Incontri

 
     

La Voce del Nisseno online

 
     
«CON LA VENUTA DI LEOPOLDO MESSINA LA CHIESA MADRE DI SERRADIFALCO RIACQUISTO’ IL SUO VERO VOLTO»

«CON LA VENUTA DI LEOPOLDO MESSINA LA CHIESA MADRE DI SERRADIFALCO RIACQUISTO’ IL SUO VERO VOLTO»

giu 20 2018

L’OSPITE. Michele Di Francesco, poliedrico maestro d’arte, studioso dell’arte sacra, è anche pittore e scultore, restauratore, con l’antica passione per la chitarra

 

 
 L'artista Michele Di Francesco e il giornalista Michele Bruccheri (foto di Gina Tortorici)

Gli artisti del passato che resero caratteristica la Chiesa Madre di Serradifalco, con le loro opere: 1) la statua lignea dorata di San Leonardo posta sull'altare maggiore del 1661, opera dello scultore Giancarlo Viviano; 2) i bassorilievi istoriati e gli stucchi del 1811, modellati dallo scultore Calogero Sesta; 3) la colorazione interna del tempio con le immagini, la messa in armonia dei bassorilievi e gli opportuni ritocchi in oro zecchino sugli stucchi del 1929 dallo scultore e pittore Leopoldo Messina.

Quest'ultimo completò magistralmente ciò che avevano iniziato i due maestri precedenti, seguendo alla perfezione le tracce lasciate; segno di continuità. Tutti e tre gli autori erano provenienti da Palermo. Anche se vissuti in epoche diverse, appartenevano alla scuola del “manierismo”, già esistente in quella città dalla fine del Cinquecento fino alla prima metà dell'Ottocento.

Le loro opere, all'interno della chiesa, s'ispirano in larga parte a quelle dell'insigne maestro senese Domenico Beccafumi (Valdibiena 1486 – Siena 1551). Però va sottolineato che le opere prese a modello non venivano copiate ma modificate, cambiate, interpretate; facendo di quell'opera o parte di essa, una creazione nuova.

Nel 1982, la Chiesa Madre subì radicali cambiamenti. Fu svuotata dagli arredi d'epoca e ridecorata in modo da segnare la rottura con il passato. Pare che la volessero fare “bella”, riportandola com'era prima… Annullando l'arte e la decorazione di Leopoldo Messina, eseguita nel 1929. Ma com'era prima?

Nel 1811, la chiesa era stata ornata da stucchi e bassorilievi; ma rimasta completa a metà. Si presentava: monotona e fredda, senza armonia e senza una vera e propria identità. Con la venuta di Leopoldo Messina (artista colto), la Chiesa Madre riacquistò il suo vero e autentico volto neoclassico-rococò; con una decorazione adeguata, giusta, in modo da darle rilievo e vita.

In tempi più recenti, precisamente nel 2007 col “nuovo adeguamento liturgico”, viene completata l'azione intrapresa nel 1982. L'architettura di base nell'area sottostante la cupola modificata, per far posto al nuovo altare. L'altare maggiore, parzialmente modificato con la sostituzione degli originali marmi del '700 con i nuovi per abbinarli al ducotone.

Balaustre eliminate come pure l'altare del Santissimo Crocifisso; altari appiattiti… Tutto questo, per far posto al nuovo e al moderno. Sinceramente ho l'impressione di trovarmi non in un luogo di culto, ma in un mausoleo di pessimo gusto. Nulla a che vedere con lo stile e la grazia della Chiesa Madre.

Se guardate bene l'ambone, con le due maschere funebri scolpite… suscitano impressione! Quelle facce dovrebbero rappresentare degli angeli, ma questo glielo dobbiamo scrivere. La chiesa che dovrebbe trasmettere tramite l'arte la bellezza, la gioia nel cuore e la speranza… ci fa sentire dentro, invece, una certa tristezza, sfiducia, angoscia e inquietudine dell'anima.

Spero che tra venticinque anni, la Chiesa Madre sarà ancora in piedi. Chi vivrà, vedrà.

MICHELE DI FRANCESCO

 

MICHELE DI FRANCESCO: “IL DUCOTONE HA SOSTITUITO IL DECORO E L’ARTE DEGLI ARTISTI”

ESCLUSIVA ONLINE – Cita lo storico e critico Giovanni Bonanno: “L’arte sacra? Da troppi anni non abita più nelle nostre chiese” 

Nella pagina del “Giornale di Sicilia” – Cultura & Società di sabato 6 novembre 1993 – che io conservo bene, si legge così: “L’arte sacra? Da troppi anni, ormai, non abita più nelle nostre chiese”. Un bell’articolo raffinato e preciso, realizzato dallo storico e critico d’arte sacra Giovanni Bonanno (L’invito di Paolo VI a fare delle opere artistiche “sacramento di bellezza” è caduto nel vuoto. Per pittori e scultori di ingegno non c’è posto nei luoghi di culto dove arrivano soltanto creazioni di autori modesti).

Eppure gli incontri tra il Papa intellettuale e gli artisti sembrano oggi lontani come se la “cappa di piombo” sia tornata a coprire il coraggio di Montini e di Guitton, Macchi, Fallani, Francia, Balthasar, Testori che lo affiancano. Quasi un ritorno alle distanze e alle sue origini. Qualcuno però non si stanca di rileggere i testi conciliari: “La bellezza come la verità è ciò che mette la gioia nel cuore  degli uomini” e “Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà d’espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti”.

Oggi, chi impera in modo assoluto nei nostri luoghi di culto è il “ducotone”, cioè quella pittura a tempera lavabile (plastificata) di uso industriale, chiamata popolarmente così. Dunque, il ducotone ha sostituito egregiamente il decoro e l’arte degli artisti. Questa ormai famosa pittura, all’interno della Chiesa Madre di Serradifalco, fa da padrone ed ha preso il posto di Leopoldo Messina (l’artista che l’aveva decorata a suo tempo). Quest’ultimo essendo un eccellente maestro che di quel tempio ne aveva fatto “sacramento di bellezza”, con i suoi tenui ed armonici colori di tinta pastello, e per la carica espressiva delle immagini, è stato coperto da una passata di ducotone verde militare. Tengo a precisare che mi riferisco ai bassorilievi istoriati e alla decorazione generale.

Paolo VI, nel 1967, ricorda: “Liturgia e arte sono sorelle”, sottolineando la necessità di un accordo perché esse vivano la pienezza dello spirito. È su vasta scala l’impegno del Pontefice. Il quale vorrebbe che preti e laici comprendessero la forza dell’arte intesa come “sacramentum” che salva l’uomo. Non immagine asettica, ma in grado di comunicare  il tormento dell’anima, il senso della trasparenza, l’ansia della pace, la visione del “Deus absconditus” (nascosto).

Un esempio evidente come l’arte trasmette la sua potente forza per esaltare lo spirito, avvicinandolo a Dio. Osserviamo attentamente da vicino i dipinti a muro di Leopoldo Messina del 1929 “L’entrata delle Palme”. Chi di noi non s’identifica in mezzo a quella sterminata folla che, con la veste bianca lavata col sangue dell’Agnello e la palma in mano simbolo del martirio e della vittoria, segue festante Gesù verso la Gerusalemme Celeste? Anche nel dipinto di fronte “La benedizione dei fanciulli”. Ognuno di noi facendosi umile e piccolo, può identificarsi lì in mezzo trovando così ristoro in quella Sorgente d’acqua viva che zampilla per la Vita Eterna. Infine, al tetto “La gloria di San Leonardo” attorniato da invalidi e carcerati bisognosi di guarigioni fisiche e spirituali, sotto gli sguardi compiacenti degli angioletti.

Alla luce dei due dipinti precedenti, dovremmo vedere al posto del Santo Patrono “La trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor”. Ed esclamare come Pietro: “Maestro, è bello per noi stare qui!”. Questa è la prima puntata espressa in modo liturgico. La seconda sarà quando avremo tolto quel brutto ducotone che offusca la Chiesa. Allora parlerò dei bassorilievi istoriati finemente armonizzati da Leopoldo Messina e dell’autore che li realizzò.

È in crisi la committenza. Problema dell’arte contemporanea è la committenza. In una stagione di crisi di valore, anche il mondo ecclesiale registra povertà di pensiero. Perduto il rapporto con  filosofia, teatro e narrativa, si chiude  nel recinto del religioso. La sua scienza non interagisce, né si fa partecipe degli eventi che caratterizzano la contemporaneità. È difficile che il clero si interessi a scrittori e artisti. Ciò determina la separatezza anche da quanto gli appartiene per eredità.

La stessa “Gaudium et spes” non sembra sia un suo viatico. Per cui è la dimensione culturale che viene meno al suo ministero di presbitero, al suo ruolo di custode del patrimonio storico-artistico e al suo essere responsabile dei linguaggi figurativi dentro le chiese.

Se la committenza è debole non si può sperare nella qualità dell’opera. Necessita che il clero si formi alla comprensione della storia e della critica d’arte e abbia un qualche aggiornamento. Non si pretende che sia specialista. Funzione della committenza è capire le tensioni dell’arte ed esprimerle servendosi di esperti che sappiano indirizzare nella ideazione e nella scelta degli artisti, cui va riconosciuta libertà creativa. Processo difficile che mette in discussione Arte e Chiesa - conclude nell’articolo Giovanni Bonanno -. L’una bisognosa dell’altra per comprendere le dimensioni dell’uomo, la sua sacralità, il suo mistero.

MICHELE DI FRANCESCO