Incontri

 
     
ENRICO ROMANO: “POETI SI NASCE E POETI LO SI DEVE DIVENTARE”

ENRICO ROMANO: “POETI SI NASCE E POETI LO SI DEVE DIVENTARE”

nov 03 2017

di MICHELE BRUCCHERI – L’INTERVISTA / Architetto di Lecce, ha già pubblicato tre libri. Canta temi esistenziali e sociali, l’amore e la natura. Presiede un’associazione culturale 

 
 Enrico Romano. In copertina, i suoi tre libri pubblicati

 

Pugliese di Lecce, Enrico Romano è un poeta delicato e raffinato. Un poeta che scrive con il cuore e con la mente. Ha già pubblicato tre libri, ottenendo reiteratamente unanimi consensi e giudizi positivi. Scrive da sempre, ma la sua passione segreta per la poesia è nota da pochi anni. “Poeti si nasce e poeti lo si deve diventare”, svela al microfono del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno (versione web).

 

Dopo una lunga semina lirica decide di “partorire” il primo volume soltanto nel 2001. “Un nuovo giorno” (Piero Manni Editore) contiene 51 poesie. “La maggior parte in rima e, spesso, con evidente uso dell’endecasillabo”, prosegue il bravo poeta leccese. Racconta l’eterna dicotomia tra mente e cuore, ragione e sentimento (i temi – spiega ancora al nostro giornale online – sono esistenziali, sociali, l’amore, la natura”).

 

Architetto, Enrico Romano aggiunge: “Essere poeti è un po’ come essere cantanti”. E dopo dodici anni, nel 2013 pubblica un nuovo libro: “Schegge d’Anima” (Edizioni Milella di Lecce – Spazio Vivo). Comprende ben 140 componimenti suddivisi in nove parti e contiene anche 19 aforismi. Lo scorso anno, infine, dà alle stampe “All’ombra dell’asindeto“ col sottotitolo “Madrigali, tossine, altre storie” che – dichiara – “rappresenta i titoli dei tre capitoli in cui il libro è suddiviso”. Vi sono ottanta liriche e venti aforismi. Il libro è pubblicato per Di Felice Edizioni – Martinsicuro.

 

L’autore pugliese ha vinto vari e prestigiosi premi. “Dico sempre - è il suo ragionamento - che se non si è premiati ad un concorso letterario non ci si deve deprimere e, allo stesso modo, non ci si deve far prendere dall’euforia quando si è premiati”. Ha pienamente ragione. Enrico Romano, tra le altre cose, è presidente dell’Associazione Culturale Salentina “Vitruvio”. Dal 2005 indice un concorso internazionale di poesia. Un forte impegno culturale per il poeta-architetto leccese che apre il suo cuore e la sua mente ai nostri lettori digitali.  

 

Quando inizi a scrivere poesie, Enrico?

La mia prima poesia l’ho scritta all’età di nove anni. Poi, ho cominciato a scrivere con una certa continuità nell’età dell’adolescenza. Ho proseguito negli anni del Liceo e dell’Università. Ho, altresì, continuato da professionista… fino ad oggi.

 

Tuttavia, pubblichi la tua prima opera poetica soltanto nel 2001. Perché non prima?

Ho sempre avvertito la necessità di appellarmi e coltivare un’intensa riservatezza. Scrivevo, ma tenevo tutto per me. La passione per la poesia, non solo quella da scrivere, ovviamente, era e rimaneva una passione segreta. Non intendevo confidare a nessuno questo mio sentire anche se, alcune persone a me vicine, sapevano che avevo un certo interesse per la poesia.

 

Qual è il filo conduttore del tuo libro “Un nuovo giorno”?

“Un nuovo giorno” nasce in questo modo: giunto alla soglia dei cinquant’anni, decisi di pubblicare e, dunque, operai una selezione “drastica” di tutto ciò che avevo scritto negli anni. Selezionai una sessantina di poesie e ne pubblicai 51. La maggior parte in rima e, spesso, con evidente uso dell’endecasillabo. Non so dire se vi sia un vero e proprio filo conduttore ma certamente il parametro guida è costituito dallo scontro-incontro di mente e di cuore, della ragione e del sentimento. I temi sono esistenziali, sociali, l’amore, la natura.

 
 Enrico Romano declama i suoi versi

 

Attendi poco più di un decennio e nel 2013 esce la tua seconda raccolta dal titolo “Schegge d’Anima”. Me ne parli?

In “Un nuovo giorno” avevo pubblicato i componimenti più datati. I più recenti li avevo tenuti per me. Continuai a scrivere come avevo deciso e, cioè, andando alla ricerca di uno stile, di una forma, anche letteraria (pur non essendo, io, un letterato – mi considero, spesso, un “oblato” delle lettere), che fosse gradevole, elegante se possibile, che esulasse dalla retorica, dalla banalità, dalla frase ad effetto. Amo la poesia che contiene un suono, un ritmo, un “andare” specifico. Capita spesso oggi, di leggere poesia che non contiene “carattere”, che si appiattisce su mode inesistenti. La poesia è agli antipodi delle mode. Scrissi e sperimentai tantissimo senza mai dimenticare che tutto ciò che facevo doveva inevitabilmente essere paludato di umiltà. Ritengo che l’umiltà sia una componente imprescindibile per progredire nel proprio lavoro, nei propri interessi e non deve essere intesa come qualcosa di mortificante, al contrario essa è componente di consapevolezza dei propri mezzi, delle proprie capacità. “Schegge d’Anima” comprende 140 componimenti suddivisi in nove parti, e 19 aforismi.

 

Questi volumi hanno riscosso successo e ottenuto lusinghieri giudizi da parte della critica. Cosa significano per te, queste valutazioni positive?

I giudizi favorevoli, ma anche qualche critica (davvero rara, in realtà) non del tutto entusiastica, servono per andare avanti, invogliano a continuare a scrivere, a proseguire con la propria ricerca, stanno a significare “sì, continua, siamo curiosi di vedere dove vorrai, o potrai, arrivare”.

 
 Enrico Romano

 

Lo scorso anno hai pubblicato un altro libro. Di cosa si tratta?

Sì, nel 2016 ho pubblicato “All’ombra dell’asindeto“ col sottotitolo “Madrigali, tossine, altre storie” che rappresenta i titoli dei tre capitoli in cui il libro è suddiviso. Contiene 80 poesie e 20 aforismi. Tempo fa, qualcuno mi fece notare che, spesso, ricorrevo all’uso dell’asindeto e, io stesso, nei vari tentativi di sperimentazione, lo adottavo perché mi piaceva molto, e mi piace, affrontare una difficoltà in più, nello scrivere, piuttosto che una in meno. L’asindeto che, per definizione, sembra semplificare tutto, in realtà complica non poco la composizione di una poesia. Basti pensare che le congiunzioni coordinative, e non solo, da escludere sono circa una trentina di vocaboli. Io, a questo elenco, ho anche aggiunto quelle congiunzioni che possono essere usate, senza assumere il valore di congiunzione, a seconda della proposizione all’interno della quale vengono inserite. Non ho mai amato molto la congiunzione “che” la quale, mi sembra, sia fin troppo scontata, troppo comoda per risolvere determinate esposizioni e che, a mio modesto avviso, impoverisce la struttura lessicale del componimento, rendendolo anche più ruvido. Insomma, l’uso dell’asindeto, come spiego nel libro, risulta per me una sorta di conforto poiché, dopo aver completato un componimento, la soddisfazione è tale da essere paragonata a quella di una pianta che, nella calura estiva, rinfranca con la sua ombra. Il libro contiene la prefazione della dottoressa Chiara Armillis, psicoterapeuta ed psiconterprete d’arte.

In questi anni, hai ottenuto vari riconoscimenti. A quali ti senti legato e perché?

Non sono un grande frequentatore di concorsi letterari, pur essendo presidente di un’associazione culturale, la Vitruvio, titolare di uno dei tanti concorsi letterari, il Premio Vitruvio, appunto. Ho ottenuto diversi riconoscimenti. I miei tre libri sono stati premiati tutti: “Un nuovo giorno” e “Schegge d’Anima” hanno ricevuto tre premi ciascuno. In particolare, “Schegge d’Anima”, nel 2013 è stato premiato come finalista al prestigioso concorso “Mario Pannunzio” indetto dall’omonimo Centro di Torino; “All’ombra dell’asindeto” è stato vincitore del prestigiosissimo Premio “Letteratura” 2016, indetto dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli…

 

Continua, Enrico.

Direi che quest’ultimo certamente è il premio più importante che ho ricevuto, anche per lo spessore dei componenti la giuria, il prestigio e la fama che l’Istituto detiene e per il numero di partecipanti iscritti a concorso. Dico sempre che se non si è premiati ad un concorso letterario non ci si deve deprimere e, allo stesso modo, non ci si deve far prendere dall’euforia quando si è premiati. I premi, comunque, per me sono tutti importanti per il semplice fatto che, libro o singolo componimento, riconoscono il lavoro svolto dal poeta non solo per i contenuti del testo premiato ma per l’impegno profuso, quell’“impegno” di cui parlava Mario Luzi (“La poesia è impegno”)!

 

La tua attività intellettuale è intensa. In quali progetti sei stato e sei in prima linea?

I tempi bui che stiamo vivendo da ormai troppo tempo, hanno provocato una sorta di “vuoto” culturale cosicché le giovani generazioni, ad esclusione di chi abbia compiuto studi specifici, non sono a conoscenza di una gran parte della cultura contemporanea, ma non solo (arte, musica, poesia, cinema, eccetera). Un esempio su tutti: provate a chiedere ad un giovane 25/30enne se sa chi sia Samuel Beckett o cosa abbia scritto. Aspettando Godot pare non vada in scena da oltre trent’anni. E così per Fellini, Carmelo Bene, Luchino Visconti, Emily Dickinson, e in parte anche per Ungaretti, Montale e tanti altri!

 

Dunque…

Ecco, dunque, che la mia attività punta, principalmente, anche attraverso l’azione che svolgiamo con i colleghi dell’Associazione Culturale Salentina Vitruvio, al recupero e alla divulgazione di quella parte dell’arte e della cultura dimenticate senza le quali non si può comprendere nemmeno l’attuale decadenza.

 

Chi ha influenzato la tua scrittura poetica? Chi sono, sostanzialmente, i tuoi autori preferiti?

Sicuramente i classici, Omero su tutti. Ero affascinato, da adolescente, dalle imprese eroiche, epiche dei protagonisti della Guerra di Troia. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, se l’Iliade e l’Odissea non fossero state scritte in versi, non le avrei mai studiate a fondo. Ma mi hanno influenzato certamente anche Dante, Ariosto, Petrarca, Foscolo ed altri, tanti. I miei autori preferiti sono, in assoluto: Giuseppe Ungaretti, per gli uomini e, per le donne, Emily Dickinson. La loro attualità (che certamente non appartiene solo a loro, atteso che anche i classici dell’antica Grecia sono attualissimi) è semplicemente straordinaria ed esposta in modo raffinato, gentile, intenso, quantunque apparentemente semplice. Tuttavia sempre acuto! E, concludo, certamente aggiungendo Mimnermo, Omero, Alceo, Saffo, Catullo, Dante, Shakespeare, Pirandello, Quasimodo, Montale.

 

Ai lettori del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno (versione online) doniamo qualche tuo verso?

 

Con grande umiltà e nel tentativo di far capire il mio essere, dedico ai lettori questa mia poesia contenuta in “Schegge d’Anima”:

Rotte

(ovvero: approdi)

 

La costellazione

del dubbio

perenne governò

la mia navigazione.

Solo oltre

ogni approdo

colsi

l’errore

o la certezza d’una

indubbia rotta!

 

Tu sei un architetto. Questo tipo di formazione ha influito nella tua scrittura?

Certamente. La facoltà di Architettura è una facoltà universitaria diversa da tutte le altre, perché ci pone costantemente all’esame del passato ed alla programmazione del futuro. La sintesi fra questi due momenti non può non contenere Poesia, la Poesia che parla della vita, nelle sue sfaccettature più recondite, quella poesia che esce fuori dalla retorica, ci disincaglia, come marea, dalle secche del quotidiano e ci porta a navigare in mare aperto. Perché Poesia è questo: un viaggio continuo… i porti servono solo per qualche rifornimento, prima di salpare ancora… per il viaggio perenne…

 

Qual è – secondo te – la poesia più bella, in assoluto, scritta da altri?

Mah… ce ne sono diverse. Ma se devo citarne una sola dico “Inverno”, di Giuseppe Ungaretti: “Inverno. Come un seme il mio animo ha bisogno del lavoro nascosto di questa stagione”

 

Che genere di musica ascolti?

Un po’ tutta, purché sia di buona qualità. Sicuramente i “classici del rock” (Beatles, Procol Harum, Vanilla Fudge, Deep Purple, Jethro Tull, Pink Floyd, ecc.), ma anche compositori come Jimi Hendrix (impareggiabile), Leonard Cohen, Francesco De Gregori, Lucio Battisti (grande e grande innovatore) o cantanti di spessore come Aretha Franklin, Joe Cocker, classici come Beethoven, Debussy… Amo anche i chitarristi classici, Segovia su tutti, ma anche Armik ed altri (strimpello la chitarra, da ragazzo avevo anche una band).

 

Qual è il tuo miglior pregio?

Sinceramente non saprei… mi auguro, comunque, che sia la lealtà. E l’onestà e la voglia di conoscere, scoprire, sapere…. Sempre!

 

Qual è invece il tuo peggior difetto?

Eh… credo di averne tanti. Certamente sono tutti alla pari, ma forse il peggiore è non essere mai prevenuto nei confronti del mio interlocutore!

 

Quale consiglio daresti a chi volesse intraprendere il percorso della scrittura poetica?

Eh..., bellissima domanda. Intanto consiglierei di studiare, approfondire, non smettere mai di tentare di capire e, soprattutto, non lasciarsi MAI prendere dalla foga di pubblicare. Non si deve pubblicare ad ogni costo. Ogni cosa va fatta a tempo debito. Io, talvolta, mi porto ad esempio e dico che, tra la prima e la seconda pubblicazione, ho fatto trascorrere circa dodici anni. Controllare, comunque, questa pur comprensibile, irrefrenabile voglia fa parte della formazione del poeta. Perché se è vero che poeti si nasce, è pur vero che, poi, poeti lo si deve diventare. L’ho sempre sostenuto e sempre lo sosterrò. Essere poeti è un po’ essere cantanti: la dote naturale va educata attraverso lo studio, la conoscenza, l’abnegazione. L’impegno!

 

Quali sono i punti forti e quali i punti deboli della tua Puglia?

La Puglia è una regione, da sempre, produttiva, fatta di gente volitiva, in qualsiasi campo lavorativo. Vi sono diverse belle realtà industriali e professionali, ma l’alto tasso di disoccupazione esistente, specialmente nella mia provincia, la provincia di Lecce, dice che siamo ancora lontanucci da traguardi soddisfacenti. Ma, il primo, vero problema della Puglia è “essere SUD”… quel Sud che non sa scrollarsi di dosso la mentalità di accattone, in vero sorta all’indomani dell’unità d’Italia, ma  tuttavia ancora oggi persistente. E poi la NON capacità di concretizzare il valore del patrimonio culturale che insiste sul territorio regionale e che, come per tutte le regioni del Sud, non è stato ancora valorizzato tanto quanto merita. La cosiddetta volontà politica di concretizzare i fatti, le cose, dipende da un popolo e un popolo deve saper costruire il proprio futuro attingendo alle proprie radici. Manca questa presa di coscienza. Ma pian pianino…

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?

Non saprei dire se ho già, davvero, dei progetti editoriali. Certamente proseguo nella mia ricerca, nel mio tentativo di ricerca poetica. Scrivo (o, almeno, ci provo). Poi… si vedrà!

 

MICHELE BRUCCHERI