Simona De Rosa è una cantante, compositrice e docente dalla visione musicale senza confini. Dalla sua Napoli a New York, dal Vietnam a Pechino, il suo percorso artistico attraversa culture e tradizioni, arricchito da una profonda sensibilità e da una voce cristallina.
Radicata nel jazz e animata da una curiosità inesauribile per nuove sonorità, Simona De Rosa intreccia passato e presente in interpretazioni intense e raffinate, capaci di coinvolgere e ispirare. La sua musica è un ponte tra mondi: un’esplorazione senza limiti in cui ogni nota sa di casa.
Benvenuta, Simona! È un piacere ospitarti. La tua carriera ti ha portata a esibirti su palcoscenici internazionali, senza mai spezzare il legame con Napoli. Come racconteresti oggi il tuo percorso artistico e umano?
Grazie, sono felice di essere qui! Il mio percorso è stato guidato dalla curiosità e dal desiderio di mettermi in gioco. Dal 2013 al 2018 ho studiato e lavorato negli Stati Uniti, esibendomi in jazz club e festival e registrando Salgemma con Edsel Gomez, Edward Perez e Ronnie Burrage. In seguito mi sono trasferita ad Hanoi, in Vietnam, dove ho vissuto per sei mesi. Da lì ho organizzato un tour in Cina, che ha aperto una nuova fase della mia vita artistica. Sono seguiti altri tour in Asia, concerti e festival, fino alle esperienze al Montreux Jazz Festival, al Jazz at Lincoln Center e nei Blue Note di Shanghai e Pechino. Napoli è sempre rimasta presente nel mio modo di cantare e nel rapporto con le parole. Oggi vivo a Berlino e porto con me tutte queste esperienze. Anche diventare madre ha aggiunto una dimensione nuova alla mia vita e al mio modo di sentire la musica.
Sei nata a Napoli e il tuo percorso ti ha portata a vivere a New York, ad Hanoi e a Pechino, fino a Berlino, dove risiedi oggi. Come si conciliano realtà culturali così diverse nella tua vita quotidiana e, soprattutto, nel tuo modo di fare musica?
Dal 2023 la mia base è Berlino, anche se continuo a spostarmi molto per i concerti e l’insegnamento. Vivere in paesi diversi ti chiede ogni volta di rimettere in discussione le tue abitudini, anche quelle musicali. Negli Stati Uniti il confronto con il jazz era quotidiano; i sei mesi ad Hanoi mi hanno avvicinata a un’altra cultura e hanno preceduto il mio percorso in Cina. A Pechino ho continuato ad aprire l’orecchio a una lingua e a un modo di pensare la melodia diversi dai miei. Berlino mi permette di incontrare persone con percorsi molto differenti. Tutto questo entra nella musica attraverso l’ascolto. Quando affronto un brano in un’altra lingua, cerco di avvicinarmi al significato delle parole e al loro suono con rispetto. E il legame con Napoli rimane fortissimo: anche lontano, la mia lingua e le mie canzoni continuano ad accompagnarmi.
La musica ti accompagna fin dall’infanzia: hai iniziato con il pianoforte per poi dedicarti al canto. Eppure, parallelamente al percorso musicale, hai conseguito una laurea in Geologia. Sei una donna dai molteplici interessi: quanto dialogano, nella tua esperienza, il rigore scientifico e la libertà espressiva della musica?
Per me questi due percorsi hanno molto in comune. La geologia richiede osservazione, pazienza e la capacità di capire ciò che c’è sotto la superficie. Anche nello studio di un brano bisogna andare a fondo: conoscere l’armonia, ascoltare le relazioni tra i suoni, capire il testo. Nel jazz la libertà si costruisce anche attraverso questo lavoro. Quando improvviso, lo studio mi aiuta a orientarmi e a scegliere, ma poi devo fidarmi dell’orecchio e di quello che sta succedendo con gli altri musicisti. La laurea in Geologia fa parte del mio percorso e non la considero una parentesi da cancellare. Mi piace poter coltivare interessi diversi; credo che anche la musica ne guadagni.
La tua voce, Simona, è caratterizzata da una notevole duttilità: può essere calda, morbida e suadente, ma anche energica e potente, capace di raggiungere note acute e di grande intensità. Nelle tue interpretazioni riesci a creare un forte coinvolgimento emotivo con il pubblico. Quanto di questa versatilità è innato e quanto deriva dallo studio, dalla tecnica e dalla tua esperienza professionale?
C’è certamente una componente naturale, il timbro con cui nasci e una certa predisposizione, ma la possibilità di usare la voce in modi diversi si costruisce nel tempo. Lo studio ti permette di conoscere lo strumento, di gestire il fiato e i passaggi di registro, di cercare un colore senza forzarlo. Poi c’è il palco, dove impari a dosare l’energia e a reagire a ciò che senti. Per me il punto di partenza resta sempre il brano. Una frase può chiedere un suono molto raccolto, un’altra maggiore intensità. Cerco di evitare che la difficoltà tecnica diventi il centro dell’interpretazione. Vorrei che chi ascolta fosse raggiunto dalle parole e dalla musica, anche quando canto qualcosa di molto semplice.
Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan sono tra le grandi interpreti che hanno alimentato la tua passione per il jazz. C’è una cantante alla quale ti senti particolarmente legata o che ha influenzato più di altre il tuo stile? E quali altri musicisti hanno contribuito alla tua formazione?
Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan sono due riferimenti fondamentali. Di Ella mi colpiscono lo swing, la chiarezza del fraseggio e quella naturalezza straordinaria nell’improvvisazione. In Sarah mi affascinano il colore della voce e il modo di muoversi nell’armonia. Sarebbe difficile sceglierne una sola, perché mi hanno insegnato cose diverse attraverso l’ascolto. C’è poi Mina, che ha un posto molto personale nella mia storia: è stata una grande ispirazione e le sue canzoni sono tra le prime che mia madre mi ha insegnato. Mi interessa molto anche ascoltare gli strumentisti. Il linguaggio di Charlie Parker, per esempio, offre tantissimo a chi canta e improvvisa. Cerco di assorbire queste lezioni e trovare poi un modo mio di raccontare un brano.
Hai vissuto anche a Pechino, un’esperienza che ti ha permesso di entrare in contatto con una cultura musicale molto diversa da quella occidentale. In che modo questo incontro ha arricchito la tua sensibilità artistica e la tua ricerca sonora?
A Pechino ho vissuto e insegnato alla Beijing Contemporary Music Academy dal 2018 al 2022. Il lavoro con gli studenti è stato una parte importante di quell’esperienza, perché insegnare ti obbliga anche a osservare il tuo linguaggio da un’altra prospettiva. Avvicinarmi alla lingua e alla musica cinese mi ha resa più attenta alla pronuncia, alle sfumature di una melodia e al rapporto tra parola e suono. Quando canti in una lingua diversa dalla tua, non puoi affidarti soltanto all’imitazione fonetica: devi cercare di capire quello che stai dicendo. Quell’esperienza è rimasta nella mia ricerca e nei miei progetti, da Djenub fino a Feathers. In quest’ultimo c’è anche Autumn in Beijing, che porta già nel titolo il legame con quel periodo della mia vita.

Nel corso della tua carriera hai collaborato con musicisti di fama internazionale e ti sei esibita in luoghi prestigiosi, come il Friars Club di Manhattan. Quali incontri professionali ricordi con maggiore emozione e quali collaborazioni hanno lasciato un segno particolare nel tuo percorso?
La registrazione di Salgemma con Edsel Gomez, Edward Perez e Ronnie Burrage è stata una tappa importante del mio periodo negli Stati Uniti. Confrontarmi con loro in studio ha dato una forma concreta a quel percorso di studio e di lavoro. Negli anni sono arrivati altri incontri importanti, come quello con i Confusion Project: con Michał Ciesielski, Piotr Gierszewski e Adam Golicki abbiamo sviluppato un suono comune, facendolo crescere anche dal vivo. Con Michal c’è inoltre un lavoro approfondito sulla scrittura e sugli arrangiamenti. Un’altra collaborazione a cui tengo è quella con Luca Mannutza, Daniele Sorrentino e Luigi Del Prete, con i quali ho registrato Fotografia. Ricordo con piacere anche l’esperienza con David Friedman. Quello che mi resta di questi incontri è il dialogo tra musicisti, la possibilità di ascoltare un’idea diversa dalla mia e scoprire dove può portarci.
La tua discografia, Simona, comprende progetti differenti, da My Travel, omaggio alla tradizione napoletana, a Waves, realizzato con i fratelli Scannapieco, fino a Salgemma e Djenub. Il tuo album più recente, Feathers, pubblicato nel marzo 2025 con i Confusion Project, rappresenta una nuova tappa del tuo percorso. Come è nato questo progetto e quali atmosfere, suggestioni e sperimentazioni caratterizzano il disco?
Feathers raccoglie molti degli ascolti e degli incontri che ho portato con me negli anni. È nato dal desiderio di dare una forma musicale a queste esperienze, insieme ai Confusion Project. Con Michał Ciesielski abbiamo lavorato per circa un anno alla scrittura e agli arrangiamenti, cercando un suono che tenesse insieme brani e influenze differenti. Ci sono richiami alle tradizioni irlandesi e cubane, alle voci bulgare, al mondo arabo e al Kazakistan. Il jazz ci dà lo spazio per dialogare con questi materiali e per lasciare aperta la musica all’improvvisazione. Per me era importante che ogni brano conservasse una propria identità e, allo stesso tempo, trovasse posto nel racconto del disco. Penso a Feathers come a un album molto personale, nel quale si possono ascoltare luoghi e incontri che hanno lasciato una traccia.
Tra riconoscimenti, premi e importanti occasioni internazionali, la tua carriera ti ha riservato molte soddisfazioni. Guardando al futuro, quali sono i progetti a cui stai lavorando? E dove potremo ascoltarti prossimamente dal vivo?
In questo momento sono molto coinvolta da Fotografia, il nuovo album dedicato alla canzone italiana, in uscita il 22 novembre 2026 per Dot Time Records. L’ho registrato a Roma con Luca Mannutza al pianoforte, Daniele Sorrentino al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria, nello studio LaStrada con Enrico Furzi. Ci sono canzoni come Azzurro, Se telefonando e L’Appuntamento, che porto con me da tempo e che ho voluto rileggere attraverso la mia sensibilità jazzistica. Ho registrato il disco durante la gravidanza e l’ho dedicato a mia figlia Rita Kheira: questo lo rende ancora più personale. Continuo inoltre a portare avanti Feathers e l’attività didattica. Tra i prossimi impegni ci sono le Culture Days in Turkmenistan, con concerto e masterclass, e la presentazione di Fotografia a Berlino. Per le date aggiornate rimando al mio sito e ai miei canali social.
Per concludere, Simona, quale consiglio ti senti di dare ai giovani che desiderano avvicinarsi al mondo della musica e, in particolare, al jazz?
Direi di ascoltare tanto e di essere pazienti con se stessi. Per chi vuole cantare jazz è importante conoscere i grandi interpreti, ma anche ascoltare pianisti, fiati e sezioni ritmiche, imparare a sentire la forma e capire come funziona l’armonia. Studiare il pianoforte, anche come strumento complementare, può essere di grande aiuto. E poi bisogna fare musica con gli altri, trovare occasioni per provare, improvvisare e sbagliare. Nel mio lavoro di insegnante mi sta a cuore aiutare ogni studente a riconoscere le proprie possibilità, senza misurarsi continuamente sulla voce di qualcun altro. Una personalità musicale richiede tempo. La tecnica va coltivata con serietà, insieme alla curiosità e al piacere di cantare: sono le cose che ti sostengono anche quando il percorso si fa più difficile.
DANIELA VELLANI
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