Ongania
Renato Ongania

Dopo vent’anni di storia, il Minorities Fellowship Programme dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) accoglie per la prima volta un rappresentante italiano. Si chiama Renato Ongania, è il fondatore della Cattedra della Pace di Assisi e ideatore dell’Osservatorio Nazionale sulle Minoranze, un progetto inedito nato per ascoltare, comprendere e tutelare le minoranze linguistiche, religiose ed etniche presenti nel nostro Paese.

Ongania

Dal 1 al 29 novembre, Ongania sarà tra Bolzano e Ginevra, al fianco di altri esperti e attivisti provenienti da tutto il mondo, per contribuire al dibattito internazionale sui diritti delle minoranze. Porterà con sé la prima indagine nazionale avviata in Italia, realizzata con il supporto di Comuni e associazioni locali.

In un’Italia che fatica ancora a riconoscere la propria pluralità culturale, il suo incarico all’Onu assume un significato profondo: dare spazio a chi finora è rimasto ai margini, costruire ponti tra le comunità locali e le istituzioni internazionali, e porre le basi per una vera cultura del rispetto e della convivenza.

Abbiamo intervistato Ongania alla vigilia della sua partenza, per comprendere cosa significhi davvero lavorare per la tutela delle minoranze nel nostro Paese.

L’INTERVISTA

Renato, cosa ha provato quando ha saputo di essere stato selezionato?
È stata una grande emozione. Ma più che una soddisfazione personale, l’ho vissuta come un’opportunità collettiva. Per la prima volta l’Italia sarà rappresentata in questo programma, e sento la responsabilità di raccontare la ricchezza culturale e umana del nostro Paese. Le nostre minoranze, spesso invisibili o poco ascoltate, hanno finalmente la possibilità di essere parte di un dialogo globale. Ongania

Ci può spiegare in cosa consiste questo programma delle Nazioni Unite?
È un percorso formativo e operativo molto intenso, che si svolge tra Bolzano e Ginevra, presso il Palazzo delle Nazioni. L’obiettivo è formare attivisti e studiosi dei diritti delle minoranze per permettere loro di partecipare attivamente ai meccanismi internazionali di tutela. Si approfondiscono strumenti come le raccomandazioni Onu, i meccanismi di monitoraggio, le buone pratiche, ma anche strategie per la sensibilizzazione a livello nazionale.

Lei porterà a Ginevra una ricerca sulle minoranze italiane. Ce ne può parlare?
Grazie alla collaborazione con Comuni, associazioni e realtà territoriali, abbiamo avviato una prima indagine nazionale che fotografa la situazione delle minoranze in Italia: linguistiche, religiose, etniche e culturali. L’idea è raccogliere dati, ma anche testimonianze e bisogni concreti. Non esiste un quadro aggiornato e strutturato: è tempo che anche l’Italia sviluppi una mappa completa delle sue diversità. È proprio questo lo scopo dell’Osservatorio Nazionale sulle Minoranze.

Qual è la funzione dell’Osservatorio?
L’Osservatorio è nato con un duplice intento: da un lato, essere un centro di ricerca rigoroso, capace di elaborare dati e proposte legislative; dall’altro, creare uno spazio di ascolto e dialogo permanente. È uno strumento di pace preventiva: conoscere, ascoltare e includere sono i presupposti fondamentali per evitare conflitti e discriminazioni. E tutto parte dall’ascolto delle realtà locali.

Cosa significa per lei lavorare nel campo delle minoranze in un Paese come l’Italia?
Lavorare nel campo delle minoranze in Italia significa spesso muoversi controcorrente. Non per ostilità, ma per disattenzione. Molte minoranze non chiedono privilegi, ma riconoscimento. Significa ridare dignità a lingue, culture, fedi che hanno radici antiche ma anche presente e futuro. È un lavoro che richiede pazienza, ascolto e soprattutto costanza. Ongania

Ha incontrato resistenze lungo il suo percorso?
Sì, come in ogni iniziativa che prova a cambiare lo status quo. A volte c’è diffidenza, altre volte semplicemente silenzio. Ma ho anche incontrato persone straordinarie – sindaci, educatori, leader di comunità – che credono in questo progetto. Non cerco consenso, cerco alleanze autentiche.

Il suo lavoro affonda le radici nella spiritualità e nel pacifismo. Quanto conta questo nella sua azione?
Moltissimo. La Cattedra della Pace di Assisi non è solo un progetto culturale, ma una visione del mondo: quella di San Francesco, fondata sul dialogo, sulla fratellanza, sull’incontro tra le diversità. Credo profondamente che il rispetto delle minoranze sia un indicatore della salute democratica di un Paese. E che la pace non sia solo assenza di guerra, ma presenza di giustizia.

Un messaggio che vorrebbe mandare alle comunità minoritarie in Italia?
Non siete sole. Il vostro valore è inestimabile, e la vostra voce merita spazio. Vi invito a contattarci, a raccontare la vostra realtà. L’Osservatorio Nazionale sulle Minoranze è uno strumento al vostro servizio. Insieme possiamo cambiare la narrazione dominante e costruire ponti, non muri.

E al resto degli italiani, cosa vuole dire?
La nostra Costituzione ci ricorda che l’uguaglianza e il rispetto delle diversità sono pilastri della Repubblica. Proteggere le minoranze non è solo un atto di giustizia, ma un investimento nella coesione e nella pace sociale. Invito tutti – istituzioni, cittadini e membri delle comunità minoritarie – a partecipare a questa iniziativa. Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza.

Un’ultima domanda: cosa porterà simbolicamente con sé a Ginevra?
Porterò un piccolo oggetto molto significativo: una pietra raccolta ad Assisi, dove è nata l’idea dell’Osservatorio. Simboleggia la costruzione. Una pietra sola non fa nulla, ma molte pietre insieme fanno una casa. Ecco, io vado a Ginevra per cercare altri costruttori.

*

Esistono interviste che non si archiviano a fine giornata, ma che restano nella memoria come un’eco persistente. Incontrare Renato Ongania è stato un invito a rallentare, ad ascoltare ciò che spesso sfugge ai riflettori: le storie delle minoranze, le voci ai margini, le domande senza risposta. Ongania

In un mondo che corre verso semplificazioni e polarizzazioni, la sua visione rappresenta una forma di resistenza gentile e radicale insieme. Forse, il vero progresso comincia proprio da qui: da chi sceglie di non girarsi dall’altra parte, da chi costruisce ponti dove altri alzano muri, da chi porta nel cuore la pietra della propria terra per edificare giustizia oltre i confini. E allora, questa non è solo una notizia: è una chiamata. A ognuno di noi. Perché la pace, come ci ricorda Ongania, non si proclama: si pratica, ogni giorno, insieme.

ILARIA SOLAZZO

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