di PASQUALE PETIX – L’ANALISI. «La recrudescenza dei comportamenti prepotenti, volgari e arroganti deve inquietare e non poco. La situazione sta sfuggendo di mano». Ci vuole una risposta pedagogica

La prima parte del 2018 ha offerto alla scuola una esposizione mediatica di grande impatto emotivo. L’inizio dell’anno è stato insanguinato dalle stragi avvenute nelle scuole statunitensi dove si sono contate ben 19 sparatorie. I college americani sembravano il nuovo far west abitato da una follia omicida che ha prodotto 22 vittime innocenti. Negli ultimi cinque anni le sparatorie sono state ben 273 (una alla settimana), con 121 morti e 318 feriti.

Di fronte a questi numeri viene spontaneo pensare che davvero la realtà ha trovato il suo spartito nel caos e che l’umanesimo in questi anni di confusione esistenziale abbia smarrito la sua via.

Negli Usa, si dirà, le armi da fuoco si comprano al supermarket e di conseguenza il grilletto schizza con facilità. Ma l’elenco delle stragi compiute in un contesto scolastico vede paesi come il Regno Unito, la Germania e persino la Finlandia. Per fortuna nel nostro Belpaese ancora non si sono verificati  gesti simili. Però, come si diceva all’inizio, tv e giornali parlano e scrivono, un giorno sì e uno no, della violenza che si manifesta sempre più frequentemente nelle scuole italiane non solo nel rapporto fra alunni (bullismo) ma anche nei confronti dei docenti – da parte dei loro allievi o di genitori infuriati – per presunti torti subiti dai figli tanto da giustificare il passaggio alle vie di fatto.

Pasquale Petix

Anche in tempi non molto lontani gli episodi violenti e le “bravate” erano pure presenti, ma abbastanza rari e confinati in scuole collocate in realtà sociali già conosciute come “problematiche” o come si dice “a rischio”. Ora si scopre che la violenza si è diffusa al di là dei confini territoriali anche per effetto moltiplicatore dei social. Cosa è cambiato? Si è alterato il clima educativo. In molti Istituti si vive all’interno di una bolla lassista e sregolata dove manca autorevolezza educativa e carisma dirigenziale.

Su questo giornale ne abbiamo parlato più volte (quando i fari mediatici illuminavano altro) per segnalare che più di dieci anni di crisi economica, accompagnata dal vuoto esistenziale, stavano portando le famiglie a perdere di vista la loro responsabilità educativa e che i figli avessero trovato dei surrogati genitoriali nei telefonini. Del resto, i consumi superflui come lo smartphone da cambiare ogni anno, fanno parte della deriva culturale che riguarda piccoli e grandi.

Ora si scopre che nel corso dell’anno scolastico si sono verificati numerosi episodi di violento bullismo e parascolastico – spesso filmati dai telefonini – con aggressioni delinquenziali contro gli insegnanti compiuti dagli studenti o dai genitori. La casistica degli ultimi mesi è impressionante. Un professore di educazione fisica di Avola è finito all’ospedale con le costole rotte dai pugni e calci dei genitori di un alunno rimproverato.  Una professoressa del casertano (nominata di recente Cavaliere al merito della Repubblica) si è presa una coltellata in faccia sferrata dall’alunno furibondo per una nota sul registro. Trenta giorni di cure ospedaliere si è guadagnato – il primo collaboratore del dirigente di una scuola di Foggia – per trauma cranico, rottura del setto nasale e lesioni all’addome provocate da un genitore rabbioso per il rimprovero ricevuto dal figlio.

Un’altra insegnante è stata ricoverata per le conseguenze di un pugno in faccia tirato da un suo alunno di prima media. Un’altra docente, prima viene bersagliata con pallottole di chewing-gum e il video viene messo in rete. A Lucca, come testimonia il clip ormai divenuto virale, uno studente minaccia il professore dicendogli: dimmi chi comanda, mettiti in ginocchio, scrivi sei sul registro. E questi sono i casi più eclatanti, ma tanti altri di minore entità sono accaduti ogni giorno fra i banchi dove sempre più spesso si ha a che fare con bambini e adolescenti la cui “irrequietezza emotiva”, per così dire, sfocia in atteggiamenti fortemente aggressivi verso i compagni e gli insegnanti.

Si dirà: d’accordo, sono fatti bruttissimi, ma niente a che vedere con l’America. Se la questione la mettiamo sul lato delle pistole in classe – certo da noi – con la pistola nella cartella ancora non si va, magari si porta qualche coltello (sic!). Però se si osserva quello che accade in alcune città “si viene presi dallo sconforto” dice Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della Distrettuale Antimafia di Napoli.

La recrudescenza dei comportamenti prepotenti, volgari, arroganti deve inquietare e non poco. La situazione sta sfuggendo di mano come dimostrano anche gli atti violenti, altrettanto gravissimi, che con più frequenza si registrano all’interno dei presìdi sanitari a danno degli operatori della sanità. Se non si vedono questi segni palesi del degrado educativo e civile, mi domando: a che cosa serve la politica? Se non si capisce che le istituzioni – ai quali lo Stato ha assegnato il compito di costruire la coscienza collettiva, di nutrire con la cultura il pensiero individuale, a formare il cittadino, a tutelare la salute vengono  quotidianamente feriti – è meglio cambiare mestiere.

Il primo punto dell’agenda programmatica del Governo dovrebbe sottolineare la necessità di elaborare una risposta pedagogica forte per fronteggiare il vuoto di regole, di valori e di buona educazione che affligge tanti adolescenti (e tanti “adulti”) recuperando il valore pedagogico della “punizione rigorosa, certa, giusta” da comminare a chi (alunno o genitore che sia) con la sua irresponsabilità mette a pericolo la vita fisica e quella sociale.                   

PASQUALE PETIX