Attilio Bolzoni (La Repubblica) e Michele Bruccheri (La Voce del Nisseno)

di MICHELE BRUCCHERI – L’INTERVISTA. Prima parte della lunga conversazione con una delle firme più autorevoli dell’informazione italiana: «Antimafia vuol dire soprattutto democrazia»

Ha appena terminato di parlare, il giornalista Attilio Bolzoni, agli studenti del liceo scientifico “Alessandro Volta” di Caltanissetta, nell’ambito di un progetto didattico curato dalle docenti Maria Giulia Palermo e Alessandra Giunta. Con il dirigente scolastico Vito Parisi ho concordato, preventivamente, l’incontro con questa firma autorevole del quotidiano “La Repubblica”, sebbene il famoso collega fosse già stato contattato da me. Gli dono alcune copie del mio giornale e un paio di monografie, che conserva – dopo averle rapidamente sfogliate – nel suo zaino nero. Ha una crisi d’astinenza, da sigaretta, mi sussurra all’orecchio. Nelle circa due ore, nella biblioteca scolastica, infatti, non ha potuto fumare.

“Ho raccontato da giornalista una situazione che era maleodorante”, asserisce al microfono de La Voce del Nisseno. Attilio Bolzoni, 62 anni, è un fiume in piena. Con precisione svizzera mi parla di mafia. Lui è un prestigioso testimone del nostro tempo. Questa prima parte della lunga conversazione è dedicata, appunto, a questo fenomeno. Nella prossima edizione verrà pubblicata la seconda parte, pure corposa, dove parla di altri temi. Il suo ultimo libro “La mafia dopo le stragi” (Melampo Editore, 182 pagine) è in cima alle classifiche. Al termine dell’intervista mi chiede di stare ancora insieme, per parlare. Siamo fuori, all’ingresso della scuola nissena. Si accende un’altra sigaretta. Ci raccontiamo un sacco di cose. Tematiche delicate e importanti. Nomi, fatti, episodi, circostanze, aneddoti, riferimenti. Da incrociare. Quando ci salutiamo, con un abbraccio forte e sincero, mi sento notevolmente arricchito.  

Attilio Bolzoni e Michele Bruccheri

Abbiamo un ospite autorevole e prestigioso, una firma importante del giornalismo italiano: Attilio Bolzoni, del quotidiano “La Repubblica”. Recentemente hai pubblicato un altro libro, un bestseller: “La mafia dopo le stragi”. Secondo te, la mafia passa dalla strategia stragista alla strategia silenziosa per fare affari?

La mafia torna esattamente quello che è sempre stata. La mafia di Riina, dei Corleonesi, secondo me, rappresentano un’anomalia assoluta nella storia della mafia. La mafia che fa stragi, che sferra l’attacco allo Stato ha modificato il suo Dna. La mafia ha ritrovato se stessa in questi ultimi venticinque anni. E’ tornata a fare la mafia: consociativa, filogovernativa, cerca patti, fa ricatti. Come ha fatto nei due secoli precedenti. L’esperienza corleonese è stata un unicum assoluto. Io non sono un mago. Quindi non posso prevedere se ci sarà mai un’altra stagione di sangue… Ma non credo! Non credo che spunterà un altro Riina. Sicuramente Cosa nostra siciliana non ha brindato a champagne, il giorno in cui è morto.

Una situazione controversa riguarda la presunta Trattativa mafia-Stato. Che idea ti sei fatto?

Io toglierei la parola “presunta”. Nel senso che pezzi dello Stato hanno sempre trattato con la mafia, da quando esiste lo stato italiano. Un altro discorso è portare tutte queste cose a processo. Hanno fatto bene o hanno fatto male i magistrati di Palermo a fare questo processo? Un processo bisognava farlo, su quella Trattativa. Tanti si scandalizzano, ma c’è già una sentenza della Corte d’Assise di Firenze che dice che la Trattativa c’è stata. Se poi questi imputati siano colpevoli o meno delle accuse che gli hanno mosso i magistrati è un altro discorso. Si poteva fare meglio? O in modo diverso? Intanto alcune cose che sono affiorate su personaggi – i profili di alcuni personaggi e delle loro radici – sono estremamente inquietanti. Era giusto saperle. Ripeto: qualunque sarà il risultato, l’esito di questo processo… Il processo, secondo me, andava fatto. Andare addosso a questi magistrati, come se fossero dei visionari, non mi piace…

Vito Parisi (dirigente scolastico) con i giornalisti Bolzoni e Bruccheri

Prosegui, Attilio.

Poi ci sono altri magistrati che hanno una diversa filosofia giudiziaria, un altro metodo di lavoro – rispettabilissima pure quella. Però quando si parla di Trattativa, io la toglierei la parola “presunta”. A prescindere.

Perché si tenta di isolare il giudice Di Matteo?

Ma perché è uno sport nazionale. Anche qua, la vicenda di Caltanissetta… Hanno cercato di infangarlo con la vicenda del pentito Scarantino. Di Matteo è arrivato molto dopo e l’ha spiegato bene alla Commissione parlamentare antimafia quando è stato ascoltato. Lì, la colpa è di tutti. Hanno depistato. Ci sono stati pubblici ministeri che hanno abboccato, diversi giudici…

Eppure Ilda Boccassini si era già accorta…         

Non solo Ilda Boccassini. Giudici di primo grado, secondo grado, di Cassazione e noi giornalisti. Tra le grandi colpe che ho – perché ne ho tante -, insieme ad un altro paio di colleghi… Noi avevamo gli strumenti già nel 1993-1994 per capire che era un pentito manovrato, ma non l’abbiamo scritto.

Perché?

Perché avevamo già tanti fronti aperti. E aprire un altro fronte di polemica, saremmo dovuti andare contro tutti i magistrati e a fianco di alcuni avvocati che difendevano i mafiosi. Non abbiamo avuto le palle.

Attilio Bolzoni al microfono di Michele Bruccheri

Probabilmente quello ha consentito, poi, di creare le condizioni ambientali per poterle dire meglio e più efficacemente…

Bisognava dirle prima. Noi giornalisti avevamo il dovere di dirle prima. Abbiamo aspettato l’indagine della magistratura – che è stata un’ottima indagine -, ma avevamo gli strumenti e il sapere per intervenire prima. E non l’abbiamo fatto.

Tu sei contrario alla filosofia della retorica per quanto riguarda la mafia. Soprattutto contro la reiterata retorica sui nomi simbolo, cioè quelli di Falcone e Borsellino. Ci spieghi meglio questo concetto?

Beh… sai, Falcone e Borsellino erano, intanto, due persone estremamente diverse. Di diversa preparazione. Cultura, abitudini diverse. Erano amici… Le stragi già hanno segni diversi. Una è una strage stabilizzante, quella a Falcone, dopo settimane che non si riesce ad eleggere il Presidente della Repubblica. Appena c’è Capaci, viene eletto in poche ore. Di segno diverso è la strage di 56 giorni dopo, quella di Borsellino. E’ molto destabilizzante. E’ ovvio che lo Stato deve celebrare i magistrati, ma ci sono state celebrazioni ormai ridondanti. Erano uomini, persone, magistrati straordinari. Se ne mina la figura, viene snervata la figura di queste persone… Vengono celebrati, senza farne tesoro di memoria vera…

Tu hai scritto abbondantemente sull’antimafia…

In questi anni ho dedicato molti pezzi all’antimafia sociale…

Don Ciotti, ad esempio…

Sì. C’è molta distanza tra quello che Libera dice e che fa, secondo me. C’è un’antimafia che è pigra, ostile al dialogo, chiusa in se stessa, è stata incapace di conoscere il proprio nemico. Ma non solo Libera, che era la più rispettabile di questa associazione antimafia, associazioni antiracket che hanno preso un sacco di soldi. Il problema non sono gli approfittatori o i mercenari che ci sono e vengono arrestati. Negli ultimi anni ne hanno arrestati una trentina in giro per l’Italia. Il problema vero è un altro. Poi loro si incazzano… Quanto è stato investito anche in termini di denaro nell’educazione alla legalità? Abbiamo il diritto di chiederci se questo metodo, questo percorso che abbiamo fatto ha portato dei risultati soddisfacenti o dobbiamo cambiare strada. Se continuiamo a dire la mafia fa schifo…, anche i mafiosi lo dicono…

Continua…

Siamo arrivati al paradosso che ci sono le manifestazioni che dicono: “La mafia è una montagna di merda”. Lo dicono anche i mafiosi. E allora? Vogliamo cambiare? E’ anche la ragione per la quale ho scritto questo libro che è una collana di libri. Ne faccio sei quest’anno. Per dire dov’è la mafia, dov’è finita l’antimafia. Ragioniamo, riflettiamo. Antimafia vuol dire soprattutto democrazia. Antimafia non vuol dire: “Io sono più antimafia di te”. Cosa che hanno fatto molti predicatori.

Una tua critica feroce è rivolta ai professionisti dell’antimafia. Qui nel Nisseno, qualche anno fa, c’era stata questa famosa “primavera”. Ma non sempre ciò che si predicava poi… Che idea ti sei fatto in merito al ruolo di Confindustria?

Guarda, io non metterei questa vicenda di Confindustria nell’antimafia sociale. Con l’antimafia non c’entra niente. Non sappiamo che cosa è. Magari lo sapremo col tempo, magari entro breve tempo.

Tu hai scritto molti articoli.

Quarantotto. A tutta l’antimafia ho dedicato 48 pagine. Molta Confindustria… Ho scoperto anni fa…, poi quello che dirà la magistratura sarà – come dire – giusto perché la magistratura cerca reati, che tutto questo è una grande impostura. Non hanno espulso un solo… Zeru tituli, zero tituli…

Mourinho… (rido, ndr)

No, non hanno espulso un solo imprenditore accusato di mafia. Un’impostura la zona franca della legalità voluta da un Governatore rinviato a giudizio per mafia, poi condannato per voto di scambio in secondo grado. E’ un indagato per mafia e poi vogliono la zona franca della legalità. E’ paradossale, è grottesco. Poi molta promiscuità tra ambienti giudiziari, giornalistici, funzionari dello Stato, prefetti, questori… Non mi piace. Ho raccontato da giornalista una situazione che era maleodorante. Ti ripeto: io non ho né manette, né iscrivo le persone nel registro degli indagati…

Racconti ciò che senti e ciò che vedi.

Devo dire che la stampa si è comportata molto male.

Pensi che la stampa, a parte qualche isolata voce…

Su questa vicenda la stampa si è comportata male. Ha visto tutto e non ha detto niente. E’ stata una stampa omertosa.

Siete stati in pochi ad avere il coraggio di scrivere e divulgare notizie scomode.

Basta vedere il sistema di potere che hanno messo su. Io non so cosa sono. Ripeto: non giudico. Non so se hanno commesso reati. Questo la stabilirà la magistratura. L’indagine è alla fine, ormai. E’ sotto indagine, ad esempio, Antonello Montante per concorso esterno da quasi tre anni. Non è solo, immagino. Io ho raccontato un sistema che avevamo spacciato per un sistema di legalità e antimafia. Hanno fatto un’occupazione militare. Di tutte le posizioni pubbliche. Parliamo di Montante ma mica c’è solo lui! L’altro che non è sotto inchiesta, almeno che io sappia…

Catanzaro?

Catanzaro, ma anche l’altro… il siracusano! Come si chiama?

Lo Bello.

Ivan Lo Bello, sì. Non ha detto una parola, negli ultimi tre anni su questa vicenda. Eppure ha fatto parte di questo sistema. Non avevo pregiudizi. In un libro ho scritto – nel 2007-2008 – “bella la svolta di Confindustria, parole bellissime”. C’è ancora scritto. “Vediamo cosa succederà in seguito”: la carta canta.

Tu hai intervistato centinaia di personalità importanti: magistrati, giornalisti…

Mafiosi.

Mafiosi, sì. Servitori dello Stato. Qual è l’intervista che ti ha umanamente e professionalmente di più arricchito?

Guarda… interviste ne ho fatte tante. Ne ricordo due, in particolare. Una l’ho fatta il 18 luglio – era un sabato – del 1988 a Paolo Borsellino, insieme a Saverio Lodato. Fu un’intervista clamorosa. Poi scoppiò il primo grande “caso Palermo”. Borsellino disse: la lotta alla mafia è finita, Falcone è stato fatto fuori… Intervenne il Presidente della Repubblica su quell’intervista.

E la seconda?

La seconda intervista che ricordo l’ho fatta il 28 febbraio 1991 a Falcone. Era l’ultimo soggiorno in Sicilia, a Catania. Molto curiosa questa intervista, bellissima, perché disse: “La mia vita vale come il bottone di questa giacca”. L’abbiamo fatta in un ristorante, ad Ognina. Ad un certo punto ero con il collega La Licata de “La Stampa”. Poi venne il presidente Grasso, che allora era collaboratore di Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia. Diciassette anni dopo, una sera torno a casa. Prendo una rivista. Leggo un’intervista a Grasso che era procuratore della Repubblica. Era scritta molto bene, era interessante. Il giornalista gli chiede: “Ma hanno cercato di ucciderla qualche volta?”. E lui: “Sì, una volta con il bazooka a Monreale e un’altra volta in un ristorante a Catania, con Falcone…”. Sono rimasto così. L’ho chiamato: “Ah, non sapeva niente?! Quel giorno ci avevano circondato per uccidere Falcone, ma non hanno trovato Santapaola per l’autorizzazione”. Chiamo il collega La Licata e gli dico: “Ciccio…”. Risponde: “Ah, non sapevi niente?!”. L’unico, come in quei casi famosi, a non saperlo, ero io.                                                                   

MICHELE BRUCCHERI