferito di chi scrive: non si grida, non si accusa in modo superficiale. Si denuncia un dolore che nasce da un’ingiustizia sistemica, quotidiana. La scuola, per definizione, dovrebbe includere, accogliere, sostenere. Quando non lo fa, non parliamo più solo di una mancanza didattica: parliamo di un fallimento umano”.

La lettera sottolinea come l’atteggiamento di alcuni insegnanti possa far sentire uno studente “di troppo”. Quanto può essere grave, sul piano psicologico, questo tipo di esclusione?
“È gravissimo. Perché l’identità di un bambino o ragazzo si forma in gran parte nel contesto scolastico. Essere ignorati, percepiti come un peso o trattati con sufficienza significa ricevere, ogni giorno, un messaggio implicito: ‘Tu non sei come gli altri. Tu non conti quanto loro’. Questo mina l’autostima, alimenta ansia, isolamento, e può lasciare ferite durature che si porteranno dietro anche, purtroppo, nell’età adulta”.

La giovane autrice della lettera parla anche di un altro aspetto: l’atteggiamento degli insegnanti, che talvolta si tirano indietro davanti alle difficoltà. È solo mancanza di formazione o c’è qualcosa di più profondo, a suo avviso?
“La formazione è fondamentale, certo. Ma da sola non basta. Qui entra in gioco un fattore umano: la capacità di empatia, di mettersi nei panni dell’altro, di vedere oltre la diagnosi. Alcuni insegnanti, pur avendo gli strumenti tecnici, si rifiutano di usarli per stanchezza, per sfiducia, o peggio ancora per superficialità. Ma chi lavora nella scuola ha una responsabilità enorme: non si tratta solo di ‘insegnare una materia’, ma di accompagnare, riconoscere e valorizzare l’unicità di ogni studente”.

Si parla spesso di ‘inclusione’, ma spesso il termine resta sulla carta. Che cosa significa davvero, nella pratica?
“Inclusione non è ‘trattare tutti allo stesso modo’, ma dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per crescere. È adattare, ascoltare, rispettare i tempi e le modalità dell’altro. È, in sintesi, un gesto quotidiano di giustizia. E aggiungo: non si tratta di buonismo, ma di costruire una società più equa e consapevole, a partire dalle aule”.

Il silenzio, scrive la neo diplomata, protegge chi sbaglia. Parlare, invece, protegge chi soffre. Quanto è importante rompere questo silenzio?
“È essenziale. Il silenzio è complice. Romperlo non è solo un atto di coraggio, ma di civiltà. Ogni volta che una voce denuncia un’ingiustizia vissuta a scuola, accende una luce. E magari spinge qualcuno – un collega, un dirigente, un genitore – a fermarsi e cambiare qualcosa. Chi parla, protegge. E in certi casi, salva”.

Cosa direbbe ad un insegnante che, leggendo questa lettera, si sente chiamato in causa?
“Gli direi: fermati. Rifletti. Chiediti se stai guardando davvero chi hai di fronte. Non c’è vergogna nell’aver sbagliato. Ma c’è responsabilità nel continuare a farlo sapendo di poter cambiare. Un gesto di ascolto, un adattamento, una parola gentile possono fare una differenza immensa per chi si sente invisibile”.

E agli studenti con disabilità che si sentono soli, esclusi, invece?
“Direi: la vostra voce conta. Non siete soli, anche se a volte vi sembra di esserlo. Parlate, cercate alleati, chiedete aiuto. La scuola deve essere un luogo per voi, non contro di voi. E se qualcuno vi fa sentire ‘di troppo’, non siete voi a essere sbagliati. È il sistema che deve cambiare”.

***
Il confronto di oggi ci ricorda quanto sia urgente riportare al centro della scuola non solo il sapere, ma – soprattutto – la relazione, l’ascolto e l’umanità. Perché ogni studente ha diritto non solo ad un banco, ma ad uno sguardo che lo riconosca e lo accompagni.

A conclusione di questo dialogo, sento il bisogno di ringraziare sinceramente il dottor Francesco Longobardi autore del libro “Le tre facce della violenza” Rossini Editore, per averci aiutato a dare voce non solo a un disagio, ma a una verità che troppo spesso resta inascoltata. Le sue parole ci invitano a guardare con più consapevolezza, più cuore, e soprattutto più responsabilità ciò che accade ogni giorno nelle nostre scuole.

Ma il pensiero più profondo, oggi, va a lei, alla giovane autrice di questa lettera. A chi ha trovato il coraggio di scrivere, pur scegliendo l’anonimato, per rompere il silenzio e raccontare ciò che fa male, ma che merita di essere ascoltato. A lei va il nostro rispetto, la nostra vicinanza, e un augurio sincero: che la vita, da oggi in poi, possa riservarle incontri gentili, spazi sicuri, sguardi che accolgono, non che giudicano. Che possa trovare adulti capaci di ascoltarla, amici pronti a camminare accanto a lei, e sogni che nessuno le faccia sentire “di troppo”. Perché chi ha il coraggio di dire la verità, merita tutta la serenità che il mondo può offrire.

ILARIA SOLAZZO

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