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ELIDE FUMAGALLI, ARTISTA ECLETTICA CHE AMA IL TEATRO E LA POESIA

ELIDE FUMAGALLI, ARTISTA ECLETTICA CHE AMA IL TEATRO E LA POESIA

dic 14 2011

Michele Bruccheri intervista l’autrice bergamasca del libro in versi “Petali di luce”. I suoi progetti editoriali sono molteplici. Eccoli in dettaglio

 

 
 Elide Fumagalli

Questa intervista ad Elide Fumagalli è anche un “viaggio” dove il passato irrompe, con brutale dolcezza, con la sua valanga di ricordi. Ci dona un briciolo di poesia. Seguiremo la sua sorte artistica e riconosceremo nella sua peculiare storia quella di ogni essere umano che ha il coraggio di deviare la rotta del destino. Sciorina un eloquio pieno di grazia, a tratti commovente (soprattutto quando parla del padre) e meraviglioso. Mostra di essere un’artista brillante e versatile, capace di pensare divertendosi e di divertirsi pensando. Interloquire con lei è stato, per me, arricchente e piacevole. Mi ha regalato parole belle e preziose.

 

Di Bergamo, seconda di quattro fratelli, ad Elide Fumagalli, 48 anni, mamma di due figli (non raccontiamo tutto della sua sfera privata), piacerebbe vivere al mare d’inverno e a Parigi in estate. Ha fatto numerosi corsi e stage per il teatro. Ha lavorato nelle scuole e nelle biblioteche, raccontando con rara maestria fiabe e leggendo libri; insegnando a leggere, a narrare e a dar vita ai personaggi. Per grandi e per bambini. “Mi definisco narratrice – spiega al cronista -. I racconti aprono l’anima ai bambini e donano loro le ali attraverso le emozioni che nascono nell’ascolto. Molti di questi progetti sono stati, purtroppo, tagliati”.

 

Nel suo passato, come nel suo presente e nel suo futuro, parafrasandola, “campeggia alto un sogno: diventare una scrittrice”. Ha pubblicato, tuttavia, un libro di poesia dedicato ai fiori. “Petali di luce” è il primo di una trilogia. Ne seguiranno altri due. Dopo i fiori, sarà il turno, dapprima, degli animali e, poi, della frutta. Coccola molti progetti editoriali e, obiettivamente, è molto brava. Ecco tutti i dettagli in questa lunga intervista rilasciata alla versione on line del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.  

 

Il tuo nome, Elide, significa “Dio del sole”. Sono curioso di sapere se esso abbia influito nella tua vita. O no?

“Se ti dicessero più volte al giorno che devi essere energia, di quelle che devastano la terra di caldo e di vita, tu come ti sentiresti? Il nome è un pezzo dell’anima, i genitori non scelgono i nomi, li colgono nell’aria o nella pancia. E di quel nome tu nutri il tuo destino”.

E’ vero che ami il mare?

“Solo da poco tempo. Ho incontrato Atlantis nei miei pensieri e nei miei viaggi immaginari, ho condiviso con loro uno spazio mentale diverso, movimenti diversi, un sentire che va oltre il corpo e la terra. Strano come semplicemente immaginando tu possa cambiare”.

So che ti piace Parigi. Perché?

“Amo profondamente una città senza mai averla vista ma solo vissuta. L’ho vissuta quando passeggiavo con Modigliani, quando accarezzavo le pietre intrise di sangue e mani che cercano la vita dove è stata loro negata. L’ho vissuta negli odori delle foglie acerbe di una primavera che stenta a sorgere dalle proprie gemme, nelle foglie d’autunno che marce si accasciano sotto i piedi che le sciolgono calpestandole. L’ho vissuta anche come dice Baricco: ‘Negli occhi degli uomini c’è quello che vedranno, non quello che hanno visto’. Mi piace per ciò che Parigi ha visto, nel bene e nel male. E’ una città che mi obbliga a trovare un modo per conciliare gli estremi dell’uomo: grande arte, grandi innovazioni, grandi massacri, e rivoluzioni di corpi e pensieri. Credo che l’uomo debba riconoscersi nella propria storia e che la storia di tutti forgi la propria, come i geni i quali ci danno le nostre  mani e i nostri cuori. Perché l’amo con certezza lo saprò il giorno in cui ci metterò piede per la prima volta e forse il mio amore si chiamerà odio, ma lì saprò da dove vengo. E dove sto andando”.

Mi parli brevemente della tua infanzia?

“Ho pochi ricordi, come se il mondo attorno a me fosse stato talmente diverso da come me lo aspettavo nascendo che c’era da morirci dentro. Non crescere per riempirlo ma fuggire da esso. Mi sentivo diversa e la normalità è da sempre stato un obbiettivo. Ricordo che  mi mandavano a nuoto ed io volevo diventare ballerina. Mi rinchiudevo in una soffitta per ore al freddo d’inverno e al caldo cocente d’estate, di quello che ti ‘strizza’ le gocce di sudore e te le fa scorrere lungo la schiena. Con quello che altri buttavano o cose che riuscivo a trovare costruivo oggetti e giochi. Vivevo dentro ad un mondo fatto di ragnatele. Le mie mani danzavano su pezzi amorfi di  ‘cose’ ricreandone altre. Mani che descrivevano anche i miei pensieri dando loro musica e forma, pensieri che ben presto scoprii unici. Erano fiabe dentro ad un corpo di bambina che voleva crescere. Era un mondo fatto di mattoni tritati che diventavano sugo per spaghetti fatti d’erba, erano birilli che si trasformavano in un presepe, erano corde che arrotolate divenivano medaglioni e spille. Erano vecchi giornali che diventavano bambole di carta, fino a quando vidi che le mie bambole non sorridevano più. Mio padre stava morendo”.

Tuo padre è morto quando eri un’adolescente. Come lo ricordi?

“Era l’unico che mi accarezzava, mia madre non lo faceva, nessuno glielo aveva insegnato. Ricordo la fisarmonica che la sera suonava per noi, ricordo le sue dita veloci battere sui tasti bianchi e neri e dall’altro lato sui piccoli tasti bianchi che sembravano pulsanti per suonare campanelli e far aprire porte sconosciute. Pensavo li schiacciasse a caso quei tasti, non ci poteva essere tanta destrezza e precisione da poterlo fare così velocemente. Ricordo l’incanto di quel soffietto che andando avanti e indietro permettendo al suono di aprirsi al mondo e giungere alla mia anima risvegliandola. L’arte accomuna il cielo alla terra e chi se ne nutre da piccola non può che fare come gli alberi che puntano i loro rami al cielo. Ogni pianta trova vie diverse per raggiungerlo e stagliandosi di notte contro le stelle si fondono con la loro bellezza.Ricordo una storia che mio padre ci raccontava e che con tutta probabilità si era inventato lui. Ricordo un giorno. Ero arrabbiata e lui venne in camera mia, mi portò un mandarino, lo sbucciò per me. Insieme a quel mandarino ho mangiato tutto l’amore che un padre, poteva dare ad una figlia che sapeva di dover lasciare di lì a poco. Lavorava molto, aveva un’avicola e partiva all’alba e la sera dopo cena ritornava dai suoi polli, alla terra ma quando c’era era un fulmine che rischiarava la notte e la sua luce rimaneva dentro me per giorni. Lo è tuttora”.

Hai lasciato la facoltà di Pedagogia, a Parma, per amore. Te ne sei pentita?

“Era una scelta sbagliata, avrei potuto fare entrambe le cose, ma quel ragazzo della Puglia era tutto ciò che a diciotto volevo. Pentita, no. Le scelte, anche sbagliate ci aprono cammini diversi. Il mio sguardo sul mondo è privo di molto che mi avrebbe dato quel conoscere che a volte mi manca e che ho cercato di colmare, ma ho dovuto aprire la mente e il cuore in altri modi, su altri mondi. E forse per questo ho aperto vie nuove”.

Tardivamente hai scoperto il teatro. E’ così?

“A quattordici anni una suora stava per mettere in scena: ‘La locandiera’ di Goldoni. Chiamò tutte le mie amiche, con cui passavo ogni momento libero e assegnò a tutte una parte. Ricordo la trepidazione mentre le nominava aspettando che dicesse il mio nome: Ivana, la locandiera; Antonietta, il marchese ma il mio non fu pronunciato. Mi prese poi da parte e disse: ‘Elide tu sei negata per il teatro ma le tue amiche verranno alle prove quindi vienici anche tu. Farai il cameriere, entrerai dicendo: ‘Ecco il tè” e poi rientrerai per portarlo via’. Dire ad un bambino che è stonato lo costringe a diventarlo. Questi sono destini negati. Occorre fare attenzione con i bambini e aver cura anche dei loro futuri possibili. Ora recito per professione. Tutto cominciò quindici anni dopo ‘La locandiera’. Avevo trent’anni e andai a sviluppare delle foto che avevo fatto alla galaverna. Angelo, il fotografo, mi disse: ‘Sto preparando una commedia in dialetto e avrei bisogno di qualcuno che faccia una piccola parte’. Ovviamente gli risposi la frase di quella suora che ormai pareva scritta nel mio codice genetico: ‘Io sono negata per il teatro’. Lui mi disse: ‘No, ti ho osservata e credo che tu possa fare questa parte’. In quel momento un destino negato franò ed un futuro possibile emerse con tutta la potenza di chi rassicurato, comincia un nuovo viaggio. Anni dopo mi mostro un biglietto che gli avevo scritto, lo prese dal suo portafoglio. C’era scritto: ‘Al mio primo regista’. Rimasi stupita, non ho fama né gloria. Per lui ero qualcuno di degno, con quel gesto fatto in maniera mesta ai piedi di città alta me lo ribadì”.

La tua esperienza nel mondo della scuola è articolata ed intensa. Ci racconti le tue tappe più significative dal punto di vista umano?

“Era un mondo dove spesso i bambini sono fatti di burro e le insegnanti vogliono farci delle torte da far mangiare ai genitori nelle recite di Natale. Bambini profumanti di vaniglia e cioccolato. Il teatro invece avrebbe fatto emergere la loro essenza, celata a chi deve insegnare a far di conto. Prima di decidere quale spettacolo fare li guardavo come Michelangelo guardava la pietra prima di scolpirla. Lui diceva che dentro la pietra c’è già la scultura, toglieva solo quello che la celava. Avevo imparato a vedere oltre il visibile e non chiedetemi né come né perché. Spesso quando un’insegnante mi diceva di assegnare una parte ad un bambino le rispondevo, per esempio: ‘No, quella bambina sa accudire gli altri, farà la mamma nella recita. E gli spiegheremo che è una gran cosa’. La maestra mi rispondeva: ‘Ah già, sì è vero, a casa si occupa ogni pomeriggio di due fratelli più piccoli, i genitori tornano tardi dal lavoro’. Le maestre non si stupivano di questo, io sì. Li guardavo e sapevo la parte da assegnare loro e se in quella recita non vi era un personaggio adatto a loro, poco male, se ne aggiungeva uno tagliato su misura su quel bambino. Le scuole avevano ridotto all’osso il monte ore tanto da dovermi occupare solo della parte tecnica della recita, frustrante e inutile…”.

 

Prego, continua Elide…

“Anche quando recitavo in piccoli gruppi succedeva che la storia prendeva una strada diversa da quella fino ad allora raccontata. C’era un bambino che aveva bisogno di un tal personaggio dentro il quale vivere il suo dramma, le sue paure e trovare in esso una via, una traccia verso al soluzione. Li facevo viaggiare dentro sogni immaginari per riportare a casa pezzi di sé che gli sarebbero serviti per viaggiare. Ciò che facevo era semplicemente aprire strade a loro precluse. Ma tutto questo poteva essere fatto anche con altre forme d’arte. Poi tutto è cambiato, pochissimi fondi arrivavano alla scuola, giusto per raccontare due o tre storie e non un intero progetto, o poche lezioni in cui l’unico obbiettivo era quello di mettere in scena uno spettacolo e tutto il resto era stato inghiottito. Questo era il vero mostro! Un anno fa, ricevetti una telefonata da parte di una coordinatrice di una scuola dell’infanzia dove avevo lavorato per cinque anni e che a causa dei fondi tagliati non avrei più potuto andarci: ‘Ciao, sono Rossella, come stai? Ti va di diventare la maestra dei verdi?’. Non ci avevo mai pensato, avevo 24 ore di tempo per decidere. Ora sono la maestra dei verdi ed ho tutto il tempo per scalpellare via la pietra e far emergere ciò che loro già sono, già sanno. Troverete i miei diari di bordo qui: http://www.myspace.com/elidefumagalli/blog/514583219

 

Cosa sono i corsi di illustrazione per l’infanzia ai quali hai dedicato il tuo tempo prezioso?

“Il tempo diventa prezioso solo quando fai cose che diventano scalini verso un dopo che sta sopra, per raggiungere il cuore dell’universo. Ho seguito per anni corsi di illustrazioni con Janokovic, Octavia Monaco, Chiara Carrer, Giovanni Manna e altri presso la scuola di illustrazione internazionale per l’infanzia di Sarmede. Ho destrutturato le regole del mio mondo dopo aver scoperto là che potevo farlo nelle illustrazioni per bambini. Non ci sono regole di prospettiva né di proporzioni, ma solo di emozioni e impressioni. Tutto il resto avanza. L’essenzialità e la profondità è la regola, non altre. Tutto questo si è trasferito al mio modo di vivere la terra e i suoi abitanti. Quest’anno, per la prima volta, non son andata a Sarmede, ho da poco lasciato la Svizzera dove ho fatto un corso con Arno Stern”.

In cosa hai recitato, Elide?

“Ho un grande difetto: fatico moltissimo a imparare a memoria. Ricordo che per un saggio di un corso di dizione volevo portare: ‘A Silvia’ di Leopardi, appesi la poesia in casa ad ogni angolo, sull’armadio, sullo specchio del bagno, sull’armadietto della cucina e per settimane continuavo a ripetere: ‘Silvia rimembri ancora quel tempo…’ e lì mi interrompevo. La mia vicina dal balcone a fianco gridava: ‘gli occhi suoi…’. Avevo insegnato la poesia a tutto il vicinato ed io ancora non la sapevo. Posso, per contro, leggere una storia in cinque minuti e raccontarla per due ore, arricchendola di particolari davanti ad un pubblico di decine o centinaia di persone. Per questo motivo, non perché sono ‘brava’, recito da sola. Ho recitato per il ‘Festival internazionale burattine e burattinaie’ sotto i portici della mia città, al ridotto Gavazzerni del teatro Donizetti di Bergamo; nel teatro, in un paio di rassegne teatrali, in decine di Biblioteche. Sono in prevalenza spettacoli per bambini, ma anche racconti e letture per i grandi, creati da me o presi da altri. La fatica maggiore forse è stata Pelleas e Melisande. Ridurre un’opera di quella portata ad un racconto inserendo poi altri poeti di quell’epoca è stato un lavoro titanico. L’ho fatto solo una volta, non l’ho mai più riproposto. Recitare a canovaccio ti consente di creare legami sconcertanti con il pubblico. A volte accade che il mondo si fermi, tutti sono in un contenitore che noi chiamiamo universo, collegati attraverso le mie parole e le loro emozioni,  come se si risvegliasse una memoria organica in noi che ci accumuna alle stelle, ai neutrini. Non più figli del tempo ma della luce. I tagli finanziari alla scuola hanno notevolmente penalizzato molti progetti culturali. Ti risulta, vero? Assolutamente sì. La falce spesso quando deve tagliare recide fiordalisi e papaveri insieme alle spighe. Ma sono i fiori che nutrono il mondo di nuove certezze. Senza di esse le strade non si costruiscono, neppure per raggiungere i granai”.

Il tuo sogno è diventare scrittrice. Perché?

“Nasciamo con uno scopo nella vita, ma credo che ciascuno abbia la possibilità di scegliere come attuarlo. Mi va di farlo in questo modo. Ho conosciuto modi di approcciarsi alla vita che stanno tra la fiaba e la realtà e proprio per questo credo siano intrise di una verità profonda che vada al di là del comune sentire.  La parola scritta non è invadente né prepotente, ‘ascolta’ i tuoi ritmi e li asseconda facendosi cogliere e accogliere, come, dove e quando tu sei pronto a farlo. Tutto qui. Un libro è una parte di te che gentilmente ti prende la mano e ti accompagna nei profondi attimi che ti accorpano a quel pezzo di universo dove io ho colto e decifrato ciò che là c’era di tuo, di mio”.

Qual è il libro più bello che hai letto?
“Il Piccolo Principe di Antoine de Saint- Exupery”.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

“Antoine de Saint-Exupery, Hermann Hesse, Italo Calvino”.

So che hai pubblicato qualche libro di poesia. Me ne parli?

“’Petali di luce gioco poetico di fiori’. Era estate, di quelle che ti fanno fuggire dalla caldo rifugiandosi al fresco contatto con la tua anima dove cerchi fragranti pensieri per ristorare il tuo corpo spossato. La curiosità salverà la terra ed io ho sondato grazie ad essa alcuni fiori che conoscevo, ciascun fiore ha messaggi. Al di là del tempo e della spazio loro mi hanno risposto. Quando tu scegli un fiore è perché quello ti è affine e lui è una traccia, un’indicazione di quel che sei o sarai nell’immediato futuro. Mi sono divertita a scoprire cose per me. Un giorno mi hanno chiesto di fare uno spettacolo per la festa della donna. L’ho creato con questi testi. Le persone venivano, sceglievano un fiore ed io leggevo loro le poesie. Ascoltavano poi canzoni di fiori. E’ uno spettacolo che ha girato per un paio d’anni. Molti alla fine della serata mi chiedevano il testo del fiore scelto. Un’amica ha preso contatto con una casa editrice ed è nato: ‘Petali di luce’. Tutto qui. Questo è il link: http://www.narrativaepoesia.com/petali_di_luce.html

 

Le illustrazioni inserite nel volume sono di tuo pugno. E’ vero?

“Spesso faccio cose solo se sono costretta a farle. Non trovavo immagini free dei venticinque fiori, avevo appena conosciuto la tecnica della monotypia e collage in un corso con Chiara Carrer. Avevo lo strumento e la necessità d’usarlo”.

Ti dedichi anche alle videopoesie. Come e perché nascono?

“Le prime videopoesie erano doni, sono nate per alcuni poeti conosciuti in rete. Mi dava piacere trasformare parole preziose per qualcuno in ‘immagini sonore’ e visive. Le videopoesie dei mie testi, invece, nascono a causa delle mie insicurezze. Scrivo poesie da quando avevo otto anni, ho cominciato a pubblicarle in rete e non credevo potessero interessare, le corredavo quindi di un video… Una sorta di rinforzino, supporto alla penuria di autostima, attualmente si trovano su questo sito:

www.scrivere.info/elidefumagalli

Quali poeti apprezzi di più, tra gli italiani e tra gli stranieri?

“Ci sono dei momenti della vita in cui apprezzi più un poeta rispetto ad un altro. L’amore per la poesia è stato innestato, da adolescente, da Baudelaire e Prevert. Così distanti riuscivano a colmare la mia anima che faticava ad assemblare le varie sfaccettature della mia personalità. E poi Montale , Rimbaud, Neruda, D’Annunzio. Ora amo in particolar modo Leopardi”.

A che punto sono i tuoi nuovi propositi letterari? So che hai in cantiere molti progetti: o mi sbaglio?
“Vorrei fare una trilogia di libri dedicati a sondare la natura. Dopo il primo, ‘Petali di luce’ dedicato ai fiori, ci sarà quello sulla frutta e sugli animali. Ho molte fiabe per bambini nel cassetto, alcune hanno già storybord e illustrazioni, mi piacerebbe cominciare a proporle alle case editrici. Quando racconti pare che tutte svanisca dopo poco. Le miei parole scritte soddisfano il mio bisogno di lasciare una traccia visibile del mio passaggio che non sia semplicemente un ricordo che sfuma e che sedimenta indistinto dentro l’anima creando tracce verso il cielo. E’ egoismo, basterebbe questo. Vorrei essere un muratore che dopo che ha costruito una casa la può guardare per poi rivolgere lo sguardo alle proprie mani e dir loro: ‘Ecco cosa avete fatto’. La fisicità della realtà a volte mi manca”.

E poi ce ne sarebbe un altro, di una certa Lucie che intervista personaggi famosi morti. Quando vedremo il “parto”, Elide?

“Lucie è un personaggio principale che incontra altri personaggi realmente attraverso ‘contatti’ con Lucie. La natura e il personaggio di Lucie emerge poco a poco nel corso delle interviste come una storia dentro le interviste. Lucie è una creatura ‘strana che, suo malgrado, ha percezioni e contatti ultraterrene che pervadono il suo quotidiano. Ad un certo punto della sua vita decide di intervistare alcune persone realmente esistite che daranno letture sia umane che spirituali delle loro opere. La prima viene fatta ad Antoine de Saint-Exupery su: ‘Il Piccolo Principe’. Scoprirà così che il libro non è null’altro che un’insieme di istruzioni di vita per una crescita spirituale. Non è affatto un libro per bambini ma ogni dettaglio è metafora e racchiude precise indicazioni che Lucie riuscirà a far sue e altrettanto potrà fare il lettore. Ci sono qua e là dettagli della vita di Antoine che emergono via via, assumendo un’altra valenza, in una nuova chiave di lettura”.

 

Interessante, direi. Prosegui…

“Antoine, dopo anni, incontra Lucie, tornando ‘su questa terra’ per far comprendere meglio quello che lui aveva scritto nel Piccolo Principe e per un passaggio di testimone, continuare attraverso lei, il messaggio ‘L’importante è invisibile agli occhi’. Nell’intervista, inoltre, c’è una sorta di addomesticamento da parte di Antoine nei confronti di Lucie, come la volpe con il Piccolo Principe. C’è un colpo di scena finale che accomunerà in maniera inequivocabile il libro del Piccolo Principe a Lucie. Lei, Lucie, parlerà un po’ anche di ciò che sente, di alcune cose della sua vita, poiché quando ci si incontra davvero, prima o poi, si parla anche un po’ di sé. Tutto questo avviene qua e là discorrendo di cose che emergono proprio grazie al lavoro che stanno facendo insieme. Da qui partiranno anche tutte le altre interviste proprio per continuare a portare i messaggi contenuti nel Piccolo Principe. Lucie continuerà a intervistare altri personaggi realmente esistiti, ma pur avendo ancora fortemente una connotazione umana essendo ‘al-di-là’ aggiungono, oltre a quella terrena, una visione ancor più alta delle cose. Ogni incontro sarà un percorso anche per lei che crescerà proprio attraverso queste interviste, le quali  saranno sempre arricchite da vicende e considerazioni sulla sua vita, come in una sorta di romanzo stemperato dentro le varie interviste. Tutto questo darà modo al lettore di conoscerla sempre di più e di chiedersi che cosa  nella prossima intervista le accadrà, i suoi desideri, le sue avventure umane quali saranno e come l’intervistato, attraverso una rilettura di un suo libro (esempio Oscar Wilde che parla di Dorian Gray) la aiuteranno a comprendere e a vivere al sua vita. Tutti quanti noi aspiriamo ad avere degli ‘amici’ così speciali! Lucie è una persona che vive nel nostro tempo ma con una marcia in più, che nel suo scrivere mette a disposizione anche a noi. Ho già scritto ovviamente l’intervista ad Antoine, ma anche il secondo libro: la doppia intervista a Modigliani e alla sua compagnia Jeanne Hebuterne”.

Qual è la tua principale virtù caratteriale?

“La sincerità”.

 

E il tuo più fastidioso difetto?

“La sincerità”.

Dal Nord, come vedi il Sud della nostra Italia?

“E’ malinconia e struggimento pensare a certi luoghi che mi appartengono dopo averli vissuti intensamente, semplicemente posandoci i piedi. Il mare che attraversa le mie onde-pensiero con la risacca che non vuol abbandonare la terra. I tramonti dove il sole sembra appartenere solo alla terra, che imprime e pregna i cieli di quei luoghi. Gli odori che ti immergono in una realtà che neppure la fiaba più veritiera ti può far immergere ed emergere. E poi gli sguardi di persone, soprattutto i vecchi (chiamarli anziani mi sembra riduttivo e farsescamente gentile) dove scavano dentro di te semplicemente mostrandoti ciò che hanno vissuto e soprattutto come hanno affrontato la loro esistenza, cullata da un’accettazione della vita che ha quasi del trascendente. E le colline, gli altipiani e le pianure che sanno costeggiare e corteggiare la mia anima. Il respiro mi attende e si ferma, fermando, il pensiero dentro i ricordi della Valle dei Templi di Agrigento, della costa calabra, di Pompei, ma anche dell’entroterra brullo della Sicilia che ti induce a riempirlo di forti intenzioni, in una terra in cui non puoi seminare, neppure con il pensiero, banalità e cose scontate”.

Chi è Elide Fumagalli per Elide Fumagalli?

“Ciò che dico di essere non sono già più.

Neppure questa intervista ora mi somiglia.

Sono altrove. E sto cercando anche per te”.

 

MICHELE BRUCCHERI

 

La Voce del Nisseno online