Antonella Ballacchino

di MICHELE BRUCCHERI – L’INTERVISTA. Recentemente ha pubblicato “Frattali”. Medico specialista in Otorinolaringoiatria, ha già pubblicato due volumi. In cantiere vi sono altri due libri

“FRA_TT_ALI” è stato partorito pochi giorni fa. Antonella Ballacchino, quaranta primavere quest’anno, per la prima volta ha incluso una sezione intrigante dedicata alla prosa. Nel suo nuovo libro, il terzo, accosta il concetto della Poesia al concetto di Frattale. A cuore aperto e generosamente, racconta e si racconta a La Voce del Nisseno (versione online). “Tutte le arti hanno dentro la Poesia”, asserisce con fermezza.

Medico specialista in Otorinolaringoiatria, Audiologia e Foniatria, ama profondamente la scrittura. È indubbiamente una strada – la scrittura – capace di elargire grandi emozioni, ci fa conoscere noi stessi, ci regala stati d’animo e pensieri profondi. La scrittura è sempre memoria e speranza, passato e futuro. “Da sempre amo la sintesi nella scrittura, nella mia almeno – confida al nostro giornale -. Credo che scrivere in versi sia una sfida con sé stessi e un po’ con chi avrà voglia di leggere quei versi”.

Vulcanica e dall’acume psicologico, ama Ungaretti, Alda Merini ed Emily Dickinson, come anche la Woolf (“amo i versi che spezzano il fiato”, ammette). “Ritengo interessante la narrativa di Baricco, di Marquez e di Saramago”, prosegue. Ma precisa un concetto: “Non amo i limiti o le definizioni, mi danno il senso del confine. I significati sono molteplici o possono non esservi, dipende da chi legge”. Si riferisce alla sua poetica, alla sua raccolta di liriche.

Antonella Ballacchino poi – in merito alla foto di copertina del suo ultimo libro, a firma della sorella Noemi – dice: “Lei è un punto fermo nella mia vita, mi rappresenta in pieno attraverso le immagini”. Senza fornire dettagli, si lascia scappare: Sto già lavorando ai prossimi due libri”. Nel 2014 ha già pubblicato “Empatica Estesìa” e nel 2018 “Luce”. Nei suoi versi c’è la sua anima, c’è lei. Ha partecipato a diversi eventi culturali, in stretto connubio tra arte e medicina.

“Le mie ‘urgenze emotive e comunicative’ sono sempre frutto di incontri impressionanti pur apparentemente normali”, aggiunge al nostro microfono. E in questo nostro incontro, magico e arricchente, conclude: “La parola per me è sempre stata un rifugio, la mia amica immaginaria, la parola è stata confidente, sapeva e sa ascoltare, sa capirmi. Ho sempre scritto, da piccolissima”.

“FRA_TT_ALI” è il tuo nuovo libro. Per la prima volta, hai inserito una sezione dedicata alla prosa. Di cosa si tratta?

Da sempre amo la sintesi nella scrittura, nella mia almeno. Credo che scrivere in versi sia una sfida con sé stessi e un po’ con chi avrà voglia di leggere quei versi. La trovo una scrittura più attiva per la mente, una sorta d’investigazione intima che poi, illumina improvvisamente e dice ogni cosa di chi ha scritto, di chi ha sentito, naturalmente se si riesce ad entrare in “comunione”. E’ impensabile leggere la poesia senza respirare, senza fermarsi, senza guardare oltre. Tuttavia, questa volta, ho voluto inserire una brevissima sezione in prosa, che in realtà ho intitolato “Proesia”, proprio per la personale irrinunciabile natura ibrida della prosa che si traveste di lirica o viceversa. Piccoli pezzi di riflessione, un po’ più ampi e un po’ più espliciti, così, per mettere a proprio agio il lettore, prima di accompagnarlo nella traduzione emotiva delle successive sezioni in versi.

Con questo libro hai voluto urgentemente accostare il concetto di Poesia al concetto di Frattale, cioè di ricorsione. Perché?

Le mie “urgenze emotive e comunicative” sono sempre frutto di incontri impressionanti pur apparentemente normali. Ho una formazione di base classica-umanistica, dunque non sono mai stata troppo incline alle materie tecniche. Poi con la maturità ho capito che dentro la fisica esplode un mondo fortemente poetico. Tutte le arti hanno dentro la Poesia… nel senso stretto dell’etimo, il creare. Per caso, ascoltando una lezione magistrale ad un congresso di medicina, ad un certo punto, una Prof di matematica e fisica ha introdotto il concetto di frattale, da accostare al concetto di ricorsione nell’ambito della citologia nasale e dei fenomeni di “felcizzazione”, strutture simili alla foglia di felce, visibili al microscopio, esempio perfetto di frattale, il singolo riproduce il tutto e viceversa. Così, il concetto di ricorsione, io lo ritrovavo nei versi, nella poesia, nella necessità, spesso inconsapevole di riprodurre le medesime immagini o di riconoscere nella natura questa straordinaria ridondanza.

Se non sbaglio, con “FRA_TT_ALI” intendi una sorta di provocazione intellettuale. È così?

Decisamente sì. Accostare un termine, un significato prettamente tecnico, scientifico o matematico è sempre stata per me fonte di stimolo intellettuale. Credo che non esistano compartimenti stagni nel mondo, credo in una correlazione universale tra sfere apparentemente antitetiche. In quanto sfere, pur possedendo un proprio indipendente volume, toccano sempre un punto su una superficie. Trovo affascinante assaporare dimensioni diverse scambiando le esperienze, sia terminologiche che semantiche. Trovo eccitante trovare il punto di contatto di una sfera. Far diventare romantica una parola asettica e rendere asettico perfino l’amore. Sono sfide tra sensi e sensazioni, ed io amo le sfide.

Qual è il significato più profondo di questa tua raccolta poetica?

Non esiste IL significato e non ci sono limiti al senso di profondità. Non amo i limiti o le definizioni, mi danno il senso del confine. I significati sono molteplici o possono non esservi, dipende da chi legge. Gioco spesso con le parole, dentro i versi esistono polisemie e significati nascosti, tutto è nelle mani, negli occhi e nei desideri di chi vuol entrare nelle parole e costruire un proprio vestito di lettere. E’ vero, si tratta di una raccolta poetica, una raccolta del fare, di ciò che io provo a sentire mentre vivo.

“Scrivere versi significa descrivere visioni e le visioni rientrano nel concetto della ricorsione”, annoti nella tua introduzione. Un bel concetto. Ce lo spieghi meglio?

In effetti, sembra un concetto complesso pur essendo affascinante, in realtà è qualcosa che tutti noi, indistintamente incontriamo nella nostra vita ma non gli abbiamo mai dato un nome. Mentre guardiamo la risacca del mare, noi osserviamo dei frattali, la ricorsione, ovvero la ripetizione di tanti piccoli mari nel contesto del grande mare, le chiamiamo onde, eppure è molto di più, così in natura in molte altre strutture minerali, o montuose o ancora nel contesto della vegetazione, come dicevo (la struttura del cavolfiore, o della felce) e, naturalmente molte strutture del corpo umano, il sistema nervoso, il sistema arterovenoso o ancora, l’albero bronchiale, possiedono strutture frattali davvero impressionanti. Siamo dentro queste strutture, noi stessi lo siamo ma non ci pensiamo. Siamo caos in un ordine apparente.

“Il principio della ricorsione lo ritrovavo nella testa, sul foglio, nel gesto, nelle visioni”, scrivi nella parte finale della tua introduzione. Ci descrivi questo iter emotivo, spirituale, intellettuale?

Quando osservo qualcosa o qualcuno, mi si apre dinanzi e soprattutto dentro, uno scenario, o più di uno, che non rappresenta più soltanto ciò che vedo, come una fotografia, non è più un’istantanea, diventa pellicola dinamica, diviene un film complesso nella mia testa e devo raccontarlo, devo fermare quell’oltre su un foglio. Vedo tanti piccoli mondi nel mondo di ciascuno, prendono forma le sensazioni, diventano azione su carta. Riesco così a frammentare l’ordine e provo a riconoscerne il caos strutturale, quel caos straordinario che mostra una linearità che invece è un groviglio ed io mi perdo dentro i grovigli, delle cose, delle persone.

Chi ha realizzato la copertina della tua nuova “creatura”?

L’artista che amo più al mondo, mia sorella Noemi, lei è un punto fermo nella mia vita, mi rappresenta in pieno attraverso le immagini. Questo dipinto dal titolo “Seta Liquida” si trova nel mio studio, e da sempre l’ho visto come esempio pieno di un frattale, mi ricorda la struttura delle sinapsi, dunque del cervello e del pensiero.

Chi fosse interessato al tuo ultimo libro, come deve muoversi?

Non ho mai scritto con lo scopo di vendere, solitamente faccio dono dei miei libri, ma non posso fare questo torto al mio editore Antonino Armenio, sempre felice di pubblicarmi, dunque sarà facilmente trovabile in tutti gli store on line a breve e sicuramente nelle librerie della mia città (Caltanissetta, ndr) e forse anche altrove. Spero, invece, di poterlo presentare presto, in un incontro fisico e con l’emozione che gli abbracci potranno ridarci.

Cosa significa, per te, scrivere versi?

Ti rispondo molto sinteticamente. Significa significare. E’ una necessità vitale. E’ il mio io traslato nell’inchiostro. E’ il mio mezzo per amare.

Ricordi le tue prime poesie? Quando hai iniziato a scriverle?

La parola per me è sempre stata un rifugio, la mia amica immaginaria, la parola è stata confidente, sapeva e sa ascoltare, sa capirmi. Ho sempre scritto, da piccolissima. Poi la parola si è strutturata e crescendo con me è diventata percorso e poi ricerca e adesso sempre più conforto, potente mezzo di espressione, possibilità di aprire la mente, di scardinare convenzioni. Non ricordo niente delle mie prime parole scritte, perché mentre le scrivevo ero già cambiata.

In precedenza hai pubblicato altri due libri, nel 2014 e nel 2018: ce li presenti?

Il primo, dal titolo “EMPATICA ESTESIA”, è stato un po’ una sfida. Facevo parte di un manifesto culturale, appunto nel 2014, e ci spinsero al salto della pubblicazione, fino ad allora scrivevo solo per me. E’ stata un’esperienza particolare, vedere la mia intimità letta da altri. Un libro cripitco, per certi versi duro, oggi lo considero anche molto acerbo. Ma è stato il mio primo e vi sono molto legata, dentro ho ripiegato i miei ricordi, le mie persone, la mia infanzia e i miei dolori. E’ stato presentato a Napoli, a Roma e a Palermo, mai nella mia città.

Nel 2018 c’è “Luce”…

“LUCE” è una scrittura diversa, più romantica, più passionale, seppur suddiviso in due sezioni, prima e dopo la luce, in realtà è un libro più maturo, più personale, è la rivelazione di me a me. E’ stato presentato a Caltanissetta e a Brolo, era in programma la presentazione presso la Casa di Alda Merini a Milano ma poi la pandemia ha stroncato ogni cosa. Non aggiungo molto altro, non sono brava a spiegare ciò che scrivo. La Poesia è un’esperienza e come tale va vissuta, più che spiegata. Nessuno ci spiega cosa e come sentire, no?

Tu sei un’otorinolaringoiatra, la branca dei cinque sensi. Trovo molte assonanze con la poesia. Concordi?

Amo molto il mio lavoro in generale, ho sempre voluto fare questo nella vita, poi la specializzazione in Otorinolaringoiatria mi ha aperto orizzonti sensoriali che non avrei creduto. Ho sempre denominato questa specialità, appunto, dei cinque sensi, perché attraversa tutta la sensorialità possibile, il distretto testa collo è comunicazione. Al contrario di ciò che si pensa, questa branca è davvero complessa e ritrovo un sodalizio di cemento tra “lei”, me e la poesia…

Continua, Antonella.

Ho di fronte gli sguardi, nello studio delle vertigini, ho davanti la capacità di sentire, di percepire, se studio gli audiolesi, ho da ascoltare le voci, se tratto i disfonici, ho da leggere le labbra se devo curare le malattie della bocca, imparo i respiri, se curo un apnoico… Ho da trattare i tumori… e conosco la paura, l’uguaglianza e la verità dei miei pazienti e sono per me tesori inestimabili. Inevitabilmente loro sono i miei versi. Ciò che provo io, anche.

Sei anche Audiologa e Foniatra. Hai dunque una mente scientifica. Come si coniuga con la tua parte più “umanistica” in riferimento alla scrittura e, nella fattispecie, alla poesia?

Ho dedicato molto tempo alla mia formazione, ho infatti una seconda specializzazione in Audiologia e Foniatria. Ho sempre sostenuto, o meglio, condiviso la realtà scientifica dell’essere metameri, ovvero la fusione di due metà, labilmente diverse, eppure coincidenti. Siamo fatti da due lati, si sa. Questa distinzione anatomica io la sento anche nella mia esistenza interiore, sono fatta da due metà che si uniscono, quella scientifica e quella umanistica, si intrecciano, dialogano, litigano, si amano e si penetrano. Questo dà forma a quella me che senza una delle parti sarebbe nulla.

Non a caso, nel 2005 fondi e dirigi un innovativo giornale universitario. Parlaci di “Primum”.

Per la prima volta è stato proposto un giornalino universitario che al suo interno contenesse anche una rubrica di arte e lettere, e fu un’innovazione. Me ne occupavo personalmente, sia della grafica che della struttura e della gestione dei contenuti, grazie anche alla collaborazione di alcuni colleghi più inclini a questo tipo di lavoro, non semplice. Ai tempi non avevamo molti strumenti e ci finanziavamo con gli sponsor più sensibili della città. Uscirono pochi numeri, e dopo la mia laurea il progetto sfumò, come molte cose purtroppo nel nostro territorio. Grazie a Primum ho potuto scrivere dei pezzi e conoscere anime profonde che ho ancora nel cuore, alcuni dei quali purtroppo non sono più con noi.

Hai sovente intervistato e recensito. Chi ricordi con maggiore affetto?

Le mie recensioni/interviste le ritengo più degli incontri pseudostrutturati. Ho scritto, sempre ai tempi dell’università, diverse volte per i quotidiani locali, soprattutto durante le lotte per mantenere ancorata alla mia città la facoltà di Medicina (e ci siamo riusciti!). Ho incontrato e parlato con molti personaggi, credimi, non ho una graduatoria affettiva, ciascuno mi ha lasciato dentro un germe di ricchezza. Se proprio devo citare qualcuno, mi viene in mente Carmelo Pirrera, poeta nisseno, scomparso da qualche anno e amico brillante, era un piacere sentirlo, era teatro dentro un corpo. Ma ho avuto l’onore di visitare lo studio del Maestro catanese Sebastiano Milluzzo e ancora scrivere di Aldo Gerbino e di Paolo Ruffilli, poeti.

E poi?

Recentemente, curando una rubrica on line di Arte e Lettere, dal titolo Logos & Imago, su CaltanissettaLive, sto portando avanti il desiderio di incontrare gli artisti della mia città e della mia terra, ho già intervistato Ettore Maria Garozzo, Lillo Giuliana ad esempio e vorrei incontrare tutti quei personaggi illuminati che ecletticamente amano diverse arti, ogni incontro è apertura.

Parliamo un po’ di te. Chi sono i tuoi poeti preferiti e perché?

Anche in questo caso, non è facile per me creare una classifica. Amo Borges per il suo acume, un visionario d’alto intelletto. Amo Ungaretti, Alda Merini ed Emily Dickinson come anche la Woolf, ma non avremmo una fine. In generale adoro i grandi autori che spalancano le strade dello stupore creando dentro il vuoto ed il pieno senza tregua. Amo i versi che spezzano il fiato.

Nell’ambito della narrativa, c’è qualcuno che ritieni interessante? Chi sono i tuoi prediletti?

Amo molto leggere, e non leggo solo poesia, al contrario, forse ne leggo poca rispetto alla narrativa, paradossalmente. Recentemente ho pochissimo tempo e questo genera in me un minus tristissimo. Ritengo interessante la narrativa di Baricco, di Marquez e di Saramago, per voler citare un Autore italiano e due stranieri, sono già film, prima di vederli trasformati in pellicola, tanto sono vivi nei loro disegni e nei sentimenti espressi. Ho amato molto la tetralogia di Thomas Harris con il suo personaggio indimenticabile del dottor Lecter.

Che tipo di musica ascolti abitualmente?

Altro amore potente nella mia vita è proprio la musica, mi possiede e mi protegge. Senza musica non potrei sopravvivere. Amo tutta la musica, ascolto quasi tutto. Amo la musica italiana d’autore, De Andrè, De Gregori, per citarne un paio, ma amo alcune specifiche voci, Mina in primis, Ruggiero, Mannoia per poi arrivare ai nostri giorni con Elisa o Lady Gaga con la loro potenza vocale. Il mio grande amore straniero rimane Mark Knopfler che ho potuto ascoltare più volte dal vivo. Infine adoro la musica di Ezio Bosso, sentirlo e vederlo e potergli dedicare una poesia, che ha letto, per me è stato un onore. Mi spiace non aver imparato a suonare uno strumento, strimpello un po’ di chitarra e un po’ di piano ad orecchio ma… non mi arrendo.

Qual è l’ultimo film che hai visto?

Con la chiusura forzata ne vedo fin troppi a dire il vero, uno tra gli ultimi che mi ha colpito è “La corrispondenza” di Tornatore, uno dei miei registi preferiti. Mentre possiedo gran parte della filmografia di Anthony Hopkins, attore straordinario.

Quali sono i tuoi migliori pregi ed, eventualmente, quali sono i tuoi peggiori difetti?

Credo di averne moltissimi, di difetti. Ma volendo con una sola parola descrivere le mie virtù e i miei vizi insieme ti direi che sono un’iperbole vivente. Ovvero se amo lo faccio con forza, se non amo anche. Estremizzo le sensazioni, spesso mi lascio strangolare dai sentimenti ma tutto questo è necessario per comprendere quanto sia importante respirare. Eppure tutto questo non lo si vede in me, quasi mai.

A quali valori credi strenuamente?

Credo alla stima. Credo alla lealtà nei rapporti umani, credo, nonostante tutto, alla potenza dell’amore. Amare a tutti i livelli, ciò che si vuole, chi si vuole e come si vuole. L’interesse muove la motivazione e la motivazione gratifica l’Anima. Vogliamo fare i solitari e invece, siamo esseri fortemente dipendenti da qualcosa che si chiama sentimento, qualunque esso sia. Credo nel rispetto, nella tolleranza, nell’assenza di giudizio e sono legata al senso di libertà, in tutti sensi. Amare significa possedere un’emozione, duratura o evanescente, non importa, un’emozione salva sempre, anche da sé stessi.

Quali sono, infine, i tuoi prossimi progetti?

Sto già lavorando ai prossimi due libri, uno sarà incentrato sulla mia esperienza lavorativa da medico palliativista, dedicato ai miei pazienti, ai quali devo moltissimo, loro mi hanno insegnato la forza dell’ascolto e che la sofferenza ed il dolore sono provocati dal distacco. L’altro sarà un progetto in comune con un artista fotografo nisseno, non dico nulla, ma sarà un viaggio d’immagini e di versi, un po’ insolito e sicuramente provocatorio.

MICHELE BRUCCHERI