montedoro
Nicolò Falci

Nei giorni scorsi mi è capitata tra le mani la pubblicazione di Messana/Alba che mi ha dato lo spunto per scriverne e che qualche discussione ha generato. A me ha ricordato un passato che in parte ho vissuto.

Chi sfoglierà quella pubblicazione non lo farà per imparare la storia del paese: per questa funzione altri sono i testi di cui consiglio la lettura, libri più rigorosi, che anch’io ho potuto apprezzare – stampati anch’essi con fondi propri da miei compaesani – che si possono trovare anche in paese a cui anch’io ho avuto modo di dare visibilità, come a tutto quello che porta lustro al mio paese, anche se non ci abito. E questa è una caratteristica comune a tanti di noi.

Nelle scorse settimane, in occasione di un incontro organizzato dalla Luse di Serradifalco a cui Peppe Piccillo mi aveva invitato assieme a Pippo Duminuco e Federico Messana (di Milano), prima dell’avvio della serata ho sentito dire a una partecipante serradifalchese che invidiava a noi (residenti e non) il fatto di tenere alle nostre comuni origini montedoresi e di cercare spesso occasioni di incontro.

Parlo sempre del mio paese anche a gente che, a malapena, sa che è in provincia di una città chiamata Caltanissetta il cui nome si scrive con due “esse”.

Ricordo come si trascorrevano le giornate in paese, specialmente quelle estive, prima di lasciare definitivamente Montedoro, quando ancora non esistevano le attuali strutture ricettive, ricreative, istruttive, assistenziali. Quanta nostalgia per quelle “belle”(!) e “divertenti”(!) passeggiate in campagna con i cugini francesi a raccogliere mandorle, a cogliere “babbaluciaddri”, a quelle lunghe ed estenuanti misurazioni della piazza del paese.

Ma, d’altronde, come dicevo, non c’erano allora le strutture che oggi può offrire il mio paese, che riesce ad accogliere compaesani emigrati, ritornati dopo tanti anni di assenza avendo essi venduto la casa in cui erano nati; e ci vengono anche persone che conoscono il paese solo dai racconti di loro amici montedoresi.

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Vista panoramica di Montedoro

Ci sono dappertutto, in Italia, in Sicilia, paesi che solo in estate si riempiono di gente e in quel periodo tornano ad animarsi traendo da quelle presenze, anche se effimere, una boccata d’ossigeno per la loro asfittica economia.

Che ben vengano quindi strutture che possano essere usufruite anche da persone dei paesi vicini, da gente che abita lontano e che le trova accoglienti, da scolaresche. Specialmente se la costruzione di quelle strutture è stata resa possibile – in presenza del necessario strumento urbanistico comunale – intercettando finanziamenti pubblici all’uopo destinati e vincolati al tipo di opera da realizzare.

Forse questi finanziamenti, governativi, regionali, gli altri comuni non saranno stati capaci, o non avranno avuto voglia, di acquisirli, perché comunque richiedono il lavoro amministrativo e politico dell’Ente richiedente. Questi finanziamenti esistono e se non richiesti o non utilizzati vanno persi: questo lo so avendo lavorato in diversi comuni, occupandomi di simili incombenze. Ovvio che poi bisogna rendicontare le spese effettuate e dimostrare che sono legittime e in linea con le indicazioni di spesa stabilite dall’Organo erogante.

Le strutture realizzate potranno essere anche sovradimensionate rispetto al numero di residenti. Ma piscine, teatri, spazi per la pratica di sport, accoglienze per anziani, potranno essere utilizzate da cittadini di comuni viciniori, e da Montedoresi che veniamo a trascorrere un periodo di vacanza in paese, portandoci dietro persone che forse mai ci avrebbero messo piede. Tutta questa gente in un modo o nell’altro porterà qualcosa a Montedoro in termini di consumi, di utilizzo delle prestazioni di artigiani… E dov’erano un tempo i luoghi di socializzazione per giovani, adulti, uomini e donne? Sì, c’era il “Circolo dei Nobili” (noto al “popolino” con altro meno nobile epiteto), ci fu il Circolo Culturale “G. Verga” per poco più di un decennio, forse anche questo fruito da un’élite.

So anche di compaesani (coraggiosi? sognatori? volenterosi?) che si sono rimboccate le maniche e hanno scommesso nell’agricoltura riuscendo a portar fuori dal territorio i prodotti agroalimentari, i prodotti lattiero-caseari. Altri che hanno ampliato l’offerta nel campo della mobilità collettiva. Altri ancora nel campo della ristorazione, non accontentandosi della solita attività di baristi e inventandosi attività complementari in questo periodo di pandemia, trovando come gli altri il modo per aiutare con atti di solidarietà i nostri compaesani in difficoltà.

Ed è bello vedere, certo solo in estate (ma tant’è), molti locali con sedie e tavoli in strada, a disposizione di gente che trova ospitalità nell'”albergo diffuso” sorto a Montedoro: segno questo che qualcosa si riesce a smuovere anche nel mio paese, mio e di quanti – alcuni residenti all’estero, ma iscritti nelle sue liste elettorali; altri come me che pur non essendo elettori continuiamo a sentirci montedoresi – ci torniamo volentieri, contenti di trovarvi la migliore accoglienza.

Perché queste sono le cose che vedo quando vengo in paese. Ed è questo, forse, quello che anche tanti altri come me vedono, desiderosi di poterci tornare quanto prima.

Nicolò Falci

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