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FELICIA ISABELLA BUTERA: ECCO LA MIA MONOGRAFIA SULLA MINIERA TRABIA-TALLARITA

FELICIA ISABELLA BUTERA: ECCO LA MIA MONOGRAFIA SULLA MINIERA TRABIA-TALLARITA

ago 10 2019

ESCLUSIVO. Ingegnere e book writer, per La Voce del Nisseno (periodico d’informazione diretto da Michele Bruccheri) pubblica la storia della Solfara Grande. Un sito importante a livello europeo 

 
 La copertina della monografia

Prefazione

Dare una definizione di museo minerario storico potrebbe sembrare semplice. È una realtà sociale, un punto d’incontro tra epoche diverse. È un luogo sociale che viene visitato per ricordare e scoprire. E ancora, oltre a questo, non sarebbe possibile senza le donazioni di molti di noi, figli della Miniera TRABIA-TALLARITA, che ha disseminato ricordi e pezzi di storia in ogni famiglia. Non mi sono posta la domanda perché donare un documento o un cimelio. Semplicemente, perché mi inorgoglisce. Poter divulgare la Storia con un oggetto in più, vuol dire una storia in più, magari sconosciuta, sicuramente poco nota. E ai visitatori si dà l’opportunità di scoprire aspetti del proprio territorio che non s’immaginavano, a volte si riconoscono parenti in vecchie foto donate, come capita a chi scrive. Storie che, crediamo, di poter rendere note e per questo speciali.

 
 Felicia Isabella Butera

La visita virtuale donando un libro audio con ascolto in cuffie o una Planimetria Mineraria Storica. In ricordo dei miei nonni fratelli VINCENZO BUTERA e fratelli CARMELO SCIBETTA. I primi per aver contribuito all’esecuzione di quel progetto nella planimetria e ai secondi per aver lasciato l’impronta del possedimento di un giacimento all’interno della Miniera Trabia-Tallarita appunto la “Principessina” (da non confondere con “pozzo Principe”) nel contesto storico dell’Unità d’Italia. 

La scelta di questo argomento così peculiare e caratteristico è stato dettato indubbiamente da un innato interesse, come Ingegnere, uno spasmodico fascino per la nostra città, così ricca di storia e di cultura fin da troppo tempo trascurata e sottovalutata. Se oggi la miniera, da un punto di vista economico e prettamente funzionale, non ha più una grossa importanza, dall’altro considerandone le proprietà e le peculiarità scientifiche, assume un profondo valore perché da essa possono essere attinti dati ed elementi facilmente riscontrabili. Nasce quindi l’esigenza per noi di poter confrontare le nostre conoscenze di base con l’effettiva esperienza ricerca e di screening e il desiderio di scoprire una realtà a noi ignota cercando di rivalutarla venendo a conoscenza di progetti realizzati per la sua valorizzazione, saper interpretare i messaggi visivi apparentemente insignificanti ed esprimere un indizio quanto più scientifico possibile.

Così interpretando il sentimento di diverse persone che sperano in una rinascita culturale di Riesi e Sommatino, siamo risaliti alle origini… sulle orme del nostro passato. Ecco che insieme siamo riusciti in un vorticoso sfiancante giro turistico ad entrare nell’ottica dello studioso, del ricercatore, rivolgendo la nostra attenzione a fenomeni di geomorfologia di importanza capitale e ai resti di una realtà ormai scomparsa, rimasta negli occhi e nella memoria dei nostri nonni, e che adesso viene depurata dalla scellerata indolenza di tutti. Abbiamo quindi potuto decifrare un paesaggio naturale dalle varie sfaccettature, riscontrando dati, eventi ed oggetti del nostro studio. Ma riportare alla luce, eventi storici, dati scientifici e notizie di ogni tipo, è stato faticoso ed arduo, soprattutto per la mancanza di fonti in grado di soddisfare il nostro spirito di ricerca. Ma in ogni modo siamo riusciti a realizzare un lavoro non costituto da una semplice elencazione di aride informazioni, che avrebbe rischiato di divenire pesante e noioso, ma una decifrazione di una serie di messaggi che analizzati con appropriate competenze hanno dato comunque al lavoro una specificità e nello stesso tempo generale perizia.

L’idea poi di sopportare tale ricerca con fotografie, alcune delle quali molto esemplificative, sorge dal comune tentativo di ricreare uno scenario il più realistico e veritiero possibile, ma anche dalla consapevolezza che un lavoro come questo, deve comprendere documenti verificabili ed oggettivi. Desideriamo, perciò, evidenziare l’aspetto geologico e geomorfologico nonché geolitologico di tale scenario in relazione all’attività di agenti esogeni ed endogeni, interessandoci delle forme di dettaglio che si sono sviluppate su queste fattezze della superficie terrestre e che sono in continua ed incessante evoluzione. Non ci limiteremo ad una pura e semplice descrizione, ma cercheremo piuttosto di interpretare le forme attuali del rilievo, di individuare i processi mediante i quali esse si sono originate. Una particolare attenzione riserveremo all’intervento dell’uomo in questa realtà, soffermandoci sul danno ambientale creato dall’azione umana che tanto ha modificato la natura, aspetto di particolare importanza per una disciplina quale è la Politica dell’Ambiente.

 

PARTE PRIMA

MINIERA TRABIA TALLARITA

La Miniera Trabia-Tallarita, denominata “Solfara Grande” si trova fra il territorio di Sommatino e Riesi, essa fu una delle più antiche solfare della Sicilia. Vi si accede per un percorso di 7 Km circa per la strada di Riesi-Sommatino (ss 190 delle solfare) sino al fiume Salso, che divide il bacino in due parti a sinistra la parte spettante a Tallarita, a destra la parte spettante a Trabia. Le due miniere solo negli ultimi anni della loro gestione risultano unificate in un’unica miniera con i loro sotterranei comunicanti 33° livello Tallarita, 24° livello Trabia, che prese il nome di “Trabia-Tallarita”. Si suppone che i primi scavi per la ricerca dello zolfo, siano cominciati intorno al 1600, poiché, proprio in quel periodo, i paesi vicini si popolarono di persone in cerca di lavoro provenienti da ogni parte della Sicilia.

Il primo proprietario della miniera fu il Principe di Trabia e di Butera, che affidava la sorveglianza della “Solfara Grande” a persone di fiducia. Ma l’incendio divampato all’interno di essa il 27 febbraio del 1883, causò la morte di decine d’operai, e la conseguenza fu la chiusura. Venne riaperta nel 1898 ed affidata al signor Arcarese che ne assume la direzione insieme al capomastro signor Scalia. Dalla fine del 1880 in poi, la direzione della miniera venne affidata alla Ditta Luttazzi e Nuvolari ad essa si deve anche la realizzazione della ferrovia, che consentì il trasporto dello zolfo lavorato fino alla stazione di Ravanusa. Dal 1907 al 1920 la miniera passò alla gestione della Società Obbligatoria Mineraria Siciliana, che nel 1926 cambierà denominazione e si chiamerà Imera e successivamente Società Val Salso fino al 1963; infine nel 1963 fino alla sua chiusura verrà assorbita dalla Regione Siciliana, prima con la denominazione di Ente Minerario Siciliano e SO.CHI.MI.SI. poi.

Prima della definitiva chiusura venne costituto un istituto per la formazione e l’addestramento professionale dei minatori, denominato C.A.M. (Centro Addestramento Minatori). Le notizie riferite di seguito ad un disastro della Miniera Trabia, avvenuto il 27 luglio 1883. “La Miniera di proprietà del Principe di Trabia, gestita dal signor L. Scalia si trova sulla sponda destra del fiume Salso o Imera meridionale, comprende tre zone di lavoro: Solfara Perrella (Solfarella); Solfara Gallerie Ercole; Solfara Grande. Tutte e tre formano la più grande ed importante miniera della Sicilia, considerando il fatto che lavoravano in questa miniera già circa mille operai. I tre cantieri si trovavano su uno stesso giacimento, anche se non sono collegati in quanto le prime due, sono divise da uno strato sterile di roccia; entrambe si dividevano dalla Solfara Grande da un brusco ripiegamento con rottura.

Varie furono le premesse per collocare la Trabia-Tallarita miniera d’avanguardia tecnologica del settore. Poco prima del 1893, alla vigilia della repressione che seguì i fatti dei Fasci Siciliani, si svolse a Grotte il 1° Congresso dei minatori siciliani (organizzato dai Fasci) e concluso con la elaborazione di una importante carta rivendicativa con la quale si dettavano le basi di un’alleanza tra operai e piccoli imprenditori che miravano ad eliminare il carattere feudale dell’industria mineraria siciliana. Si era costituito via via un villaggio autosufficiente, munito di rete idrica autonoma, chiesa, ufficio postale, spaccio, caserma dei carabinieri e posto di pronto soccorso con il presidio permanente di un infermiere e di un medico, scuola elementare, oltre agli uffici amministrativi e tecnici. Si è arrivati a disporre di una ventina di costruzioni con ben duecentocinquanta vani circa, trenta edifici industriali, occupanti una superficie di circa 2500 mq. Le officine meccaniche, elettriche, di falegnami e di fucina era di quanto meglio, esisteva in Sicilia e i relativi addetti di elevata professionalità.

ESTRAZIONE E LAVORAZIONE DELLO ZOLFO

La formazione solfifera di questo importante bacino era rappresentato dal Tripoli (roccia silicea friabile di colore biancastro che trae origine dall’accumulo dei gusci di microrganismi marini), che poggiavano su una grande formazione di argille mioceniche, dal calcare di base siliceo; dal minerale solfifero che direttamente poggiava su di esso; dal gesso e dal calcare marnoso detto “trubo” soprastante e dall’argilla della stessa epoca. Una maggiore quantità di gesso era presente laddove lo zolfo era più abbondante, mentre scarseggiava quando compariva l’arenaria, chiamata dagli zolfatari “Arenazzulu”. Il giacimento solfifero si presentava come un bellissimo affioramento che seguiva la cresta della montagna, il minerale discendeva incassato nelle suddette rocce in senso quasi verticale per ripiegarsi poi gradualmente in profondità, raggiungendo un’inclinazione di 40° - 50° circa.

I primi lavori furono eseguiti partendo dagli affioramenti, poi a poco a poco si cominciò a scendere in profondità, fino ad arrivare sotto la quota del fiume, con i conseguenti problemi di infiltrazione e d’umidità. Era appunto uno di questi affioramenti, quello della “Solfara Grande”, che si sviluppò un enorme incendio che trasformò tutto il sottosuolo in un enorme “calcarone”: si ottenne un’illuminata colata di zolfo fuso che per molti decenni permise l’estrazione di questo minerale allo stato pure. Già nel 1883 si arrivò al 4° livello, cioè a circa 16 metri dalla bocca del pozzo “Vitello Vittorio” ad una profondità di circa 100 metri. La ventilazione avveniva in modo naturale dal pozzo S. Luigi che, al 2° livello, si collegava alla scala reflusso, denominata “Trabia”.

L’estrazione in questa miniera era intensa, vi lavoravano circa 160 picconieri divisi in due turni; calcolando che per un picconiere occorrevano in media tre trasportatori, giornalmente vi lavoravano da 650 a 700 persone. Il pagamento degli operai avveniva a “cottimo” o come dicevano gli stessi operai a “partito”. Nelle ore antimeridiane, cioè dalle ore 4 alle ore 12 il lavoro era più intenso in quanto oltre all’abbattimento del minerale, lo stesso veniva trasportato in superficie; mentre dalle ore 12 alle ore 20 lavoravano i “picconieri”. Il lavoro doveva essere svolto con il solo uso del piccone, mentre era vietato l’uso delle mine, che avrebbero potuto provocare eventuali crolli, tuttavia dove la roccia era più dura non esitavano ad usare carico esplosivo. Il lavoro dei “picconieri” era accompagnato dalle squadre di sbarramento (o sgombramento) costituite dai “carusi”, che avevano il compito di trasportare lo zolfo all’esterno della miniera.

Quando si estraeva, lo zolfo non era puro, ma era attaccato a molti altri minerali, quali gesso, terra, quindi per poter scindere lo zolfo dal resto del materiale, il tutto veniva fuso, in “calcarelle” prima, in “calcaroni” poi, ed infine, nei forni Gill. Il “rosticcio” residuo dei vicini “calcaroni” veniva riciclato come manto di copertura dello stesso forno. Lateralmente al forno, nello stesso lato del “rosticcio”, vennero realizzate gallerie parallele, che erano larghe circa m. 2,00 ed alte m. 3,30 fino ad arrivare alla chiave di volta; a queste celle se ne aggiunsero altre quattro: due lateralmente e due difronte le aperture delle gallerie. I muri di queste nuove celle erano spesse m. 2, ma in seguito al crollo della stessa galleria, che causò la morte di due operai, la realizzazione del resto dei forni venne spostata in zona sicura. Dal momento che il minerale estratto non era allo stato puro, si distinguevano quattro tipi di zolfo, a seconda della percentuale di presenza dello stesso: 1 - 24% di zolfo: ricco (la “vanella” o “vaniddruzza”); 2 - 16-24% di zolfo: media ricchezza la “ranni”; 3 - 10-16% di zolfo: minerale povero “la mpitrata”; 4 - 10% di zolfo: calcare insolforato “bastarda”.

Infine si estrae anche il gesso, di nessuna utilità. Quindi lo zolfo doveva essere separato dalle altre componenti: la cottura ad una determinata temperatura faceva sì che esso si liquefacesse e si separasse dal resto del materiale; nacquero così i primi forni, chiamate “calcarelle”. Il primo metodo delle calcarelle consisteva nel preparare, nel terreno esterno alla miniera, una specie di fornace circolare del diametro di 1-2 m.; essa veniva riempita di zolfo impuro, trasportato dai “carusi”, mediante opposti contenitori chiamati “stiratura”. Compiuta la carica, la “calcarella” veniva accesa e all’imbrunire veniva abbandonata a se stessa fino al mattino, ora in cui cominciava a colare lo zolfo liquido dal foro che veniva chiamato “punto di morte”. Verso sera poi la colata si esauriva e la fusione era finita. All’interno delle “calcare” veniva aperto un foro detto “cupaluru”, che rappresentava il cuore della “calcarella”, dal quale partiva la fiamma che faceva bruciare tutto il minerale.

Dello zolfo contenuto nella “calcarella”, quasi 2/3 veniva bruciato perdendosi nell’aria e producendo così, una grande quantità di fumo, (anidride solforosa); la rimanente parte di zolfo usciva dal foro e veniva a depositarsi in appositi contenitori di legno chiamati “gavite”. Dai “calcaroni” si ottenevano 7000-8000 pezzi di zolfo al giorno. Una disposizione governativa stabilì che le “calcarelle” potevano bruciare dal 1° agosto al 31 dicembre dello stesso anno. Questo sistema di raffinatura molto antico, si usò sino al 1850 circa e fu poi abbandonato, poiché molto dispendioso. Il cono di materiale accumulato nelle “calcarelle” veniva coperto di “rosticcio”, cioè con materiale inerente di qualità scadente: aumentando la quantità di “rosticcio” a copertura, diminuiva notevolmente la perdita di minerale per vaporizzazione. Tale copertura con “rosticcio” veniva chiamata “ncammisata”. Si pensò così di costruire delle “calcarelle” di dimensioni maggiori, che andavano da 5 a 30 m. di diametro, chiamate per le loro dimensioni “calcaroni”.

L’impiego del rosticcio per la copertura dello zolfo nei “calcaroni” fu del tutto casuale, tutto ebbe inizio quando, in una miniera vicino Favara (Agrigento) scoppiò un incendio di natura dolosa nei depositi di zolfo non ancora raffinato. Gli operai che lavoravano nelle vicinanze accorsero subito e con l’acqua cercarono di spegnerlo, ma il tentativo fu vano; decisero quindi di coprire il tutto con il terreno circostante. L’incendio si spense ma da quelle macerie cominciò ad uscire zolfo liquido purissimo; da questo accidente ci si rese conto, quindi, che all’interno del cumulo del minerale il fuoco non si era spento e che il metodo del “rosticcio” si dimostrava efficace. Si constatò anche che i tempi di fusione cambiavano a seconda delle dimensioni del “calcarone”; la prima comparsa dello zolfo fuso avveniva dopo le 20 ore e si esauriva generalmente dopo 90 giorni circa.

Quando la fissione dello zolfo terminava, veniva aperto il muretto del foro d’uscita, (punto di morte) ed il liquido riposto nelle apposite “gavite”, quindi l’operaio addetto al riempimento di queste, doveva stare molto attento a cambiare quella piena con quella vuota senza far disperdere il minerale. La “gavite” aveva una capacità di 35-40 litri di zolfo liquido chiamato “ugliu”. La solidificazione, che solidificava all’interno della “gavita” era denominato “basula”. Le “basule” pesavano circa 60 - 80 kg. e venivano accatastate, caricate sui vagoni e mandate alla funivia. Niente veniva sprecato: la polvere di zolfo che rimaneva nelle vicinanze veniva raccolta, impastata “panuttu” e riposta a sua volta nei “calcaroni”.

Roberto Gill nel 1880 brevettò un impianto destinato ad avere parecchia fortuna. Questo era costituito da due celle adiacenti, a sezioni troncoconica, in muratura e sormontate da calotte sferiche, in mezzo ai quali si apriva un foro destinato al carico del minerale. Avvenuta la fusione, ogni cella veniva svuotata, grazie ad una apertura di circa 2 m. che consentiva l’ingresso dei vagoni su cui veniva caricato lo zolfo fuso. Il materiale residuo veniva chiamato “ginisi”. Il forno ebbe un uso più razionale a partire dal 1886, con un nuovo procedimento, infatti si cominciarono ad usare 4-6 celle “quartiglie o sestiglie”, ognuna delle quali erano fornite di quattro aperture, poste due in alto e due in basso; una di queste aperture aveva ingresso ad una canna, generalmente verticale, che s’immetteva o nel camino d’uscita dei gas, alto circa 5 m., o nell’alto della cella successiva; apposite valvole permettevano ai gas di seguire l’una o l’altra via.

Per ogni cella, gli operai scaricavano circa 40 vagoni di minerale estratto dalla miniera. All’interno di ogni “sestiglia”, disposta difronte all’ingresso, c’era una scala che consentiva agli operai di spostarsi dall’interno alla parte superiore della stessa. Gli zolfatari che lavoravano ai forni venivano chiamati “arditura”. L’aria esterna entrava per un foro aperto in prossimità del “punto di morte” nella cella motrice, attraversava dal basso verso l’alto la massa dei “rosticci” caldi, penetrava dall’alto nella cella successiva in fusione, scendeva attraverso il minerale fuso, imboccando a relativa canna e riservandosi dall’alto nella cella contenente il minerale in riscaldamento; attraversava quest’ultimo e, infine, si introduceva nella rispettiva canna ed andava nel camino di scarico. Nella quarta cella, si effettuava lo scarico dei “rosticci” e il caricamento, dall’alto, dello zolfo pronto per la fusione. Cessata la fusione della seconda cella, che diventava la motrice, la quarta entrava in serie per il riscaldamento, la terza cominciava la fusione mentre la prima si scaricava. Lo stesso procedimento veniva applicato anche per le “sestiglie”. Il materiale residuo “ginisi”, dopo la cottura del minerale, veniva caricato sui vagoni, questi ultimi, su apposti binari, venivano condotti lungo le sponde del fiume Salso, e disperso così lungo il suo corso.

Per un secolo si studiarono processi per la fusione dello zolfo ma, quando si raggiunsero le migliori soluzioni, le nostre solfare si avviarono alla chiusura. Dai forni o dai “calcaroni” veniva raccolta la cosiddetta “basula”, che si depositava dentro i vagoni, i quali arrivarono dalla funicolare che collegava la Miniera Trabia alla stazione ferroviaria di Ravanusa (Agrigento), per essere poi esportata. Da una ispezione condotta dal sig. Lovari, del 30 maggio 1904 e successiva integrazione dell’8 giugno dello stesso anno, si rivela che la funicolare venne realizzata nel 1900, previa domanda al Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, da parte della Ditta proprietaria, Luttazzi e Nuvolari. Costruita dalla Ditta Seilban di Cassel aveva una lunghezza di m. 9800; i terreni attraversati, vennero in parte espropriati ed in parte sottoposti a servitù di passaggio. L’impianto era dotato di un cavo portante ed uno traente: nel cavo portante correvano le benne piene, da 4 a 6 T., nel cavo traente quelle vuote. Le benne, tramite apposita rotaia applicata su un castelletto, passavano da un tronco di trave all’altro. Il castelletto, aveva quattro tenditori due per i tratti di carico con vagoncini carichi e due per i tratti di cavo per quelli scarichi.

Oltre ai castelletti di ancoraggio esistevano altri 68 castelletti per i vani appoggi, sia per i cavi di carico sia per quelli di scarico, la distanza fra i castelletti variava fino a 600 m. a seconda della distanza tra i castelletti, il cavo aveva uno spessore variabile, che andava da 26 a 29 mm. per la linea ove occorrevano le benne piene, mentre di 21 mm. per l’altra. I cavi erano intrecciati con un’anima d’acciaio fuso al crogiolo, capaci di una resistenza di 120 kg. Considerata la grande distanza dei castelletti, l’inflessione del cavo era inevitabile, quindi se nella stazione di arrivo (Ravanusa), le benne si muovevano di moto pressoché uniforme, nella stazione di partenza (Trabia) si avevano degli stiramenti e degli allungamenti, dovuti a questo effetto. Il cavo traente era teso da un unico tenditore posto alla stazione di Trabia, ed aveva un peso di circa 8 T. Il numero totale di benne presenti nella funivia era di 170, posti ad una distanza di 1,20 metri e percorreva l’intera linea ad una velocità di 2 metri al minuto; in tal modo si calcolava che arrivasse un vagoncino ogni minuto circa. Il peso delle benne vuote era di 200 kg., il carico utile era di 250 kg, per cui si potevano trasportare 100 T. in circa 7 ore di lavoro.

Una prima benna usata, era fornita di uno sportello posto nella parte frontale che serviva per lo scarico dello zolfo alla stazione di Ravanusa, ma aveva l’inconveniente di un’enorme perdita di tempo e dello sfrido di zolfo lungo le fessure; venne ideata, quindi, una nuova benna che non era dotata di sportello e scaricava il minerale rovesciandosi, risparmiando così tempo e non disperdendo zolfo. In condizioni normali, le macchine motrici doveva consumare 400 kg di antracite per cavallo orario, ma per diversi problemi, il consumo di antracite era di 500 - 600 kg al giorno. Nella stazione di Trabia erano impiegate delle rotaie che consentivano il caricamento delle benne vuote provenienti da Ravanusa, mentre nella stazione di arrivo c’erano 3 tavolati disposti a “C”, su un’impalcatura di legno posta ad una quota più alta del livello dei vagoni ferroviari; da un lato, mediante un trasbordatore, le benne venivano caricate.

Queste, infatti, non viaggiavano mai vuote ma trasportavano zolfo da Trabia e materiale - quale legname, cemento, ferro, eccetera eccetera - occorrente sia all’interno che all’esterno della miniera, dalla stazione di Ravanusa, mentre dall’altro lato, le benne scaricavano lo zolfo sui vagoni ferroviari. Il prezzo dello zolfo fino alla stazione di Ravanusa compreso l’abbasso dei piani della miniera ed il caricamento sui vagoni, era di 5,75 lire a tonnellata. Dall’abbasso dei piani della miniera alla stazione della funicolare, l’appalto era dato a cottimo per 0,70 lire a tonnellata. Ancora oggi, visitando esternamente la miniera Trabia, è possibile vedere ciò che rimane di tutto l’impianto estrattivo: un tratto di funicolare, qualche castelletto, i “calcaroni”. Poca cosa, se si considera l’intensa attività estrattiva che per ben quattro secoli ha caratterizzato non solo l’economia, ma anche la vita, la cultura, i costumi, le tradizioni del nostro popolo che non vuole rinunciare alle proprie origini di “surfarari”.

RAPPORTI GIURIDICI DELL’ORGANIZZAZIONE PRODUTTIVA

Lo sfruttamento dei bacini solfiferi non fu quasi mai fatto dagli stessi proprietari, i quali, o per mancanza di capitali, o per mancanza di spirito imprenditoriale e di capacità tecnica, o per assenteismo, lo affidavano a terzi. Nel 1890 delle 480 miniere attive solo 52 erano attivate direttamente dai proprietari. Inoltre solo pochi avveduti proprietari lasciarono indivisi i campi minerari, la maggior parte di essi preferivano dividere i bacini minerari per avere una rendita maggiore nel breve periodo, depauperando irrimediabilmente il giacimento. I proprietari erano, in genere, nobili latifondisti, ma progressivamente le famiglie aristocratiche furono, in parte, soppiantate dai borghesi.

All’inizio del XIX sec. il tipo di contratto prevalente era il “partito”. Il proprietario affidava lo sfruttamento della solfara a “partitati”, che erano veri e propri locatori di opera e presentavano scarsi requisiti di solvibilità e capacità tecnica. Costoro erano, spesso, dei semplici operai, che si contentavano di contratti annuali, raramente scritti. Il proprietario pagava loro il “partito”, in cui erano comprese tutte le spese occorrenti per la coltivazione della miniera, e riceveva lo zolfo separato dalla “ganga”. Il partitane aveva tutto l’interesse di ridurre al minimo le spese, per aumentare il suo margine, con grave danno del livello tecnico. Verso la metà del XIX sec., il tipo di contratto prevalente fu la “gabella”. Essa era un contratto di appalto con cui il gabellato si assumeva l’onere di eseguire tutti i lavori necessari per coltivare la zolfara nei modi descritti dal proprietario con l’obbligo di riconsegnare con la miniera tutte le opere da lui eseguite, che potevano servire al proseguimento dell’esercizio. Il gabellato doveva corrispondere al proprietario, a titolo di compenso, una quota del prodotto, che prendeva il nome di “estaglio”, questo tipo di contratto era, senza dubbio, vessatorio, se si pensa che il proprietario percepiva una rendita così alta pur non spendendo nulla e non rischiando nulla.

Talvolta il gabellato dava, a sua volta, la miniera in sub-gabella e si costituiva, così, una catena di rapporti che inceppava l’andamento dell’industria. La durata della gabella fu dapprima di 6-12 anni, ma più tardi, la durata fu prolungata; l’esercente fu lasciato più libero sul modo di condurre i lavori di lavorazione della miniera e gli stagli furono ridotti. Il gabellottismo delle miniere era di grave danno all’industria solfifera, perché il gabellato aveva tutto l’interesse di sfruttare al massimo la zolfara con la minima spesa, a tutto discapito delle attrezzature tecniche e dei lavori di preparazione. Essendo, poi, la gabella di breve durata i lavori di preparazione erano commisurati al lavoro della gabella e non all’entità del giacimento. Il gabellotto non aveva interesse a fare costosi lavori di preparazione, dal momento che allo scadere del contratto doveva cederli senza indennizzo al proprietario. È chiaro, dunque, che il regime fondiario, che era all’origine dei rapporti giuridici relativi all’organizzazione dell’industria solfifera, rappresentava il male principale del settore, perché ne impediva l’organizzazione su basi industriali e perpetuava le condizioni di sfruttamento dell’esercente da parte del proprietario.

 

GERARCHIE ALL’INTERNO DELLE MINIERE

Il meccanismo di un’azienda era molto complesso in ordine al personale che vi operava che, in base al lavoro che svolgeva, si distingueva in personale lavorante, sorvegliante, tecnico ed amministrativo. Il personale lavorante era costituito da picconieri, carusi, “spisalora” e vagonieri. Il personale sorvegliante era costituito da guardie, quello tecnico era rappresentato da ingegneri, periti minerari e capomastri, infine il personale amministrativo o direttivo, comprendeva i contabili e il direttore.

CAPOMASTRO: Il capomastro dava le disposizioni complete sul da farsi, facendosi forte di un’esperienza acquisita in lunghi anni di lavoro. Gli operai erano alle sue dipendenze. La sua retribuzione era di molto superiore a quella degli operai. PICCONIERE: Il picconiere aveva il compito di estirpare il minerale ed ordinava il suo trasporto all’esterno della miniera; la sua retribuzione poteva essere alla giornata o calcolata in base alla qualità di zolfo estratto. Nel periodo di lavoro i picconieri, potevano riposarsi all’interno della miniera, in tuguri, chiamati “cubuluna”.

CARUSO: Il caruso era l’elemento fondamentale ed essenziale nel sistema di lavorazione della miniera, pur trovandosi nell’ultimo gradino della gerarchia lavorativa della miniera. Sotto il nome di caruso andavano compresi non solo i ragazzi ma anche gente invecchiata in quel mestiere. Il suo compito era quello di trasportare fuori dalla miniera il minerale estratto all’interno di essa. Il caruso può essere considerato lo schiavo dell’industria solfifera, infatti, era messo a quel lavoro fin dall’età di sei anni, crescendo spesso deforme e rachitico. I carusi entravano ed uscivano dalla miniera come tanti diavoli sotto il peso del masso grezzo, salendo quelle scale ripide, fetide e pericolose. Dopo che il picconiere, che era il capo, aveva preparato il carico, i carusi lo mettevano in forti sacchi di tela, quindi adattandosi su una spalla un cuscino riempito di paglia vi adagiavano sopra il carico, che variava dai 50 ai 70 kg e disponendosi in fila indiana cominciavano la loro ascesa. Scaricato il minerale all’esterno iniziavano nuovamente la loro discesa, che spesso avveniva lentamente per quel rammarico che provavano nell’abbandonare la luce del sole per immergersi nelle fitte tenebre. Al loro arrivo il picconiere accoglieva i “propri” carusi con insulti, che spesso degeneravano in calci e pugni, in quanto i picconieri avevano l’interesse di far trasportare fuori la maggiore quantità di minerale possibile. Del personale lavorante facevano anche parte le seguenti categorie di lavoratori, che occupavano il gradino tra i picconieri e i carusi:

VAGONIERE: Il vagoniere era un caruso prossimo a divenire picconiere, il suo lavoro consisteva nello spingere i vagoni sulle rotaie, per trasportare il minerale ai luoghi di scarico. RICEVITORE: Il ricevitore era un operaio che stava all’ingresso o nella parte bassa del pozzo per ricevere i vagoni pieni o scarichi. MARCHIERE: Il marchiere aveva l’incarico di annotare su apposite tabelle il numero di vagoni che ciascuno mandava fuori. MACCHINISTA: Il macchinista aveva il compito di provvedere al giusto funzionamento delle macchine di ogni tipo, segnalando qualche eventuale guasto. PESATORE: Il pesatore doveva dare l’esatto conto della quantità di zolfo prodotto e di quello consegnato. FABBRO: Il fabbro doveva riaprire gli strumenti di lavoro dei picconieri, degli auditori e degli altri lavoratori. Erano retribuiti a giornata o secondo l’entità del lavoro svolto. Una categoria a parte era quella del personale contabile. Esso era rappresentato dai contabili e da altri impiegati. Essi dovevano raccogliere ed annotare gli elementi forniti da sorveglianti, capomastri e pesatori, al fine di avere un quadro esatto dell’entrate e delle uscite. Infine il personale sorvegliante era costituito da guardie diurne e notturne, che armate vigilavano costantemente, affinché non fossero asportati zolfo e arnesi di lavoro ad opera di ladri.

USI E COSTUMI DEI MINATORI

Se la miniera non era molto distante dai centri abitati, i lavoratori, finita la giornata, ritornavano in paese. Se invece i lavoratori si trovavano in miniere distanti dai propri paesi, essi vi ritornavano solo una volta la settimana o più spesso ogni quindici giorni. La loro dimora normalmente rievocava un misto di selvaggio e primitivo. Tolta la brutta abitudine di dormire all’interno del giacimento, gli operai si adattarono ad abitare grotte scavate nella roccia a varia profondità, munite all’entrata di alcuni pezzi di legno a formare una porta. In seguito gli operai abitarono in case in muratura, cui comunemente si dava il nome di “cubuluna”, locali umidi e maleodoranti. Proprio per questo all’operaio vi restava il tempo per mangiare e dormire. Per quanto riguarda il modo di vestire dello zolfataio siciliano, il minatore siciliano era quello che teneva di più alla sua eleganza. I minatori sottoposti ad un terribile regime di lavoro attendevano con ansia il giorno di riposo, le domeniche e le altre feste per potersi riposare dalle fatiche accumulate durante i vari giorni di lavoro e per potere rivedere i propri cari. Una volta arrivati in paese i luoghi preferiti frequentati dai minatori erano le osterie, le associazioni munite della radio, potente mezzo educativo del popolo, le associazioni sportive, i cinema e i caffé, luoghi d’incontro e di crescita culturale.

 

 

 

PARTE SECONDA

CONDIZIONI ECONOMICHE E MORALI DEI LAVORATORI NELLE MINIERE DI ZOLFO

Fin dal 1838 s’incominciò in Italia a studiare la grave questione sul lavoro delle donne e dei fanciulli nelle miniere. Da quel tempo ai giorni nostri una serie di uomini hanno posto in evidenzia le piaghe crescenti dell’industrializzazione in Italia, la quale allora, era una delle poche in Europa a non essere debitamente regolata da apposita legge.

Il soccorso morto. In quasi tutte le miniere, della Sicilia vigeva l’usanza del soccorso morto. È ormai diffusa l’idea che l’anticipo morto era un pezzo di compera di “carne umana” (un modo di dire, pagare la persona con contratto) che il picconiere dava ad una famiglia nella stipulazione di un contratto di lavoro. C’è chi afferma il contrario e ne spiega anche le motivazioni. Il picconiere dava l’anticipo morto, suo malgrado, quasi per cauzione che assicurasse il caruso dell’osservanza dei patti stipulati dal picconiere, cioè: esatto pagamento delle mercedi, impegno di dare a lui lavoro finché durava il contratto e di fornirgli viveri in tempi di disoccupazione. Il picconiere dava l’anticipo anche per vincolare a sé il trasportatore e non farsi abbandonare da un giorno all’altro.

C’è da dire però che a causa di questo debito preesistente il caruso non riceveva altro che acconti, e quel che è peggio quasi sempre acconti in natura, che tra gli zolfatari erano chiamati spesa, e consistevano in farina di grano, in olio e spesso in solo pane. Questi generi, spesso di pessima qualità, erano conteggiati ai carusi ad un prezzo superiore di quello che avrebbero pagato per avere roba di buona qualità. Alcuni picconieri avevano un sistema ancora più fraudolento. Essi, previo contratto con un venditore, di generi alimentari, obbligavano i loro carusi a prelevare giornalmente da un determinato magazzino per una lira in genere. In questo modo il caruso non toccava mai il denaro, e quando non trovava quello che gli occorreva nel magazzino assegnatogli, era costretto a comprare ciò presso altri negozi ad un prezzo ancora maggiore.

Da qui l’infelice condizione economica del caruso. Per questo non bisogna meravigliarsi se un numero non indifferente di questi infelici carusi non giungevano mai a liberarsi del soccorso morto e si trovavano carusi a 40 e a 50 anni. Un altro problema molto discusso è quello che riguarda la proporzionalità tra il lavoro che i carusi compivano e quello reale. Essendo essi ricompensati in base al lavoro svolto ed essendo liberi di scegliere la quantità di zolfo da trasportare il lavoro era necessariamente sempre proporzionato. Ma come potevano mai essere liberi di scegliersi il lavoro se erano incatenati dal soccorso morto? Se erano venduti al picconiere? Se la miseria in cui si trovavano li costringevano a sottoporsi a fatiche impressionanti? I maggiori danni alla salute dei carusi, quindi, erano causati dal trasporto a spalla dello zolfo. Ciascuno di essi insieme al sacco o alla cesta del minerale che gli pesava sul collo, portava alla sommità del capo un lumicino ad olio, difficilissimo da portare, che per scarsità di olio che poteva contenere doveva essere riempito ogni mezz’ora. Per gallerie che sembravano tane, essi dovevano trasportare dei pesi enormi, quasi sempre superiori alle loro forze.

Ne veniva che la loro gabbia toracica cedesse e si deformasse sotto il peso enorme dello zolfo. Ma le malattie toraciche non erano le uniche a colpire i carusi all’interno delle miniere. In esse si sprigionavano assai di frequente dei gas deleteri. I modi con i quali si provvedeva agli inconvenienti prodotti dalla respirazione di questi gas erano poco opportuni. In molte zolfare si lavorava in mezzo fin quanto si resisteva; in altre facendo qualche apertura nella miniera quando se ne presentava il bisogno; in nessuna, invece, furono adottati mai mezzi che avessero provveduto alla soluzione del problema. I danni che i lavoratori soffrivano per questi gas si aggravavano ancora di più quando questi pernottavano all’interno della miniera. Essendo spesso le miniere lontane dall’abitato, i minatori non potevano recarsi quotidianamente alle loro case ed erano perciò costretti a dormire in grotte da loro stessi scavate nel fianco della miniera, o più spesso all’interno di essa. In questi casi si trovavano esposti per tante ore non solo ai pericoli dei gas ma anche a quelle delle frane, degli incendi e delle infiltrazioni delle acque.

Condizioni Morali. Ma le piaghe del lavoro delle miniere non sono tutte qui. Ve ne è un altro più grave dei mali fisici ed è quello dell’atmosfera che si respira in quegli antri. Le miniere sono covo di delitto e di gente della più triste specie. Già le stesse miserabili condizioni economiche in cui si trovavano la maggior parte dei minatori, le orribili fatiche a cui erano sottoposti, la vita isolata che conducevano, la qualità stessa del lavoro valevano a rendere rissoso e collerico il loro carattere. Ognuno sa in quale poca considerazione erano tenuti gli zolfatari. L’ambiente in cui vivevano, poi, era un ambiente generalmente misterioso, fatto apposta per coprire il delitto. All’interno delle miniere era difficilissimo conoscere il nome, dei minatori; quelli consegnati alla Questura erano sicuramente falsi. Ma vi è di più.

Nelle idee dei minatori era dovere sacro santo aiutarsi a vicenda a nascondere le proprie pecche alla Questura: niente di più spregevole di non aiutare un compagno a fuggire dalla polizia. Lo stesso caruso vittima delle più inique violenze non pensava più alla giustizia della società. D’altra parte la sua accusa sarebbe stata religiosamente smentita da tutti gli altri di cui dopo avrebbe dovuto subire la vendetta. Per questo avveniva che nelle miniere quando un lavoratore pativa un danno si faceva giustizia da sé come poteva. Segno dell’atmosfera che si respirava nelle miniere fu nel 1931 con l’assassinio, in seguito a violenze, di un caruso di dodici anni, che lavorava nella miniera Trabia-Tallarita, che portò all’inflizione della prima pena di morte in Italia, per reati non politici, dopo l’entrata in vigore del nuovo codice penale fascista.

Grado d’Istruzione. Dopo di ciò ognuno può immaginare i gradi d’istruzione che i lavoratori potevano avere. D’altronde come potevano avere il tempo, il desiderio d’imparare quei poveri carusi che vivevano sei giorni in una settimana nelle miniere, lungi da ogni abitazione, soli, fra le rovine, senza una circostanza che faccia ormai conoscere loro la propria ignoranza e li spinga ad imparare qualche cosa?

Incidenti ed infortuni. Il lavoro all’interno delle miniere era svolto in ambiente malsano e in condizioni deplorevoli. Il picconiere era obbligato a tenere delle posizioni scomodissime: poteva lavorare in piedi, in ginocchio o sdraiato secondo l’andamento dello strato; di tanto in tanto poteva riposarsi per tergersi il sudore o per consumare il misero pasto. In queste condizioni e in questi posti i minatori erano sottoposti a numerosi pericoli. I più ricorrenti erano i “grisou” e le esalazioni d’idrogeno solforato: il primo provocava violente esplosioni, il secondo era un acido che attaccava principalmente gli occhi, le vie respiratorie, provocando immediatamente l’avvelenamento. Terribili quanto pericolosi erano inoltre i crolli improvvisi di blocchi di minerale, che si staccavano dalle volte o dalle pareti. Numerosi furono gli infortuni mortali soprattutto tra le categorie dei picconieri e dei carusi.

CONSEGUENZE ECONOMICHE ED AMBIENTALI CON LA CESSAZIONE DELL’ATTIVITÀ  

Con il funzionamento delle miniere, la situazione economica era notevolmente migliorata. L’occupazione mineraria assorbiva gran parte della popolazione attiva sostituendosi a quella agricola che fino a quel momento rappresentava l’unica fonte di reddito. Era diminuita l’emigrazione e il campo minerario diventava la prima risorsa del Comune con conseguente identificazione della popolazione alle sue vicende economiche e sociali. La Trabia-Tallarita era una delle più importanti miniere d’Europa, la più grande della Sicilia, quando con la legge regionale del 6 Giugno 1975 i sotterranei venivano definitivamente chiusi, segnando la fine di uno dei più importanti complessi solfiferi della nostra storia economica. Nel 1988 si è avuta la chiusura definitiva delle miniere, determinata da diverse cause. La principale fu la concorrenza impari della produzione americana che invase il mercato mondiale dello zolfo, lanciando il prodotto ad un prezzo imbattibile dovuto al minor costo di estrazione, grazie ad uno speciale metodo di evaporazione e conseguente sedimentazione. Molte miniere siciliane furono costrette a chiudere i battenti, altre invece furono abbandonate per sopravvenuto esaurimento.

Dov’era la miniera attiva e rumorosa, alla chiusura, rimasero, “colline e pianure” assolate e non vi era alcun segno di prossima ripresa. La fine di tale settore ha danneggiato, anche economicamente, i paesi che vivevano solo ed esclusivamente di questo settore, tant’è vero che via via si è assistito ad una progressiva diminuzione della popolazione con contestuale invecchiamento della stessa. Paesi come Riesi e Sommatino, un tempo erano considerati come riserve di offerte di lavoro. Oggi anche l’unica fonte economica rappresentata dalle pensioni degli ex zolfatari e dei suoi invalidi, va a regredire.

 

Essi ricompensati in modo corretto, perché in miniera hanno passato gran parte della loro vita, rischiando di morire. Gli anziani di questi paesi, mantengono ancora vivo il ricordo della miniera. A tale scopo sono stati eretti monumenti in memoria dei minatori deceduti. Molta importanza hanno le tradizioni zolfatare che si sono tramandate fino ai giorni nostri come le poesie, canti, associazioni.

Nel villaggio Trabia-Tallarita sorgeva una cappella, dove un tempo si festeggiava il 4 dicembre la ricorrenza della festa di Santa Barbara, protettrice dei minatori. L’intera area mineraria, da noi analizzata, oggi risulta in parte vivere in uno stato di abbandono, di degrado e presenta molti problemi ambientali come il dissesto idrogeologico provocato dagli agenti modellatori, ed altri legati all’intervento dell’uomo. Infatti oltre alle forze esogene ed endogene, si è aggiunto l’uomo che con la sua opera costruttiva e non di rado distruttiva ha modificato il paesaggio naturale, ha costruito strade come quella che è possibile vedere nelle fotografie; ha eliminato e sostituito la copertura vegetale, provocando un’intensificazione dell’erosione del suolo, e attraverso il processo estrattivo, spesso non idoneo ma intenso e assai scorretto, ha ridotto l’equilibrio del sottosuolo. Vari, infatti, furono le stragi all’interno della miniera per i crolli improvvisi dello zolfo, il cui equilibrio litoide è stato sconvolto dai continui scavi.

Infatti l’estrazione produce all’interno della crosta terrestre enormi vuoti che favoriscono improvvisi crolli e slittamenti degli strati rocciosi. Inoltre la continua infiltrazione delle acque mediante un processo chimico ha ossidato lo zolfo a causa dell’ossigeno e dell’anidride carbonica contenuta nell’acqua. Per di più essendo il minerale estratto maggiore di quello utile, dato che il processo di fusione e concentrazione di metallo elimina oltre i 3/4 del minerale estratto in vicinanza della miniera si sono formate colline di scorie che alterano la topografia dell’area; scorie costituite da altre rocce legate allo zolfo. Oltre a sconvolgere la topografia l’attività mineraria trasforma il paesaggio naturale in paesaggio industriale specifico, fatto di scavatrici, pompe, trasportatori, binari, funivie, vagoni, centrali elettriche e varie costruzioni. Spesso anche le impalcature che sostengono le sonde, le bocche dei pozzi, le stazioni di pompaggio sono appariscenti e rovinano il paesaggio ambientale.

IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELL’AREA MINERARIA

Nella Valle del Salso si rileva la presenza di forme di dissesto idrogeologico. Per dissesto idrogeologico s’intende l’insieme di quei processi che vanno dalle erosioni contenute e lente alle forme più consistenti della degradazione superficiale e sottosuperficiale dei versanti, fino alle forme imponenti e gravi delle frane.

La frana. Sulla riva destra del fiume Salso ricade nel territorio di Sommatino, visualizziamo la presenza di una frana. La frana consiste in un distacco di materiale roccioso dei versanti dei rilievi per effetto prevalente della forza di gravità e può avvenire in condizioni particolari che danno luogo alla discesa più o meno repentina e veloce, di masse litoidi di dimensioni cospicue. Il fenomeno franoso, ancora attivo, come si può notare dal progressivo cedimento degli alberi, ha interessato ed interessa la presenza dei calcaroni, arenare ed argille, stratificate a diversa consistenza ed erodibilità. Ciò è dovuto a condizioni di equilibrio instabili in cui si vengono a trovare pendii, con angolo di inclinazione superiore a quello massimo di “riposo”. La frantumazione di materiali più litoidi (calcari ed arenarie) consente l’infiltrazione delle acque meteoriche e quindi accentua il cedimento delle argille, terreni poco coerenti, la cui plasticizzazione favorisce la sconnessione dell’intera massa. A ciò si aggiunge l’intensa erosione al piede dei livelli argillosi da parte delle acque correnti del fiume, che scalzando fanno mancare la base di appoggio agli strati soprastanti.

Dalla frana è visibile la nicchia di distacco nella parte superiore di questa altura. In basso si individua parte dell’accumulo dei materiali di frana ai quali sono frammisti blocchi di grandi dimensioni, provenienti dai crolli delle pareti rocciose del rilievo che è visibile sullo sfondo. Nell’innesto di queste frane ha svolto un ruolo determinante l’uomo, che ha alterato il naturale equilibrio dei versanti creando cavi, vie di comunicazioni ed ha sovraccaricato il terreno con le più varie costruzioni, che per essere costruite hanno richiesto la distruzione della copertura vegetale, che prima svolgeva una funzione protettrice nei riguardi della degradazione delle rocce. A questo proposito per la salvaguardia della cornice che fa corollario alla miniera, si è provveduto, già da tempo a particolari opere di sistemazione di un versante roccioso, soggetto a cadute dei detriti.

In alcune zone sono state costruite gradinate con muri a secco fornite di barriere paramassi. Trattandosi però di un versante argilloso, interessato da scoscendimento emolumenti, si potrebbero attuare interventi mirati più specifici consistenti non soltanto in opere di sostegno ma soprattutto nell’allontanamento delle acque che scorrono ed erodono in superficie di quelle che si infiltrano nel terreno e nelle rocce provando notevole appesantimento; a tal fine si potrebbero creare drenaggi di vario genere come cabalette, fori verticali e orizzontali. Potrebbe essere la soluzione più’ saggia e ponderata giacché si è già tentato anche al riscaldamento delle pendici collinari per mezzo di opportuni rimboschimenti, che però si sono rivelati completamente inefficaci, tant’è che molti degli arbusti piantati sono stati coinvolti nella frana scivolando fino al fiume e non riuscendo quindi ad esercitare un’opera di consolidamento.

I calanchi. Noi sappiamo che nel momento in cui il suolo si forma viene esposto inevitabilmente all’azione degli agenti atmosferici dotati di potenza erosiva: il vento e le acque di precipitazione. Quest’ultima cadendo e scorrendo in superficie rimuove strascina gli elementi terrosi, provocando così il loro trasporto a distanze più o meno grandi. Quando il fenomeno è normale si stabilisce un equilibrio: la velocità d’usura del suolo è assai lenta e la sua riformazione per decomposizione delle rocce compensa le perdite subite. Ma quando si verifica una rottura dell’equilibrio in favore delle azioni erosive, il fenomeno prende una forma accelerata. In queste condizioni la velocità d’usura supera quelle di formazione, il suolo si assottiglia e scompare, e il terreno cade in rovina. Ciò è quello che è avvenuto nelle nostre zone. Infatti, l’azione delle acque superficiali ha causato un’altra forma molto accentuata di erosione, che possiamo notare sul territorio di Sommatino in un piccolo rilievo: i calanchi, che rientrano in quel ciclo d’erosione che ha modellato e plasmato la Valle del Salso in maniera netta ed innegabile.

Morfologicamente i calanchi sono solchi fittamente intagliati nel terreno argilloso, in ognuna delle quali scorre durante le piogge, un rivolo d’acqua, essi sono separati da creste, a volte acute come lame, a volte (come nel nostro caso) arrotondate e simili a cunette e dossi. Sui versanti si associano in modi diversi seguendo la topografia del rilievo. Possono trovarsi affiancati parallelamente, oppure convergere verso il basso in un unico canale di scolo costituendo un bacino analogo a quello delle testate torrentizie o infine divergere verso il basso. Un altro fattore caratteristico è costituito dalla loro distribuzione preferenziale su determinati versanti. Si vedono, infatti, in queste regioni delle valli in cui un versante è completamente smembrato dai calanchi, mentre l’opposto è continuo o possiede delle valli normali. Il fenomeno è dovuto sia all’esposizione, perché si sviluppano preferibilmente sui versanti esposti a mezzogiorno, in quanto su di essi sono più frequenti le alternanze di essiccazione e di inumidimento, sia a condizioni strutturali di assesto: i versanti con strati a reggi poggio, cioè contrari alla pendenza del terreno, consentono maggiormente lo stabilirsi dei calanchi per la maggior pendenza rispetto ai versanti a frana poggio che per accentuate irregolarità tendono a concentrare maggiormente il ruscellamento.

È probabile che ambedue i fatti abbiano avuto importanza e che il loro peso sia stato di volta in volta determinato dalle particolari circostanze climatiche e mitologiche. Questi danni non accennano a diminuire, nonostante le ingenti spese sostenute dallo Stato e dagli Enti Pubblici e Privati. Tanto ciò si deve collegare, almeno in parte, al fatto che gli interventi sono stati più spesso diretti a rimediare ai danni già provocati, piuttosto che a prevenire tali fenomeni con piani organici, basati innanzitutto su approfonditi studi geologici, morfologici e climatici.

Il meandro. Girando lo sguardo dall’altra parte del fiume, possiamo riscontrare un meandro che insiste sul lato sinistro del fiume stesso, quasi alla stessa altezza della frana. I meandri sono delle ampie curve che un corso d’acqua tende a descrivere in una pianura. I meandri possono essere di due tipi: meandri incassati, quando è la valle stessa in cui è incassato - un corso d’acqua a descrivere questa evoluzione - meandri di pianura, allorché le divagazioni sono indipendenti dalla valle. Un meandro non è fisso bensì soggetto a rapide evoluzioni, che provocano il suo spostamento e, in alcuni casi, la sua progressiva accentuazione fino a causarne la morte. Il meccanismo che lo determina è piuttosto semplice: un meandro prende origine da una curva del fiume, la corrente per forza centrifuga, tende a spostarsi verso la riva concava, che lambisce erodendola e arretrandola, mentre sulla riva convessa, per il rallentamento subito dalla corrente, deposita copiosamente, causandone un continuo accrescimento. Ne deriva quindi che la sponda concava è ripida, soggetta specialmente durante la piena a crolli mentre la riva convessa è piatta. In una serie di meandri, la corrente erode alternativamente la riva destra e la riva sinistra. Col proseguimento di questo processo il meandro tende a spostarsi a valle e ad accentuarsi sempre più, finché non si recide e il fiume abbrevia improvvisamente il suo corso. Il meandro reciso continua ad essere percorso delle acque specialmente durante le piene, ma gradualmente finisce per interrarsi.

 

RECUPERO DELLA MINIERA TRABIA-TALLARITA

Era triste osservare come gli impianti della miniera Trabia-Tallarita, frutto di studi, sacrifici, luogo di rischio di tanti uomini che persero la vita per il proprio lavoro, erano del tutto abbandonati in un ambiente che giorno dopo giorno, si andava sempre più degradando, cancellando questo inestimabile patrimonio scientifico ed antropologico. Gli impianti giacciono inerti ed inutilizzati, testimoni muti di un passato che non c’è più, e che pure non deve essere cancellato, anzi, custodito, valorizzato, conosciuto e in qualche modo usato come occasione di rilancio per le zone interne, trasformandole in strutture d’interesse socio-turistico. Sarebbe utile affidarle ad un piano di recupero, perché potrebbero testimoniare alle generazioni future, una civiltà che caratterizzò per quasi due secoli la vita siciliana. Il desiderio di fare qualcosa per la miniera non manca. Già nel 1988, era stata redatta da un architetto nisseno una relazione di fattibilità, su incarico dei comuni di Riesi e Sommatino.

Era un progetto di realizzazione del Parco delle Miniere Trabia-Tallarita. La questione dell’istituzione del Parco delle Miniere è da alcuni anni sul tappeto ed è tutt’ora una delle più controverse e dibattute, sia sulla stampa, sia in occasione di convegni pubblici, di tavole rotonde, di conferenze, sia in incontri più ristretti tra tecnici ed amministratori della cosa pubblica, nel corso di manifestazioni che hanno avuto luogo a Riesi e Sommatino. Nessuna delle amministrazioni susseguitesi, però, sono state in grado di realizzarlo. Attualmente il programma è già stato definito e consegnato, era già in fase di approvazione. (Emendamento al Disegno di Legge N. 858/A, emendamento aggiuntivo all'art. 2) degli organi competenti infatti era stato firmato un protocollo d’intesa tra l’Assessore Regionale ai Beni Culturali, la provincia regionale di Caltanissetta ed i comuni di Riesi e Sommatino, con il quale erano stati stanziati dei fondi per la realizzazione del Parco.

La Regione Siciliana aveva previsto una somma di lire 1.000.000.000, la provincia di Caltanissetta di lire 800.000.000 ed i comuni di Riesi e Sommatino di lire 100.000.000 ciascuno. È stata legalizzata la costituzione di un Consorzio tra Enti locali partecipanti di cui fa parte la Sovrintendenza ai Beni Culturali della Regione Sicilia, che avrà il compito di sovrintendere, appunto, ai lavori di realizzazione del Parco. È opportuno rivolgere la nostra attenzione progettuale sul concetto di pianificazione e sviluppo di territorio. Gli obiettivi principali evidenziati nella pianificazione erano: la valorizzazione ambientale e lo sviluppo agricolo. Il territorio è stato riprogettato privilegiando ogni idea che potesse portare un contributo in tal senso. Con un sistematico e razionale metodo di lavoro si è passati da una generale visione delle problematiche territoriali ed una attenta cura del particolare recupero e riequilibrio ambientale. Gli obiettivi principali della pianificazione sono i seguenti: suscitare e guidare l’interesse dei cittadini per salvaguardare e progettare il territorio perché fonte di ricchezza, evidenziata la qualità dei luoghi, esaltandoli in vista di un organico recupero dell’agroecosistema territoriale, recuperare le aree dismesse per rifondare le città e il territorio. Si può in altri termini “costruire bene” senza per questo “costruire molto”, d’altra parte si possono rispettare l’orografia e le caratteristiche ambientali e paesaggistiche di un luogo, così come sempre si è fatto nel corso dei secoli, senza rinunciare a quelle prerogative umane che consistono nella modificazione del territorio e della natura.

La proposta non ha potuto esimersi da un’indagine puntuale e particolareggiata di Riesi, del suo territorio e del contesto, e proprio da questa analisi e dall’individuazione dei problemi che quest’area pone, ha trovato origine questo piano. Esso deve inoltre legarsi a una serie di proposte che creino una miriade di occasioni di investimento e sviluppo; ed è per questo che le proposte progettuali vanno accompagnate da un piano di sviluppo finanziario che illustri le possibilità di collaborazione fra pubblico e privato stimolando in particolare gli investimenti privati. Questo progetto rappresenta un modo nuovo di interpretare le esigenze di sviluppo del territorio, coniugando le esigenze di tutela del patrimonio esistente, di crescita imprenditoriale ed occupazionale, di reperimento di risorse finanziarie di diversa provenienza, di sinergie positive tra pubblico e privato, di attuazione di mezzi provenienti da altre realtà geografiche. Il progetto tende ad intervenire sulla porzione di paesaggio più movimentata, la più interessante e tormentata dal punto di vista orografico, che si trova nelle immediate adiacenze della città, quelle che collegano Riesi e Sommatino alla miniera Trabia-Tallarita.

L’area del parco. L’aver cercato di organizzare e di riqualificare tutto il territorio relativo alla miniera con la determinazione dei luoghi di soste, di attrezzature varie, di passeggiate che portano a scoprire tutto quello che noi abbiamo definito Parco-Museo. Si tratta di un progetto che vuole allargarsi ad una dimensione geografica ben più ampia dell’edificio; vuole essere un museo naturale dove edificio, storia e natura hanno avuto e continuano ad avere una strettissima corrispondenza. La divisione delle aree d’uso del parco permette di individuare i valori minerari e mineralogici in un piano di funzione razionale. Quindi emerge la necessità di individuare, in relazione al sistema delle aree: ingressi al parco; percorsi di formazione delle aree; i servizi diffusi e la loro localizzazione, particolarmente importante per l’estensione delle aree visitabili; le infrastrutture connesse all’attività del parco (le attrattive) e i programmi di intervento urbanistico capaci di metterle in risalto.

In generale si può dire che si possono distinguere due tipi di attrattive del parco. Si è deciso di localizzare quelle di nuova iniziativa e che hanno essenzialmente carattere didattico (sostanzialità didattica), in prossimità della miniera. Mentre i servizi diffusi sono stati localizzati in relazione alla potenzialità della sosta, derivanti dai particolari valori che si incontrano lungo i percorsi. Tali valori sono determinati da tre essenziali fattori: quello mineralogico, quello minerario e dell’archeologia industriale, e quello paesaggistico. Sono questi infatti, gli elementi di maggiore richiamo che compongono il parco, in relazione ai quali sono stati i principali percorsi. Sono state individuate due grandi categorie di definizione d’uso delle aree del parco: l’Area del preparco, o di Rispetto, e l’Area del parco vero e proprio caratterizzato da una multifunzionalità di servizi ed attività varie, tutte legate al mondo della miniera. Questa articolazione tiene conto della particolare natura delle aree della miniera e del loro immediato contesto. La partizione delle categorie tende a definire le differenti qualità delle aree, ai fini di una diversa ed articolata funzione del parco minerario-mineralogico. L’area di preparo non ha la funzione di definire e in un certo senso proteggere il Parco, evidenziandolo dal contesto indifferenziato della campagna circostante.

Oltre ad alcuni servizi, quali il parcheggio, l’ingresso al parco, sono collegati al preparco, i cosiddetti Itinerari di servizi che permettono di comunicare l’esterno con l’interno del parco, rendendo così tutto il sistema più fruibile e funzionale. L’area del parco è articolata in diverse parti ricche di una molteplicità di elementi ciascuno dei quali ha una funzione ben precisa nella complessa organizzazione del Parco-Museo. Ecco allora come il Museo Minerario-Mineralogico, le strutture per l’attività didattica, i reparti delle attività minerarie in superficie e in profondità e molti altri servizi sono elementi non indifferenti l’uno dall’altro, ma che anzi si completano a vicenda, solo se visti in un complesso unitario. Per questo si è pensato di collegare il tutto attraverso un itinerario principale che, partendo dal Museo permetta, anche con percorsi alternativi, di visitare e conoscere meglio tutta l’area del parco con le sue molteplici occasioni di crescita culturale ed umana. La Miniera Trabia-Tallarita è infatti un bene che fa parte della nostra storia, della nostra cultura e che non possiamo sicuramente fare smarrire nell’oblio della memoria.

Contribuire a valorizzare il Museo, con una donazione, significa contribuire: ai progetti per attività educative, mostre e molto altro ancora. Sostenere un museo significa credere nell’importanza della cultura e del suo uso civico. Significa condividerne ed accompagnarne la missione, come risorsa permanente della collettività per il suo sviluppo. Un grazie di cuore per rendere sempre più bello il ricordo di chi ci ha preceduto, ed un invito a donare al Museo attraverso la raccolta di oggetti, documenti e testimonianze che si riferiscono a storie personali e ad esperienze della vita nella miniera Trabia-Tallarita. Come donare? È sufficiente rivolgersi ad uno dei responsabili del museo o del Distretto minerario di Caltanissetta, durante i normali orari di apertura, oppure contattarli attraverso il sito o i numeri telefonici. Che altro tipo di donazioni? Anche attraverso piccoli contributi da donare al nostro Museo per la ricchezza che ci è stata donata.

FELICIA ISABELLA BUTERA

La Voce del Nisseno online