Michele Bruccheri

di MICHELE BRUCCHERI – L’EDITORIALE. Anche quest’anno per le diciannove primavere del nostro giornale, niente ricorrenza da festeggiare. Per noi, «festeggiare» sarà sempre far sentire questa «voce»

Un anno impensabile, impossibile, impraticabile. In quest’epoca segnata rovinosamente dalla pandemia. Un anno duro, difficile, pesante. Tra il “peso” del ricordo e quello dell’insicurezza, dell’incertezza. Ma non dobbiamo cadere nella trappola dello sconforto. Abbiamo superato, in parte, la grave crisi finanziaria ed economica del 2008, ora c’è da combattere questa spaventosa crisi pandemica iniziata lo scorso anno.

Un anno da ricordare e da dimenticare. Ha lasciato, purtroppo, un mucchio di macerie, come dopo un violento uragano. Al di là dell’incessante vaniloquio e del ricorrente turpiloquio, ovviamente da rimuovere, è tornata a regnare la cruda ragionevolezza dei numeri. Numeri sovente impietosi. Ovunque. Un’emergenza sanitaria, economica, sociale senza precedenti. La pandemia ha purtroppo sospeso riti, allontanato famiglie.

Abbiamo imparato a salutarci con i gomiti. Abbiamo imparato a coprirci il viso, che è storia antica e millenaria. Abbiamo ridotto sensibilmente la comunicazione con l’altro. Basata spesso ai soli occhi. Ci stiamo disabituando alla fisicità degli altri, agli sguardi, al sorriso. Abbiamo capito l’importanza dell’economia dei gesti. La pandemia ha colpito tutti e non l’ha voluta nessuno. Mesi di chiusura e di paura. Mesi di distanze. Mesi di incertezza. Di insicurezza. Da far tremare i polsi. Attività economiche chiuse, lo spettro della solitudine, morte come non mai – in un anno – dal dopoguerra ad oggi. Sono più di centomila le vittime.

Non si dimentica facilmente ciò che è stato il 2020 e parte di questo nuovo anno, carico però di speranza e ottimismo per immunizzare la popolazione con i vaccini. Anneghiamo ancora nell’incertezza, siamo ostaggio dell’insicurezza. Inutile negarlo. Anche il nostro giornale ha accusato il micidiale colpo. Non è facile digerire una brusca interruzione, annullare i pubblici festeggiamenti – lo scorso anno – per i diciotto anni del nostro periodico d’informazione, a ridosso dell’evento celebrativo. Era tutto pronto per presentare la mia monografia, ma la pandemia ha fermato, inesorabilmente, tutto e tutti.

E anche quest’anno, per le diciannove primavere de La Voce del Nisseno… niente ricorrenza da festeggiare. Lo scorso 17 marzo, pochi giorni addietro, infatti, idealmente abbiamo “festeggiato” questa tappa. Ma voglio credere che festeggiare il nostro giornale sia sostanzialmente pubblicare, come accade da sempre e regolarmente, le varie edizioni cartacee, pur tra mille difficoltà che esistevano già prima e che si sono acuite ora con l’epidemia da Covid-19. Nel frattempo, poco prima di fine anno – dopo un quinquennio con la seconda gestione del sito web del giornale – abbiamo cambiato webmaster e, pubblicamente, ringrazio Francesco Greco, nuovo e prezioso punto di riferimento della nostra piattaforma digitale.

Sono convinto che si vince o si perde tutti insieme. La crisi economica è stata aggravata dalla pandemia. Ha decimato, ad esempio, l’industria turistica, ha messo in ginocchio la Cultura e i suoi protagonisti: gli artisti. C’è un futuro che bisogna andare a prendersi, tutti. La speranza rinascerà sicuramente con una “cura di comunità”. Serviranno servizi sul territorio per monitorare le fragilità e per rispondere, rapidamente ed efficacemente, ai bisogni.

Siamo ancora in piena emergenza pandemia. Ogni giorno ci sono rischi, sfide, difficoltà. Vanno affrontate con lucidità ed equilibrio. Dobbiamo, inoltre, pensare – tutti – anche al benessere psicologico delle persone. Aprire nuovi luoghi di cultura. Non si può vivere senza gli altri. L’economia rischia di spegnersi, c’è un collasso non solo economico e sociale, ma pure psicologico. Dobbiamo fare qualcosa ed evitare di lamentarci. Dobbiamo affrontare con determinazione e lungimiranza questa situazione spiazzante e inedita.

Dobbiamo imparare a pensare, a farci domande. Bisogna coltivare la memoria, come dico spesso. Va coltivata anche la curiosità intellettuale e il pensiero critico. Dobbiamo farci stupire dagli atti di meraviglia. Come i libri. In questa edizione del giornale c’è un ampio spazio dedicato alla Cultura, che dà il coraggio di guardare il futuro con ottimismo. È importante il potere dell’ottimismo. A mio avviso è basilare la manutenzione di cultura e conoscenza: hanno una loro funzione sociale e psicologica. E un giornale, come il nostro, ha questo rilevante ruolo.

A proposito di libri, ve ne consiglio uno molto bello: “Il labirinto degli spiriti” del grande Carlos Ruiz Zafòn. Ho letto tutti i suoi volumi, intensi e profondi. L’ultimo, in ordine di tempo, che ho divorato è questo monumentale romanzo. Celebra, maestosamente, il mondo dei libri, l’arte di raccontare storie e il legame magico che si stabilisce tra la letteratura e la vita. Leggere aiuta molto. “I libri sono la colonna sonora della mia vita”, ha dichiarato poco tempo addietro in un’intervista lo scrittore basco Fernando Aramburu. Ciascuno di noi costruisca questa “colonna sonora”. Saremo più capaci di affrontare i rovesci del destino.

Il dovere di oggi è fronteggiare uniti la crisi. Questo periodo duro e incerto. Il nemico è il virus, ma anche il disorientamento, la depressione, la sfiducia, il sentore amarognolo di declino… La parola chiave deve essere, più che mai, “empatia”. Altrimenti si rischia di andare a ramengo. Cerchiamo di avere, tutti, una visione di futuro e di ritrovare noi stessi. Cerchiamo di restituire umanità, in primis, a noi stessi. Solo così si possono affrontare meglio le gravi cicatrici, le profonde ferite di questo anno orribile. Solo così possiamo rimarginarle.

Dobbiamo imparare ad essere felici e dobbiamo correre verso la normalità perduta. Dobbiamo ritornare a guardare avanti con uno slancio di speranza. Essere felice consiste nel vivere senza paura. Andiamo avanti, tutti. Conoscere il passato serve a mettere il presente in prospettiva. Noi partiamo dal nostro-vostro giornale. Auguri a questa “voce”, ricordando a noi stessi che anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo.

Tutti dobbiamo alimentare l’impegno a ritrovare il ruolo delle comunità, dopo aver smarrito la rotta. Si parta dalla Cultura e dall’informazione che non sono semplici desideri, ma necessità. Solo così si crea “memoria”. Più che capacità di ricordare, sia capacità di stabilire relazioni, connessioni tra fatti, intenzioni, significati. Auspico questa nuova sintassi della società. Per ritornare veri protagonisti.

MICHELE BRUCCHERI