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MARIELLA SOLDO, DALLA SEDIA DELLO SCRITTORE E’ NATO IL LIBRO “NEL NERO PROFONDO”

MARIELLA SOLDO, DALLA SEDIA DELLO SCRITTORE E’ NATO IL LIBRO “NEL NERO PROFONDO”

feb 07 2010

Michele Bruccheri intervista la promettente e geniale scrittrice di origine lucana. Recentemente ha pubblicato un romanzo antiromanzo. Il protagonista non ha nome, la trama non esiste, i luoghi sono evanescenti. Il suo desiderio è non essere abbandonata dalla poesia 

 

 

 
 Mariella Soldo

Una scrittura elegante, forbita e fluida. Che trasmette una grande energia. Si tratta della giovane scrittrice Mariella Soldo, 26 anni, di Bari. Arguta e geniale, ha di recente pubblicato un libro interessante dal titolo “Nel nero profondo”. La brava autrice di origine lucana è poliglotta, laureata in Lingue e letterature straniere.

 

E’ impegnata nel dottorato di ricerca in Letteratura francese ed ama profondamente la poetica di Arthur Rimbaud. Ha un solo desiderio: non essere abbandonata dalla poesia. Con infinito piacere, “La Voce del Nisseno” l’ha intervistata.

 

Nelle scorse settimane hai pubblicato un libro intitolato “Nel nero profondo” che tu definisci un antiromanzo. Perché?

Sì, lo definisco antiromanzo per vari motivi. Innanzitutto, il mio non è un testo che segue le regole del romanzo classico. La protagonista non ha un nome, la trama è pressoché inesistente, i luoghi sono vaghi. In secondo luogo, ho scelto il prefisso anti- perché, considerando la forma frammentaria del testo, sembra quasi la bozza di un romanzo, come quando annotiamo su foglietti sparsi le idee su ciò che vogliamo scrivere. E poi, anti- risulta ambiguo. In ‘Nel nero profondo’ parlo anche di rivoluzione, e il prefisso potrebbe risultare come un richiamo alla rivolta”.

 

Qual è la risposta dei lettori?

“Molto positiva, per il momento. Le persone che lo hanno letto mi hanno riferito di aver sentito emozioni forti nel ventre. In effetti, volevo puntare proprio su questo, come ho detto nella mia nota al libro. Le parole sono ferite… Incidono, lentamente”.

 

C’è anche una postfazione dell’attrice Barbara De Palma. Cosa ha scritto?

Barbara De Palma è un’attrice del Teatro Osservatorio di Bari, nonché una brava compositrice e scrittrice. Ho scelto lei per questa postfazione perché ho intenzione di portare ‘Nel nero profondo’ a teatro. Volevo il punto di vista di una persona che conoscesse bene il palco e Barbara ha saputo cogliere perfettamente la teatralità del mio testo. Infatti, verso la fine, Barbara scrive: ‘Il sipario si apre e si chiude di continuo, e i giochi di luce e d’ombra non danno scampo ai ‘lettori-spettatori’, che alla fine, ebbri di ‘pulsioni acide’, si ritrovano imprigionati in una ragnatela di sensi…, improvvisamente ed inaspettatamente ‘sporchi di tutto ciò che non si può dire’’. Il teatro è una condizione interiore e solamente l’interiorità di un’attrice poteva centrare la drammaticità di ‘Nel nero profondo’”.

 

Quando nasce la tua passione per la scrittura?

“La mia passione per la scrittura, in particolare per la poesia, nasce quando avevo undici anni. A quell’età ho scritto i miei primi versi, ‘Candela’. Mi rifacevo molto ai testi di Jim Morrison, al suo pessimismo, al suo simbolismo. E’ una passione antica, che nasce con la mia ‘cognizione del dolore’”.

 

Chi sono i tuoi autori prediletti e perché?

In assoluto, Arthur Rimbaud. E tutti i simbolisti. Ma leggo molto, cerco anche di variare le letture. Ultimamente sto approfondendo la letteratura giapponese, grazie, soprattutto, ai preziosi consigli un’amica molto esperta. Se letta con cura e attenzione, la scrittura nipponica può essere una vera maestra di stile”.

 

Hai una laurea di primo livello in Lingue e letterature straniere. Mi parli della tua tesi sperimentale, dal titolo assai innovativo?

Sì, la tesi s’intitola ‘Christine Angot, la funambule de l’écriture’ (Christine Angot, la funambola della scrittura), ed è, appunto, una tesi sperimentale. Christine Angot è un’autrice francese contemporanea. In Italia sono stati tradotti due romanzi, ‘L’incesto’ e ‘Rendez-vous’, rispettivamente da Einaudi e Guanda. Nel mio studio, ho approfondito il genere dell’autofiction, genere che porta lo scrittore, in questo caso Angot, ad essere un funambolo tra realtà e finzione. Spesso, nella scrittura come nell’arte, questo confine può risultare addirittura invisibile. Vita e letteratura si confondono per dare origine a qualcosa di indefinibile”.

 

So che sei poliglotta. E’ vero?

“Sì. Adoro il francese, ma ho studiato anche tedesco e inglese. Parlo anche un po’ di neogreco, una lingua molto affascinante, dai suoni quasi mistici”.

 

Ad ottobre hai conseguito la laurea di secondo livello in Teoria e prassi della traduzione. Sei, dunque, specializzata nella traduzione letteraria?

“Sì, per la tesi di specialistica ho tradotto un romanzo di Christine Angot, ‘Léonore, toujours’ (Léonore, per sempre), portando avanti il lavoro iniziato nella tesi della laurea triennale. E’ stato un lavoro complesso, perché è difficile rendere in italiano la lingua orale francese, caratteristica peculiare dello stile dell’autrice”.

 

Stai svolgendo il dottorato di ricerca in lingua francese. Esattamente dove?

Nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Bari, presso il Dipartimento di Lingue e Letterature romanze e Mediterranee”.

 

Sei stata all’estero, in Francia, a Lille. Per quale motivo?

“Sono stata sei mesi a Lille per il progetto Erasmus. È stata un’esperienza indimenticabile. Ho avuto modo di visitare il nord della Francia, Parigi e anche Charleville, città natale di Arthur Rimbaud”.

 

Mi parli del tuo stage con il professor Dario Pinton?

“Ho seguito questo stage per traduttori culturali con il professore Pinton l’estate scorsa. Il corso prevedeva lo studio del connubio tra arte contemporanea e letteratura. Ho scoperto molti artisti contemporanei che non conoscevo, fra cui Gonzales Torres e Gordon Matta. E’ stato interessante vedere come due forme d’arte così differenti, in realtà, si corrispondano”.

 

So che hai pubblicato delle recensioni. Quali ricordi con più interesse?

“Ricordo in particolare la recensione su ‘Leda. Romanzo di carne’ di Angela Buccella, a metà strada fra una poesia e una recensione. Quando il testo che stai leggendo entra nel sangue, il lavoro di critico si fa da parte e subentra quello del poeta”.

 

E dei racconti?

“Sono molto affezionata a ‘Fukai e Silence’, inserito nel numero 46 della rivista letteraria Prospektiva, dedicato alla diversità. E’ stato il mio primo racconto a essere pubblicato e conserva un valore molto importante”.

 

Ed ancora, poesie in alcune antologie. Quali?

“Sono tutte antologie curate da Giulio Perrone Editore: ‘Nostalgia’, ‘La notte’, ‘La gola’, ‘La lussuria’, ‘La bellezza’”.

 

Hai ottenuto, inoltre, dei prestigiosi premi letterari. Per quali opere, Mariella?

“Il primo premio s’intitola ‘Premio Afrodite. Donna nel mondo’ e risale al 2004. Mi è stato assegnato dopo aver pubblicato ‘Dipingere sull’acqua’, per la mia giovane età e per le attività culturali che già svolgevo. Il secondo è del Teatro Osservatorio di Bari, per il concorso letterario che ogni anno indice. Il premio speciale ‘Regia’ mi è stato dato per la poesia ‘Fumo di Gitanes’”.

 

Cosa pensi della politica?

“In passato, la politica ha svolto un ruolo molto importante, non solo in Italia, credo un po’ ovunque, soprattutto perché legata a un’ideologia, a un sentimento. Adesso è un agglomerato di finzioni e interessi. Non mi riguarda molto”.

 

Sei religiosa?

“No, anche se studio molto le religioni e i culti di tutto il mondo. Molti autori, soprattutto francesi, hanno attinto molto dalla Bibbia, come lo stesso Rimbaud quando scrisse ‘Una stagione all’inferno’. Mi affascina molto la simbologia religiosa, che sia cristiana, ortodossa, ebraica”.

 

Sei sportiva?

“Un tempo lo ero di più. Adesso la ‘sedia dello scrittore’ è il mio unico sport”.

Qual è stato l’ultimo film che hai visto?

“L’ultimo film che ho visto è stato ‘Morte di un maestro del tè’, di Kei Kumai, dedicato al maestro del tè Sen no Rikyu. Un film complesso, poetico, delicato. Nonostante sia del 1989, trovo, in alcune parti, elementi che preannunciano la nostra contemporaneità. Sono presenti varie riflessioni sulla poesia e sulla figura del maestro e del discepolo, due ruoli ormai dimenticati”.

 

Chi è il tuo regista preferito?

“Il regista cinese Wong Kar-Wai. Non dimenticherò mai il suo ‘In the mood for love’. Gesti sensuali, movimenti eleganti, spalle che si toccano appena e si raccontano senza parlare. Il tutto, accompagnato dalla splendida musica di Shigeru Umebayashi. E’ un film sulla realtà interiore, sulla vera vita all’interno della nostra anima”.

 

E tra gli attori?

“Su Li-zhen, che recita appunto nel film ‘In the mood for love’ e in altri di Wong Kar-Wai, come ‘Days of Being Wild’ e ‘2046’. La delicatezza delle sue mani e del suo corpo mi hanno incantata. Ma adoro anche Nicole Kidman, un’attrice molto brava e versatile”.

 

Cosa pensi della televisione italiana?

“Credo sia un ‘organo’, sfruttato sessualmente”.

 

Come t’immagini tra un ventennio?

“Preferisco non immaginarmi, non riesco a proiettarmi nel futuro. Ho solo un desiderio: che la poesia non mi abbandoni”.

 

MICHELE BRUCCHERI

La Voce del Nisseno online