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Simone Fagioli

Abbiamo scelto di intervistare – oggi – Simone Fagioli partendo dal suo libro Inconsapevoli emozioni, pubblicato nel dicembre 2020, perché rappresenta un punto di incontro straordinario tra la riflessione estetica e l’esperienza poetica dell’arte.

Il volume non è solo un saggio di estetica, ma un vero e proprio viaggio attraverso le emozioni inconsapevoli che guidano la percezione artistica, ponendo il sentire prima del capire e invitando il lettore a orientarsi in un territorio emotivo e intellettuale complesso e profondo. Questa prospettiva, così intensa e innovativa, ci è sembrata la base ideale per approfondire con l’autore il suo pensiero sull’arte, la critica e la contemporaneità. Fagioli

Inconsapevoli emozioni
«Alla presunzione della filosofia, che vuole tutto spiegare, Fagioli risponde con la contraddittoria dialettica di una poesia, che vuole invertire le consuete categorie epistemologiche, proclamando il valore del sentire prima di quello del capire. […] E la poesia, sempre più consapevole e matura, rappresenta la complice frontiera di quella psicoanalitica “inconsapevolezza”, che governa il nostro destino. E bisogna dare atto a Fagioli di una strutturalità sempre più avvertita, la quale, più che canalizzare le proprie emozioni in spartiti danteschi, sospesi tra Inferno e Paradiso, intende, in qualche modo, offrire al lettore una guida per orientarsi (o disorientarsi) alla ricerca di una via, se non di salvezza, di sopravvivenza», (dalla prefazione di Francesco D’Episcopo).

Il libro Inconsapevoli emozioni di Simone Fagioli è composto da 256 pagine, edito dalla Società Editrice Fiorentina e pubblicato il 1 dicembre 2020. È disponibile in tutte le librerie al prezzo di 14,00 euro.

Intervista a Simone Fagioli, storico, esperto e critico e d’arte
Professore Fagioli, qual è stato l’episodio o l’opera che ha acceso in lei la passione per l’arte?
Ricordo perfettamente quel momento. Avevo sedici anni quando, a Roma, vidi dal vivo il San Matteo di Caravaggio. Rimasi letteralmente folgorato dalla forza della luce, dalla carnalità dei corpi, dalla tensione drammatica della scena. Compresi in quell’istante che l’arte non è solo bellezza, ma anche rivelazione. È un linguaggio che parla direttamente all’intimo dell’essere umano, senza mediazioni. Un altro artista che ha segnato profondamente il mio percorso è Vincent Van Gogh. In lui l’arte cammina su una linea sottile, quasi pericolosa, che la avvicina alla follia. Van Gogh riesce a dislocare la parte razionale dell’anima per dare voce a quella più incontrollabile, emotiva, viscerale. Le sue linee e i colori — pensiamo alla Notte stellata o ai Girasoli — sono manifestazioni purissime dell’anima, capaci ancora oggi di scuoterci profondamente.

Come definirebbe oggi il ruolo del critico d’arte, in un’epoca dominata dai social e dall’immagine istantanea?
È un ruolo più che mai necessario, anche se profondamente cambiato. Il critico non può più essere solo un deposito di sapere, deve diventare un ponte: tra l’opera e il pubblico, tra la storia e l’attualità. Serve competenza, certo, ma anche capacità narrativa. Bisogna saper raccontare, coinvolgere, stimolare la curiosità. Sposo il pensiero di Massimo Cacciari: la critica è un atto filosofico, un esercizio di prossimità con il mistero dell’arte. Non è un verdetto, ma una domanda continua. Fagioli

Lei ha parlato spesso di “crisi dello sguardo”. Cosa intende con questa espressione?
Viviamo in un tempo ipervisivo: siamo esposti a un numero infinito di immagini ogni giorno, ma senza mai veramente guardare. La crisi dello sguardo è proprio questo: l’incapacità di fermarsi, contemplare, lasciarsi interrogare da un’opera. L’arte non si consuma come un contenuto social. Richiede tempo, silenzio, disposizione interiore. Lo diceva anche Federico Zeri: educare lo sguardo è un’impresa lenta, faticosa e oggi più che mai dimenticata. Eppure, è fondamentale, non solo per l’arte, ma per la nostra stessa umanità.

Qual è, secondo lei, il più grande fraintendimento che oggi si ha dell’arte contemporanea?
Il fraintendimento più diffuso è l’idea che l’arte debba necessariamente piacere o intrattenere. L’arte contemporanea non è pensata per decorare salotti o rendere tutto “Instagrammabile”. Spesso provoca, disturba, pone domande. L’opera non deve necessariamente fornire conforto: può anche generare disagio, inquietudine, riflessione. È proprio lì che diventa necessaria. L’arte autentica non lusinga, ma sfida.

C’è un artista contemporaneo italiano che ritiene particolarmente significativo?
Trovo molto interessante il lavoro di David Pompili — che, per inciso, non conosco personalmente, almeno per ora. La sua ricerca è essenziale ma stratificata: scava nella memoria, nel tempo, nella materia. C’è in lui una tensione poetica che mi colpisce molto. È capace di elaborare nuove forme espressive, pur mantenendo un legame profondo con la storia dell’arte. Rappresenta bene una generazione che cerca linguaggi inediti, senza però smarrire le radici. Di recente ho scoperto anche l’artista umbra Stefania Rosichetti: la sua intensità mi ha colpito. Mi auguro di approfondire presto la sua ricerca, perché l’Umbria è una terra fertile, capace di generare voci artistiche autentiche, spesso in dialogo con il silenzio e la spiritualità del paesaggio. Fagioli

Parlando di storia dell’arte, qual è il periodo che, secondo lei, oggi viene più sottovalutato?
Il Seicento italiano, al di fuori dei grandi nomi come Caravaggio o Bernini. Ci sono figure straordinarie — penso a Tanzio da Varallo, Carlo Saraceni, Giovanni Lanfranco — che meriterebbero maggiore attenzione da parte della critica e delle istituzioni. È un secolo ricchissimo, anche contraddittorio, ma capace di visioni potenti e di una teatralità profonda.

Prosegua.
Ancor più dimenticata, a mio avviso, è l’epoca di Dante Alighieri e, da un punto di vista pittorico, quel periodo compreso tra l’epoca di Federico II (1230 circa) e la Peste Nera (1348). Per fare qualche nome, Giotto e la sua Scuola (Taddeo Gaddi, Puccio Capanna, Maso di Banco), la Scuola di Spoleto, la Scuola di Rimini, Giovanni Pisano, Arnolfo di Cambio, Matteo Gattaponi. Ritornando a Dante, l’iconografia dantesca è vasta e complessa, ma manca un reale approfondimento estetico e visivo della sua influenza nell’arte figurativa. Sarebbe una ricerca importante da riprendere.

Lei ha curato numerose mostre in Italia e all’estero. Qual è, secondo lei, l’ingrediente essenziale per una mostra di successo?
Una mostra è efficace quando ha un’idea forte, una visione curatoriale chiara. Non basta accostare opere importanti: serve un racconto, una regia, una coerenza interna. Serve anche rispetto per il pubblico: mai banalizzare, ma nemmeno complicare inutilmente. Il visitatore deve sentirsi accompagnato, non giudicato. Una buona mostra è un’esperienza, non una semplice esposizione sterile.

Come vede oggi il rapporto tra arte e politica?
È un rapporto antico, ma oggi può assumere nuove forme. L’arte può essere una voce indipendente, capace di esprimere ciò che la politica spesso non riesce — o non vuole — dire. Ma deve farlo con rigore, senza scadere nella propaganda o nella retorica. L’arte autentica non prende posizione per partito preso, ma apre spazi di riflessione. Non dà risposte, ma genera visioni.

Che consiglio darebbe a un giovane che vuole intraprendere la carriera di critico d’arte?
Leggere molto, guardare ancora di più, scrivere ogni giorno. Essere curiosi, pazienti, umili. Non cercare visibilità a tutti i costi, ma qualità. E soprattutto: ricordare che la critica non è un esercizio di potere o giudizio, ma un atto d’amore. Un amore per l’arte, certo, ma anche per chi guarda e desidera comprendere.

Fagioli

Se potesse portare con sé una sola opera d’arte su un’isola deserta, quale sceglierebbe?
Una domanda difficile… Ma forse sceglierei Il ritorno del figliol prodigo di Rembrandt. È un’opera che contiene tutto: dolore, perdono, luce e ombra dell’animo umano. Sarebbe una presenza silenziosa, ma profondissima. Una compagnia capace di nutrire lo spirito anche nel silenzio più assoluto.

C’è un libro — non necessariamente d’arte — che l’ha formata in modo particolare?
Sì: Le città invisibili di Italo Calvino. È un libro che ogni critico d’arte dovrebbe leggere almeno una volta nella vita. Mi ha insegnato che la realtà è anche immaginazione, che ogni sguardo è una costruzione. Calvino ci ricorda che descrivere il mondo è un atto poetico, non solo razionale. E questo vale anche per l’arte. Fagioli

C’è un artista popolare che oggi ammira particolarmente?
Assolutamente sì: Marco Lodola. Inizialmente guardavo il suo lavoro con una certa diffidenza, vittima forse di un pregiudizio accademico che svaluta ciò che è immediato e “popolare”. Ma col tempo ho imparato a guardarlo davvero. Lodola non realizza semplici figure luminose: costruisce icone contemporanee, archetipi del nostro tempo, capaci di evocare memorie collettive e sogni condivisi. In lui c’è una raffinata riflessione sullo spazio, sulla luce e sulla leggerezza come forma di profondità. Le sue sculture sembrano fluttuare, eppure sono radicate in una cultura visiva fortissima. La dimensione spirituale del suo lavoro è spesso sottovalutata: nelle sue figure c’è una sospensione mistica, una vibrazione luminosa che richiama la trascendenza, anche in mezzo al frastuono della contemporaneità. Oggi considero Lodola un artista centrale per comprendere la nostra epoca: un autore che ha saputo mescolare cultura alta e cultura popolare con coerenza e intelligenza.

Qual è, secondo lei, la qualità più rara — e più preziosa — in un artista?
La sincerità. La capacità di non compiacere, di non cercare l’applauso. Di restare fedeli a sé stessi, anche quando questo comporta solitudine o incomprensione. L’arte autentica è un rischio, una forma di nudità. E la sincerità si percepisce subito: in un segno, in una scelta di colore, in una forma appena accennata. È la verità che vibra dietro la tecnica.

*

In un tempo in cui l’immagine corre veloce e il pensiero spesso rincorre, ascoltare Simone Fagioli è come fermarsi davanti a un quadro che non smette di parlare. Con il suo sguardo lucido e appassionato, restituisce all’arte la sua profondità originaria: quella di un linguaggio che non spiega, ma rivela. Storico, esperto e critico d’arte, certo, ma prima di tutto un interprete sensibile del nostro tempo, capace di mettere in dialogo passato e presente con rara lucidità. In un mondo che ha fame di senso, la sua voce è più che mai necessaria.

ILARIA SOLAZZO

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