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LA MAFIA SI COMBATTE ANCHE CON L’INFORMAZIONE

LA MAFIA SI COMBATTE ANCHE CON L’INFORMAZIONE

ago 02 2017

L’EDITORIALE. Nel corso degli anni, il nostro giornale ha dato «voce» ai protagonisti che la contrastano. Sul piano giudiziario e politico, ma soprattutto culturale

 

 
 Michele Bruccheri

Venticinque anni fa, vennero uccisi barbaramente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Assieme agli agenti di scorta. Platealmente e vigliaccamente. Nei giorni scorsi, vi sono state iniziative in memoria. Per ricordare e mai dimenticare questi emblemi della legalità. Addirittura, è stata danneggiata la stele fatta erigere alla periferia di Agrigento dai genitori del giudice Rosario Livatino. E mentre si celebrano i martiri della mafia, si continua a parlare di misteri. Dei vari filoni d'inchiesta giudiziaria. Di depistaggi. Di buchi neri e di menzogne. Di chi avrebbe fabbricato bugie.

Nel corso degli anni, il nostro giornale ha raccontato la mafia. Ha soprattutto dato “voce” ai protagonisti che la combattono. Sul piano giudiziario e politico, ma soprattutto culturale. Abbiamo ribadito il valore innovativo della cultura. Nelle parole dei nostri autorevoli interlocutori ho colto, sempre, una grande tensione morale ed etica. Che è comunicazione della cultura. Che non è solo “sapere”, ma è soprattutto “valore”.

Abbiamo sottolineato come sia basilare il ruolo della scuola, dei giovani. Lo sviluppo nasce certamente dalla legalità. E se non c'è libertà, non c'è legalità e, dunque, non c'è sano sviluppo.

Abbiamo versato fiumi d'inchiostro. Numerosi sono stati anche gli articoli a firma di Pasquale Petix, sociologo e firma del nostro giornale. Abbiamo sempre detto che va smantellata la rete dei fiancheggiatori, che va estirpata la pianta della mafia. La mafia – prima di tutto (come asseriscono gli antropologi) – è un modo d'essere. Ho riletto quasi tutti gli articoli e gli editoriali che abbiamo pubblicato su La Voce del Nisseno in questi lunghi anni. Mi convinco sempre di più che bisogna coltivare l'antimafia del quotidiano e non quella da calendario. La memoria va coltivata costantemente e non a singhiozzo o a rate. La mafia si combatte anche con le parole, con l'informazione. Oggi facciamo riemergere alcune frasi pubblicate sul nostro periodico. Sono prevalentemente risposte alle domande delle mie interviste.

 
 I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

“Sconfiggere ogni tipo di criminalità mafiosa è possibile solo se famiglia, scuola, chiesa, volontariato, Istituzioni, politica perseguiranno questo obiettivo fondamentale: diffondere la cultura della legalità e favorire quanto più possibile la convivenza democratica di uomini liberi” (Filippo Falcone, storico e giornalista nisseno). La cultura della legalità va, dunque, rafforzata in seno alla società civile per costruire veri rapporti di convivenza. Ci vuole un lavoro di semina nel mondo della scuola, come sosteneva Leonardo Sciascia.

“Lotta alla criminalità e alle mafie non è opera di navigatori solitari. Noi dobbiamo dare sostegno alla magistratura e alle forze dell'ordine. Ma non basta. Oltre alla risposta giudiziaria o militare - necessaria ed importante -, ci vuole una risposta sociale ed educativa. Bisogna combattere la mafia con la cultura” (don Luigi Ciotti, responsabile di Abele e Libera). “Dopo le stragi di Falcone e Borsellino sicuramente c'è stata una reazione forte mai sentita prima in questi territori, da parte dello Stato. La mafia non è soltanto criminalità quotidiana, di quella efferata, ma è organizzazione capace di incidere su tutti i settori. Anche quelli sani della società” (Stefano D'Ambrouso, magistrato).

“Bisogna impoverire la mafia, toglierle denari e ricchezze. Applicare la legge che stabilisce che queste ricchezze vanno utilizzate socialmente da parte delle associazioni, dei Comuni e così via. Bisogna dare lavoro e scuola” (Luciano Violante, già presidente della Camera dei Deputati). “C'è stata una rivolta morale perché la collettività si è indignata di fronte alle stragi efferate che hanno segnato il punto più alto di una lucida strategia terroristica. Bisogna rompere i legami tra mafia e politica” (Ottavio Sferlazza, magistrato, all'epoca della mia intervista presidente della Corte d'Assise di Caltanissetta che si era occupato del processo sulla strage di Capaci).

“Abbiamo continuato a cullarci nell'idea falsa che una mafia che non spara è una mafia meno pericolosa o addirittura sul punto di essere sconfitta. E scopriamo che questa mafia più impermeabile, più subdola, che ha fatto una scelta strategica di non alzare il livello, ha evitato lo scontro ma nello stesso tempo è una mafia pericolosissima perché ha un controllo economico e sociale del territorio che mai aveva avuto” (Claudio Fava, europarlamentare e giornalista). Caterina Chinnici (magistrato ed europarlamentare): “Dietro alla mafia vi sono rilevanti interessi economici. Bisogna aiutare i giovani a coltivare i valori di legalità. Bisogna andare nelle scuole per parlare e trasmettere la legalità”.

Nicolò Mannino (Parlamento della Legalità): “Bisogna dare ai giovani il coraggio delle idee. Basta all'antimafia delle conferenze. Mai più il silenzio degli onesti. La Sicilia è fatta di talenti. Io racconto la Sicilia di Chinnici, Falcone, Borsellino… Bisogna vivere la legalità, non insegnarla”.

"Dare forza alla cultura della legalità per combattere e vincere tutte le mafie. Le migliori cose, nell'antimafia, le stanno facendo le scuole ” (Beppe Lumia, senatore). Guido Marino (questore di Caltanissetta): “Legalità deve essere un valore assoluto. L'educazione alla legalità passa dalla normale educazione. Fare il proprio dovere deve essere normalità”. Rosario Crocetta (europarlamentare, oggi presidente della Regione Sicilia): “La mafia è responsabile del sottosviluppo. E' un fenomeno criminale, ma anche un sistema di potere. La mafia si combatte insieme”.

Vincenzo Agostino (padre dell'agente di polizia ucciso): “Io ai mafiosi non posso dire di inginocchiarsi. I mafiosi non hanno cuore. Non hanno rispetto per gli altri. Posso dire ad uno di inginocchiarsi se ragiona, se ha coscienza. Loro non hanno questo. Né cuore, né coscienza”.

Leoluca Orlando (sindaco di Palermo): “Nella società dell'informazione, le parole non sono solo segno di cambiamento, ma esse stesse sono cambiamento. Le parole sono esse stesse rivoluzionarie laddove vige il silenzio”.

Informazione è, ovviamente, dare notizie e riferire fatti. E' anche coltivare meglio ed efficacemente la memoria. Per non dimenticare. Queste poche ma precise parole servono quindi a rimuovere il silenzio.

MICHELE BRUCCHERI