L’EDITORIALE. Con la scomparsa di Giuseppe Di Vita e Cataldo Lalumia, la scuola ha perso due educatori amati e stimati da tutti

 
 Il sociologo Pasquale Petix

È una guerra che costringe a stare dietro le barricate della chemioterapia. Una lotta dolorosa, cruenta, combattuta dal malato e dai suoi cari. Si combatte con la speranza di riconquistare un pezzo di vita, contando le cellule sane una per una. Il cancro purtroppo fa pagare prezzi sempre alti: non ci sono stagioni di saldi. Ed è inutile raccontare chiacchiere.

Chi è stato prossimo con questo problema ha capito che non si può fermare solo con la fortuna o grazie al caso o mangiando bene o costringendosi ad una tranquillità di facciata. Tutti eventi ed azioni che certo possono entrare nelle storie individuali. Ci sono anche episodi che in una “visione di fede” si chiamano miracoli.

Ma la gran parte dei malati devono fare i conti con cannonate di medicine che senza sosta cercano di colpire il bersaglio. E’ una battaglia che impiega solo armi pesanti che un giorno forse diventeranno sempre più “intelligenti” grazie al lavoro delle migliori teste della biomedicina.

Stando alle statistiche per via delle nuove terapie, dal 1980 a oggi, la mortalità è diminuita del 28%. In Italia oggi vivono 3,5 milioni di persone che hanno superato il traguardo dei 5 anni dalla diagnosi. Sono testimoni in “carne e ossa dell’efficacia della medicina”, di cui la chemio rappresenta, per così dire, la fortificazione permanente o di circostanza per proteggere la vita dei malati.

Peccato che i grafici della statistica non danno l’idea di come regredisce la qualità della vita delle persone malate per via della medicalizzazione: giorni e giorni in vari ospedali, armadi pieni di fiale, pastiglie, preparati, intrugli ed alimenti ai quali non si era abituati. Ma tutto si fa per contrastare gli effetti collaterali: nausea, ulcere,  infezioni, anemia.

Senza dire della impulsiva ricerca su internet, da parte dei parenti, di nuove diete, farmaci naturali, metodi e rimedi scientifici o meno pur di essere aiuto e nello stesso tempo per non farsi vincere dall’impotenza.

La paura della medicalizzazione accompagna per settimane e mesi la vita dei malati e di chi gli è accanto. Poi col tempo un pensiero fisso si appropria del cervello: la guerra contro le cellule impazzite e migranti è una specie di gioco a testa o croce; allora è meglio lasciare fare alla natura.

A questo punto interviene il medico che cerca di respingere l’idea del malato recuperando nei meandri della ragione la convinzione iniziale: “Guarda che con la terapia medica la probabilità potrà essere dell’80, del 60 piuttosto che del 30, ma senza è zero”.

Per quale motivo sto trattando questo argomento? Ho visto da vicino con quale coraggio, con quale forza d’animo e con quale eleganza (sì, eleganza) si può vivere il dolore e la paura della morte. Ad un anno e mezzo dalla scomparsa del Prof. Giuseppe Di Vita e da meno di due mesi dalla perdita del Prof. Cataldo Lalumia, la scuola di Serradifalco ha perso due educatori amati dai loro allievi e stimati da tutti.

Entrambi sono stati vinti dal “male” che hanno contrastato come meglio si poteva e guardandolo direttamente negli occhi con la convinzione che il bene fatto nel corso della loro vita (professionale e non solo), a questo punto della loro esistenza, rappresentava l’unica medicina che poteva loro regalare quella pace a cui avevano diritto.

Questo ultimo pensiero, di Peppe e Aldo, è stato ampiamente confortato dalla commozione e dalle lacrime versate dai loro allievi durante i due funerali. Non ci può essere ringraziamento più bello per dei maestri di vita.

PASQUALE PETIX

(Sociologo e docente universitario)