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A MARZO NUOVO TOUR PER IL CANTAUTORE LUCA BONAFFINI DAL TITOLO “LA PROTESTA E L’AMORE”

A MARZO NUOVO TOUR PER IL CANTAUTORE LUCA BONAFFINI DAL TITOLO “LA PROTESTA E L’AMORE”

nov 09 2016

di MICHELE BRUCCHERI - “Non mi considero uno scrittore che canta, ma un cantautore che scrive…”, spiega l’artista mantovano - che collaborò con il grande Pierangelo Bertoli - al microfono de La Voce del Nisseno. Quattro date tutte in teatro

 
 Il cantautore mantovano Luca Bonaffini 

Quattro date per il tour “La protesta e l’amore” del cantautore mantovano Luca Bonaffini. Concerti in teatro dove si respira un’atmosfera più intima e accogliente, meno dispersiva. Il debutto sarà a marzo. Si parte giovedì 2 a Brescia, poi c’è Sarmede (Treviso) sabato 18, si prosegue venerdì 24 a Occhiobello (“tra Rovigo e Ferrara”, precisa l’artista lombardo) e si conclude, al momento, a Legnano (Milano) martedì 28 marzo. In questo live tour ci sarà anche Giorgia Canevese, vocalist special guest.

“Non mi considero uno scrittore che canta, ma un cantautore che scrive”, dichiara alla versione web del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno. Un cantautore di notevole talento che ha lavorato proficuamente con il grande Pierangelo Bertoli. “Nel 2015, Mario Bonanno mi ha regalato una lunga intervista-libro prendendo spunto da un brano scritto da me e da Claudio Lolli nel 1998 e pubblicato ne ‘Il ponte dei maniscalchi’ - spiega il cantautore -. Il libro, in occasione dei miei trent’anni di attività artistica, meritava uno show concept dal vivo dato che si parla di musica e di cantautori”. Il volume s’intitola “La protesta e l’amore. Conversazioni con Luca Bonaffini” (edito da Gilgamesh editrice) e la prefazione è a firma di Claudio Lolli.

Luca Bonaffini, 54 anni, ha inciso una dozzina di album. Non è soltanto cantautore, è anche scrittore e regista teatrale. Gli chiedo chi ha influenzato la sua arte e lui, schiettamente, risponde: “Mio padre, dal punto di vista metodologico e strutturale. Era un pittore dotato di una tecnica mostruosa. Dal punto di vista umano e culturale, mia madre. Perché lei, anche se non ha avuto la possibilità di esprimersi, sarebbe stata una poetessa o una scrittrice molto profonda e fantasiosa”.    

 
 Pierangelo Bertoli e Luca Bonaffini

“La protesta e l’amore” sarà il tuo nuovo tour il prossimo anno. Perché questo titolo?

Nel 2015 Mario Bonanno mi ha regalato una lunga intervista-libro prendendo spunto da un brano scritto da me e da Claudio Lolli nel 1998 e pubblicato ne “Il ponte dei maniscalchi”. Il libro, in occasione dei miei trent’anni di attività artistica, meritava uno show concept dal vivo dato che si parla di musica e di cantautori. Poi, la protesta e l’amore restano le due anime contrastanti e inseparabili della canzone popolare degli anni 60 e 70, la colonna portante della mia formazione musicale e culturale, durante l’adolescenza. La scelta dei teatri, piccoli e caldi, potrebbe diventare contagiosa.

Quali sono, ad oggi, le prime date?

Brescia, Legnano, Occhiobello tra Rovigo e Ferrara, e un teatrino vicino a Treviso

Saranno previsti anche dei concerti al Sud?

Se mi chiamano, da Roma in giù, volo!

Lo scrittore siciliano Mario Bonanno ti ha dedicato un libro… Me ne parli più dettagliatamente?

Quello che ti dicevo prima… aggiungo che Bonanno è un vero critico musicale esperto di canzone d’autore. Infatti, con affetto, mi ha massacrato e ha tirato fuori il meglio della mia storia che, in fondo, non mi appariva così interessante come lui l’ha resa.

So che c’è la prefazione di Claudio Lolli. E’ così?

Sì. Era doveroso riconciliarmi con quella parte di me stesso rimasta un po’ ferma nel tempo e attualizzarla. Insomma, nonostante i “morti” presenti nelle nostre canzoni e gli zombie che ci girano attorno, siamo ancora qui a scrivere senza comprimerci e comprometterci…

Il tuo esordio artistico, ormai, risale a trent’anni fa. Qual è il tuo personale bilancio?

Pessimo dal punto di vista umano. La professione rovina le passioni, le contamina dell’idiozia dei meccanismi e li raffredda. Ma bene, anzi benissimo, la cosiddetta “carriera”. Bisognerebbe togliere a un bel po’ di gente la facoltà di far finta di scoprire talenti, perché non ce ne sono. C’è il vuoto, la voglia di arrivare in fretta e prima degli altri. Però mi consolo con la scrittura e i miei pochi lettori, ascoltatori e spettatori che come me non mollano.

 
 La copertina del libro

Hai inciso una dozzina di album. A quale ti senti maggiormente legato e perché?

“Il ponte dei maniscalchi” e “Scialle di Pavone”. Dove la passione ha sgominato le regole dell’allora sistema discografico. Due album radical.

Vanti un sacco di collaborazioni. Quali sono state, per te, le più significative?

Bertoli, Lolli, Oreglio.

Sul finire degli anni Novanta, intervistai il grande Pierangelo Bertoli. E mi parlò a lungo di te (gli ho inviato un frammento sonoro, ndr). Com’era il vostro legame umano e artistico?

Pierangelo e io ci somigliavamo molto dentro e poco fuori. Io formale e un po’ femmineo, lui tutto d’un pezzo e incazzato.

In “Italia d’oro” o “Spunta la luna dal monte” c’è il tuo zampino. Come ricordi quel periodo?

In entrambe, come tante canzoni scritte da Pierangelo in quel periodo. Si confrontava sempre con me e mi onorava della sua attenzione come si fa coi giovani allievi destinati a superare i maestri. Ma io non ho mai né voluto, né potuto sorpassare in grandezza Bertoli. Angelo, lo chiamavamo così, è stato davvero l’emblema di qualcosa di irripetibile.

Tre anni addietro hai debuttato come scrittore con un libro intitolato, parafrasando la canzone di Bertoli, “La notte in cui spuntò la luna dal monte”. Quali giudizi hai raccolto in merito?

Buoni, al di sopra delle aspettative. Io non mi considero uno scrittore che canta, ma un cantautore che scrive…

Quale artista ha maggiormente influenzato la tua arte?

Mio padre, dal punto di vista metodologico e strutturale. Era un pittore dotato di una tecnica mostruosa. Dal punto di vista umano e culturale, mia madre. Perché lei, anche se non ha avuto la possibilità di esprimersi, sarebbe stata una poetessa o una scrittrice molto profonda e fantasiosa. Poi, i cantautori mi hanno offerto il linguaggio ideale per le mie urgenze di allora.

Qual è la tua migliore dote umana?

Lo devono dire gli altri.

E il tuo peggior difetto?

Hai tempo? Lo scegliamo insieme se vuoi… ce ne sono un bel mucchio!

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Quello che sto scrivendo.

Cosa pensi del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan?

Mi sarei stupito di più se avessero dato a Alfred Bernhard Nobel il Premio Dylan. Ironia a parte credo che i premi valgano solo quando vanno agli sconosciuti e debbano essere uno strumento in più per far conoscere l’attività o la storia di una persona. Il vecchio Zimmermann non pecca in notorietà. Forse dovrebbero darlo a Jim Croce…

MICHELE BRUCCHERI