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ANDREA G. PINKETTS: “SONO LO SCULTORE DELLE MIE PAROLE”

ANDREA G. PINKETTS: “SONO LO SCULTORE DELLE MIE PAROLE”

ago 18 2016

di MICHELE BRUCCHERI – Intervista all’autore del romanzo “La capanna dello zio Rom” (Mondadori). Ad ottobre presentazione a Milano assieme al cantautore Enrico Ruggeri. Lo scrittore ha lavorato per il programma “Mistero” su Italia Uno

 
 Lo scrittore Andrea G. Pinketts

Scrittore dei contrasti e delle dicotomie, Andrea G. Pinketts  sta promuovendo la sua ultima fatica letteraria in lungo e in largo. Con enorme soddisfazione, con palpabile successo. “La capanna dello zio Rom” (Mondadori) è una storia noir, dura e tenera insieme. “Si tratta di una storia d’amore e di  morte. Una storia di orrore e di meraviglia. E’ una storia che parla di razzismo, di ignoranza”, spiega alla versione online del nostro periodico d’informazione La Voce del Nisseno

Nato a Milano 55 anni fa, ad ottobre presenterà il romanzo nella sua città assieme al cantautore Enrico Ruggeri. Ha vinto numerosi premi. Elencarli sarebbe impresa ardua e titanica. Ha una vita piena, intensa, frenetica. Scrive a stampatello, con penna Mont Blanc (“mi piace la fisicità del gesto”) e da sempre possiede il senso delle sfumature. Il suo scrittore preferito è Shakespeare. E’ molto legato alla madre, fuma sigari toscani e cubani.

Fotomodello, istruttore di arti marziali, giornalista investigativo e tanto altro, Andrea G. Pinketts ha lavorato per la trasmissione televisiva “Mistero” su Italia Uno. Definendola “un’esperienza eccezionale”. Con voce calda e baritonale, profonda e avvolgente mi racconta - con dovizia di particolari - un sacco di cose. Fa anche un rapido accenno alle sue importanti inchieste per Esquire e Panorama. Argomenti delicati e pericolosi. “Sono un pittore primitivo di parole - conclude -. Sono lo scultore delle mie parole”.       

“La capanna dello zio Rom” è il tuo ultimo romanzo. Di cosa si tratta?

Si tratta di una storia d’amore e di  morte. Una storia di orrore e di meraviglia. E’ una storia che parla di razzismo, di ignoranza. Delle persone che sono convinte che tutte le categorie che iniziano con la parola rom – quindi i romeni, i rom, i romagnoli, i romanisti – appartengano alla stessa genia. Non è così. Io sono contro l’ignoranza, sono contro il razzismo. Per me il razzismo significa… E’ talmente superato il concetto di razzismo che per me il vero razzista è quello che si dovrebbe infilare un razzo nel sedere e sparire verso un pianeta sconosciuto. Questa è una storia molto noir, molto cruda, molto dura, ma anche molto tenera, molto dolce. Io sono lo scrittore del contrasto. Sono lo scrittore delle dicotomie. C’è una ragazza straordinaria – si chiama Ossitocina – che aspetta il cane che le porti la spesa fuori dal supermercato. Di solito sono i  cani che aspettano le padroncine che escano dal supermarket. E invece di una ragazza così non puoi che innamorarti. Questa ragazza in leggins invece… Ci sono persone in loden che rappresentano il male assoluto. Il male ignorante, non la banalità del male: l’ignoranza del male.       

Dove l’hai presentato?

Questo libro non ho ancora smesso di presentarlo. Credo che continuerò a presentarlo a vita, essendo il mio ultimo romanzo. Ti cito gli ultimi posti: Maratea, Ravello al Festival della Danza… Penso a un libro del genere al Festival della Danza. A Positano. L’ho presentato in diciotto eventi, a Salsomaggiore. L’ho presentato a Milano, a Monza. Mi viene difficile fare un elenco. Ti dico i prossimi: Cattolica, lo presenterò a Recanati, nella patria di Leopardi.

Cosa dicono i tuoi lettori in merito al libro?

Penso che i miei lettori non dicano qualcosa in merito al libro. Penso che i miei lettori si meritino questo libro.

 
 La copertina del suo romanzo

Quando scopri veramente la tua passione per la scrittura?

Credo da quando ho iniziato a leggere. Quindi, a cinque anni. Un anno prima della prima elementare. Prima guardavo le figure, ma ero affascinato dalle parole. In effetti ancora oggi, per me, le parole sono dei disegni. Io scrivo in stampatello. Sono uno scrittore primitivo, sono un pittore primitivo di parole. Sono anche una sorta di scultore delle mie parole. I miei fogli sono pieni di macchie, d’inchiostro, perché scrivo a penna, ma anche di birra, di cenere di sigaro. Sono pagine vissute. A cinque anni, ovviamente, non bevevo e non fumavo. Il mio primo pensiero credo che sia stato un pensierino che ho scritto alle elementari che dà il senso di ciò che poi avrei scritto. Me lo ricordo perfettamente: “Stanotte ho dormito poco. Ho passato una notte in bianco. Direi meglio, in grigio, perché in certi momenti mi sono assopito”. Questo l’ho scritto a sei anni. Allora capisci che avevo già il senso della sfumatura.     

Studi irregolari, espulsioni e problemi di vario genere. La scuola è stata una vera e propria “palestra di vita”, vero?

Sono stato un boxer, un kendoka, cioè un praticante di kendo - l’arte… la via della spada giapponese dei samurai -, allora le mie palestre sono quelle che sanno di vita. Ma non sono palestre di vita, sono la vita nelle palestre che ho frequentato. Sono i luoghi che hanno fatto sì che io me la vedessi brutta. A scuola, in realtà, io mi trovavo benissimo perché ne sapevo uno di più del diavolo. Per cui sono stato espulso perché mi annoiavo. Il diavolo non era abbastanza. In compenso, la scuola – per me – è stato un ring, un grandissimo palcoscenico.     

Hai avuto un’adolescenza tormentata e difficile. Ci racconti qualche aneddoto peculiare?

Io direi che più che tormentata… Tormentata, in realtà, sì come tutte le adolescenze. Ho avuto un’adolescenza molto movimentata…   

Hai vinto numerosi premi letterari. A quali sei maggiormente affezionato e perché?

Sono sicuramente affezionato al Myst Festival di Cattolica. Allora era un festival importantissimo. Adesso lo è altrettanto, ma non ha più l’appeal… Diciamo che non mettono più i soldi che mettevano una volta in un premio così. Ma allora, da quel premio nascevano scrittori importanti. Sono nato a Cattolica. Infatti, adesso sono in giuria nel premio che ha dato il via alla mia carriera di scrittore. Ho incontrato gente straordinaria. Scrittori, attori importanti. Registi. Gente che si trovava tutte le sere al bar Ariston alla fine dell’ultima proiezione che era quella di mezzanotte. Quindi il film finiva all’una e mezza. Noi stavamo lì sino alle cinque del mattino seduti allo stesso tavolino tra persone che, come me, erano un “illustre ma sconosciuto” e illustrissimi conosciuti. Cattolica è ancora importante. Penso che il racconto sia, comunque e in ogni caso, la via per iniziare la carriera di uno scrittore. Uno scrittore deve misurarsi con il tempo in cui vive. Ragione per cui non è stato facile, allora. Il mio primo racconto l’ho vinto a ventitré anni… Tutto quello che c’era da vincere, l’ho vinto – tranne i premi corrotti…

Continua.

Il vero premio è avere un foglio di carta bianca, una penna e qualcosa da raccontare.           

Chi è il tuo scrittore preferito?

E’ banale. Ce ne sono tantissimi. Uno su tutti, direi Shakespeare. Lui contiene tutte le storie in assoluto. Ti dirò di più: il mio Shakespeare preferito non è quello di Amleto, Otello. E’ quello di “Misura per misura”, il più enigmatico forse. O forse anche persino il più leggero, quello di “Sogno di una notte di mezza estate”. In Shakespeare c’è l’umorismo, la tragedia, la farsa, il grottesco, il delitto… C’è tutto. Faccio in modo che nei miei libri ci sia veramente di tutto. Ma non infilandocelo per forza. La vita è piena di tutto.      

La tua produzione letteraria è vasta. Sarebbe arduo parlare di tutto. Ci fai una sintesi?

Ho fatto un sacco di lavori. Io, forse, in realtà, non ho mai lavorato in vita mia, pur facendo un sacco di lavori. Ho fatto il copy pubblicitario, l’istruttore di difesa personale, il maestro di kendo, il giornalista investigativo, il critico letterario, ho fatto la radio, l’intervistatore di vallette per Onda Tv che era un giornale sulle televisioni private dei primissimi anni Ottanta, ho fatto lo sceriffo di Cattolica… Sono stato nominato detective comunale da Gianfranco Micuccci nel 1991. Ho fatto l’attore di fotoromanzi, ho fatto il modello, ho scritto i testi altrui per canzoni di importanti autori. Ho fatto l’eterno fidanzato…

 

 
 Andrea G. Pinketts

Ti ascolto.

Nei giorni scorsi ho fatto un bilancio di tutte queste cose ed ho capito che ne devo fare ancora molte altre, tant’è vero che il mio prossimo progetto riguarderà l’arte, la moda, la letteratura abbinati assieme ai Mustasch, il gruppo, e Alexia Solazzo, pittrice, che sta per venire alla luce un lavoro sulle paure che si chiamerà “Face your phantoms” che sarà un packaging con una maglietta, un disegno e un racconto che sono nati praticamente, simultaneamente, affrontando le fobie e le paure. Quindi magliette difficili da indossare, in numero limitato – 666 – il numero del diavolo, assolutamente inquietanti, terrificanti. Quindi, letteratura arte e moda possono farti pensare. E indossare le proprie paure è anche un modo per rendersi conto che se togli la t-shirt con le tue paure e le mandi in lavanderia, puoi liberartene.        

Hai fatto un sacco di lavori e li hai persino elencati. Come giornalista investigativo, con le tue inchieste, hai svolto un’attività importante. E’ così?

Ho fatto il giornalista investigativo per Esquire e Panorama. Sono stato una delle persone che ha lavorato sul mostro di Foligno, tracciandone la realtà, l’identità prima del secondo delitto. Mi sono infiltrato fra i satanisti di Bologna portando all’arresto del capo di questa setta. Ho fatto il porno attore per Panorama con il nome di Udo Kuoio il re della frusta per raccontare il mondo del porno dall’interno. Ho vissuto un mese alla stazione centrale come barbone per raccontare la realtà sull’homeless che non è quella della “Leggenda del santo bevitore” (…). Mi sono infiltrato… non possiamo parlarne perché c’è ancora un processo in corso. Mi sono infiltrato tra camorristi, tra le categorie più diverse per raccontarle e anche per vivere diverse vite in una.        

Mi risulta che sei oltremodo legato a tua mamma. In che modo?

Certo. Mia madre… Mio padre è mancato quando io avevo sei anni. Quindi, mia madre mi ha fatto da mamma e da papà. Abbiamo un rapporto assolutamente viscerale, fortissimo. Non andiamo minimamente d’accordo, però – guarda caso – mia madre che era una geriatra, quindi si occupava di anziani, adesso è anziana lei e si occupa di me che sto diventando anziano. Con mia madre litigo continuamente. Ma abbiamo un rapporto imprescindibile, fatto di geni. Mia madre ha 84 anni, si veste di turchese, di arancione. Mi ha portato a teatro, che ero un bambino. Ho imparato ad amare il teatro da mia madre. La curiosità dello spettacolo, della vita, della letteratura l’ho presa da mia madre che ce l’ha ancora. Per quello litighiamo… In realtà, siamo la stessa persona senonché lei ha ottant’anni ed io cinquanta, lei è di sesso femminile ed io di sesso maschile, in più è mia madre. Quindi, come tutte le madri è una grandissima rompicoglioni (ride, ndr).

Prosegui.

Sono rompicoglioni come figlio. C’è questo amore che esiste, è innegabile. Siamo quasi una coppia… Se non fossimo madre e figlio, potremmo essere Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Niente di incestuoso, naturalmente.     

 
 Lo scrittore milanese

Scrivi di più di giorno o di notte?

In realtà non scrivo mai al mattino. Al contrario di Proust, vado a letto tardi. Inizio a carburare verso le sei del pomeriggio. Nel momento in cui sto scrivendo un romanzo cerco di darmi un’autodisciplina, non riuscendoci sempre. Ma comunque sono uno scrittore da sera che può arrivare a tarda notte. In realtà, io, scrivo nel momento in cui sento che è il momento. Quello è non l’attimo fuggente, è l’attimo colto. E’ l’attimo colto e colto (afferrato ed erudito, ndr). E’ l’attimo che può protrarsi per un quarto d’ora… L’ispirazione, per me, fa rima con perfezione. Posso iniziare a scrivere alle 18 e se due minuti dopo capisco che non ho niente da dire, aspetto il giorno seguente.

Mi sembra giusto.

Per una serie di incidenti di percorso, tra i quali la malattia di mia madre, fortunatamente e brillantemente superata, e sei edizioni della trasmissione televisiva “Mistero” su Italia Uno, l’ultimo libro “La capanna dello zio Rom” di cui stiamo parlando ho impiegato ben cinque anni per scriverlo, perché lo scrivevo nel momento giusto. Un libro richiede dedizione. Come una fidanzata: non puoi trascurarla. Che è un errore che commetto quasi sempre! Però alla fine, porto a casa il risultato (ride, ndr).

So che ami scrivere a penna. Perché?

Scrivo a penna perché mi piace la fisicità del gesto. Mi piacciono le penne come oggetto. Ad esempio, mi piacciono le macchine ma mi piace guardarle. Siccome mi hanno ritirato la patente molti anni fa, è meglio che io le macchine le guardi e basta. Invece la penna diventa una sorta di prolungamento del braccio. Diventa parte del mio corpo. Non una protesi. Un proseguimento della mano. Scrivendo a penna fai, chiaramente, più fatica, sei più lento. Ma hai più tempo per riflettere su ciò che scrivi. La fatica fisica dello scrivere implica che ogni parola che stai scrivendo comporti una maggiore attenzione nei confronti di ciò che stai scrivendo rispetto allo scrivere al computer. Mi piacciono le penne. Il mio primo libro l’ho scritto con una Dupont. Adoro la Dupont, ma nel momento in cui ho scritto il senso della frase con una Mont Blanc sono convinto che la Mont Blanc mi porti fortuna.

Vai avanti.

Grande passione per la Mont Blanc, assolutamente ricambiata. Anche perché scrivo con le edizioni numerate che sono quelle dedicate agli scrittori. Ciononostante, ripeto, ho un debole anche per il Montegrappa, per dirti, per la Omass e persino per le bic. Nei momenti in cui hai bisogno di scrivere, qualsiasi cosa sia utile per scrivere – fosse anche un rossetto di una sconosciuta – andrebbe bene.

So anche che ami il sigaro Avana. E’ vero?

In realtà non è che io ami il sigaro Avana. Io amo il sigaro in toto. Per me il sigaro è stato un amore a prima vista. A dodici-tredici anni, quando ho smesso di fumare le sigarette, un giorno ho provato un sigaro ed ho capito che quella era la mia via. E’ stato un amore a primo tiro, diciamo. Fumo prevalentemente Toscani. Ho un debole per Avana… Insieme a Paul de Sury abbiamo scritto un libro sulla mistica del sigaro che parla di sigari Avana. E’ un sigaro da contemplazione. E’ il sigaro che ti permette di esplorare il mondo, mentre lo stai fumando. Invece il Toscano è un sigaro più coriaceo. Da tenere in bocca, nel momento in cui stai imprecando, trangugiando una birra servita calda e quindi ti stai incazzando. Il Toscano è più incazzoso, il cubano è più riflessivo. Essendo io sia incazzoso, sia riflessivo amo il sigaro italiano e quello cubano.  

Vanti una bella esperienza nel programma “Mistero” su Italia 1. Ce ne parli?

“Mistero” è stata un’esperienza eccezionale. Il programma, tra l’altro, nasce dal titolo di una canzone di Enrico Ruggeri, con il quale presenteremo il libro ad ottobre a Milano. Io presenterò il suo e lui il mio, contemporaneamente, alla libreria Verso. “Mistero” è stata una trasmissione che ha permesso di riappropriarmi della tv, che mi appartiene. Generalmente in televisione faccio il rompicoglioni. Chiamasi anche opinionista. Mi chiamano perché io disturbi. Non mi dicono cosa devo dire. Non c’è bisogno. Lo faccio benissimo da solo. A “Mistero” avevo la stessa totale libertà di lavorare con un team creato dal direttore di rete Luca Tiraboschi. E da Claudio Cavalli che purtroppo è mancato, cinquantenne, giovanissimo, e dal mio carissimo amico Ade Capone anche lui, tra l’altro, tragicamente scomparso, non perché ci sia stato un incidente stradale… Non è giusto morire a cinquant’anni. Forse non è proprio giusto morire… Indagare su cose improbabili, in fondo è quello che io faccio sempre scrivendo.      

Cos’è per te l’amicizia?

Beh, c’è una canzone di Cristina D’Avena che nel ritornello diceva (canticchia, ndr): “Cristina, Cristina l’amicizia è una cosa preziosa”. Ecco, invece, secondo me l’amicizia è una cosa pelosa. Punto.

Qual è il tuo rapporto con la fede? Credi in Dio?

Tecnicamente sarei agnostico. Non dico credo o non credo. Non conosco. Sono molto interessato alle storie delle religioni. Non ho fede. Mi piacerebbe averla. Per avere fede è necessaria una cosa importantissima che a me manca: un’ignoranza profonda. Nei miei libri c’entra qualcosa tra il sacro e il profano. Pensa ai titoli: “Lazzaro, vieni fuori” (San Giovanni 11,43), “Il conto dell’ultima cena”. C’è qualcosa che mi lega all’idea della fede che forse sto cercando. Mi aiuterebbe.  

Prego, continua.

Rispetto tutte le persone che hanno fede, purché nella loro fede sia presente anche la parola “tolleranza”. Ad un certo momento della mia vita ho smesso di essere cattolico, sono allora diventato un mormone. Ma per empatia con i mormoni. Secondo la religione mormone, non c’era il concetto dell’Inferno e questo mi piaceva molto.     

Che genere di musica ascolti?

Più che ascoltare musica, canto. Avendo la voce che ho, potevo fare soltanto canzoni da Califano. Maestro, nonché un amico. Fred Bongusto, Buscaglione. Come cantante, io sarei un baritono. Se vuoi sapere qual è il disco della mia vita è “The dark side of the moon” dei Pink Floyd. Forse perché si chiamano Pink, non lo so (sorride sornione, ndr).

Qual è il tuo peggior difetto?

Non lo so (riflette a lungo, ndr). Il mio peggior difetto è la modestia.

E la tua miglior virtù?

L’empatia. Il saper condividere cose che non necessariamente mi appartengono, anche di sconosciuti. Essere tendenzialmente portato – nonostante io abbia un carattere irascibile – a voler bene al prossimo.

Quali progetti coltivi, ancora?

Conto di scoprire cose nuove e di recuperare le cose importanti che mi sono lasciato sfuggire.

MICHELE BRUCCHERI