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ATTILIO BOLZONI (LA REPUBBLICA), IL GIORNALISTA CHE NON SCRIVE PER IL PALAZZO

ATTILIO BOLZONI (LA REPUBBLICA), IL GIORNALISTA CHE NON SCRIVE PER IL PALAZZO

giu 20 2018

CALTANISSETTA – L’INTERVISTA. “Siate liberi, non fatevi mettere i piedi in testa dai prepotenti”

 

 
 I giornalisti Attilio Bolzoni (La Repubblica) e Michele Bruccheri ("La Voce del Nisseno") 

Un giornalista acuto e brillante, di notevole tempra etica e umana. Attilio Bolzoni, penna raffinata de “La Repubblica”, non scrive per il Palazzo, ma per le persone. Un elogio che ha ricevuto e che racconta schiettamente a La Voce del Nisseno che, a fine febbraio, l'ha incontrato a Caltanissetta per una lunga intervista. La prima puntata è stata pubblicata nella scorsa edizione. Due pagine per descrivere il fenomeno mafioso e i suoi oscuri personaggi. “Non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno. Siate liberi, rispettate gli altri. Non fatevi mettere i piedi in testa dai prepotenti”, tuona al termine della nostra interessante conversazione dove parla della sua attività professionale. Ma anche dei suoi gusti letterari e musicali, del suo tifo per il Bologna. Eccolo al nostro microfono.   

Parliamo un po' di giornalismo. Tu hai avuto tre direttori importanti. Scalfari per venti anni, poi per un altro ventennio Ezio Mauro e attualmente Mario Calabresi. Dal tuo “osservatorio”, che differenze ci sono tra i tre?

Beh, intanto sono stato fortunato. Scalfari mi ha preso per un ragazzino. Avevo 23 anni…

Lavoravi al giornale “L'Ora”.

Sì. Mi aveva preso, Scalfari era già famoso. Dirigeva il giornale più importante d'Italia. Noi lo chiamavamo Barbapapà. Scalfari l'ha fondato, questo giornale. Ha avuto un'idea geniale. Fare questo giornale dall'Espresso a Repubblica. Considera che nei giornali si usa dare del “tu” a tutti. A Scalfari do ancora del “lei”. Ogni tanto mi rimprovera. Mi dice: “Vuoi prendere le distanze da me?”. Rispondo: “Ho il senso delle proporzioni”.

Poi c'è Ezio Mauro.

Ezio Mauro è stato un altro direttore straordinario. Con una grande disciplina. Un uomo dalla schiena dritta, davvero. Ha dato molto al giornale e a noi giornalisti. E Mario Calabresi è molto più giovane di me, ha venti anni meno di me. Intanto, è un uomo affettuoso. Dimostrerà con il tempo di essere un ottimo direttore, degno di dirigere Repubblica.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, Attilio?

Leggo molto. Sono costretto a leggere molto. Sia per lavoro… A me piacciono i sudamericani. Mi piace Marquez, lo leggo sempre. Mi piace la letteratura classica. Uno dei libri più belli che ho letto è quello della Yourcenar “Memorie di Adriano”. Poi leggo tanto per lavoro. Alcuni saggi inizio a leggerli per lavoro e poi diventano piacere, alcune volte leggo per piacere e poi diventano magari noiosi per lavoro. Mi piace la letteratura italiana. Mi piace Sciascia, da morire. Mi piace Pirandello, Verga, la letteratura siciliana del Novecento.

Dal punto di vista musicale, cosa ascolti?

Mi piacciono i cantautori italiani, degli anni Settanta e Ottanta.

Qual è l'ultimo film che hai visto?

Ieri sera, in tv: “Spectre 007”. Non mi è piaciuto. Prima andavo anche due volte al giorno al cinema, quando avevo tempo. Adesso li guardo in tv. I film americani.

Tu sei stato sceneggiatore. Hai collaborato ad alcune fiction importanti. Come ricordi quel tipo di esperienza?

Intanto, io non sono uno sceneggiatore professionista. Io do una consulenza a quelle sceneggiature…

Dal tuo lavoro sono stati tratti dei…

Dai miei libri sono state tratte alcune fiction…

“Il capo dei capi”, ad esempio.

“Il capo dei capi” è un libro di cui sono fierissimo. L'ho scritto con Giuseppe D'Avanzo. Un collega bravissimo che non c'è più. Intanto sono stato sei mesi a Corleone, ho abitato lì. Per scrivere questo libro. Conosco un poco la materia. E dopo anni, ci sono ancora persone che mi chiedono – anche dagli uffici investigativi – chiarimenti su alcune storie degli anni Sessanta e Settanta di Corleone (….). La formula della fiction è la fiction, non è il documentario, non è il film.

Giuseppe D'Avanzo, una firma importante del giornalismo italiano…

Soprattutto un amico…

Sì. Ecco, lui è famoso anche per le dieci domande a Berlusconi. Dal tuo “osservatorio”, come vedi la politica in Italia, oggi?

Beh, c'è molta confusione (…).

Calcisticamente, per quale squadra tifi?

Mi vergogno a dirlo. Tifo per il Bologna. Quando ero ragazzino, il Bologna ha sconfitto all'Olimpico per 2 a 0 la più grande squadra mai esistita al mondo: l'Inter di Helenio Herrera (mi elenca a memoria, speditamente, le due formazioni, ndr).

Grandissimo (sorrido meravigliato, ndr).

1963-1964. All'Olimpico, 2 a 0. Quindi quell'Inter era formidabile, più forte ancora di quella di Mourinho. Il Bologna vinse quello scudetto con una mossa a sorpresa dell'allenatore (me la spiega, ndr).

Qual è il tuo peggior difetto, se c'è, Attilio?

Ne ho tanti… Sono permaloso.

Viceversa, la tua migliore qualità qual è?

Penso di essere libero, un uomo libero.

Qual è l'elogio più bello che hai ricevuto?

Un collega, bravissimo, che ha fatto il capo redattore per molti anni e che passa i pezzi, mi disse: io so più di uno psichiatra e di uno psicologo, più di tua moglie e dei tuoi genitori. Vi conosco tutti, perché passo ogni giorno i vostri pezzi. So tutto di voi. E so chi scrive per il Palazzo e chi scrive per le persone. Tu non scrivi per il Palazzo. E' il più bel complimento professionale che ho ricevuto.

Quale messaggio consegni ai lettori de “La Voce del Nisseno”?

Non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno. Siate liberi, rispettate gli altri. Non fatevi mettere i piedi in testa dai prepotenti. Di qualsiasi razza o religione.

MICHELE BRUCCHERI