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	<title>La voce del nisseno &#187; Anno 2012</title>
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	<description>Archivio online del periodico d&#039;informazione politica, attualità e cultura LA VOCE DEL NISSENO</description>
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		<title>“REGINA”, IL ROMANZO DI FERNANDA RITA TEDESCO AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 18:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MeC STUDIO</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Michele Bruccheri intervista la scrittrice di origine pugliese che abita in provincia di Modena. Poetessa ed autrice anche di testi di canzoni, sta scrivendo un altro romanzo
“Regina è in simbiosi con me. Io sono Regina in tutto e per tutto”. Consegna al mio microfono queste parole chiare, inequivocabili, schiette. Fernanda Rita Tedesco, scrittrice di origine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img title="La copertina del libro 'Regina'" src="http://img820.imageshack.us/img820/2089/10950903.jpg" alt="La copertina del libro 'Regina'" width="226" height="320" /><p class="wp-caption-text">La copertina del libro &#39;Regina&#39;</p></div>
<p><strong>Michele Bruccheri intervista la scrittrice di origine pugliese che abita in provincia di Modena. Poetessa ed autrice anche di testi di canzoni, sta scrivendo un altro romanzo</strong></p>
<p>“Regina è in simbiosi con me. Io sono Regina in tutto e per tutto”. Consegna al mio microfono queste parole chiare, inequivocabili, schiette. Fernanda Rita Tedesco, scrittrice di origine pugliese che ha abitato per un quarto di secolo a Milano ma che vive ora a Carpi (Modena), senza peli sulla lingua risponde alle domande della nostra intervista per il periodico d’informazione “La Voce del Nisseno” nella sezione on line. Parla con trasporto. La sua scrittura è diretta ed ha venature liriche. Non è mai stucchevole o leziosa. La sua narrazione, intensa e fluida, avvince il lettore. Il puzzle si compone lentamente e magistralmente, in modo sottile e brillante. Con splendente disinvoltura riesce ad illuminare la sfera dei sentimenti e delle emozioni.<br />
Autrice del romanzo intitolato, appunto, “Regina” (edito da Seneca edizioni), Fernanda Rita Tedesco (Rita per gli amici) sta riscuotendo un enorme successo. Il suo volume è diventato un vero caso editoriale. Quelle 260 pagine suddivise in 29 capitoli, più l’epilogo, sono davvero una miscellanea di pura magia e di suggestivo incanto. Strega i lettori con la sua scrittura potente, con una tessitura tanto semplice quanto coinvolgente. Con implacabile bravura, questo romanzo d’esordio diventa quasi, paradossalmente, un classico. Un libro che piace molto. Ed in programma c’è, in cantiere, un altro romanzo. L’ha iniziato a scrivere. Intanto, questa sua opera prima, appena data alle stampe, verrà presentata prossimamente al Salone Internazionale del Libro di Torino.<br />
Scrittrice, poetessa, autrice di testi (di canzoni) e madre, questa tenace artista &#8211; che è capace di descrivere i sentimenti più intimi e di raccontare le emozioni più profonde &#8211; vanta una copiosa produzione di liriche. Centinaia di poesie, numerosi racconti brevi e commedie scolastiche. Per lei, la scrittura, è come l’aria che respira. Molto bella la foto di copertina che è un dipinto del pittore Ennio Montariello. “Regina” è il racconto dell’amore senza limiti e senza schemi, l’amore come emozione. Eccola ospite della nostra rubrica “Incontri”.</p>
<p><span id="more-2636"></span></p>
<p><strong>Nei mesi scorsi hai pubblicato un romanzo dal titolo “Regina”. Ce ne parli?<br />
</strong>“Parlare di Regina è facile. E’ nata nella mia mente, nel mio vissuto, nelle mie viscere. Cresciuta man mano che scrivevo e, Lei, si è nutrita delle mie esperienze, dei miei stati d’animo, delle mie riflessioni più profonde entrando nella mia intimità: quel lato oscuro che tante volte spaventa rivelare. A Regina ho donato tutta la mia energia, tutto ciò che serve a una persona per sentirsi viva: l’Amore”.</p>
<p><strong>Il libro comprende trenta capitoli, incluso l’epilogo. Un libro intenso e coinvolgente. Perché l’hai scritto?<br />
</strong>“L’ho scritto perché era arrivato il momento giusto. Nella vita è difficile prevedere la forza di un sogno. Si vive in base alle esigenze del momento, a situazioni che a volte riescono ad imprigionare senza via di scampo. Si mette da parte la creatività per affrontare la vita che, se pur ingrata e difficile, va affrontata nel suo quotidiano. I sogni non hanno mai la precedenza nella nostra realtà, purtroppo, ma io &#8211; tenace come sempre &#8211; ho voluto dare vita a questo mio sogno, realizzandolo”.</p>
<p><strong>Fammi fare un azzardo: Regina potrebbe essere il tuo alter ego?<br />
</strong>“Regina è in simbiosi con me. Io sono Regina in tutto e per tutto. Nella vita reale ho dovuto  ‘mascherare’ sempre i miei sentimenti: scudo di protezione! Regina non ha avuto ostacoli. Si è librata come una farfalla sostenendo tutto il peso dei miei stati d’animo… La parte più nascosta, intima. Il lato oscuro e luminoso allo stesso tempo”.</p>
<p><strong>So che tua sorella Grazia ha influito notevolmente perché questo importante progetto editoriale emettesse i suoi vagiti. Confermi?<br />
</strong>“Confermo pienamente! Ho iniziato a scrivere il primo capitolo inconsapevolmente senza pensare minimamente al titolo. Poi, all’inizio di settembre del 2010, lo mandai a Grazia perché mi sembrava una cosa bella da condividere. Dopo aver letto le prime pagine, Grazia, mi incitò a continuare.  Forse, e dico forse, è riuscita a recepire qualcosa di diverso dai soliti romanzi d’amore e ciò che io sarei stata in grado di fare. Dopo svariate insistenze, una sera, gennaio 2011, mi misi al computer e con grande serenità e armonia… Ecco, la nascita di Regina. Capitolo dopo capitolo, le parole uscivano di getto. I personaggi si creavano da soli con tutte le conseguenze suggestive di ogni creatura appartenente al romanzo. L’ho scritto in due mesi lavorando otto ore al giorno, occupandomi della casa, di mia figlia e di tutto ciò che concerne la vita di una madre single. Ogni capitolo finito lo mandavo a Grazia per sentire e provare io stessa le emozioni trasmesse dai miei scritti e lei continuava ad incitarmi sempre più. Per fortuna!”.</p>
<p><strong>Dove l’hai presentato?<br />
</strong>“La presentazione si farà presso il Salone Internazionale del Libro di Torino”.</p>
<p><strong>Come è stato accolto dai tuoi lettori?<br />
</strong>“Molto bene! Ogni giorno ricevo messaggi sul cellulare, telefono di casa, computer, di persone che mi ringraziano per le grandi emozioni che ha trasmesso Regina. Mi fermano per strada con il libro in mano per chiedermi la dedica e io mi sento al settimo cielo poiché mai avrei pensato di raggiungere queste mete”.</p>
<p><strong>Sei riuscita ad individuare l’identikit medio dei tuoi lettori? Chi sono esattamente?<br />
</strong>“I miei lettori hanno una vasta fascia d’età. Oserei dire che vanno dai 16 anni fino ai 100. Forse ti farà sorridere ma è la verità. Quando ho finito di scrivere Regina l’ho fatto leggere a mia figlia Diana, sedici anni, e nel contempo l’avevo inviato a una carissima signora alla quale sono affezionata da sempre poiché è la mia madrina di battesimo (87 anni). L’opinione è stata simile. La prima (mia figlia), nonostante avesse letto tutti i libri di Harry Potter e la saga di Twilight, trovò Regina coinvolgente e appassionante. La seconda mi disse testualmente: ‘E’ dai tempi di Cime Tempestose che non leggevo un romanzo simile’”.</p>
<p><strong>Hai in programma altre presentazioni del volume? E dove?<br />
</strong>“Io personalmente non prevedo nulla. Lascio al caso, o meglio, lascio questo compito a Regina”.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 330px"><img title=" La scrittrice Fernanda Rita Tedesco" src="http://img254.imageshack.us/img254/5683/2lascrittricefernandari.jpg" alt=" La scrittrice Fernanda Rita Tedesco" width="320" height="318" /><p class="wp-caption-text">La scrittrice Fernanda Rita Tedesco</p></div>
<p><strong>Sin da ragazzina hai sempre scritto. So che possiedi centinaia di poesie. Qual è il filo conduttore del tuo lirismo?</strong></p>
<p>“Laddove il lirismo mette in moto i destini morali e religiosi, appare una dinamica che non mette più in risalto la bellezza dell’espressione elementare. Per elementare intendo l’essenza pura e primordiale di ogni essere umano. Il ritorno all’amore, quello vero, coinvolgente, dove ogni particella del nostro organismo vive profondamente”.</p>
<p><strong>Mi risulta che hai pure scritto numerosi racconti fiabeschi brevi. E’ vero?<br />
</strong>“Adoro le fiabe, quel mondo incantato dove nulla ti può nuocere e dove c’è sempre un cavaliere pronto a sguainare la spada per difenderti. Sono riuscita a sconfiggere le mie più grandi paure diventando io stessa quel mitico cavaliere che sguaina la spada. I miei racconti brevi sono stati scritti in determinati momenti nei quali la realtà aveva bisogno di epiloghi migliori: la fiaba”.</p>
<p><strong>Sei anche autrice di canzoni assieme ad un compositore francese. E’ così?<br />
</strong>“Sì, è così! Sono iscritta già da tre anni alla Sacem (Francia) che è la corrispondente della Siae italiana. Ho scritto e scrivo tutt’ora per un compositore francese, Benoit Letard, già 8 canzoni e la nona (come quella di Beethoven) l’ho quasi completata. E’ stata una collaborazione nata per gioco.<br />
Benoit l’ho conosciuto su Myspace ed è subito nata una complicità fatta di parole e musica”.</p>
<p><strong>Sei scrittrice, poetessa ed autrice di canzoni. Un’artista completa, direi. Ma di queste branche, quale ti affascina di più e perché?<br />
</strong>“Mi piace tutto. Ogni cosa che scrivo, mi viene fuori con una semplicità incredibile”.</p>
<p><strong>Tu possiedi una scrittura elegante e coinvolgente. Dimostri con le parole una grande sensibilità e una notevole abilità nell’esternare sentimenti, emozioni, stati d’animo. C’è qualche scrittore o poeta che ha fortemente “formato” il tuo modo di scrivere?<br />
</strong>“Non sono così abile da poter avvicinare il mio modo di scrivere a qualcun altro, questo per umiltà. Sono autori che stimo profondamente perché lambiscono i miei umori, i miei stati d’animo, le mie palpitazioni in maniera fremente, passionale. Li sento sulla pelle, dentro la carne. Le sorelle Brontë, Neruda, Allende, Wilde, Pessoa, Baudelaire, Márquez, Pavese, Merini, Jiménez, Tagore, Gibran, Hugo, Baricco, Nietzsche e tanti altri, caro Michele”.</p>
<p><strong>Se avessi potuto scrivere un grande romanzo del passato, quale avresti scritto e perché?<br />
</strong>“Cime Tempestose! Il perché è molto semplice. Credo fortemente nell’Amore come Unica e Sublime unione di anima, carne e sangue”.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi principali pregi caratteriali?<br />
</strong>“Fedele, sincera, responsabile, concreta, affidabile, tenace”.</p>
<p><strong>E quali sono invece i tuoi peggiori difetti?<br />
</strong>“Testarda, ingenua, abitudinaria, orgogliosa, permalosa”.</p>
<p><strong>A quali valori credi ciecamente?<br />
</strong>“Nell’onestà delle persone e nella giustizia anche se oggi suona come una condanna. Spero in un futuro migliore dove i miei valori e quelli di tanti altri esseri umani possano essere considerati sacri e perciò protetti e difesi da chi ha nel cuore il bene dell’umanità intesa come fratellanza”.</p>
<p><strong>Che genere di musica ascolti?<br />
</strong>“Adoro la musica in generale. Mi lascio penetrare e trasportare completamente in ogni dove: la musica è Vita sublime”.</p>
<p><strong>Secondo te, cos’è che le donne non capiscono degli uomini?<br />
</strong>“Che sono esseri molto più fragili di noi”.</p>
<p><strong>Di che cosa hai paura, generalmente?<br />
</strong>“Del buio”.</p>
<p><strong>Qual è la cosa più difficile che hai fatto nella tua vita?<br />
</strong>“Di difficile non ho mai trovato nulla. Mi adatto alle situazioni come un camaleonte. Il colore della mia pelle cambia in base ai luoghi adattandomi completamente, interamente”.</p>
<p><strong>Sei felice, oggi?<br />
</strong>“Sono serena. La felicità è uno stato momentaneo”.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi prossimi progetti culturali ed editoriali?<br />
</strong>“Ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo”.</p>
<p><strong>Nel libro c’è una breve recensione di un tuo amico scrittore: Giovanni Gandolfi. Ci regali quelle parole scritte per te?<br />
</strong>“Volentieri, Michele. Eccole. ‘Amore infinito, come il dolore, senza confini! Passione travolgente, non quella che dura un’ora o un paio di settimane ma ciò che è conseguenza inevitabile dell&#8217;amarsi oltre ogni pudore, ostacolo, confine, anche perché tutte queste cose non esistono quando l&#8217;amore ha dimensioni cosmiche. Questo libro spiega, insegna a coloro che non hanno mai provato un sentimento simile, come  dovrebbe essere il vero coinvolgimento  amoroso, eterno fra due esseri che si fondono in un’unica stupefacente  essenza, cosi esagerata e umanamente incomprensibile per chi non ne è affetto, da sembrare divina. All&#8217;apparenza, inizialmente può sembrare una semplice cronaca di vita vissuta, invece ammaestra il lettore passo dopo passo, capitolo dopo capitolo; è facile essere ignoranti, inesperti e forse anche increduli di fronte a tanto ardore. Scritto di  getto, non ci sono esitazioni, ripensamenti nemmeno nel descrivere le vere reazioni fisiche che una giovane donna prova solo nel vedere e odorare colui che è certa essere l&#8217;uomo della sua vita, l&#8217;unico possibile! Un rammarico che il romanzo lascerà alla stragrande maggioranza dei lettori sarà quello di sentirsi delusi, privati di una sensazione così grande e intensa che non hanno mai provato e che forse non conosceranno mai’”.</p>
<p><strong>Qual è il tuo appello finale? A chi ti rivolgi e perché?<br />
</strong>“Mi piacerebbe fortemente far conoscere Regina a tutte le persone. E’ pura emozione…d’Amore”.</p>
<p><strong><em>MICHELE BRUCCHERI</em></strong></p>
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		<title>PRESTIGIOSO TERZO POSTO DI IVANO CHELI AL CONCORSO FOTOGRAFICO SULLO “SBARCO”</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 08:58:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2012]]></category>
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		<description><![CDATA[Al microfono di Michele Bruccheri il professionista italo-svizzero che ha partecipato all’evento organizzato dall’associazione “Occhio dell’Arte” guidata da Lisa Bernardini. Di recente è stato in Asia e da quell’esperienza potrebbe nascere una mostra o un libro
Un gigante di bontà e di bravura. Un fotografo eccellente, Ivano Cheli. Nativo della Toscana, lavora da trent’anni tra l’Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 330px"><img title="Ivano Cheli" src="http://img714.imageshack.us/img714/6084/1ivanocheli.jpg" alt="Ivano Cheli" width="320" height="320" /><p class="wp-caption-text">Ivano Cheli</p></div>
<p><strong>Al microfono di Michele Bruccheri il professionista italo-svizzero che ha partecipato all’evento organizzato dall’associazione “Occhio dell’Arte” guidata da Lisa Bernardini. Di recente è stato in Asia e da quell’esperienza potrebbe nascere una mostra o un libro</strong></p>
<p>Un gigante di bontà e di bravura. Un fotografo eccellente, Ivano Cheli. Nativo della Toscana, lavora da trent’anni tra l’Italia e la Svizzera. Si è classificato al terzo posto al concorso fotografico sul 68° anniversario dello sbarco degli americani ad Anzio e Nettuno. Un riconoscimento tanto importante quanto prestigioso per un professionista rigoroso e preciso. Ha anche ottenuto una segnalazione per una seconda fotografia. La partecipazione a questo concorso, organizzato impeccabilmente dall’associazione culturale “Occhio dell’Arte” presieduta da Lisa Bernardini, gli ha regalato rotonde soddisfazioni.<br />
Un fotografo che non ama spiegare le sue foto. Anzi, parlano loro (le sue foto) per lui. E raccontano efficacemente occhi, volti, contesti nudi e crudi. I suoi reportage fotografici sono di forte caratura etica ed estetica, sono graffi alla coscienza. Su tutti, ricordiamo quelli sulla ristrutturazione della Reggia di Venaria Reale di Torino e sull’ex ospedale psichiatrico di Volterra (in provincia di Pisa). Tra i suoi prossimi progetti, accarezza l’idea di allestire una mostra che narra i suoi tre mesi in Asia – da dove ha portato migliaia di scatti fotografici &#8211; o addirittura pubblicare un libro. Ivano Cheli risponde alle domande del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno” nella versione web.</p>
<p><span id="more-2498"></span><strong>Hai ottenuto il terzo posto al concorso fotografico sul 68° anniversario dello sbarco degli americani ad Anzio-Nettuno, nonché una segnalazione con la tua seconda foto prevista. Professionalmente ed umanamente cosa significa per un professionista del tuo calibro ottenere un riconoscimento di questo genere all&#8217;interno di una rievocazione storica che ti vede uno dei suoi principali protagonisti da tempo, visto quanto tu segua assiduamente questo evento in particolare, fotograficamente parlando?<br />
</strong>“Lo sbarco è una manifestazione che mi piace molto infatti. Mi piace perché tutto è originale, i mezzi, le uniformi, le armi, sembrano originali anche i personaggi. I soggetti da fotografare sono tantissimi, ti senti quasi un reporter di guerra, con l&#8217;unica differenza che qui in fondo ci si diverte, si incontrano amici fotografi, si passano delle belle giornate, mi auguro che la manifestazione rimanga a questi livelli. Anzi, spero che in futuro Anzio e Nettuno possano ‘insieme’ fare anche molto di più. Il premio al concorso non può che farmi piacere, complimenti agli organizzatori e a tutti i partecipanti. C&#8217;erano foto molto belle”.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 330px"><img title="La foto di Ivano Cheli terza classificata" src="http://img571.imageshack.us/img571/9128/2lafotodiivanocheliterz.jpg" alt="La foto di Ivano Cheli terza classificata" width="320" height="320" /><p class="wp-caption-text">La foto di Ivano Cheli terza classificata</p></div>
<p><strong>A mio avviso, il dettaglio vincente della tua fotografia sta nella concettualità sottesa molto più che nella ineccepibile tecnica di luce. Tu come la pensi?<br />
</strong>“Certamente la mia foto è concettuale ma a me non piace spiegare le mie foto e quindi lascio che siano loro a parlare, a comunicare qualcosa. Se lo fanno bene, altrimenti vorrà dire che il messaggio non c&#8217;era”.</p>
<p><strong>Parliamo della genesi di questa foto? Come nasce?<br />
</strong>“La foto è nata nella cappella del cimitero americano di Nettuno che era praticamente al buio e quindi ho usato una torcia per illuminare i nomi sulle pareti. La luce poi ha generato lo scatto, credo di essere fotosensibile”.</p>
<p><strong>Come hai incontrato questo concorso fotografico?<br />
</strong>“Del concorso me ne ha parlato la mia amica Lisa Bernardini dell&#8217;associazione ‘occhio dell&#8217;arte’ che ne ha curato l&#8217;organizzazione. Ho partecipato volentieri perché sapevo che sarebbe stata una cosa seria”.</p>
<p><strong>Che esperienza è stata partecipare a questa ultima rievocazione dello sbarco di Nettuno ed Anzio, diciamo, da “reporter di guerra”?<br />
</strong>“E’ stata una bellissima esperienza, soprattutto per la presenza di molti amici fotografi. Mi sono divertito a guardarli fotografare. Io in fondo non volevo ripetermi. Il mio reportage sullo sbarco l&#8217;avevo fatto l&#8217;anno scorso”.</p>
<p><strong>Non so se la domanda possa essere considerata imbarazzante o meno. C’è qualche foto, del concorso fotografico, che ti ha maggiormente colpito? E perché?<br />
</strong>“Ce ne sono diverse di foto che mi hanno colpito. La qualità era ottima. Perché mi hanno colpito? Perché sono visioni diverse dalle mie e perché mi hanno emozionato”.</p>
<p><strong>L’anno scorso, nell’ambito della rassegna italiana NettunoPhotoFestival organizzata da Lisa Bernardini, c’è stata una tua mostra personale. Che ho avuto l’onore e il piacere di vedere. Come è stato valutato, complessivamente, il tuo reportage effettuato sul litorale fra Anzio e Nettuno?<br />
</strong>“La mia mostra personale ‘lo sbarco’ è stata organizzata in modo perfetto da Lisa che ha curato tutti i particolari. Mi pare che nel complesso sia andata abbastanza bene. Ci sono stati dei reduci che non si sono nemmeno accorti che si trattava di foto fatte qualche mese prima. Per me è stato un gran complimento”.</p>
<p><strong>Vanti una lunga e rinomata esperienza professionale. Quali sono stati i tuoi progetti più importanti e perché?<br />
</strong>“Nel 2007 ho fatto un bel lavoro affascinante durante i lavori di ristrutturazione della Reggia di Venaria Reale, a Torino. L’anno successivo, nel 2008, il reportage sull&#8217;ex ospedale psichiatrico di Volterra, che ha generato una mostra e un video che mi hanno dato tante soddisfazioni. Ho anche realizzato un calendario con foto di fiori in bianconero che ha avuto un bel successo. Ho collaborato alla realizzazione di un importante catalogo di architettura…”.</p>
<p><strong>Ivano, che tipo di attrezzatura fotografica usi?<br />
</strong>“Canon eos1-ds pieno formato con ottiche da 14 a 300 mm. Canon 60d con zoom 8-16 mm e 18-200 mm per i viaggi. Hasselblad 500 cm con 80mm e 150mm (analogica). Una scatola di legno con un forellino stenopeico (analogica). Un set di flash da studio portatili”.</p>
<p><strong>Qual è, in generale, il tuo rapporto con il mondo della fotografia?<br />
</strong>(Sorride e non risponde, <strong>ndr</strong>).</p>
<p><strong>Quali sono le tematiche principali che prediligi e perché?<br />
</strong>“Sono affascinato da tutte le tematiche possibili e immaginabili. Non ho preferenze assolute, non sono uno specialista identificabile in un genere&#8230; Amo le linee pure, il bello, quindi l&#8217;architettura, la natura, i volti, i corpi&#8230; Mi affascina il bianconero ma anche il colore, sono sempre alla ricerca, da quasi 40 anni e credo di non arrivare mai ad identificarmi in un genere o in un tema”.</p>
<p><strong>Sei toscano d’origine ma vivi in Svizzera. Quali sono le similitudini con l’Italia, in generale?<br />
</strong>“Ci ho pensato parecchio ma non sono mica riuscito a trovare le similitudini&#8230; Sono forse di più le contrarietà” (sorride ancora, <strong>ndr</strong>).</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici?<br />
</strong>“Sono appena tornato da un viaggio di tre mesi in Asia con migliaia di foto. Il prossimo progetto sarà sicuramente legato a questo. Forse una mostra, forse un libro&#8230;”.</p>
<p><em>MICHELE BRUCCHERI</em></p>
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		<title>“AMICIZIA RUBATA”, LO SCONVOLGENTE ROMANZO D’ESORDIO DI SILVANA PUSCHIETTA</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 18:32:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Al microfono di Michele Bruccheri la scrittrice ligure, nativa di Sanremo, che abita in Lombardia. Ha già pubblicato numerose poesie e sta scrivendo un nuovo romanzo
Ligure di Sanremo, la scrittrice Silvana Puschietta esattamente un anno addietro ha pubblicato il suo primo romanzo. Un libro d’esordio davvero bello e coraggioso. Intelligente e generoso. Un romanzo intenso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignright" style="width: 282px"><img title="Silvana Puschietta" src="http://img825.imageshack.us/img825/3991/1silvanapuschietta.jpg" alt="Silvana Puschietta" width="272" height="320" /><p class="wp-caption-text">Silvana Puschietta</p></div>
<p><strong>Al microfono di Michele Bruccheri la scrittrice ligure, nativa di Sanremo, che abita in Lombardia. Ha già pubblicato numerose poesie e sta scrivendo un nuovo romanzo</strong></p>
<p>Ligure di Sanremo, la scrittrice Silvana Puschietta esattamente un anno addietro ha pubblicato il suo primo romanzo. Un libro d’esordio davvero bello e coraggioso. Intelligente e generoso. Un romanzo intenso, capace mirabilmente di toccare le corde più sensibili e profonde di ognuno di noi. Quasi una lezione di vita, direi, che consiste nel cercare quello che si ama. Cercarlo e trovarlo tuo malgrado. E una volta trovato, amarlo fino in fondo. “Amicizia rubata” (Senso Inverso Edizioni di Ravenna) è il titolo a firma della brava scrittrice che ora abita in Lombardia. Dapprima ha vissuto in Valle d’Aosta e poi a Torino. Ha lavorato, con importanti ruoli di responsabilità, in varie aziende nel campo del marketing e delle vendite.<br />
Ama enormemente la scrittura e la lettura, la musica jazz e l’arte contemporanea. E’ un’ambientalista convinta ed ama particolarmente la poesia. Ha già pubblicato i suoi versi in alcune antologie. Sta scrivendo un nuovo libro. Un progetto ambizioso. “Il tempo purtroppo è tiranno, e passa troppo veloce – ammette al nostro microfono -. Non so quindi quando riuscirò a completare questa mia opera. Speriamo, presto!”. Con immensa gioia l’abbiamo intervistata per la versione online del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.</p>
<p><span id="more-2494"></span></p>
<p><strong>Qual è la trama del tuo primo romanzo intitolato “Amicizia rubata”?<br />
</strong><strong>“</strong>Ho voluto descrivere come con la casualità degli incontri, la vita di una persona possa essere stravolta. Ho preso come personaggio principale una donna di mezza età, che realizzata negli affetti familiari e sul lavoro, a seguito di un incontro causale con un uomo dai comportamenti diversi dal suo modo d&#8217;intendere la vita, perde la sua sicurezza e piega la sua esistenza alla novità. Ed è nel corso del racconto che i due si scoprono, rivelando le loro vite precedenti ed è proprio in queste storie nella storia che il romanzo matura fino a giungere all&#8217;epilogo finale che annullerà l&#8217;idea di amicizia alla quale la protagonista si era aggrappata per poter far fronte a un sentimento che, ben sapeva, avrebbe potuto, col suo crescere, sconvolgere definitivamente la sua esistenza”.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 158px"><img title="La copertina del libro di Silvana Puschietta" src="http://img837.imageshack.us/img837/4661/2lacopertinadellibrodis.jpg" alt="La copertina del libro di Silvana Puschietta" width="148" height="207" /><p class="wp-caption-text">La copertina del libro di Silvana Puschietta</p></div>
<p><strong>Perché hai sentito l’esigenza di scriverlo?<br />
</strong>”Mi sono avvicinata alla scrittura con molta modestia, in quanto non avevo mai pensato fino a quattro anni fa di esserne capace. Il mio lavoro mi aveva portato a scrivere su argomenti tecnici e di cronaca in lingua inglese. Mi occupavo di marketing della comunicazione all’interno di un’azienda multinazionale. Altra cosa è scrivere romanzi o poesia. Dopo essere andata in pensione, ho iniziato a scrivere, pensando di lasciare a mia figlia degli scritti sulla vita della nostra famiglia. Un giorno però, con davanti il mio solito bloc-notes, che sempre mi porto dietro, ho iniziato a scrivere l’incipit di ‘Amicizia rubata’ e da quel momento la scrittura mi ha rapito e non ho più smesso”.</p>
<p><strong>Ci sono elementi autobiografici nel libro?<br />
</strong>”Sì, naturalmente. Più che autobiografico direi delle emozioni, dei luoghi che hanno fatto parte del mio percorso di vita. Ho attinto un po’ qua e un po’ là. Ho raccolto in questo libro storie mie, di amici e di familiari. Ti posso dire per esempio che le sedie verdi delle Tuileries a Parigi dove Myriam e Cristoforo si siedono e provano il piacere dello stare accanto scaldati dal sole, ebbene, io quella bella sensazione l’ho provata con accanto mio marito anni fa. Poi il pezzo dove descrivo Myriam che in macchina va verso la sua terra d’origine…, là c’è tutta la mia nostalgia per la mia cara Liguria. Per concludere ti dico che di autobiografico ci sono senz’altro le emozioni e i luoghi. I protagonisti li ho fatti muovere all’interno di un mondo da me vissuto e tante volte sognato”.</p>
<p><strong>Dove l’hai presentato?<br />
</strong>”L’ho presentato in alcune librerie della regione dove vivo: la Lombardia. Sono stata presente alle fiere della micro-editoria di Chiari (in provincia di Brescia), Modena e Milano”.</p>
<p><strong>Come è stato accolto dai lettori?<br />
</strong>”In linea di massima, direi bene. Ho ricevuto tanti complimenti, soprattutto da donne che in Myriam, la protagonista, ritrovavano loro stesse. Molte di loro m’hanno detto che il finale è stato una pugnalata al cuore, altre che era il finale più logico per non cadere nel banale. Comunque è stato letto con passione e apprezzato”.</p>
<p><strong>Chi fosse interessato al volume, a chi si dovrebbe rivolgere e come?<br />
</strong>”Il libro lo si può trovare in diverse librerie fiduciarie del mio editore (Senso Inverso Edizioni di Ravenna), su diversi siti Internet di vendita libri (La libreria universitaria, IBS) e direttamente dall’editore tramite il sito <a href="http://www.sensoinversoedizioni.it/">www.sensoinversoedizioni.it</a> “.</p>
<p><strong>So che scrivi anche poesie. Quando nasce la tua passione per la scrittura lirica?<br />
</strong>”Se la scrittura è stata una sorpresa per me, la poesia lo è stata ancora di più. Solitamente coloro che scrivono poesie hanno iniziato a scriverle fin dalla loro giovane età. Io al contrario non ho mai avuto una vena poetica. Tutto è iniziato più o meno in contemporanea con la scrittura di storie.<br />
Ricordo che i primi versi li ho messi giù viaggiando in treno in novembre sulla costa ligure e la tristezza delle spiagge deserte, il mare mosso e il mio stato d’animo infelice del momento misto all’eccitazione che provo ogni volta che ritorno nella mia terra, hanno fatto un bel cocktail e così ho scritto i primi versi della mia vita. Poi anche per la poesia è stato tutto un crescendo, una fissazione, direi. Ogni volta che il mio cuore sussultava per un’emozione, per una notizia, per un affetto, mi veniva spontaneo scrivere in versi. Poi ci sono stati gli amici di Facebook con i loro commenti benevoli che m’hanno dato l’entusiasmo per continuare e rendere pubblici i miei lavori. Ora per me è naturale. A volte scrivo due-tre poesie in un solo giorno…”.</p>
<p><strong>Continua…<br />
</strong>“Mi chiamano ‘la poetessa dal cor gentile’. Io ci rido sopra, smitizzo, non vorrei mai cadere nel peccato di vanità. Una cosa però sta avvenendo, sto cominciando a credere in me, ma sempre con molta molta modestia. Anche questa intervista mi sembra troppo per la mia persona! Le mie poesie sono tutte in rete, su Facebook e su dei Blog. Sento che sia giusto donarle per dar modo a chi mi legge di farsele loro e di emozionarsi. E’ come donare  un po’ di se stessi”.</p>
<p><strong>Qualcosa hai pubblicato in alcune antologie. E’ vero?<br />
</strong>”Alcune mie poesie sono entrate in un’antologia uscita a settembre 2011 intitolata Poetica-mente. Ci sono tanti altri autori, soprattutto donne, ed è per me gratificante essere fra di loro. Alcune mie poesie vengono scelte e pubblicate sul blog ‘Panorama Donna’. Da qualche mese sono sempre fra le prime dieci più lette. L’ho detto: la mia scrittura è dedicata alle donne. Un’amica giorni fa mi ha detto: ‘Tu sai leggere nel cuore delle donne’. Quasi, quasi ci credo!”</p>
<p><strong>Nelle scorse settimane hai pubblicato un breve racconto su un’antologia. Me ne parli?<br />
</strong>“Sì, è vero. E’ uscito a dicembre 2011 un mio racconto intitolato ‘L’incontro’ su una antologia dal titolo ‘Paesaggi letterari’ della Historica. E’ uno spaccato di vita vissuta. L’incontro con un’amica di gioventù dopo trentacinque anni. E’ solo emozione”.</p>
<p><strong>Chi sono i tuoi poeti preferiti e perché?<br />
</strong>“Alda Merini. E’ poetessa del dolore e della trasgressione. Ha vissuto una vita di stenti e con grande coraggio è andata contro al perbenismo dell’epoca. E’ stata una grande guerriera. Ogni sua poesia è per me fonte di meditazione. E poi Pablo Neruda. E’ il poeta della passione. Se dovessi abbinare un colore per lui, direi il rosso e per l’Alda direi il nero. Amo i poeti che cantano della mia terra, la Liguria: Montale, Sbarbaro, Sanguineti”.</p>
<p><strong>So che ami molto la musica jazz. Chi sono i tuoi autori prediletti?<br />
</strong>”Trovo che il jazz caldo sia una musica melanconica e sensuale. Mi piace ascoltare le grandi interpreti: Schuur, Simone, Holyday, Merrill, Vaughan e sdraiarmi ascoltando il suono del piano di Peterson, la tromba di Baker e di Davis e il sax di Getz. Raggiungo poi il massimo del piacere quando ascolti in trio Jarrett, Peacock e De Johnette. Li adoro”.</p>
<p><strong>Sei una strenua ambientalista. Come dimostri, concretamente, questa sensibilità del tuo carattere?<br />
</strong>“Nel mio modo di vivere e di far vivere chi mi è accanto. Preferisco andare a piedi o in bici. Acquisto sempre frutta e verdura coltivate biologicamente. Mi rivolgo ad aziende autorizzate per fare acquisti via internet di tessuti, creme, detersivi, olio… Collaboro con due amiche giornaliste che scrivono sul blog <a href="http://www.esseresostenibili.it/">www.esseresostenibili.it</a> . Per concludere, cerco di vivere la mia vita in modo eco-sostenibile”.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi migliori pregi?<br />
</strong>”La perseveranza”.</p>
<p><strong>E i tuoi difetti?<br />
</strong>”La timidezza”.</p>
<p><strong>Che genere di libri ami leggere?<br />
</strong>“Preferisco la scrittura femminile: Allende, Yourcenar, Duras, Maraini, Lessing, Gordimer.<br />
Gli scrittori israeliani contemporanei: Oz, Grossman, e Yehoshua e il mio adorato Calvino”.</p>
<p><strong>Se fossi una scrittrice famosa chi vorresti essere e perché?<br />
</strong>”Vorrei essere la Yourcenar, per la sua elevatura letteraria”.</p>
<p><strong>Sei nativa di Sanremo, la culla della musica italiana. Come giudichi, globalmente, la kermesse canora per antonomasia?<br />
</strong>”L’hai detto tu: è una kermesse di musica prevalentemente scadente, salvo qualche eccezione. E’ una grande fabbrica pubblicitaria dove tutti i cantanti vogliono apparire e non essere. Solitamente do sempre uno sguardo alla Tv all’inizio della rassegna, perché fanno vedere immagini di Sanremo, la mia città e io sono una inguaribile romantica”.</p>
<p><strong>Cosa pensi dell’Italia di oggi?<br />
</strong>”In questi ultimi mesi il nostro Paese ha acquistato credibilità. Presidente e ministri sono persone serie e autorevoli. E’ come se stessimo vivendo un periodo di pausa, di respiro dalla sequela di scandali, per poi, temo, ripiombare nel caos dei partiti. Non credo nei nostri politici. Sono delusa da tutti. Sono arrivata al punto di non voler più sentire i dibattiti politici; ne sono nauseata. E poi l&#8217;amoralità e le ruberie; la classe politica è sinonimo di ladri. Cosa vuoi che ne pensi? Speriamo di venirne fuori da questa tremenda crisi economica! E speriamo che non tornino più certi loschi individui”.</p>
<p><strong>Come giudichi i giovani italiani?<br />
</strong>”I giovani italiani sono i figli della generazione del benessere e della perdizione. Sono cresciuti con tutte le comodità, hanno studiato e ora sono fuori dal mercato del lavoro. Un castello di carte, che sta crollando giorno dopo giorno. I più fortunati se ne vanno all’estero. Penso che ai miei tempi quando uscivi dalle classi superiori con una buona votazione (non dall’università) le aziende ti chiamavano a casa per fare i colloqui e noi potevamo permetterci il lusso di scegliere, di rifiutare.<br />
Una grande utopia, oggi”.</p>
<p><strong>Secondo te, qual è lo stato di salute della Cultura (con la C maiuscola) nel nostro Paese?<br />
</strong>”C‘è sempre una buona cultura nel nostro Paese, siamo un popolo di grandi menti. La crisi ha però messo in crisi gli Enti, l’editoria, il cinema, il teatro… E il rischio anche qui è che più nessuno investa nei nostri autori”.</p>
<p><strong>Quali sono, secondo la tua ottica, le luci e le ombre di internet?<br />
</strong>”Internet è lo strumento di comunicazione col mondo intero e io non ne potrei più fare a meno.<br />
Ci vuole, però, la testa per usarlo…, come in tutte le cose, d’altronde”.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?<br />
</strong>”Bella domanda.<strong> </strong>Dopo il primo libro, ho scritto alcuni racconti brevissimi che sono stati pubblicati in antologie. Da alcuni mesi ho iniziato a scrivere un nuovo romanzo. Un’idea molto ambiziosa, ci sto lavorando nei tempi liberi dall’impegno che ho preso con il mio nipotino: Simone, un amore infinito.<strong> </strong>Anche questo libro parlerà di donne. L’idea è nata da una visita al paesino di Triora (il paese delle streghe) nell’alta Valle Argentina, in Liguria. Parlerò di donne che hanno subito la tortura per stregoneria, per arrivare ai giorni nostri con la protagonista, una scrittrice di mezza età che scopre un segreto della sua vita, mai rivelato prima.<strong> </strong>Il tempo purtroppo è tiranno, e passa troppo veloce. Non so quindi quando riuscirò a completare questa mia opera. Speriamo, presto!”.</p>
<p><strong><em>MICHELE BRUCCHERI</em></strong></p>
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		<title>“MAMMA, ESISTE UNA SCUOLA DOVE LE MAESTRE NON SI ARRABBIANO QUANDO UN BAMBINO SBAGLIA?”</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 18:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Michele Bruccheri intervista Daniela Vellani, poetessa di Napoli ed autrice del saggio che racconta il mondo della scuola. “Alla base del processo educativo – afferma – deve esserci un rapporto di fiducia, l’affetto e il sorriso”. Le piacerebbe scrivere un libro di ricette accompagnate da poesie
Un vero e proprio saggio, intriso di genuino autobiografismo, l’ultimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 287px"><img title="Daniela Vellani" src="http://img850.imageshack.us/img850/15/1danielavellani.jpg" alt="Daniela Vellani" width="277" height="320" /><p class="wp-caption-text">Daniela Vellani</p></div>
<p><strong>Michele Bruccheri intervista Daniela Vellani, poetessa di Napoli ed autrice del saggio che racconta il mondo della scuola. “Alla base del processo educativo – afferma – deve esserci un rapporto di fiducia, l’affetto e il sorriso”. Le piacerebbe scrivere un libro di ricette accompagnate da poesie</p>
<p></strong>Un vero e proprio saggio, intriso di genuino autobiografismo, l’ultimo libro, in ordine di tempo, di Daniela Vellani. La docente partenopea che insegna Lettere in una scuola media di Napoli ha pubblicato un volume di notevole spessore etico e culturale intitolato, poeticamente, “Mamma, esiste una scuola dove le maestre non si arrabbiano quando un bambino sbaglia?”. Sono 184 pagine di forte intensità, belle e ricche di aneddoti, di esperienze professionali, ma anche di suggerimenti per una scuola migliore e più efficiente. L’ho letto con famelica avidità ed enorme piacere. Una scrittura, quella della poetessa e saggista, elegante e comprensibile, senza orpelli o fronzoli. Diretta, schietta e chiara, ha raccontato lo sterminato universo scolastico partendo dalla sua personale esperienza, umana e professionale, con garbo e con efficacia espositiva.<br />
Un libro, quello di Daniela Vellani, che si rivolge a chiunque. Perché  i veri protagonisti dovremmo essere, davvero, tutti: alunni e docenti, genitori ed agenzie educative. E la vibrante testimonianza dell’insegnante napoletana dà ulteriore credibilità a ciò che narra con una prosa fluida ed avvincente. Nel volume, troneggiano anche alcune sue liriche che arricchiscono questo libro. La poetessa partenopea intende pubblicare, prossimamente, una nuova raccolta di liriche. Suddivise per tematiche. Al nostro microfono confessa anche il desiderio di scrivere un libro di ricette accompagnate da poesie. Lei, per tornare alla sua recente pubblicazione, dona davvero agli alunni la capacità “a sviluppare dentro di sé il ‘sole’ della cultura”. E non solo. Per lei, “alla base del processo educativo deve esserci un rapporto di fiducia, l’affetto e il sorriso”. Ecco l’intervista integrale rilasciata alla versione web del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.     </p>
<p><span id="more-2490"></span></p>
<p><strong>Di recente hai pubblicato il saggio, con abbondanti riferimenti autobiografici, dal titolo “Mamma, esiste una scuola dove le maestre non si arrabbiano quando un bambino sbaglia?”. Perché hai deciso di scriverlo?</strong><br />
“Ho deciso di scrivere questo libro per il forte amore che ho per la scuola, nella speranza che possa migliorare e che possa garantire la piena formazione di ciascun alunno, evitando errori, commessi anche in buona fede, che possano compromettere l’autostima e lo sviluppo di potenzialità di cui ciascun alunno dispone. L’ho scritto di getto, sotto forma di sfogo, dopo aver vissuto e assistito ad una serie di esperienze negative. E’una specie di fiaba in cui i protagonisti devono superare una serie di ostacoli e prove che gli antagonisti interpongono. In essa sono presenti ‘elementi magici’, ‘aiutanti’ che permettono il raggiungimento faticoso di obiettivi e la fiducia in sé. E’ un libro semplice e di facile lettura rivolto a tutte le generazioni. Ha riscontrato consensi da persone di tutte le età”.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 216px"><img title="La copertina del libro di Daniela Vellani" src="http://img11.imageshack.us/img11/6197/2lacopertinadellibrodid.jpg" alt="La copertina del libro di Daniela Vellani" width="206" height="320" /><p class="wp-caption-text">La copertina del libro di Daniela Vellani</p></div>
<p><strong>Questo volume si rivolge a tutti gli attori principali che – come scrive nella prefazione Ugo Piscopo – “sono interessati ai destini della scuola”. E’ così?<br />
</strong>“Sì, certo! La scuola è un teatro pieno di attori, che ‘recitano’ la vita attraverso una serie di prove, tentativi ed errori, una prova generale e la rappresentazione finale, il cui successo dipende da come sono guidati e motivati dal regista”.</p>
<p><strong>Tu sei una professoressa di Lettere presso una scuola media napoletana. Dal tuo “osservatorio” come vedi la nostra scuola?</strong><br />
“In questo momento, mi dispiace dirlo, ma vedo una scuola allo sfascio che va avanti grazie alla buona volontà di insegnanti che svolgono il loro lavoro come una missione e sono disposti a chiudere uno, anzi due occhi su tutto ciò che non va. I problemi sono molteplici: mancanza di fondi, mancanza di suppellettili (spesso le aule sono prive di veneziane e in alcuni momenti gli alunni sono costretti a spostarsi per evitare che il sole abbagli la loro vista), quando si assenta qualche docente, classi intere vengono divise e così gruppetti di alunni, in ogni ora, vengono condotti in altre aule interrompendo le lezioni in atto, diminuzione di ore di insegnamento di materie come l’italiano e la geografia con la conseguenza di un peggioramento della preparazione e meno tempo da poter dedicare ad eventuale recupero degli alunni che presentano difficoltà e l’elenco potrebbe continuare all’infinito”.</p>
<p><strong>Secondo te, “tutti i ragazzi hanno capacità, risorse e sono in grado di fare qualcosa”. Come possono essere aiutati, concretamente, dai docenti e non solo, soprattutto chi presenta una serie di difficoltà?<br />
</strong>“Tutti i ragazzi hanno capacità, potenzialità e risorse, nessuno escluso. Al di là degli interventi tecnici e specialistici, alla base del processo educativo deve esserci un rapporto di fiducia, l’affetto e il sorriso”.</p>
<p><strong>A ventuno anni ti sei laureata in Pedagogia con il massimo dei voti e la lode. Eppure, la tua esperienza di studentessa è stata assai travagliata. Quale lezione si può trarre dalla tua vicissitudine?<br />
</strong>“Ho raccontato la mia esperienza di studentessa, non molto felice, per dimostrare che quando s’incontrano difficoltà, non bisogna mai arrendersi: si deve andare avanti con fiducia, cadere e rialzarsi, mai lasciarsi andare, ma respingere l’immagine negativa che viene imposta. Arriverà il momento in cui si raccoglierà ciò che si è seminato, come è successo a me che giovanissima mi sono laureata a pieni voti, scavalcando vittoriosamente i numerosi ostacoli incontrati… Come tesi di laurea mi rivolsi alla docente di ‘psicologia dell’età evolutiva’ e l’argomento che scelsi fu eloquente: l’aggressività”.</p>
<p><strong>Nel libro racconti anche il tuo esordio nel mondo della scuola come docente. Come ricordi quel periodo di gavetta?<br />
</strong>“Non è stato un momento semplice. L’inesperienza gioca brutti scherzi soprattutto se ti trovi come supplente in scuole di trincea. Tornavo a casa in lacrime e non dormivo. Di notte pensavo e ripensavo ai miei errori e cercavo di trovare i possibili rimedi. Così, abituata a ‘rialzarmi’, non mi sono arresa, sono andata avanti risolutamente”.</p>
<p><strong>Ad un certo punto scrivi: “I migliori insegnanti sono stati gli innumerevoli allievi con cui ho avuto a che fare, soprattutto quelli considerati difficili”. Puoi spiegare meglio questo concetto molto importante?<br />
</strong>“Gli allievi sono degli insegnanti: ti giudicano, ti incoraggiano, ti danno affetto. Le loro domande e la loro curiosità allargano la tua cultura. Le loro confidenze ti conducono in dimensioni sociali svariate dove c’è di tutto. I loro vissuti allargano il tuo cuore e stimolano la tua sensibilità. Le loro riflessioni t’invitano a pensare. La loro creatività ti affascina e ti fa capire che la nostra mente non ha limiti e può allargarsi a raggiera”.</p>
<p><strong>Per te, un ruolo di notevole importanza è rappresentato dal laboratorio. Cioè dalla didattica del fare. Perché?</strong><br />
“Sono convinta che la didattica laboratoriale sia motivante e stimolante. L’alunno agisce, ‘fa’, produce, si sente protagonista e artefice del proprio apprendimento”.</p>
<p><strong>Assume una valenza di primo piano anche la ricerca, secondo la tua ottica. Per quali ragioni?</strong><br />
“La ricerca, non intesa come copia, è un’attività fondamentale. Tutte le discipline possono avvalersi di essa. Dando chiare spiegazioni agli alunni su cosa significhi e come attuarla, stimola la curiosità, l’interesse. Gli alunni si documentano, cercano materiale, fanno fotografie e video, pongono domande ai genitori e alle persone anziane, ‘esplorano il mondo’”.</p>
<p><strong>Mi è molto piaciuto il capitolo inerente la musica a scuola. Ci racconti la tua personale esperienza didattica legata al mondo musicale?<br />
</strong>“La musica è fondamentale! Io credo che andrebbe potenziato l’insegnamento di questa materia. Essa abitua i ragazzi ad ascoltare, ingentilisce l’anima, rilassa, emoziona, stimola l’immaginazione. Io personalmente, pur insegnando materie letterarie, ricorro spesso alla musica. Faccio ascoltare brani strumentali, canzoni dai testi significativi, faccio eseguire compiti col sottofondo musicale, invito i ragazzi a cercare brani musicali che rispecchiano gli argomenti di studio, dalla geografia alla storia, dall’italiano al latino”.</p>
<p><strong>Un’altra importante componente per l’insegnamento è rappresentata dal teatro a scuola. Ci spieghi i motivi?<br />
</strong>“L’attività teatrale dovrebbe essere una materia fondamentale. Io credo che sia l’attività più completa. Attraverso la drammatizzazione gli alunni conseguono una molteplicità di obiettivi: capacità espressive, superamento di insicurezza, diminuzione dell’egocentrismo e dell’aggressività, ampliamento del proprio bagaglio culturale, rispetto degli altri, scambi di ruoli, miglioramento dello schema corporeo, controllo delle emozioni… Non c’è un anno in cui non organizzo una rappresentazione teatrale. Quest’anno insieme alla collega di musica ho preparato un lavoro sulle ‘diversità’. Ho iniziato solo da un paio di settimane, ma i ragazzi sono già entusiasti… Leggo la loro voglia di ‘fare’ negli occhi”.</p>
<p><strong>Assai affascinante è il discorso sul diario. Concordi?<br />
</strong>“Il diario…: che ricordi! A me piaceva tanto sfogliarlo, riempirlo di annotazioni personali e di immagini. Mi accorgo che anche oggi, nell’epoca di Internet, dei socialnetwork e dell’informatica, esso è importante. E’ un amico segreto che non va sottovalutato per le sue importanti funzioni”.</p>
<p><strong>Mi parleresti, brevemente, anche dei viaggi d’istruzione e dei compiti per le vacanze?</strong><br />
“I viaggi d’istruzione offrono non solo l’opportunità ai ragazzi di conoscere nuovi posti e di allargare la propria cultura e le proprie esperienze, ma rappresentano un proficuo momento di aggregazione e rafforzano la socializzazione e anche il rapporto con i docenti diventa più confidenziale e amichevole”.</p>
<p><strong>E in merito ai compiti?</strong><br />
“Per quanto riguarda i compiti delle vacanze, li considero un vero e proprio incubo per alunni e genitori. Io, probabilmente criticabile per questo, al di là di consigliare qualche buona lettura e l’attenta osservazione dei luoghi di vacanze da fissare con foto, video e se vogliono liberi testi, non assegno mai i compiti, sia d’estate che a Natale o Pasqua”.</p>
<p><strong>Per te gioca un ruolo di primo piano l’universo multimediale e l’informatica. Perché?<br />
</strong>“Perché è il linguaggio di oggi. I ragazzi sono espertissimi, anzi spesso mi hanno aiutato ad entrare in questo universo, e la scuola deve adeguarsi e svolgere un ruolo di mediazione affinché vengano recepiti gli aspetti positivi di questo universo, evitando un eccessivo attaccamento al computer che potrebbe sfociare nella dipendenza”.</p>
<p><strong>Nel tuo libro c’è un capitolo interessante che contempla l’importanza del lavoro d’equipe nella scuola. Opportunamente scrivi: “Nella scuola, così come in qualsiasi ambito comunitario è importante sapersi fare ascoltare, saper ascoltare e saper interagire con gli altri”. Quali sono le principali difficoltà, oggi, secondo te?<br />
</strong>“Il lavoro d’equipe nella scuola è fondamentale. Purtroppo la società di oggi, tendenzialmente narcisistica, ha privato molte persone della umiltà, del mettersi in discussione e del riconoscimento dei propri errori e propri limiti. Si dettano sentenze senza possibilità di replica o di discussione ed ognuno, sulla difensiva, tende a chiudersi nel proprio guscio egoistico. Ciò avviene in tutti gli ambiti, ma quando accade nella scuola, si ripercuote negativamente sugli alunni che assistono, anzi subiscono, incoerenze, contraddizioni, squilibri e messaggi incomprensibili”.</p>
<p><strong>Nelle conclusioni scrivi una cosa semplice e bella, direi poetica (e tu hai un animo sensibile, essendo anche autrice di liriche). Mi riferisco ai gesti d’affetto da parte degli insegnanti che possono compiere miracoli. O no?</strong><br />
“A volte basta un piccolo gesto da parte degli insegnanti, come un sorriso, un nome pronunciato con dolcezza, un ‘bravo!’, una carezza, a riempire di gioia un alunno, gratificarlo e infondergli quella fiducia che lo aiuta ad acquistare sicurezza e a desiderare di studiare per dimostrare a se stesso di potercela fare”.</p>
<p><strong>Chi volesse acquistare il tuo libro, cosa dovrebbe fare? A chi si dovrebbe rivolgere e in che modo?</strong><br />
“Si può acquistare online presso Ilmiolibro it, sul sito lafeltrinelli.it e nelle Librerie Feltrinelli di tutta Italia (su ordinazione). Se può essere utile, il codice ISBN associato al libro è il seguente: 9788891007247”.</p>
<p><strong>Hai già pubblicato del materiale poetico e so che scrivi frequentemente. Sei una poetessa prolifica. Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?</strong><br />
“Probabilmente pubblicherò una nuova raccolta di poesie, suddivise per tematiche. Confesso un sogno nel cassetto: poiché amo molto la cucina, mi piacerebbe scrivere un libro di ricette accompagnate da poesie. Vedremo”.</p>
<p><strong>Hai la possibilità, ora, di rivolgerti al Ministro della Pubblica istruzione: cosa gli diresti, in merito alla scuola italiana?</strong><br />
“Gli direi di restituire dignità alla scuola, ai docenti e pensare che nella scuola c’è il futuro della nostra società. Visto che si devono fare ‘tagli’ a causa della crisi economica, invece di effettuarli con la scusa di riforme da riformatorio, consiglierei di eliminare le prove INVALSI, che solo di materiale cartaceo costano una cifra. Consiglierei inoltre di potenziare l’insegnamento della musica e delle materie artistiche e di inserire il teatro come materia di insegnamento in tutti gli ordinamenti scolastici”.</p>
<p><em>MICHELE BRUCCHERI</em></p>
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		<title>LA FOTOGRAFIA “DOCUMENTARIA” DI PAOLO FANI</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 17:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>

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Al microfono di Michele Bruccheri l’artista fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Intanto, una sua foto è uscita su una rivista americana. Di grande valore il suo reportage fotografico sull’ex manicomio di Volterra.
Nella sintassi fotografica di Paolo Fani, piena di pathos, si respira autentica poesia. Ama svisceratamente la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong> </strong></div>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 247px"><img title="Paolo Fani" src="http://img100.imageshack.us/img100/9792/1paolofani.jpg" alt="Paolo Fani" width="237" height="320" /><p class="wp-caption-text">Paolo Fani</p></div>
<p><strong>Al microfono di Michele Bruccheri l’artista fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Intanto, una sua foto è uscita su una rivista americana. Di grande valore il suo reportage fotografico sull’ex manicomio di Volterra.</p>
<p></strong>Nella sintassi fotografica di Paolo Fani, piena di pathos, si respira autentica poesia. Ama svisceratamente la fotografia di reportage ed ama particolarmente la fotografia di strada. Il vulcanico e grintoso fotografo fiorentino è indubbiamente un artista di notevole calibro. E la sua fotografia “documentaria” rappresenta un efficace modo di raccontare la realtà. Asserisce candidamente di essere nato, dal punto di vista fotografico, “con gli odori pungenti degli acidi e l’atmosfera rarefatta e magica della camera oscura”. E’ un fiume in piena. Si racconta, al nostro microfono, generosamente e con dovizia di particolari. Di notevole spessore artistico ed etico è il suo reportage fotografico sull’ex manicomio di Volterra dal quale, successivamente, è nata una mostra di grande successo. Da lì è nato anche un incontro toccante.</p>
<p>Paolo Fani ha pubblicato un interessante libro dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Un volume che può essere acquistato online. Si rivolge al neofita e al fotografo professionista. Una sua foto è stata pubblicata dalla rinomata e prestigiosa rivista americana “JPG Magazine”. Una soddisfazione enorme per il fotografo nato in provincia di Firenze che vorrebbe creare dei corsi per fotografi. Infatti, il suo principale sogno nel cassetto è poter insegnare. Intanto, con il suo Fotoclub promuove coinvolgenti serate monotematiche sull’affascinante mondo della fotografia. Raccogliendo un immane successo. “La Voce del Nisseno”, versione online del nostro periodico d’informazione, l’ha intervistato.</p>
<p><span id="more-2484"></span></p>
<p><strong>Dalla tua prima foto con la macchina fotografica, quasi “rubata” a tuo padre, alla scintilla vera e propria per la scrittura “sulla” e “della” luce trascorsero ben tre lustri. Cosa ricordi dell’inizio della tua passione per la fotografia?</strong></p>
<p>“Beh, non poteva essere diversamente, ero molto piccolo quando scattai quella foto. La macchina fotografica entrò prepotente a far parte della mia vita grazie ad un amico collega di lavoro. Aveva sempre con sé la sua reflex e spesso parlavamo di fotografia. Allora il mio unico interesse fotografico era ritrarre i momenti che passavo insieme alla mia fidanzata (diventata poi moglie). Utilizzavo una fotocamera a telemetro e ad ottica fissa, che aveva una resa splendida ma che ai miei occhi appariva come vecchia ed obsoleta rispetto alla tecnologica reflex del mio amico. Errore che compiono molti neofiti quello di pensare che il loro oggetto sia dequalificato, ma in fondo comprensibile. Il mio amico mi convinse ad acquistare una reflex e così iniziò il mio percorso fotografico”.</p>
<p><strong>Quali sono stati i tuoi primi scatti fotografici?</strong></p>
<p>“Un po’ quelli di tutti credo. Panorami, ritratti, i fiori della nonna&#8230;”.</p>
<p><strong>So che per te è stato assai importante varcare la soglia di una camera oscura. Per te rappresenta l’atto della creazione. E’ così?</strong></p>
<p>“Il varcare quella soglia non lo intendo solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista del cambiamento di approccio fotografico. Chi non ha mai frequentato una camera oscura non può esattamente capire cos’è veramente la fotografia e da dove viene. La magia di veder comparire l’immagine dal niente in quell’atmosfera rossastra non ha paragoni. Tutte le volte è un’emozione intensa. In camera oscura il tempo si dilata, i movimenti si fanno lenti e ripetitivi. Mentre carichi il negativo nella tank il buio ti avvolge, diventi sensibile, le tue mani diventano sensibilissime perché non puoi sbagliare niente. Sai bene che da quelle operazioni dipenderà la riuscita o meno di tutte le decisioni prese antecedentemente. Durante la stampa la magia si dilata. Esponi il foglio bianco e poi lo immergi nello sviluppo. Uno, due, tre secondi e cominci a veder comparire dei piccoli segni che si fanno pian piano sempre più nitidi e vanno a formare l’immagine. E insieme a questa magia che si rinnova, tutte le tue speranze, le intuizioni, le scelte, si traducono nell’immagine rivelata. In camera oscura la fotografia ha qualcosa di carnale, te la senti addosso, la annusi, la tocchi…”.</p>
<p><strong>Tra la fotografia analogica e quella digitale quale preferisci? E perché?</strong></p>
<p>“Sono due mondi lontanissimi, almeno per me, e molto poco sovrapponibili. Sono due esperienze talmente distanti che non mi sento di dire quale preferisco. L’unica cosa che le accumuna è l’uso della luce come mezzo per ottenere l’immagine”.</p>
<p><strong>So che per un certo periodo hai smesso di fotografare. Perché?</strong></p>
<p>“Quando il mondo fotografico passò dall’analogico al digitale, col nuovo sistema i costi erano proibitivi se volevi ottenere un minimo di qualità. Ma credo anche che insieme al cambiamento tecnico sia avvenuto un cambiamento della sintassi fotografica. L’analogico aveva i suoi punti di riferimento nella ripresa, dopo potevi sì fare qualcosa, ma gli interventi erano pur sempre limitati ad un aggiustamento minimo dell’immagine che avevi scattato, questo presupponeva una cultura di base che se non avevi…, dovevi farti per forza. Col digitale no. La post produzione diventò parte fondamentale del processo fotografico e, specialmente agli albori, sembravamo tutti rimbecilliti dalle possibilità offerte dalla camera chiara. Il linguaggio fotografico cambiò radicalmente e si assistette ad uno stravolgimento della fotografia per come l’avevamo vissuta fino ad allora. Desaturazioni improbabili, fotomontaggi, collage e porcherie simili venivano fatte passare per opere d’arte. Insomma io non lo accettavo questo sistema di lavoro. Era nata poi mia figlia e non avevo più tutto questo tempo da poter dedicare alla fotografia. Ho pochissime fotografie di lei da piccola ma tantissimi ricordi fissati indelebilmente nella mia mente e questo lo considero molto più importante di tanti album cartacei”.</p>
<p><strong>Come e perché ti sei innamorato della foto in bianco e nero?</strong></p>
<p>“Quando ho iniziato a fotografare io non esisteva altro mezzo per poter avere il controllo su tutta la fase di lavoro. Il colore era difficilissimo da stampare in proprio, e per come la penso io una fotografia non stampata non è una fotografia. La fotografia in bianco e nero è quella che ti permette di interpretare meglio la realtà che ti circonda. In una fotografia in bianco e nero il colore rosso posso averlo chiaro, scuro o grigio&#8230; La fotografia in bianco e nero ti permette di descrivere il concetto senza l’inquinamento soggettivo del colore. Ma è al contempo una scelta interpretativa che deve avere un senso. Non perdona la banalità e gli errori di ripresa e per questo viene considerato ‘difficile’. Purtroppo spesso il bianco e nero viene utilizzato per cercare di concettualizzare fotografie priva di qualità. Due frasi esprimono bene quello che penso della fotografia in bianco e nero. La prima è del fotografo Beppe Bolchi, che in una sua intervista su Tutti Fotografi di qualche anno fa dichiarò: <em>‘Colore è la visione degli occhi, del cervello; bianconero è la visione del cuore, dello stomaco. Colore è una visione oggettiva, oppure fantastica se manipolata. Bianconero è una visione assolutamente soggettiva, la realtà del cuore, dei sentimenti, delle percezioni ed è tremendamente personale, introspettiva’.</em> La seconda mi è stata regalata da un  bravissimo fotografo col quale ebbi anni fa uno scambio di vedute proprio su questo tema. Si chiama Arnaldo Pettazzoni. Ecco: ‘<em>Quando visiti una pinacoteca la prima cosa che noti sono i colori del quadro&#8230;  Determinano l&#8217;emozione immediata, poi ci si sofferma sul contenuto che racchiude la cornice. Il bianconero invece è come la scultura, e lì le cose si complicano, devi valutare le forme, i pieni e i vuoti, è più complessa l&#8217;analisi, nella scultura non ci sono i colori’.</em> Ecco. Il pensare alla fotografia in bianco e nero come a una scultura c’è tutta l’essenza della mia fotografia in bianco e nero”.</p>
<p><strong>Quale genere di fotografia apprezzi di più?</strong></p>
<p>“La fotografia di strada indubbiamente è la cosa che amo di più e che forse mi riesce meglio. Non amò molto però la street drammatica, diciamo che preferisco sempre cercare l’ironia del vivere quotidiano. Amo molto anche il ritratto, la fotografia di reportage e i panorami”.</p>
<p><strong>La musica – hai studiato per otto anni pianoforte classico – ha, secondo te, influenzato la tua sensibilità fotografica? E in che modo?</strong></p>
<p>“Altroché se l’ha influenzata! Soprattutto dal punto di vista estetico. Nella musica, a parte qualche sperimentazione assurda dei primi anni del secolo scorso, l’armonia è sempre stata il faro di riferimento. Ed il linguaggio musicale, anche nella sua evoluzione moderna, ha continuato a mettere al centro l’equilibrio armonico. Prendiamo Debussy, un autore che io amo moltissimo: si allontana dalle forme classiche ma lo fa mantenendo una sintassi musicale armoniosa e gradevole all’ascolto. Ho avuto la fortuna di avere Maestri che non hanno racchiuso il mio sentire musicale in compartimenti stagni, come spesso purtroppo avviene in ambito classico. Il mio insegnante mi faceva ascoltare Bach, Chopin e poi i Led Zeppelin mettendo in luce la similitudine di certi passaggi armonici e spiegandomi che quello che cambia in musica è il linguaggio melodico, il contesto storico-sociale insomma. Un po’ come nella scrittura. Oggi non si scrive come nel 1800 ma la grammatica non è cambiata da allora. Le espressioni dell’uomo sono belle a prescindere dal genere nel quale le inscatoliamo. Questa è stata la grande lezione che ho avuto e che ho cercato di mettere in pratica nelle cose che ho fatto. In fotografia io non riesco a concepire un’immagine che non abbia un’estetica gradevole. Il mosso, lo sfocato, le prospettive ardite. Tutto va bene se è finalizzato ad un insieme gradevole. Altrimenti è una fotografia venuta male e va gettata nel cestino”.</p>
<p><strong>L’informatica e la rete sono per te importanti. Per quali ragioni?</strong></p>
<p>“Credo che la rete sia cosa diversa dall’informatica. La rete è la parte sociale dell’informatica. Quella che ha permesso a miliardi di persone di potersi mettere in contatto anche da grandi distanze. La cultura è stata veicolata a velocità prima inimmaginabili da un continente all’altro. La rete ti permette di accedere in tempo reale a miliardi di informazioni e tutte aggiornate, ti consente di interagire con altre persone e quindi di migliorare te stesso. Purtroppo questa immensità di notizie porta gli utenti a non valutare ciò che è buono da ciò che non lo è e quindi si assiste spesso a dei tam tam ripetuti di notizie false. Ecco, il consiglio che mi sento di dare è sempre quello di non stancarsi mai di verificare le fonti delle notizie ma anche di chi le divulga”.</p>
<p><strong>E in merito all’informatica vera e propria?</strong></p>
<p>“Quello che c’è stato di bello invece con l’informatica è che sono state messe a disposizione dell’utente medio cose che prima erano riservate a piccole nicchie specializzate. Prendiamo ad esempio il video. Anni fa produrre un video di buona qualità era cosa riservata a chi poteva disporre di attrezzature professionali dal costo elevatissimo. Oggi, con un semplice pc ed un medio software di montaggio, ciascuno è in grado di realizzare un video. La qualità concettuale delle riprese e del montaggio poi è un’altro paio di maniche”.</p>
<p><strong>Il web, tuttavia, mostra anche il rovescio della medaglia, come accennavi tra le righe. C’è di tutto e non sempre è di buona qualità. O no?</strong></p>
<p>“Purtroppo, sì. E’ quello che in parte avevo già accennato prima. Riguardo alla fotografia in particolar modo sono fioriti come funghi portali fotografici che consentono a chiunque la pubblicazione delle proprie foto. Avendo iniziato in un’epoca, dove l’unico modo per essere pubblicato erano le riviste specializzate, anche io sono stato affascinato da questa possibilità. Nel 2006 mi iscrissi alla prima community, e poi negli anni successivi ad altre. E’ gratificante pubblicare una fotografia e ricevere commenti di apprezzamento. Ma questo giochino alla fine ti stanca, specialmente quando scopri che per molti è sì gratificante ricevere commenti, ma solo se sono di apprezzamento. Ed allora che senso ha confrontarsi se si deve dire solo che uno è bravo e che fa foto straordinarie?”.</p>
<p><strong>E poi?</strong></p>
<p>“Poi c’è il problema di chi amministra e modera l’attività delle community e non è all’altezza. Chi assume la carica di amministratore di un portale dovrebbe avere equilibrio e buon senso. Invece molte persone (per fortuna non tutte), hanno bisogno di questo titolo non tanto per mettersi al servizio di una causa in cui credono (anche fare soldi al limite, non mi scandalizza la cosa), ma esclusivamente per affermare se stessi, per sentirsi superiori e più interessanti rispetto agli altri, per ottenere attraverso la vita virtuale successi che non avrebbero nella vita reale. Un amministratore dovrebbe limitarsi al titolo che gli compete e cioè quello di moderare (che non significa non intervenire). Ma non esercitare il titolo di dittatore assoluto potendo così dettar legge a proprio piacimento, eliminando utenti scomodi o antipatici, scrivendo ciò che vuole perché tanto a lui non lo butta fuori nessuno, oppure chiudendo gli argomenti quando non sa più dove arrampicarsi per affermare le proprie ragioni. Questo è un modo molto infantile di comportarsi, in alcuni casi parlerei proprio di sociopatia. Immaginiamoci un tipo così nella vita reale. Chi vorrebbe averci a che fare? Tutte queste esperienze mi hanno portato a rivalutare l’importanza dei Fotoclub. Luoghi d’incontro dove si parla di fotografia vera, con persone reali e dove l’unica gerarchia è il merito e la partecipazione. Dove si discute sulle foto stampate. Stampa che rimane il migliore, se non l’unico modo, per presentare bene le fotografie…”.</p>
<p><strong>Prosegui…</strong></p>
<p>“Il web fra le altre storture ha prodotto un tipo di fotografia particolare. Una fotografia di tipo fantastico, sempre fortemente satura nei toni e dal forte sapore della manipolazione. E i contenuti? Dove sono andati a finire i contenuti? Ecco… frequentare il Fotoclub mi ha fatto ritrovare il gusto della fotografia vera, quella che si fa con la fotocamera e non davanti a un monitor”.</p>
<div><strong> </strong></div>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 219px"><img title="La copertina del libro di Paolo Fani" src="http://img696.imageshack.us/img696/5255/2lacopertinadellibrodip.jpg" alt="La copertina del libro di Paolo Fani" width="209" height="320" /><p class="wp-caption-text">La copertina del libro di Paolo Fani</p></div>
<p><strong>Hai pubblicato un libro assai interessante dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Qual è la sostanza del tuo saggio? A chi si rivolge, principalmente?</strong></p>
<p>“E’ nato un po’ per caso. Un giorno decisi di mettere insieme un po’ di cose che avevo appreso sul modo di fare il bianco e nero in digitale. Mentre scrivevo mi resi conto che forse potevo realizzare qualcosa di più di un semplice tutorial. Iniziai quindi a pensare ad un libro ma sempre a patto che fosse una cosa molto snella. Una pubblicazione che non si perdesse in mille spiegazioni noiose e spesso inutili. Ma un libro che desse gli strumenti senza pretendere di voler guidare il pensiero. Infatti in questo libro si parla esclusivamente dell’aspetto tecnico del bianco e nero. Una prima parte teorica spiega il rapporto fra i colori e i toni di grigio (il mondo che fotografiamo è a colori fino a prova contraria), poi entra nello specifico, spiegando i metodi di conversione più diffusi. C’è infine una sezione dedicata al sistema zonale ed alla sua applicazione in digitale. Il sistema zonale, per chi fosse a digiuno di fotografia, è un sistema messo a punto da Ansel Adams per la fotografia in bianco e nero. Il tutto è corredato da quasi 200 illustrazioni a colori. Affrontando per crescente difficoltà tutti gli aspetti della conversione in bianco e nero, il libro si rivolge sia al principiante che al fotografo esperto desideroso di approfondire metodi più complessi. Sul sito è possibile sfogliare le prime pagine e consultare l’indice”.</p>
<p><strong>Chi fosse interessato a questo manuale sul bianco e nero a chi si dovrebbe rivolgere? E in che modo?</strong></p>
<p>“Può essere acquistato solo on-line a questo indirizzo: <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=496911">http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=496911</a> ‘Il mio libro’ è un servizio che permette a chiunque di pubblicare un libro e metterlo in vendita. Un’altra delle meraviglie del mondo web. In pratica diventi editore di te stesso. Il problema è che sul sito accettano il pagamento solo con carta di credito, ed anche se il sito appartiene al gruppo Espresso c’è ancora molta riluttanza ad usare la carta di credito per acquistare on-line”.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 330px"><img title="La foto pubblicata in America" src="http://img3.imageshack.us/img3/9803/3lafotopubblicatainamer.jpg" alt="La foto pubblicata in America" width="320" height="208" /><p class="wp-caption-text">La foto pubblicata in America</p></div>
<p><strong>Mi risulta che una tua fotografia sia stata pubblicata da una prestigiosa rivista americana. Me ne parli? Di cosa si tratta?</strong></p>
<p> “Sì. La rivista si chiama JPG Magazine ed è legata al sito internet: <a href="http://jpgmag.com/">http://jpgmag.com/</a> Purtroppo pubblicano solo negli Stati uniti e in Canada e non spediscono in Europa, quindi ho potuto vedere la mia fotografia pubblicata solo in un pdf. La foto è una delle mie Street più belle. La selezione per essere pubblicati è severissima ed è stata una gran bella soddisfazione per me esserci riuscito, addirittura su una pagina doppia. La cosa paradossale è che, capendo la potenzialità di quell’immagine, l’ho mandata a diversi concorsi in Italia ed il risultato è che non l’hanno ammessa nemmeno ad uno”.</p>
<p><strong>Hai già prodotto un paio di portfoli? Partiamo dal reportage sull’ex manicomio di Volterra…</strong></p>
<p>“E’ stato un lavoro che mi ha portato molti riconoscimenti e soddisfazioni. L’ex manicomio di Volterra è un luogo iperfotografato ed era tanto tempo che avevo in mente di andarci. Quando seppi che il mio amico Ivano Cheli vi si era recato, gli telefonai e gli chiesi di poterci tornare insieme. Ero deciso a realizzare un reportage, ma volevo distaccarmi dagli stereotipi soliti che certi luoghi ispirano. Così feci delle ricerche su internet e un giorno mi imbattei in un libro realizzato con le lettere scritte dagli internati intitolato ‘Corrispondenza Negata’. Il ricovero in manicomio infatti era considerato una specie di morte civile. Queste lettere erano state occultate dalla direzione e mai spedite. Pensai che fosse l’aggancio che avrebbe reso il mio lavoro un po’ diverso, avrei scoperto dopo che anche Simone Cristicchi si era ispirato ad una di queste lettere per comporre la canzone con cui ha vinto il Festival di Sanremo nel 2007. Ordinai il libro, e con questo progetto in testa andai a Volterra a fare le riprese. Debbo ringraziare di nuovo Ivano che oltre ad avermi accompagnato, mi ha gentilmente messo a disposizione la sua meravigliosa attrezzatura fotografica”.</p>
<p><strong>Continua…</strong></p>
<p>“Nei giorni successivi selezionai le fotografie ed abbozzai un’idea di portfolio ma il libro non arrivava ed io aspettavo impaziente, fino a quando mi venne comunicato che non era più disponibile da tempo. Introvabile in libreria. Non mi detti per vinto. Da qualche parte lo avrei trovato… Feci una ricerca, e scoprii che una copia era disponibile alla biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze. Scrissi alla Direttrice Lucilla Conigliello, esponendole le mie necessità e lei, molto cortesemente, mi permise l’accesso alla biblioteca ed alla lettura del libro che cercavo. Mi immersi nella lettura di quelle lettere e rimasi lì tutto il giorno fotocopiando quelle che ritenevo più adatte a descrivere il percorso del portfolio. Il resto fu solamente un lavoro di impaginazione e di costruzione del percorso narrativo, estetico e letterario. Ho avuto molte soddisfazioni e riscontri da questo lavoro. Una delle più grandi è stata la lettura che ne ha fatto il professor Marcello Ricci, Docente e membro del Dipartimento Attività Culturali della Fiaf. Ricci ha detto che il mio lavoro presenta ‘uno svolgimento caratterizzato da omogeneità, coerenza, novità e sintesi, che sono criteri importanti nella costruzione di un portfolio’. Ed ancora: ‘Paolo Fani, con un intenso “crescendo” (ulteriore “criterio” costitutivo del portfolio), riesce a concretizzare una comunicazione importante dove non è assente, in fase conclusiva, una percettibile, delicata e modulata poetica in una atmosfera crepuscolare’. Il portfolio è fruibile sul mio sito Internet all’indirizzo: <a href="http://www.paolofani.it/gallery_detail.asp?cat=Manicomio-noslide">http://www.paolofani.it/gallery_detail.asp?cat=Manicomio-noslide</a> ”.</p>
<p><strong>Poi, c’è una mostra che ti ha fatto conoscere alcune persone. Di chi si tratta?</strong></p>
<p>“Il lavoro che realizzai a Volterra decisi di portarlo in mostra. Al di là del successo di pubblico che ebbi ci fu un episodio che mi toccò notevolmente. Un pomeriggio venne a visitare la mostra una signora. Si trattava della vedova del dottor Carmelo Pellicanò, l’ultimo direttore dell’Ospedale psichiatrico, colui che si batté insieme a Franco Basaglia all’interno del movimento Psichiatria Democratica per ottenere la chiusura dei manicomi, che raccolse le lettere e pubblicò il libro dal quale avevo estratto le frasi a corredo delle fotografie. Concetta rimase con me tutto il pomeriggio e mi guidò attraverso le fotografie in una storia pazzesca. Mi raccontò di come si svolgeva la vita all’interno dei locali, mi parlò di alcuni dei personaggi che avevano animato quelle lettere, in particolar modo mi parlò di NOF4, acronimo di Nannetti Oreste Fernando, l’ingegnere minerario che realizzò i graffiti tutt’intorno alle mura della struttura detentiva utilizzando la fibbia dei pantaloni.  Mi disse delle difficoltà che incontrarono come famiglia dopo la presa di posizione del marito riguardo alle violenze perpetrate all’interno dei nosocomi. Le minacce ricevute per telefono da lei, i figli seguiti per strada, la gazzella della Polizia in prossimità dalla loro abitazione. La chiusura dei manicomi andò a toccare una parte importante dell’economia delle città che li ospitavano. Sono cose che poche persone conoscono. Ciò mi ha fatto riflettere su come singolarmente siamo tutti molto sensibili alle tematiche sociali ma diventiamo sordi quando nascondiamo le nostre idee all’interno di una comunità. Per questo a persone come Basaglia o Pellicanò va il merito di aver saputo portare avanti una battaglia di civiltà mettendo in gioco se stessi e le loro famiglie”.</p>
<p><strong>Con la signora hai mantenuto i contatti?</strong></p>
<p>“Con la signora ci siamo scambiati i numeri di telefono ed ogni tanto ci sentiamo per un saluto. Successivamente, anche altri suoi familiari vennero in visita alla mostra, ringraziandomi di aver riportato in luce un libro che sembrava dimenticato. Adesso il libro è di nuovo disponibile, anche se in un’edizione non bella come quella che ebbi occasione di leggere io. Sono stati cancellati tutti i nomi riportai nelle lettere, credo in base alla legge sulla privacy. E’ stato fatto tanto per dare voce a chi era stato negato di parlare e poi gli togliamo l’identità… Non capirò mai certe leggi”.</p>
<p><strong>Con il tuo fotoclub stai promuovendo delle serate monotematiche. A chi si rivolge e perché?</strong></p>
<p>“Come ti ho detto precedentemente, nei fotoclub c’è molta ‘fame’ di fotografia. La cosa straordinaria è l’interscambio di conoscenze fra soci. Interscambio che deve avvenire sempre senza fini di lucro. Siccome il Fotoclub Firenze è uno dei pochissimi club in Italia ad avere una sede permanente (che è anche galleria Fiaf per il centro Italia), mi è stato chiesto da parte di alcuni consiglieri anziani di tenere delle conferenze parlando di fotografia per temi, ed io ho accettato con entusiasmo. Abbiamo fatto la prima serata sul bianco e nero e sulla sua evoluzione dall’analogico al digitale dimostrando come alla fine non sia cambiato niente dal punto di vista teorico, e come, usando altri strumenti (quelli digitali), si arrivi agli stessi risultati. Il successo è stato tale che ci ha convinti a proseguire. Così sono venute fuori la serata sul ritratto, quella sull’uso del flash ed una sull’uso di Photoshop a livello base e avanzato. Ho preparato delle proiezioni di fotografie e schemi per spiegare con dovizia di particolari tutti gli aspetti delle tematiche affrontate e dei pdf da regalare agli intervenuti a fine serata per dargli gli strumenti necessari affinché possano mettere in pratica quanto affrontato. In alcuni casi viene chiesto un piccolo contributo come rimborso spese (che va totalmente al club) per l’affitto e la manutenzione della sala e delle apparecchiature (videoproiettore e computer). Parlando di fotoclub le serate sono rivolte prettamente a fotografi dilettanti, anche se ho avuto l’enorme piacere della partecipazione di professionisti ed anche di studenti del vicino Liceo Artistico ad indirizzo fotografico. Se altri club fossero interessati a queste serate possono contattarmi e vediamo di organizzare”.</p>
<p><strong>Qualche domanda su di te, per conoscerti meglio. Quali sono i tratti principali del tuo carattere? Quali, ad esempio, i pregi?</strong></p>
<p>“Oddio, è difficile parlare di se stessi riguardo alla personalità! Comunque, proviamoci dai. Credo in generale di essere un tipo allegro, molto ironico e credo che questo traspaia abbastanza nelle mie fotografie. Amo stare in compagnia e so mettermi a disposizione degli altri senza che mi costi fatica, non sono attaccato al denaro, ho sempre vissuto felicemente con quello che potevo permettermi e facendo un bilancio debbo dire che fino ad adesso la vita è stata molto generosa con me. Credo nella condivisione della conoscenza che ritengo sia l’unico mezzo per migliorare se stessi e gli altri”.</p>
<p><strong>E quali sono i tuoi difetti?</strong></p>
<p>“La mia vita è stata un alternarsi di ‘input’ di tipo assai diverso, arrivati in maniera discontinua e confusionaria e io sono il risultato di tutto questo. Ordinato e caotico, sognatore e realista, tranquillo e irascibile. Con una cultura fatta di mille culture, nessuna delle quali approfondita fino in fondo. Questo credo sia il mio più grande difetto perché a volte dà l’impressione che non prenda mai sul serio niente. Ma oramai ho accettato questi difetti che poi alla fine sono quelli che mi hanno spinto ad essere molto curioso nei confronti del mondo. L’altro difetto, forse ancora più grande, è quello che no ho ancora imparato a contare fino a 10 prima di aprire bocca… e non per mangiare…!”.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi ideali irrinunciabili?</strong></p>
<p>“Amare la propria famiglia e i propri amici. Vivere felicemente godendo di quello che si ha. Sorridere sempre, più che si può. Essere ironico. Rispettare le idee degli altri ma pretendere rispetto per le proprie. Essere se stesso e non vendersi mai per quello che non si è”.</p>
<p><strong>Qual è la pellicola cinematografica che più ti sia piaciuta in assoluto e perché?</strong></p>
<p>“Da fiorentino non posso che risponderti ‘Amici miei Atto I e II’. Film che sono diventati oggetto di culto nella città del sommo poeta. Pellicole intrise di quell’ironia tanto cara ai miei concittadini di ieri e che sopravvive anche in quelli di oggi e che non sempre viene capita da chi non gode del privilegio di abitare sulle sponde dell’Arno. Uscendo dal provincialismo, ti dico una serie di pellicole che mi sono piaciute, rovistando a caso fra i cassetti della mia memoria. Ultimo Tango a Parigi. Rivisto oggi, senza la morbosità e il pensiero di quello che scatenò all’epoca è un film con una storia molto drammatica e intrigante e con una buona fotografia. Apocalypse Now. Delirante… ma ricco di sequenze straordinarie. Il Nome della Rosa. Una delle migliori trasposizioni mai realizzate da un romanzo. Con uno Sean Connery superlativo ed anche qui con una fotografia molto efficace. Professione Reporter. La sequenza finale vale da sola il prezzo del biglietto. Era il 1975 la computer grafica era ancora un pianeta inesplorato. Balla coi lupi. Poetico e con delle sequenze fantastiche. Uno dei pochi film fiume che non mi ha annoiato. La prima trilogia di Guerre stellari. Perché avevo 13 anni quando lo vidi e rimasi a bocca aperta per tutta la durata del film. E ancora in sequenza: La vita è bella; Il miglio verde; La leggenda del pianista sull’oceano; Schindler&#8217;s List; Il Postino; Lezioni di piano; The Blues Brother; Qualcuno volò sul nido del cuculo; Le fate ignoranti; I colori dell’anima”.</p>
<p><strong>Che genere di libri leggi?</strong></p>
<p>“Come ti ho detto prima la mia vita è stata un alternarsi di esperienze di tipo diverso e le mie letture la riflettono in pieno. Passo da un genere all’altro senza nessun criterio a seconda del momento e di cosa mi va di leggere. Spesso (direi quasi sempre) mi è capitato di leggere anche due, tre libri contemporaneamente e tutti di argomenti diversi. A parte i libri di fotografia, il libro che ho amato di più in generale è stato ‘Il nome della rosa’ di Umberto Eco perché è un romanzo che è molte cose insieme. Un giallo, un romanzo storico, un’allegoria delle vicende della storia italiana a partire dalla diatriba Guelfi – Ghibellini fino ad arrivare ai giorni nostri. Ed è inoltre descritta in modo sublime la ‘pazzia’ dell’intelletto umano che da una parte salvaguarda il sapere e dall’altra lo rende inaccessibile alle masse. Messaggio di condanna contro il cattolicesimo e la sua ottusità secolare a perseguire dogmi e convinzioni senza mai far avanzare di un solo passo l’umanità. Un altro libro che mi ha profondamente colpito è stato ‘Il mistero della genesi delle antiche civiltà’ di Alan Alford. In generale mi piacciono molto tutti i libri di scienze alternative ma questo in modo particolare tocca certi argomenti quali la comparsa dell’uomo sulla terra e la sua diversità rispetto a tutti i generi viventi che mi hanno fatto riflettere molto sulla teoria Darwinista dell’evoluzione. Alford affronta i misteri della nostra storia tipo la costruzione delle Piramidi e smonta i dogmi classici della scienza tradizionale invitando i lettori a ragionare col loro cervello considerando altre ipotesi. Un libro molto estremo ma che mi ha insegnato a cercare sempre un altro punto di vista”.</p>
<p><strong>So che il tuo sogno nel cassetto sarebbe insegnare. E’ vero?</strong></p>
<p>“Negli ultimi anni vedo un fiorire di corsi di svariato genere. Quelli che vanno per la maggiore o sono corsi che utilizzano la bellona di turno, meglio se nuda, in workshop tenuti in studio con sei, sette fonti di luce, pannelli, fondali… C’è un professionista che ti sistema tutto, una modella che sa come stare davanti all’obiettivo e spesso anche la make-up artist (truccatrice in italiano). Ti dicono pure che diaframma e che tempo impostare e il workshop  diventa esclusivamente una sessione di scatto. Poi torni a casa e siccome quasi nessuno dispone di uno studio sei punto e a capo e non hai imparato niente. Oppure ci sono i corsi di postproduzione, e quelli sono ancora peggio perché instillano nelle persone l’idea che è possibile fare tutto, recuperare tutto. Che la fotografia possa limitarsi a muovere con più o meno consapevolezza i cursori di Photoshop e che se uno sfondo non va bene lo cambio e via, questa non è fotografia ma spazzatura&#8230; Naturalmente sto parlando di fotografia amatoriale, il professionismo ha altri target. Le serate tematiche al Fotoclub mi hanno dato la consapevolezza che ho molto da trasmettere e quindi vorrei creare degli eventi dove riportare la fotografia a livello umano, dove insegnare ad osservare il mondo prima dentro l’obiettivo e solo dopo davanti a un monitor. Mi piacerebbe creare corsi dove i partecipanti tornino a casa con la consapevolezza non solo di aver appreso qualcosa ma anche di essere in grado di riproporlo con i propri semplici mezzi. Prossimamente vedrò come organizzare la cosa e come proporla. Grazie dell’ospitalità”.</p>
<p><em>MICHELE BRUCCHERI</em></p>
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