In un tempo in cui la velocità e l’omologazione sembrano inghiottire l’identità dei piccoli borghi italiani, Giuseppe Caruso offre una contro-narrazione dolce, autentica e potente. Si intitola “Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi” (Independently Published, 94 pagine, 10,40 euro, ISBN-13: 979-8303994294), il piccolo ma intenso volume pubblicato il 22 dicembre 2024 che sta conquistando lettori di ogni età, toccando corde profonde dell’anima e della memoria.
Attraverso una raccolta di racconti brevi, Caruso – artista calabrese noto a livello internazionale per i suoi murales – ci guida in un viaggio sentimentale nel cuore del suo paese natale, Petilia Policastro, in Calabria. È un viaggio intimo, fatto di voci, di gesti antichi, di vicoli, di profumi perduti e di legami mai spezzati. “Ci sono le parole di gente che ricorda il mio paese com’era 60 anni fa,” scrive l’autore, “le storie di mio nonno e dei suoi amici. E poi ci siamo noi, io e mia moglie Manuela. La mia gente”.
Un artista che trasforma muri e parole in legami…
Giuseppe Caruso non è nuovo a raccontare storie, anche se le sue prime “pagine” erano i muri scrostati di Petilia, oggi trasformati in straordinarie tele urbane. Nato a Catanzaro nel 1977, Caruso si è formato tra Catanzaro, Firenze e Berlino. Dopo esperienze professionali internazionali, è tornato in Calabria per investire le sue energie nella riqualificazione culturale e artistica del proprio territorio.
Ha aiutato, inoltre, la sua bella e brava moglie Manuela Arminio a realizzare un progetto unico e speciale ‘Libri Liberi’, una libreria gratuita, sorta in un vicolo un tempo dimenticato, oggi divenuto simbolo di rinascita grazie ai suoi murales e all’arrivo di turisti e bambini. 
Nel 2020, in piena pandemia, l’artista dipinge il suo primo murales: una bambina che annaffia una pianta. È l’inizio di un percorso che porterà la rivista americana Street Art Utopia a inserire il suo lavoro Hänsel tra i sei murales più emozionanti al mondo. Da allora, le sue opere sono apparse su numerosi media nazionali, facendolo eleggere Personaggio Social 2023 da CrotoneOK e premiato con il riconoscimento “Che Bel Fior!” da Arci Il Barrio.
Un libro che parla alle generazioni…
Il libro – scritto con tono lieve, a tratti lirico, e intriso di autenticità – colpisce per la sua universalità. Pur parlando di un piccolo paese calabrese, “Un paese non è come lo vedi” riesce a evocare emozioni condivise da chiunque abbia vissuto l’esperienza della memoria, della perdita e della bellezza semplice delle radici. Le testimonianze raccolte da Caruso attraversano le generazioni: dai ricordi del secondo dopoguerra, ai racconti degli emigrati, fino alla voce dei giovani che osservano oggi con occhi nuovi ciò che sembra scomparso.
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“È un libro che accarezza la memoria, ma parla anche al presente,” afferma il lettore Renato Caruso. “Suggerisce che un futuro più umano può nascere proprio lì, dove tutto sembra più piccolo ma in realtà custodisce l’essenziale”. Rosa Caruso aggiunge: “È un tributo alla memoria, alla tradizione e all’amore che unisce le famiglie del Sud. Le testimonianze degli emigrati sono tra le pagine più toccanti”.
Un invito a rallentare e a riscoprire…
Il volume è stato definito un libro “per tutti”: per i giovani che faticano a trovare un senso nel correre incessante del tempo; per gli adulti che possono ancora “correggere il tiro”; per gli anziani che vi ritroveranno profumi e sapori del passato. Un lettore afferma: “Unica controindicazione: può scendere qualche lacrima. Ma è una lettura che scalda”. Infine, Caterina – con semplicità disarmante – chiude il cerchio: “È un libro bello, che fa capire che la bellezza e il cambiamento sono in noi.”
Una Calabria che resiste e ispira…
“Un paese non è come lo vedi, è come lo vivi” non è solo il titolo di un libro: è una dichiarazione d’intenti, un manifesto di rinascita culturale e affettiva. È l’ennesimo atto d’amore di Giuseppe Caruso verso una terra complessa, spesso dimenticata, ma capace – attraverso l’arte, le parole e i gesti quotidiani – di ispirare un cambiamento silenzioso, eppure potente. E da un piccolo vicolo della Calabria, il messaggio è chiaro: la bellezza nasce dove c’è cura. E la cura, come il dono, è sempre un atto rivoluzionario. 
L’INTERVISTA
Petilia Policastro, un piccolo borgo calabrese che diventa cuore pulsante di ricordi, colori, profumi e volti. Giuseppe Caruso, artista visivo noto per i suoi murales, torna alla parola scritta con “Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi”, una raccolta di racconti che è già diventata oggetto di apprezzamento da parte dei lettori per la sua delicatezza, autenticità e capacità evocativa. Lo abbiamo intervistato per parlare del libro, del suo rapporto con la memoria, della sua terra e del potere trasformativo dell’arte.
Da artista visivo a narratore di storie: com’è nata l’idea di scrivere questo libro?
In realtà non mi sono mai sentito solo un pittore o un artista. Le storie sono sempre state parte del mio lavoro, anche quando le dipingo. Scrivere è stato un modo naturale per fermare emozioni e ricordi che non volevo perdere. Questo libro è nato dal bisogno di raccontare il mio paese, la mia gente, e – soprattutto – quello che sento ogni giorno camminando tra quelle strade.
Il titolo è molto forte e quasi programmatico. Cosa significa per te “Un paese è come lo vivi”?
Significa che un paese non è solo ciò che si vede nelle cartoline o nei dati demografici. È l’odore del pane appena sfornato, il suono della campana, le chiacchiere davanti al bar, i silenzi della sera. È fatto di emozioni, di relazioni, di gesti quotidiani. E solo vivendolo davvero puoi capirne l’essenza.
Nel libro emergono molti personaggi, spesso reali. Quanto c’è di autobiografico?
Quasi tutto. Le storie sono vere, anche quando sembrano inventate. Ci sono i racconti di mio nonno, di amici, di vicini, di chi è partito e di chi è rimasto. E ci siamo anche io e mia moglie Manuela, perché questo libro è un ritratto collettivo ma anche personale. È il nostro modo di dire ‘ci siamo’.
C’è una pagina a cui sei particolarmente legato?
Sì, quella in cui parlo di mio nonno e delle scarpe che avrei voluto comprargli. È una pagina semplice, ma per me potentissima, perché racchiude tutto: affetto, rimpianto, gratitudine, nostalgia. Ogni volta che la rileggo, mi emoziono.
Il libro ha riscosso apprezzamenti da lettori molto diversi per età e vissuto. Te lo aspettavi?
Assolutamente no. Quando l’ho scritto non pensavo ad un pubblico tanto sensibile e preciso. Lo consideravo un dono, un gesto spontaneo. Sapere che ha toccato il cuore di persone giovani, adulte e anziane, che qualcuno ci ha pianto o si è rivisto, è stato il regalo più grande. 
Il tema dell’emigrazione ricorre spesso. Che significato ha per te?
È una ferita aperta, ma anche una prova d’amore. Chi parte non dimentica mai. E nel libro ho voluto restituire voce a chi è andato via ma ha lasciato il cuore qui. Sono testimonianze preziose, spesso piene di malinconia, ma anche di forza e speranza.
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Come si collega questo libro con il tuo impegno artistico a Petilia Policastro?
Sono due linguaggi diversi, ma complementari. I murales danno colore ai muri, le parole danno voce alla memoria. Entrambi nascono dallo stesso desiderio: ridare vita a ciò che sembrava perduto. Raccontare un paese per farlo respirare di nuovo.
Cosa rappresenta per te oggi la Calabria?
Una madre esigente, bella e complicata. Un luogo dove tutto è difficile, ma dove tutto può nascere. Amo profondamente questa terra e sento che il mio compito è restituirle qualcosa, anche solo un po’ di bellezza o attenzione in più.
Hai definito il libro un “gioco del dono”. Cosa intendevi?
Intendevo dire che ogni storia condivisa è un dono, un atto gratuito. Come i libri nella nostra piccola libreria “Libri Liberi”: nessuno chiede nulla, ma tutti lasciano qualcosa. È un modo di vivere che si basa sulla fiducia e sulla comunità. E funziona.
Quanto è importante per te il concetto di “memoria”?
Essenziale. La memoria non è solo passato, è fondamento del presente. È ciò che ci tiene uniti, ci dà identità. Senza memoria, un paese muore. Scrivere questo libro è stato un modo per proteggerla, per trasmetterla.
In che modo la tua esperienza all’estero ha influenzato il tuo modo di vedere il paese d’origine?
Vivendo fuori ho capito davvero quanto valga ciò che abbiamo e spesso non vediamo. Lontano da casa ti accorgi che le cose semplici — una conversazione, una stretta di mano, il profumo del caffè fatto da tua madre — sono un patrimonio immenso. L’esperienza all’estero mi ha insegnato a guardare il mio paese con occhi nuovi, più grati e più attenti. 
Qual è stata la reazione della comunità di Petilia alla pubblicazione del libro?
È stata bellissima. Non me l’aspettavo. Molti mi hanno scritto, telefonato, o semplicemente mi hanno fermato per strada per dirmi ‘ti ho letto, mi hai fatto tornare indietro di 30 anni’. Alcuni hanno ritrovato parenti o episodi dimenticati. Altri si sono emozionati leggendo di cose che pensavano di aver perso. Il paese si è sentito raccontato, e credo che questo abbia generato un senso di appartenenza ancora più forte.
Cosa provi quando vedi turisti o bambini camminare nei vicoli che hai trasformato?
Mi emoziono ogni volta. Pensare che quel vicolo, un tempo abbandonato, oggi sia un luogo di incontri, letture, curiosità e gioco, è qualcosa che dà senso a tutto. Non si tratta solo di arte: è rinascita, è speranza. E sapere che tutto è nato da un’idea condivisa con mia moglie lo rende ancora più speciale.
C’è un messaggio che speri arrivi ai lettori attraverso il tuo libro?
Sì: che la bellezza è nelle cose semplici. Che le nostre radici, anche quando ci fanno male, sono la nostra forza. E che ogni luogo, anche il più piccolo, può essere un centro del mondo se lo guardi con amore. Vorrei che questo libro aiutasse a riscoprire il valore dei legami e del tempo vissuto con pienezza.
Cosa rappresentano per te oggi i nonni, figura centrale nel tuo racconto?
I nonni sono il ponte tra ciò che eravamo e ciò che possiamo ancora essere. La loro saggezza silenziosa, i loro racconti, le loro mani segnate sono enciclopedie viventi. Mio nonno è stato la mia prima radice, la mia prima guida, e ogni volta che scrivo di lui è come se gli dicessi ‘grazie’ un’altra volta.
Hai mai pensato di trasformare questi racconti in un’opera teatrale o in un documentario?
Sì, è un’idea che mi affascina molto. Le storie hanno una forza visiva e narrativa che si presterebbe benissimo al teatro o al cinema documentario. Ne ho parlato con alcune persone e ci stiamo riflettendo. Sarebbe un modo per dare ancora più voce ai personaggi e ai luoghi del libro. E magari, un giorno, portare Petilia Policastro in scena.
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Che tipo di lettore speri incontri questo libro?
Chiunque abbia un legame con una terra, con una famiglia, con dei ricordi. Non serve essere calabresi o meridionali per capirlo: basta aver amato. Vorrei che il lettore sentisse che questo libro parla anche di lui, anche se non ha mai messo piede nel mio paese.
Hai già in mente una seconda parte, un seguito?
Sì, ci sto lavorando. Tanti lettori me lo hanno chiesto e credo ci sia ancora molto da raccontare. La vita continua, le storie non finiscono mai. E finché ci saranno persone che hanno qualcosa da ricordare, da dire o semplicemente da condividere, io continuerò a scrivere.
Grazie, Giuseppe, per aver condiviso con noi non solo parole, ma una visione intensa e sincera del senso dell’abitare e del raccontare.
Grazie a voi. È sempre bello poter parlare di ciò che si ama. E se anche solo una persona, leggendo, ritroverà un po’ di sé in queste pagine, allora tutto questo avrà avuto senso. 
“Scrivere questo libro è stato un atto necessario, quasi istintivo. ‘Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi’ non nasce da un progetto editoriale, ma da una spinta interiore. È il frutto di un bisogno urgente: quello di restituire valore alla memoria, alle storie semplici, ai volti che hanno costruito silenziosamente l’anima di un luogo. Ogni racconto è nato da un’immagine, da un odore, da una voce che riaffiorava mentre passeggiavo tra le vie del mio paese. Ho voluto fissare quelle emozioni sulla carta prima che scivolassero via, come succede troppo spesso in un tempo che dimentica in fretta. Non volevo solo ricordare: volevo far vivere. Volevo che chi leggesse potesse sentire il suono delle cicale, il rintocco della campana, il brusio delle sere d’estate, il pianto di un addio o il sorriso di un ritorno.
Questo libro non è solo mio. Dentro ci sono mio nonno, mia moglie, la mia infanzia, gli emigrati che hanno lasciato la loro casa con una valigia e un sogno. C’è chi resta e chi parte, chi torna solo con il pensiero, chi ha trasformato la nostalgia in gratitudine. È un libro fatto di piccole cose, ma sono quelle che ci salvano, che ci tengono uniti, che ci ricordano chi siamo. Penso che raccontare un paese significhi soprattutto amarlo. E amare un paese oggi, con tutto quello che comporta, è un atto coraggioso.
Scrivendo, mi sono accorto che la vera bellezza non è quella perfetta, ma quella vissuta, imperfetta, autentica. Quella che abita nei legami, nei gesti gratuiti, nella semplicità. Se anche solo un lettore, leggendo queste pagine, si sentirà meno solo, o si ritroverà in un profumo, in una parola o in un ricordo, allora avrò fatto la cosa giusta. Perché un paese, alla fine, non è fatto di pietre. È fatto di persone. E finché ci sarà qualcuno che lo vive davvero, quel paese non morirà mai”, (Giuseppe Caruso).
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Ci sono libri che si leggono e si dimenticano, e poi ci sono libri che ci attraversano. “Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi” è uno di questi. Non racconta solo storie di un borgo calabrese, ma scava nella nostra umanità, restituendoci un senso di appartenenza che oggi appare smarrito. In un’epoca che privilegia l’apparenza e l’istantaneità, questo libro ci invita a rallentare, ad ascoltare il silenzio di una via al tramonto, a riconoscere l’importanza di una stretta di mano, di un racconto tramandato con rispetto.
Le parole di Giuseppe Caruso sono carezze che risvegliano memorie, colori e odori. Ma sono anche uno specchio: ci chiedono dove siamo, dove stiamo andando, e soprattutto quanto valore diamo ancora alle nostre radici. È raro trovare una scrittura così gentile e al tempo stesso così necessaria. Questo non è solo un libro: è un gesto d’amore verso un mondo che resiste, fatto di legami autentici e di bellezza gratuita.
Leggerlo significa accettare l’invito a vivere più profondamente. E a capire che, forse, la felicità non va cercata lontano: abita proprio nei luoghi che ci hanno cresciuti, e nelle storie che ci hanno fatto diventare ciò che siamo.
ILARIA SOLAZZO
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