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TUTTI I SOGNI DI FRANCESCO BERTONE NEL NUOVO CD “FOOTPRINTS”

TUTTI I SOGNI DI FRANCESCO BERTONE NEL NUOVO CD “FOOTPRINTS”

giu 22 2016

di MICHELE BRUCCHERI – Intervista al bravo contrabbassista di Cuneo che ha collaborato anche con il grande Gian Maria Testa. Si racconta a La Voce del Nisseno

 

 
 Francesco Bertone nella copertina del suo album

“Footprints significa impronte e lasciare impronte vuol dire farsi trovare. La Musica sembra un’arte aerea ed incorporea ma quando si lega alle nostre sensazioni perde queste qualità e diventa assai più concreta”. A consegnare queste precise parole, sul mio taccuino, è Francesco Bertone, di Cuneo, classe 1964. L’autore di un nuovo cd (Ed. Videoradio) veramente pregevole e importante.

Nel 1991 si diploma in contrabbasso e contemporaneamente studia basso elettrico. Da subito inizia a insegnare. Ma anche ad organizzare ensemble di studenti. Crea progetti live didattici, concerti a tema e scrive spettacoli teatrali a scopo divulgativo. Agli inizi degli anni Novanta, collabora attivamente con l’Orchestra di Savona (sinfonica, lirica e da camera). Partecipa all’incisione di opere e recital.

Vanta numerose collaborazioni. Tutte di notevole fattura. Nel lontano 1984, appena ventenne, cofonda il gruppo-laboratorio “Loscomobile” (aprendo le esibizioni di Manu Chao, Pfm e Modena City Ramblers). Centinaia di concerti e due dischi. Il talentuoso ed eccellente contrabbassista piemontese, poi, dieci anni fa incide il suo primo album da solista. Tre brani di quel lavoro discografico, “Aritmiaritmetica”, fanno parte della compilation Rai Trade dal titolo “Fusion, jazz, rock e groove”.

Per sei anni, è stato il contrabbassista del bravo cantautore Gian Maria Testa. Con questo grande artista, morto prematuramente pochi mesi fa, scopre il valore della semplicità. “Era molto determinato, ha cercato per molto tempo in Italia la strada per farsi ascoltare da più gente possibile, l’ha trovata dopo anni e curiosamente c’è voluta una produzione francese. Solo dopo è tornato in Italia, da vincitore”, racconta alla versione online del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno.

Dulcis in fundo, c’è anche da segnalare che tre anni addietro ha pubblicato, insieme ad altri due autori, un interessante manuale: “Musica, Maestra!”. Un testo che poi è stato presentato al Salone del Libro di Torino. “Ora voglio solo portare Footprints ovunque potrò - conclude Francesco Bertone -. È un disco con molte influenze, c’è del jazz ma non solo, tutti i miei sogni sono lì. So che portando in giro Footprints farò degli incontri che influenzeranno la mia vita musicale”.

E’ uscito il tuo nuovo album, intitolato “Footprints”. Qual è il “succo” del progetto?

L’idea è quella di lasciare una traccia. Footprints significa impronte e lasciare impronte vuol dire farsi trovare. La Musica sembra un’arte aerea ed incorporea ma quando si lega alle nostre sensazioni perde queste qualità e diventa assai più concreta. Incorporee invece sono le tracce che lasciamo involontariamente filmati a nostra insaputa da telecamere di sorveglianza o i nostri post e tweet che invecchiano dopo un’ora.

Cinque brani sono ispirati alla musica cubana. E’ così?

Sì, ho scritto cinque brevi melodie ed ho chiesto a Nitza Rizo di scrivere altrettanti testi. Lei arriva dal Conservatorio di Cuba, io ho cercato di avvicinarmi il più possibile a quel mondo musicale che amo ma conosco solo attraverso i dischi. Forse ci sono riuscito.

 
 Francesco Bertone, Nitza Rizo, Fabio Gorlier e Paolo Franciscone

Sei pezzi, invece, sono in trio. Con chi?

Fabio Gorlier suona il pianoforte, Hammond e Rhodes; Paolo Franciscone la batteria, due grandi maestri nei rispettivi strumenti.

Ciascun musicista può esprimersi al meglio, vero?

Ho scritto per loro lasciando molta libertà, non amo arrangiare troppo i brani perché penso che ‘lasciar suonare’ sia una forma di rispetto nei confronti dei musicisti ed il modo migliore di creare una musica fatta veramente insieme.

“Ho cercato di fare musica a misura d’uomo”, hai dichiarato recentemente. In che senso?

Come si faceva prima che la tecnologia facilitasse esageratamente l’editing, cioè la possibilità di correggere gli errori. Li ho convocati direttamente in studio di registrazione; abbiamo suonato e subito registrato per cogliere quella scintilla che si sprigiona al primo incontro; alcuni brani sono ‘buoni la prima’. E’ stata una bellissima esperienza di intesa. Solo suoni acustici o comunque vecchio stile, ruvidi.

Dove si può acquistare il tuo nuovo cd?

Su tutte le piattaforme digitali come Itunes, Amazon, eccetera… O contattandomi sul sito www.francescobertone.it oppure ai concerti, di cui darò conto sul sito. Ora il disco è appena uscito, appena ci saranno concerti di presentazione li pubblicizzerò.

Il tuo debutto discografico risale esattamente a dieci anni fa. Cosa è stato ed è, per te, il cd ‘Aritmiaritmetica’ ?

Il debutto discografico è dell’86, quello del 2006 è stato il mio primo disco solista: Aritmiaritmetica. È una cosa tipica dei bassisti suonare molto per gli altri, fare come i terzini che lavorano per la squadra e solo ogni tanto fanno goal. Aritmiaritmetica era un tributo all’Africa e al Brasile, con Gilson Silveira alle percussioni. Mi tolsi la soddisfazione di dedicare un intero disco ai tempi misti (5,7…). Dovevo togliermi quello sfizio, un lavoro che mi ha dato molte soddisfazioni.

Tre anni addietro, hai presentato un manuale. Dove?

Musica Maestra (ed. Sonda) è il frutto della collaborazione con R. Beccaria e M. T. Milano, due colleghi con cui collaboro da molto tempo. È una proposta per gli insegnanti con percorsi nuovi e collegamenti inediti tra le varie materie di studio e la Musica. È stato presentato anche al Salone del Libro di Torino.

Quali sono le sensazioni che provi quando suoni il contrabbasso e/o il basso elettrico?

Sono molto soddisfatto quando faccio funzionare bene il gruppo nell’insieme e naturalmente lo sono anche per un ‘solo’ felicemente riuscito. Ma con il passare degli anni sono sempre più lontano da quel modo di intendere il basso ‘solista a tutti i costi’ e sempre più attratto dal mestiere un po’ oscuro di chi tiene tutto sotto controllo senza magari fare cose vistose. Un ruolo prezioso per gli altri.

Manu Chao, PFM… Cosa ti ricordano?

Con un gruppo che si chiama Loscomobile, nato nell’84 e ancora in attività, abbiamo aperto i concerti di questi miti, anche dei Modena City Ramblers, è stata un’esperienza esaltante. Il bello di questo gruppo sta anche nel fatto che è stato un tramite attraverso cui ognuno di noi ha trovato nella Musica un mestiere.

Per sei anni, sei stato il contrabbassista in seno alla band del cantautore Gian Maria Testa. Cosa ha significato, per te, quell’esperienza artistica?

Con Gian Maria ho scoperto la forza della semplicità. Detta così sembra niente, ma la semplicità in questo caso significa sfrondare la canzone da tutte le cose superflue, tutti gli approcci che magari sono meramente strumentali e possono essere antimusicali. Per molti questo raggiungimento della semplicità è il frutto di una vita di riflessioni, per lui era naturale, un dono. Metteva a fuoco accordi testo e musica in un modo totale, non potevi più cambiare una virgola. Lì ho perfezionato quell’approccio di cui si parlava prima, suonare il contrabbasso al totale servizio della canzone.

Gian Maria Testa, purtroppo, è morto recentemente. Come vuoi ricordarlo, qui?

Era molto determinato, ha cercato per molto tempo in Italia la strada per farsi ascoltare da più gente possibile, l’ha trovata dopo anni e curiosamente c’è voluta una produzione francese. Solo dopo è tornato in Italia, da vincitore.

Hai collaborato con un sacco di professionisti. Elencarli tutti sarebbe arduo. Mi fai tre nomi?

Giorgio Conte. Poi i Trelilu, con cui posso continuare ad affinare quel lavoro di cesellatura della canzone con il mio strumento. E Cafè Express, un gruppo con cui suono tango e musica strumentale sudamericana.

Hai anche partecipato a numerose rassegne. Quali sono state, per te, le più importanti?

Ricordo con particolare affetto Clusone Jazz e poi Glomel, in Bretagna ma è difficile fare una hit parade, tutti i festival e soprattutto chi lavora per allestirli sono fantastici.

Chi ha influenzato la tua musica?

Una bella macedonia di influenze perché sono partito dai Beatles, poi Guccini, poi i Weather Report, poi Caetano Veloso. Questi sono stati i miei quattro periodi assoluti, dove non ascoltavo altro. Mi accorgo ora che le influenze indelebili sono arrivate dagli ascolti più inconsapevoli, quando non sai o non vuoi distinguere tra voci e strumenti e la Musica ti arriva come un Suono unico che non se ne andrà mai più.

Qual è il tuo miglior pregio?

A volte ho la capacità di ascoltare gli altri.

Qual è invece il tuo peggior difetto?

Quando non li ascolto, è giurato che avevano ragione.

Qual è ancora il tuo sogno nel cassetto da realizzare?

Ora voglio solo portare Footprints (Ed. Videoradio) ovunque potrò. È un disco con molte influenze, c’è del jazz ma non solo, tutti i miei sogni sono lì. So che portando in giro Footprints farò degli incontri che influenzeranno la mia vita musicale, è inevitabile. Il prossimo disco verrà fuori da solo, quando troverò un filo conduttore tra i brani che ho scritto e che scriverò.

MICHELE BRUCCHERI