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I PREZZI DELLA POVERTÀ EDUCATIVA

I PREZZI DELLA POVERTÀ EDUCATIVA

ott 26 2019

di PASQUALE PETIX – L’ANALISI DEL SOCIOLOGO. Sotto pressione il mercato del lavoro e dei beni. Ma anche l’intero assetto economico, politico e formativo dei paesi europei 

 
 Pasquale Petix

 

A metà degli anni Ottanta, del secolo scorso, si è affermata la cosiddetta economia della conoscenza. Ed è dall'anno 2000 che stiamo vivendo la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” ovvero quella della digitalizzazione e della robotizzazione, quella che è basata sullo scambio di dati e di conoscenze. Questa rivoluzione – con le sue implicazioni (nel bene e nel male) sul tessuto economico e sociale – è stata stimolata dal processo di globalizzazione caratterizzato da un aumento parossistico dei contenuti tecnologici e di conoscenza nella produzione e nello scambio di beni e servizi. Il mercato vuole lavoro specialistico e una forte compenetrazione tra tecnologia e lavoratori competenti provenienti dalle varie parti del mondo. Tutto questo sta mettendo sotto pressione non solo il mercato del lavoro e dei beni ma l'intero assetto economico, politico e formativo dei paesi europei.

 

In Italia ormai sono venuti meno i blocchi sociali di riferimento nati nel secondo dopo guerra; si pensi all'articolazione in classi secondo la divisione tra lavori “manuali” e lavori “concettuali”; oppure la forte crisi del sistema politico rappresentativo così come era venuto determinandosi a partire dal 1948; o ancora una ridefinizione del sistema di formazione e di selezione della “manodopera” e del lavoro. Oggi sono cambiate le necessità di conoscenza e di formazione. Il sistema educativo non ha più il compito di trasformare la popolazione analfabeta in alfabetizzata, quanto piuttosto portare la popolazione alfabetizzata verso la formazione terziaria innalzando la qualità della formazione già fornita, assieme al potenziamento dei livelli di civismo.

 

Da questo punto di vista l'Italia ha cumulato un grave ritardo anche per effetto di un sistema formativo continuamente restaurato in ragione dell'esito delle varie elezioni politiche. Senza parlare della scarsa attenzione, da parte della popolazione, rispetto al tema dell'educazione che certo non ha offerto un incentivo alla “politica” per utilizzare la spesa pubblica, per adeguare le strutture e per assecondare un ricambio generazionale del personale scolastico capace di rimotivare il sistema.

 

Le conseguenze di questo ritardo sono ben evidenziati da varie ricerche (Censis, Istat, OCSE). Infatti sono diversi i costi sociali legati ai bassi livelli di istruzione. In primo luogo, una bassa scolarizzazione determina costi a livello individuale: esclusione sociale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà. In secondo luogo, i costi sociali propriamente detti: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggiori rischi per la salute (un basso status socioeconomico è da considerare un fattore di rischio al pari del fumo, dell'obesità e dell'ipertensione). Poi vi sono i costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all'innovazione, scarsa produttività.

 

I dati prodotti dall'OCSE in merito ai livelli educativi in Italia, dicono che circa il 28% degli individui tra i 25 e i 64 anni ha conseguito al massimo la licenza media inferiore; circa il 45% detiene un titolo di scuola secondaria superiore e solamente il 27% circa ha conseguito un titolo universitario.

Confrontando questi valori con quelli medi OCSE e ai Paesi dell'euro, tra loro quasi identici, si evince come i livelli educativi della popolazione italiana in età lavorativa siano mediamente bassi e che in Europa peggio di noi fanno solo Spagna e Portogallo. Questo dato già preoccupante è accompagnato da un'altra nota negativa: l'alto livello di abbandono precoce degli studi che, sebbene negli ultimi dieci anni sia migliorato, continua a rasentare il 15% della popolazione. La situazione comunque appare frammentata con alcune regioni, come la Sardegna e la Sicilia che superano il 20,9% mentre altre si pongono al di sotto della media europea.

 

Anche a livello provinciale la realtà varia notevolmente passando dal 15,7% della provincia di Messina al 27,1 di Caltanissetta. Come si vede ancora un primato negativo per questa provincia martoriata. Chi ha orecchie per intendere, intenda!

                                                       

PASQUALE PETIX