di ANNA LAMONACA – LIBRI. Nuovo volume per lo scrittore e giornalista napoletano candidato al Premio Strega. Ci insegna la libertà di parlare. Di scegliere chi essere. Dettagli su La Voce del Nisseno

 Lo scrittore e giornalista napoletano Maurizio Ponticello pubblica per Mondadori “La vera storia di Martia Basile”, un romanzo storico basato su un fatto di cronaca realmente accaduto, con al centro una straordinaria protagonista femminile nella Napoli del XVII secolo. Tra luci ed ombre quasi surreali, sensualità, tempeste, epiche battaglie contro i turchi e spionaggio internazionale, l’opera è ispirata alle vere vicende della donna e si cala nelle pagine più autentiche della città di Napoli che già si stava preparando alla rivolta di Masaniello. Martia Basile è uno dei simboli della condizione femminile tra Rinascimento ed età barocca, eppure è di un’attualità sconvolgente.

Parliamo del suo nuovo libro intitolato “La vera storia di Martia Basile”, chi era questa donna?

Per conoscerla, dobbiamo fare un gran salto nel tempo ed arrivare alla fine del XVI secolo nella Napoli dei Viceré spagnoli, una città traboccante di vita, internazionale in tutte le sue forme di capitale, piena di luci ed ombre e, soprattutto, straordinariamente fredda a causa della Piccola Glaciazione che stava ricoprendo con un manto gelido tutta l’Europa. È in questa particolarissima e suggestiva Napoli che vive la sua breve ma intensa vita Martia Basile. Lei era una donna nata in una famiglia relativamente agiata che, a differenza di tante sue coetanee, andò a scuola, imparò a leggere, a scrivere e a far di conto ciò nonostante, non sfuggì al destino delle ragazze dell’epoca e a scarsi 12 anni fu data in sposa ad un uomo molto più grande di lei e così si ritrovò nel giro di pochi anni, ancora bambina ad essere madre di due figlie. È questo il punto di partenza del mio romanzo storico in cui, mescolando quel poco che si sa di lei con quel molto che traspare, con quel che s’intuisce e che ho colto durante le ricerche, si racconta appunto la vera storia di Martia Basile.

In una sua precedente intervista ha dichiarato che una notte avrebbe sognato una donna bella che le raccontava la sua assurda vita e che al risveglio, la curiosità l’ha spinto a saperne di più. È vero tutto questo?

In parte: avevo già letto qualcosa di Martia Basile e del suo processo per viricidio. La storia era stata tramandata da un poemetto scritto da un artista di strada, Giovanni della Carrettòla, che aveva goduto di un enorme successo e che, secoli dopo, in pieno ’800, riecheggiava ancora per le strade di tutta Italia. Si tratta di un breve componimento in versi del cantastorie che, attraverso una trama filtrata dalle regole della censura dell’Inquisizione, lascia però intravedere una figura femminile fuori della norma. È lei che, dopo questa lettura, una notte mi è apparsa in sogno chiedendomi giustizia, e che poi ha dato voce sia alla mia voglia di saperne di più sia al suo desiderio di non essere dimenticata.

La storia di Martia Basile venduta a 12 anni ad un uomo brutale e violento, è certamente triste, ma lei l’ha raccontata in modo da dare giustizia alla sua protagonista, mentre altri ne avevano parlato in modo superficiale quasi volendola oscurare. Perché, a suo avviso è accaduto ciò?

La letteratura riflette l’epoca che l’ha prodotta: soltanto pochi testi – i capolavori universali, le opere dei Dante e degli Shakespeare, per citare due esempi straordinari –, riescono a superare i vincoli del tempo e a parlare alle generazioni successive. Il poemetto di Giovanni è l’opera di un artista girovago, un uomo che non poteva permettersi di scontrarsi con la morale e la Chiesa dei suoi anni. Martia è una creatura che lo affascinò, dalla sensualità e dall’intelligenza prorompente, ma proprio per questo fu lui per primo costretto a rinchiuderla in uno stereotipo e bollarla con il marchio d’infamia della donna di strada: altrimenti, avrebbe subito la censura del Santo Officio e chissà che altro. Secoli dopo, la morale puritana di uno scrittore come Dickens non avrebbe potuto fare una valutazione differente, ed infatti definì i versi di Martia «robaccia». La letteratura, come ho detto, riflette la morale che l’ha prodotta, ma anche quella dei suoi lettori. Successivamente, sono gli occhi dell’Italietta degli inizi del XX secolo a condannare la storia di Martia come immorale e volgare, nonostante ormai si sapesse che quella donna fosse veramente esistita. Il filosofo Benedetto Croce, infatti, ritenne suo dovere censurare quelle parti che avrebbero potuto offendere il pubblico pudore dei suoi lettori. Come afferma Oscar Wilde, non esistono libri morali o immorali, ma è una lezione che ancora non tutti accettano.

Martia è vissuta in secoli in cui l’oscurantismo e l’ignoranza definivano eretico chiunque avesse il coraggio di pensarla in modo diverso e quindi ha pagato solo per cercare di lottare contro un destino avverso. Perché Martia è considerata un’eroina?

Martia ha lottato fino all’ultimo secondo per avere una vita libera in cui le fosse possibile seguire le proprie inclinazioni e il suo cuore. Non si è piegata all’aut aut che la sua società le aveva dettato e questo ne fa un modello eroico e universale di donna, di una tremenda e assurda attualità se consideriamo i secoli trascorsi da allora a oggi. Desiderare di vivere armonicamente con la propria natura non dovrebbe generare eroi o eroine, è l’oppressione che li rende tali in quanto li costringe a ribellarsi e a perire in questa lotta impari. Lei fu una vittima e il suo viricidio si trasformò in un femminicidio e in tutto ciò non si piegò mai.

Una donna come lei che a 21 anni viene decapitata con l’accusa di aver ucciso il marito fa veramente pensare a qualcosa di atroce ed ingiusto, il suo racconto sicuramente scuoterà le coscienze. Era questo a cui puntava scrivendo il romanzo?

Volevo dare voce ad una donna che aveva perso tutto nel tentativo di essere sé stessa e intendevo farlo senza ipocrisie raccontando la sua storia nuda e cruda. Leggendo gli scarni frammenti della sua esistenza e quelle parole che le sono state estorte dalla necessità di salvare la propria vita, ho sentito che dovevo offrirle la possibilità di parlare liberamente, di testimoniare le sue vittorie e le sue sconfitte, di riconoscere anche le sue colpe, ma il tutto liberamente. La parola chiave di un personaggio come Martia è libertà: libertà di parlare, di essere sé stessa, di scegliere chi essere. Mi creda, per molte donne questo è ancora un lusso! Sì, volevo scuotere le coscienze raccontando senza veli e moralismi una storia affascinante e autentica, di misoginia.

La storia di Martia appartiene al passato, ma si può dire che ancora oggi la donna sia trattata non alla pari dell’uomo, quanto attuale è questo romanzo?

Come ho già detto, questa è una storia che attraversa i secoli. C’è una ragione se il nome di Martia ha ripreso a vivere con forza dopo essere sprofondato nel dimenticatoio del tempo. Oggi, Martia è viva e lotta in tutte le donne che nel mondo, da est a ovest, si oppongono contro chiunque neghi il loro diritto alla vita. Ci tengo a sottolineare che non mi riferisco solamente a quelle che combattono contro il burka o un credo religioso che le mortifica, ma anche a tutte quelle uccise soltanto perché hanno capito di aver sbagliato partner o perché vogliono chiudere un capitolo ed andare avanti con la loro vita. C’è tanta violenza nelle nostre case, una violenza nascosta e taciuta che forse sarebbe il caso di portare finalmente alla luce.

 

Martia aveva trovato l’amore e questo darà a chi leggerà un sospiro di sollievo, ma resta una storia molto cruda che deve essere raccontata e letta. Perché crede che bisognerebbe leggere il suo libro?

Per infondere coraggio a chi vuole dire no ad un sopruso, no a un’ingiustizia, no a una remissività. Martia ci prepara a lottare per i nostri ideali, a non accontentarci e a ritrovare dignità e coraggio. Talvolta ci ripieghiamo su noi stessi, ci lasciamo portare dalla corrente e finiamo in un pantano. Magari le nostre vite non sono neanche negative ma, dentro di noi, sappiamo che non è quello che vogliamo. Ecco, Martia ci insegna a fare qualcosa, almeno a tentare di essere gli artefici della nostra vita e a non mollare mai.

 

Nel romanzo ha usato anche il dialetto, perché ha deciso di riportare molti dialoghi in questa lingua? È stato difficile?

La cosa più difficile è stata la scelta di usare quest’impasto linguistico poiché si rischiava un boomerang e poi rimodulare l’uso del dialetto seicentesco in modo da non renderlo un ostacolo per lettori non campani. A mio avviso, il dialetto o meglio le lingue regionali, aiutano a connotare i personaggi: è come assaporare il profumo delle pietanze prima di averle assaggiate, deve essere fatto in modo da non creare barriere linguistiche e favorire la lettura a tutti. Con il lavoro sulla lingua narrativa del romanzo, ho cercato di ricreare un mondo autentico in cui immergersi totalmente senza perderne la musicalità e l’armonia.

 

Martia dimostra nonostante tutto un forte attaccamento alla vita, quanto è importante amare la vita per andare avanti nonostante le difficoltà?

Se dovessi definire il mio romanzo, direi che è un inno all’amore per la vita, non una storia scabrosa. L’amore per la vita è la base di ogni nostra azione ed è questo attaccamento che spinge Martia Basile ad agire e ad affrontare tutto quello che le accade anche quando è letteralmente con un piede nella fossa, lei lotta ancora, getta sul tavolo un’ennesima carta che potrebbe salvarla e poco importa che sia vera o falsa. Si arrende solo chi non ama la vita: anche questo è un insegnamento di Martia.

 

Quale è il messaggio nascosto tra le pagine del suo romanzo?

Vivere e non tradire mai se stessi. La violenza sulle donne ha un’evidente matrice culturale; tuttavia, non è facile scorgerne l’origine e combatterla per uscirne fuori: bisognerebbe mettere in discussione l’intero sistema di credenze e di pensiero che fu rielaborato proprio all’epoca di Martia, che ci portiamo inconsciamente dietro da quel tempo. Badi, ho detto difficile, non impossibile.

 

Lei è un giornalista molto conosciuto, come è nato in lei il desiderio di diventare scrittore?

Un giornalista osserva e narra la cronaca facendone una storia, un romanziere narra storie. In realtà, questa è una falsa dicotomia poiché uno scrittore aggiunge qualcosa alla cronaca: quello che le parole non dicono, il colore a un’immagine in bianco e nero, la poesia a una trama brutale. In pratica, un romanziere comunica le emozioni sottratte dalla cronaca, di per sé arida. Avevo la sensazione che la mia attività giornalistica fosse monca di qualcosa: mi frustrava la fantasia e la capacità di scuotere il cuore dei lettori con la mia penna ed eccomi in campo con pennino e calamaio.

 

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivere è un modo per esprimersi, una necessità che, una volta sdoganata, diventa una dipendenza. Non ne potrei fare a meno, la scrittura è una compagna di vita alla quale donare un fiore o una parola ogni giorno.

Oltre a scrivere, legge? Quali sono i suoi autori e generi preferiti?

Potrebbe essere diversamente? Conosce scrittori che non leggono? È vero che in Italia oggi esistono più scrittori che lettori ma, a maggior ragione, poniamoci una domanda: qual è la qualità di questi libri, sfornati a decine di migliaia da narcisisti egocentrici convinti che la propria vita sia talmente più interessante di quella degli altri da essere raccontata, a ogni costo? A ogni costo significa che spesso comprano la pubblicazione da pseudoeditori ed è come se un medico volesse pagare il proprio paziente per una visita… Detta così, sembra assurdo, no? Uno scrittore non può esimersi dalla lettura, fosse anche solo per un confronto o per apprendere tecniche narrative. Sono un lettore accanito, sin da ragazzo ho amato leggere partendo dai classici e da storie forti come Papillon e Il Padrino. Certamente, nel corso degli anni i miei gusti sono cambiati. Ora preferisco i romanzi storici e i thriller di qualità che sono sempre meno, purtroppo. Sono anche presidente della storica associazione di giallisti napoletani Napolinoir per cui leggere romanzi gialli è quasi un dovere professionale. Mi piacciono molto però anche i fantasy e l’insuperabile Tolkien rimane sicuramente uno dei miei autori preferiti.

 

Ha nuovi libri nel cassetto? Quali sono i suoi prossimi progetti letterari?

Sì, ho un cassetto pieno d’idee, anche troppo a dire il vero, per cui non so se riuscirò a realizzarle tutte: non mi basterebbe questa vita. Al momento sono di nuovo alle prese con un romanzo storico o, per essere più esatti, sto lavorando ad una saga su una delle dinastie più contrastate ed affascinanti mai esistite e questo è tutto quello che posso dire! Intanto, però, le anticipo che, appena sarà consentito, verrò ad Ischia ospite della Biblioteca Antoniana a presentare con la bravissima direttrice Lucia Annicelli, un attore e, presumibilmente, con una famosa blogger ischitana, il mio romanzo sulla storia vera di Martia Basile. Adoro Ischia e, come posso, vengo sull’isola a ristorarmi dalle fatiche letterarie.

ANNA LAMONACA