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ROMA, “…E LO CHIAMERAI DESTINO” E’ IL LIBRO D’ESORDIO DI MARCO TULLIO BARBONI

ROMA, “…E LO CHIAMERAI DESTINO” E’ IL LIBRO D’ESORDIO DI MARCO TULLIO BARBONI

apr 05 2016

di MICHELE BRUCCHERI - Grande amico di Terence Hill e Bud Spencer, oltre ad essere uno scrittore è regista e sceneggiatore ma anche autore teatrale. Di recente ha ricevuto, ad Anzio, il premio speciale alla Cultura 

 
 Lo scrittore Marco Tullio Barboni

 

Da pochi mesi, ha emesso i primi vagiti il libro d’esordio di Marco Tullio Barboni dal titolo “…e lo chiamerai destino” (Edizioni Kappa). Un complesso e articolato lavoro che analizza efficacemente e sapientemente aspetti profondi e meccanismi reconditi della vita che, inevitabilmente, incidono sul destino di ogni essere umano capace di provare sentimenti ed emozioni. Un libro interessante e originale, strutturato in forma dialogica. Ufficialmente è stato presentato a Roma al Teatro Le Salette, con preziosi contributi video di Bud Spencer e del noto professor Domenico Mazzullo. A condurre la serata il giornalista Giovanni Masotti.

 

Artista versatile e brillante, Marco Tullio Barboni appartiene ad una famiglia di grandi autori cinematografici. Lui stesso, regista e sceneggiatore, ma anche autore teatrale, adesso indossa i panni dello scrittore. “Sono nato professionalmente con i film, con Terence Hill e Bud Spencer - spiega alla versione online del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno -. Ed è naturale che mi senta legato a quelle esperienze”. Del padre, eccezionale e bravissimo operatore alla macchina prima e direttore della fotografia poi, dichiara: “E’ stato una persona unica e straordinaria”.

 

“Restano indelebili nel mio cuore e mia memoria le esperienze di comparse sui set”, mi narra in questa lunga intervista. Ha lavorato, inoltre, con il grande attore Philippe Leroy. Recentemente ha anche ricevuto un prestigioso premio speciale alla Cultura nell’ambito della manifestazione Ferrari Awards di Anzio. Ma ecco tutto il suo racconto riversato sul nostro taccuino.     

 

Come e perché nasce il tuo libro intitolato “...e lo chiamerai destino”?

“...e lo chiamerai destino” nasce dall’idea di veicolare conoscenze acquisite in anni di letture protratte per pura passione tramite una formula narrativa che mi è particolarmente congeniale. E nasce, soprattutto, dalla volontà di rendere fruibile, attraverso il racconto di una vita,  una materia straordinariamente affascinante ma tradizionalmente appannaggio della saggistica.

 

So che è strutturato in forma dialogica. Come mai questa scelta?

Per favorire l’empatia dei lettori, prima di tutto. Ad essi si richiede un piccolo sforzo iniziale di fronte a due “personaggi” tanto anomali quanto il conscio e l’inconscio antropoformizzati, per così dire, in Oscar e Felix. Una volta acquisita però questa percezione la vicenda decolla e si trasforma, appunto, nel racconto di una vita nel quale è possibile identificarsi di volta in volta con l’uno o con l’altro. Si è trattato di una scelta che mi ha consentito di seminare informazioni senza essere mai troppo didascalico, favorendo nel contempo, e progressivamente, la curiosità per l’evoluzione della storia.

 

 
 Lisa Bernardini presenta l'autore
E’ prevista qualche traduzione del libro?

E’ una eventualità che si sta valutando. Quella affrontata in “...e lo chiamerai destino” è una tematica assolutamente universale e dunque è verosimile che possa raccogliere interesse anche ad altre latitudini.

 

Ufficialmente,  la presentazione è avvenuta a Roma presso il Teatro Le Salette. Com’è andata?

Decisamente bene. Grazie anche alla scelta di discostarsi dalla classica formula paludata solitamente utilizzata per la presentazione di libri. Quella di “...e lo chiamerai destino” si è avvalsa di contribuiti video di Bud Spencer e del prof. Domenico Mazzullo, della “conduzione” del mio amico il giornalista Giovanni Masotti e dell’intervento di due attori che hanno recitato alcuni passi del libro. Tutto ciò, senza sottrarre nulla all’esposizione dei contenuti, ha reso la presentazione agile e, a tratti, addirittura divertente.

 

C’è un calendario di nuove presentazioni?

Stiamo valutando anche quello. Il libro è in circolazione soltanto da un mese...

 

Molti personaggi famosi hanno espresso una valutazione sul libro. Ci fai un sunto?

“...e lo chiamerai destino” è sicuramente un libro originale. Non solo perché è uno dei pochissimi libri che si avvalgono della forma dialogica per l’intero corpo della narrazione ma perché affronta tramite questo espediente il rapporto tra conscio ed inconscio come mai è stato fatto prima. Tutti gli intervenuti alla presentazione hanno messo in risalto soprattutto questo aspetto sorprendente che, prima di loro, era stato già sottolineato dai due che sono, di fatto, diventati i “testimonial  del libro: Bud Spencer ed il prof. Domenico Mazzullo. “…e lo chiamerai destino” affronta una tematica solitamente appannaggio di studi psicanalitici con uno stile contiguo a quello delle sceneggiature cinematografiche e perciò mi ha fatto particolarmente piacere avere lusinghiere recensioni da parte  di due famosi personaggi provenienti, appunto, da cinema e psicologia.

 

Per la realizzazione del libro, c’è qualcuno a cui devi essere grato?

Sicuramente devo gratitudine al mio vecchio amico Alfonso Di Vito, direttore artistico del Teatro Le Salette in cui si è svolta la presentazione. Essendo “...e lo chiamerai destino” il mio primo lavoro concepito per l’editoria e muovendomi quindi in territorio per molti versi ancora ignoto, ho pensato, a stesura ultimata, di rivolgermi a lui, che per molto tempo ha lavorato nel settore, affinché mi dispensasse qualche consiglio su come meglio procedere. Ne ho ricavato preziosi suggerimenti sulla veste grafica da conferire al libro ma soprattutto devo a lui la conoscenza con Riccardo Cappabianca, il titolare della Edizioni Kappa, il quale, a fronte dei tempi biblici contemplati da alcune case editrici per la valutazione di un testo, ha deciso in un paio di settimane di partecipare alla scommessa che un libro con i connotati di “…e lo chiamerai destino” rappresenta e di dar seguito alla sua  pubblicazione.

 
 Un momento della presentazione a Roma

 

Tu sei un artista poliedrico e versatile. Tra scrittura, cinema e teatro quale settore preferisci di più e perché?

Impossibile rispondere con una sentenza assoluta. La scrittura mi ha offerto una possibilità di espressione che non sarebbe stata altrimenti possibile. Un vicenda come quella raccontata in “...e lo chiamerai destino” non avrebbe potuto realisticamente essere raccontata in prima battuta con un mezzo diverso. Quello che per l’editoria è stata una scommessa, per il cinema sarebbe stato un azzardo che molto difficilmente qualche produttore avrebbe voluto affrontare. Questo non vuol dire che in un futuro il libro non possa trovare una trasposizione cinematografica o teatrale, tanto che sono già stato contattato da chi sta valutando questa seconda eventualità.

 

 

Appartieni ad una famiglia di grandi autori cinematografici. E vanti numerose esperienze. A quali ti senti maggiormente legato?

Sono nato professionalmente con i film, con Terence Hill e Bud Spencer; ed è naturale che mi senta molto legato a quelle esperienze. Ne ho seguito sempre tutte le fasi, dall’ideazione all’edizione... anche più di un anno di lavoro ogni volta. Ho viaggiato in mezzo mondo per seguirne la realizzazione, sono stati successi internazionali come pochi altri... Insomma: esperienze formative ed indimenticabili. Si è trattato di prodotti commerciali ma realizzati sempre con grande professionalità da straordinari “artigiani” del nostro cinema: davvero una bella scuola. Detto questo, restano indelebili nel mio cuore e mia memoria le esperienze di comparsa sui set in cui, in concomitanza con le vacanze estive, mio padre acconsentiva che lo accompagnassi. Due film tra tanti: “I quattro monaci” di Carlo Ludovico Bragaglia con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Macario e Nino Taranto e “Spartacus” di  Stanley Kubrik con Kirk Douglas, Laurence Olivier, Jean Simmons e Peter Ustinov. Nomi che dicono tutto, credo. Allora non potevo apprezzarlo, perché avevo dieci anni o giù di lì, ma nel caso di “Spartacus” incrociai, per così dire, anche l’autore della sceneggiatura Dalton Trumbo: un signore che sta alla scrittura per il cinema come Albert Einstein sta alla teoria della relatività generale!

 

Cosa è stato per te, artisticamente, tuo padre?

Nel corso della sua vita professionale mio padre è stato un eccezionale operatore alla macchina -altrimenti con avrebbe potuto lavorare per gente come Zinnemann, Wyler o Kubrik - un ottimo direttore della fotografia ed un regista di grandissimo successo. Avendo collaborato con lui per un quarto di secolo... va da sé che “artisticamente” ha significato moltissimo. Ma tutto ciò è nulla in confronto a ciò che ha significato “umanamente”. Mio padre è stato una persona assolutamente unica e straordinaria: dotato di un ineguagliabile senso dell’ironia; di un grande amore per il suo lavoro e per le bellezze della vita, dalla musica alla buona cucina; della capacità di affrontare gli eventi, dai più entusiasmanti ai più problematici, sempre con grande leggerezza, dove leggerezza non è da intendersi come sinonimo di superficialità ma semmai del suo contrario e, soprattutto, di un sottile e divertito disincanto rispetto al cosiddetto rutilante mondo dello spettacolo, forse perché avendo conosciuto e collaborato con i più grandi gli riusciva facile collocare tutti gli altri secondo la loro più autentica caratura.

 

 

Bud Spencer e Terence Hill sono due grandi artisti e tuoi amici. Hai lavorato con loro. Cosa rappresentano per te?

Parte della risposta è già nella domanda: degli amici. E con degli amici si sta bene insieme, ed anche se in passato non ci si è sempre soltanto divertiti ma ci si è anche confrontati e discusso, ed anche se le rispettive strade si sono separate e ci si è persi di vista per tanto tempo, quando ci si ritrova, ci si ritrova tra amici. E questa è sempre una bella sensazione. Vale per tutte le persone  e quindi anche per due belle persone come Bud e Terence. Nella fattispecie, però, Carlo e Mario -personalmente preferisco chiamarli così - rappresentano la conferma vivente della potenza delle sincronicità. Tutta la vicenda legata a Trinità ed al genere che ne è derivato è stata innescata da una “cospirazione di improbabilità” che per un niente avrebbe potuto non realizzarsi. Viceversa si è realizzata cambiando la vita, prima ancora che la carriera, non solo di mio padre, di Mario e di Carlo ma quella di molta, moltissima altra gente. Il “filone” che quel film ha avviato ha dato, infatti, lavoro a tante persone, per tanto tempo, in tanti paesi del mondo. E di questo mio padre era particolarmente fiero, oltre che grato all’universo per averlo consentito.

 

Che ruolo potranno avere, entrambi, per gli eventuali sviluppi artistici tratti dal volume?

Non credo potranno esserci sviluppi di tale genere purtroppo, e non solo per motivi di anagrafe rispetto a George Martini, il protagonista di “...e lo chiamerai destino” il cui conscio ed inconscio ne raccontano la vita. Un ruolo, in verità, comunque Carlo lo ha già avuto “bevendosi” il libro tutto d’un fiato e dispensandomi una recensione affettuosa e divertente ma non per questo meno acuta. In assoluto stile Bud Spencer, per giunta.

 

Un tuo lavoro importante è stato “Il grande forse”, un cortometraggio con l’interpretazione di Philippe Leroy. Di cosa si tratta? 

Un po’ aulicamente mi verrebbe da dire che è stata un'altra incursione in nome della libertà di espressione. In realtà avevo una gran voglia di trasferire in immagini l’idea che avevo avuto dopo aver rivisto a distanza di almeno trent’anni “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. La possibilità di esplicitarla nell’arco narrativo di un cortometraggio mi ha convinto ad avviare il progetto. Il titolo “Il grande forse” deriva da una frase pronunciata da Rabelais che sul letto di morte ebbe a dire: me ne vado a cercare il grande forse, intendendo l’ignoto, ciò che inevitabilmente deriva dall’incontro con la Morte. Tutti elementi che si ritrovano anche ne  “Il settimo sigillo” dove il cavaliere, faccia a faccia con la morte che è venuto a prenderlo, la sfida nella famosa partita a scacchi…

 

Continua.

Io ho immaginato un incontro simile ai nostri giorni con un anziano, solido e navigato signore che mentre porta a spasso il suo cane incontra la Morte, per così dire, in missione, che sta andando a prelevare un’altra persona. Questa però non è una morte nobile e solenne come quella de “Il settimo sigillo”, è una Morte stanca e plebea, vagamente insofferente ed anche lei confusa davanti al “grande forse” in cui è destinata a condurre ognuno di noi. Il dialogo che nasce tra i due, nell’atmosfera magica e sospesa di una notte romana sull’Appia Antica, è stato esaltato dalla straordinaria interpretazione di Philippe Leroy - grande attore e grande persona, e non solo perché a ottant’anni suonati si lancia da seimila metri con il paracadute! - e di Roberto Andreucci - che pur essendo un produttore esecutivo si concede delle incursioni da attore con grande passione e sorprendente talento - ed ha fatto sì che il cortometraggio conseguisse un lusinghiero successo in molti festival specializzati sia in Italia che all’estero, soprattutto in Francia.

 

Ai Ferrari Awards di Anzio hai ricevuto il premio speciale Cultura. Sei contento per questo importante riconoscimento legato a "...e lo chiamerai destino"?
Certamente. E non solo perché , come ogni premio, blandisce inevitabilmente l'ego di chi lo riceve. E neanche solo perché è il primo connesso a "...e lo chiamerai destino" ed all'interesse che ha suscitato. Ma a trasformarmi in una sorta di aruspice e a farmi trarre lieti presagi è stato il connubio tra un brand, come si suol dire,  espressione di assoluta eccellenza come la Ferrari, del quale sono grande estimatore e tifoso, e la città di Anzio nei cui pressi ho trascorso tante estati di ragazzo, anche da comparsa sui set di film mitologici o western: "Romolo e Remo" e "I crudeli", ad esempio, entrambi per la regia di Sergio Corbucci e con la fotografia di mio padre vennero girati a Tor Caldara, a due passi dal luogo in cui il premio mi è stato conferito. Insomma: una grande soddisfazione "condita" da piacevoli ricordi!

 

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Mamma mia! L’elenco sarebbe lunghissimo. E talmente variegato da apparire vagamente schizofrenico. Andrebbe da Flaubert a Raymond Chandler, da Diderot a Scott Turow... ma dovrei citarne anche tanti altri per quelle che sono a mio giudizio delle autentiche “perle”: da “Il petalo cremisi e il bianco” di Michel Faber a “Una scandalosa giovinezza” di Alberto Bevilacqua; da “L’ombra del vento” di Carlos Luis Zafòn a “Memoria delle mie puttane tristi” di Marquez.  E poi c’è la saggistica, con tutti gli autori che mi hanno fornito materia per “...e lo chiamerai destino”, prima di tutti: Daniel Kahneman, Daniel Goleman, David Hawkins, Bruce Lipton... Insomma: sono un lettore onnivoro e totalmente indisciplinato. Leggo quello che mi suggerisce l’istinto e la voglia di approfondire. So che molti puristi non approverebbero ma tant’è.

 

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

“Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli. Straordinario, meriterebbe di diventare libro di testo nelle scuole superiori, per come la vedo io.

 

Qual è la tua migliore qualità?

Forse il tentare di applicare quelle che Luciano De Crescenzo ricordava essere le doti del vero filosofo ma che io credo rappresenterebbero doti inestimabili per qualsiasi essere umano di fronte agli eventi della vita: il distacco dalle passioni, la sospensione del giudizio e il dubbio.

 

E il tuo peggio difetto?

Riuscirci troppe poche volte. Però insisto.

 

Dal sito web del nostro periodico di informazione “La Voce del Nisseno” hai la possibilità di lanciare un messaggio. Quale?

Chiedo scusa ma ho una sorta di idiosincrasia nei riguardi dell’espressione “lanciare un messaggio”: di gente che lancia messaggi ce n’è fin troppa, e troppo spesso per raggiungere fini diversi dai dichiarati. Se mi è permesso, mi limiterei ad un consiglio, un consiglio amichevole: proviamoci tutti ad acquisire le doti del vero filosofo perché, sapete, credo proprio avesse ragione Bertrand Russel quando diceva: la cosa seccante di questo mondo è che le persone intelligenti sono piene di dubbi e gli imbecilli maledettamente sicuri di sé.

 

MICHELE BRUCCHERI 

 

La Voce del Nisseno online