Filippo Falcone

di MICHELE BRUCCHERI – L’INTERVISTA. “La carta ha potuto fare questo miracolo: conservare ciò che siamo stati. Lo ha fatto per noi e per chi, venendo dopo, avrebbe potuto conoscerci”

In queste pagine che festeggiano i diciannove anni del nostro giornale non poteva mancare un’intervista a Filippo Falcone, che La Voce del Nisseno ha visto nascere e con le cui pagine ha periodicamente collaborato. Non di second’ordine è anche l’amicizia e le tante iniziative che ci hanno visti insieme.

Dopo la lunga parentesi politica, oggi Filippo Falcone si occupa prevalentemente di studi sulla Sicilia, ed è un apprezzato storico (l’Istituto Gramsci Siciliano gli ha intitolato un Fondo archivistico a suo nome). Inoltre ha diretto dal 2014 al 2020 la rivista «Studi Storici Siciliani» ed ha recentemente pubblicato due libri: «Sovversivi», sulle figure degli antifascisti sotto il regime di Mussolini (di cui abbiamo già scritto nelle nostre pagine online) e «Sommatino, la lunga storia di un territorio attraverso i suoi beni architettonici».

Falcone, infatti, oltre ad occuparsi di Storia della Sicilia ha continuato, secondo l’insegnamento sciasciano, a investigare su fatti, personaggi e luoghi della storia locale, quella della sua Sommatino. Questa intervista è l’occasione quindi per parlare della sua ultima pubblicazione inerente il suo paese, ma anche sul senso della Storia oggi. Specie in questi tempi così difficili.

Filippo Falcone (foto di Pippo Nicoletti)

Come nasce questo tuo ultimo libro?  

E’ un libro fortemente voluto dall’affermato imprenditore di origini sommatinesi Rino Liborio Galante, da decenni residente in Veneto. È a lui che va quasi tutto il merito. Il volume si compone di quasi 150 pagine, con molte foto d’epoca, nel quale vi è un’ampia ricognizione storica sul territorio di Sommatino, dalle origini ai giorni nostri. Ricordiamo che Galante, qualche anno fa, ha omaggiato al paese un monumento a ricordo dei minatori (collocato nella piazza centrale), che la comunità ex zolfifera attendeva da decenni. Ricevendo il doveroso riconoscimento della cittadinanza onoraria. L’imprenditore, anche in questa occasione, torna a dimostrare un legame profondo con la sua terra di origine scrivendo nella sua Introduzione che, nonostante egli abbia lasciato il paese all’età di circa dieci anni, gli è sempre rimasto un particolare attaccamento alle sue origini, sentimento che è cresciuto man mano andava avanti negli anni. Ed in effetti Galante dimostra ancora una volta una sensibilità non comune nel promuovere un’iniziativa culturale, che può essere senz’altro definita di vero e proprio mecenatismo. Vera rarità ai giorni nostri!

Come è strutturato questo volume?

La panoramica sul territorio che abbiamo voluto tracciare – nonostante il libro abbia un taglio volutamente divulgativo e di facile approccio – è davvero ampia. Si susseguono notizie sulla fondazione del paese, sulle famiglie nobiliari che si sono successe (i Tagliavia, Lo Porto e Trabia), sui feudi e le contrade, sulla toponomastica e le opere pubbliche. Ed ancora vi sono notizie sulle opere idriche, sugli antichi mulini e pastifici. Si passa poi alle opere di culto con le chiese della Madonna dell’Itria, Sant’Antonio, Chiesa Madre, Addolorata, le cappelle Calvario, San Giuseppe e padre Gioacchino e sulle tante edicole votive del paese. Altrettanto interessante è la parte che riguarda i palazzi storici, le masserie, i manufatti, i cine-teatri. Vi è poi un’interessante ricognizione sulle miniere di zolfo del territorio, a partire dalla più grande, la Trabia-Tallarita, ma con la descrizione anche di tante altre più piccole. Sino ad oggi sconosciute ai più.

Quale è il proposito dell’opera?

E’ soprattutto quella del recupero di una parte importante della Memoria storica del territorio, che, come spesso accade in questi casi, rischia oggi di cadere nel definitivo oblio. Ma forse, inconsciamente, c’è anche il desiderio, nel futuro, di voler lasciare una traccia di sé nel territorio che ti ha visto nascere e crescere. Nel continuare ad avere, comunque, la speranza nella forza della parola scritta. Capisco bene che queste operazioni di recupero della Memoria sono oggi molto difficili, anche per la disattenzione e l’insensibilità che ci circonda. Ma, per uno come me, che scrive ormai quasi in completa solitudine, che si pone spesso la domanda se tante ore dedicate allo studio, alla ricerca, oggi valgono davvero la pena, la risposta è che se si incontrano persone come Rino Liborio Galante, vale la pena. Il libro sta riscuotendo un buon successo, sia in ambito locale che tra i sommatinesi nel nord Italia e all’estero. L’intero ricavato, su sua espressa volontà, andrà a beneficio di un’iniziativa a favore della stessa Comunità sommatinese.

Pensi che il rischio dell’oblio, con i nuovi mezzi informatici, possa davvero far calare il sipario sulla Storia delle nostre tante piccole realtà? 

Come scrivo in un mio prossimo lavoro, ci sono pergamene e testi antichi che hanno resistito per migliaia di anni e che, ancora oggi, io stesso consulto nelle biblioteche. La carta ha potuto fare questo miracolo: conservare ciò che siamo stati. Lo ha fatto per noi e per chi, venendo dopo, avrebbe potuto conoscerci. Mi chiedo oggi se potrà più accadere questo in futuro? Se potrà più succedere che, tra cinquanta o cento anni, trovando una vecchia pen drive o degli obsoleti cd rom, le generazioni future siano in grado di decifrarne il contenuto? Ed ammesso che ciò accada, saranno questi strumenti informatici capaci di darci notizie sul nostro passato, sui personaggi, sui fatti, sui luoghi, sulle atmosfere passate di un dato territorio? E, soprattutto, resterà traccia delle nostre microstorie. Speriamo di sì. Speriamo di non essere destinati a ciò che accade al replicante nel film Blade Runner che, seppur macchina perfetta, è destinato, però, alla fine, a perdere i suoi preziosi ricordi come «lacrime nella poggia».

Tu provieni da una lunga esperienza politica, che giudizio dai oggi – appunto – della Politica?

Ne sono lontano ormai da anni. La seguo poco. Posso solo dire che c’è stato un tempo in cui molti abbiamo creduto nella Politica, nel diritto/dovere di fare Politica, nella sua utilità e persino nella sua bellezza. Un impegno che suscitava in noi sentimenti profondi e sinceri, anche negli errori. Questa è un’epoca invece in cui, mi pare, la Politica abbia smesso questo ruolo, o almeno nelle forme che io conoscevo. Mi sembra che siamo ormai verso qualcosa che somiglia molto ad un vuoto ideale, che paralizza ogni capacità di progettare una trasformazione e una ripartenza della società; specie in questo periodo di pandemia. Leonardo Sciascia diceva che bisogna salvarsi dai partiti, dai politici, inventare una politica sottratta ai politici. Non so se sia la strada giusta, so solo, comunque, che la speranza deve essere sempre l’ultima a morire.

MICHELE BRUCCHERI