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SCUOLA PRIMARIA, LA VIBRANTE TESTIMONIANZA DELL’INSEGNANTE DI SOSTEGNO RITA PALMAS

SCUOLA PRIMARIA, LA VIBRANTE TESTIMONIANZA DELL’INSEGNANTE DI SOSTEGNO RITA PALMAS

giu 11 2010

Michele Bruccheri intervista la docente sarda. Si occupa di educazione e formazione finalizzata all’integrazione dei bambini con “bisogni educativi speciali”. Per lei la collaborazione tra le varie istituzioni può migliorare notevolmente l’esistente

 
 Rita Palmas

Due occhi magnetici e un sorriso radioso. Incarna la scuola dal “volto umano”. Rita Palmas, 44 anni, del profondo sud della Sardegna, è un’insegnante della scuola primaria. In lei pulsa vigorosamente e limpidamente l’ottimismo della volontà. Ama enormemente il suo lavoro che è faticoso, delicato ed importante. In favore soprattutto dei bimbi con gravi problemi.

Nonostante il grande impegno profuso dai docenti, dirigenti scolastici e personale amministrativo si registra, oggi, in Italia, purtroppo un degrado della scuola e una forte penalizzazione delle classi più disagiate. La scuola dovrebbe avere un ruolo da attiva e convinta protagonista. Che un tempo aveva e che ora non ha più. Manca un progetto educativo serio. La loro professionalità e creatività andrebbe vieppiù valorizzata. Andrebbe potenziata e rinnovata la dimensione culturale e sociale della scuola. Pur tra mille difficoltà quotidiane, comunque, si va avanti.

Con fatica e con singolare senso di abnegazione, docenti dello spessore e della tempra di Rita Palmas danno una speranza, non vacua ma concreta, a molti bimbi con problemi di una certa entità. La loro passione e la loro missione sono al servizio del prossimo più indifeso e debole. Rappresentano una preziosa risorsa. Ecco la vibrante testimonianza dell’insegnante sarda al microfono della versione online del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.

Da sette anni lavori come insegnante di sostegno nella scuola primaria sarda. Esattamente di cosa ti occupi? 

“Sono innanzitutto un’insegnante che si occupa di educazione-formazione e nello specifico il mio lavoro è finalizzato all’integrazione scolastica dei bambini con bisogni educativi speciali. Attualmente opero in una scuola come docente specializzata nel sostegno. In stretta collaborazione con Tiziana, carissima collega specializzata, e insieme alle docenti delle classi, quotidianamente mi adopero per trovare le strategie didattiche più idonee ed attuare le azioni migliori atte a facilitare il processo di apprendimento di tutti gli alunni e in particolare di quelli meno fortunati. Nell’anno scolastico 2000/01, da insegnante comune e senza specializzazione, accettai il primo incarico su posto di sostegno per seguire il caso di una bambina con una disabilità importante. Fu come un’avventura, una grande sfida, una  preoccupazione quotidiana  per la paura di  non essere in grado di aiutare la piccola a superare le difficoltà, migliorare le abilità carenti e le sue competenze. Nei primi tre anni ho avuto la fortuna di incontrare persone molto competenti: colleghe ed esperti che mi affiancavano e su cui potevo contare! Tuttavia a me mancava quella preparazione di base richiesta ad un professionista che si occupa del delicato compito dell’integrazione/inclusione scolastica e sociale di un disabile (legislazione, pedagogia speciale, didattica speciale, pedagogia della famiglia…). La svolta decisiva  è avvenuta nel 2006 all’Università di Cagliari dove con una tesi su ‘L’arteterapia in educazione’ con grande fatica, dato che lavoravo e studiavo, ho raggiunto il tanto desiderato traguardo, ossia, essere un’insegnante specializzata per l’insegnamento ai bambini disabili nelle tre tipologie: non vedenti, non udenti e disabili psicofisici”.

 
 Il giornalista Michele Bruccheri e Rita Palmas a Cagliari

Hai due alunni con problemi gravi: uno affetto da autismo infantile e l’altro con sindrome di Moebius. E’ vero?
“Sì, attualmente seguo due casi particolari e molto differenti l’uno dall’altro. L’autismo è una malattia sempre più diffusa e forse la più raccontata nella letteratura mondiale, nei film, nei giornali,  talvolta in toni tinti di rosa. Li hanno chiamati bambini pesce, bambini della luna, tanto appaiono misteriosi: questi bambini hanno eretto un muro tra se stessi e il mondo che li circonda! E’ un tema che affascina molto! La Sindrome di Moebius è una rarissima patologia caratterizzata da paralisi dei nervi. Quasi sempre con conseguenze fisiche e per fortuna con meno danni a livello cognitivo. A prescindere dalle caratteristiche delle malattie, per me ciò che conta come insegnante è riuscire a valutare le potenzialità presenti e, quindi, rispondere in modo il più possibile preciso a queste due domande: quali sono i punti di forza di questo alunno? Quali i suoi punti di debolezza? Come vedi, Michele, non è solo il giornalista che pone domande. L’insegnante vive di interrogativi quotidiani, li pone agli altri ma anche a se stesso, e solo in questo modo può programmare interventi adeguati alle diverse situazioni che si trova ad affrontare”.

Se non sbaglio, c’è anche la presenza del neuropsichiatra infantile. Cosa fate per i bimbi?
“Il ruolo del neuropsichiatra è fondamentale in quanto medico che certifica la malattia e, quindi, il grado e lo stato di disabilità. Colui che redige la cosiddetta Diagnosi Funzionale. Un documento importante che ci racconta del bambino, delle sue potenzialità e difficoltà. E’ la base da cui partire per un progetto personalizzato. Ovviamente l’occhio del medico non sempre coincide col nostro e, quindi, spesso l’insegnante scopre un bambino diverso perché cambiando il contesto e, dunque, l’interazione con l’ambiente e le persone, i comportamenti manifestati possono variare. Lo studio medico di un ospedale non è la classe numerosa, rumorosa e vivace di una scuola. Per cui capita che  un bambino con sindrome autistica manifesti comportamenti molto diversi a scuola, a casa o in terapia”.


Come si pone il vostro Istituto scolastico dinanzi a queste delicate problematiche?

“L’Istituto in cui lavoro è particolarmente attento ai problemi dell’integrazione scolastica. Si progettano dei percorsi che prevedono corsi di formazione comuni (genitori, insegnanti, operatori) e la presenza del neuropsichiatra nelle classi durante la normale attività didattica, per un certo numero di ore. Questo fa sì che si possa valutare meglio il bambino in contesti differenti e nella relazione con gli altri, coetanei e adulti”.

 
 Rita Palmas e Michele Bruccheri a Cagliari

Le sindromi autistiche come si manifestano, generalmente?
“Esistono delle linee guide per l’autismo, le più recenti – sono del 2005 – affermano che ‘l’autismo è una sindrome comportamentale causata da un disordine dello sviluppo biologicamente determinato, con esordio nei primi tre anni di vita …’; che ‘le aree prevalentemente interessate sono quelle relative all’interazione sociale reciproca, all’abilità di comunicare idee e sentimenti e alla capacità di stabilire relazioni con gli altri …’; che ‘l’autismo, pertanto, si configura come disabilità permanente che accompagna il soggetto nel suo ciclo vitale, anche se le caratteristiche del deficit sociale assumono un’espressività variabile nel tempo’. I livelli di gravità variano da un soggetto all’altro, molti acquisiscono il linguaggio, altri non parleranno mai. Gli studi e le ricerche americane più recenti propongono terapie, utilizzate anche in Italia, efficaci e in grado di migliorare la qualità della vita di questi bimbi straordinari”.

I bambini hanno consapevolezza dell’handicap?
“A questa domanda rispondo con una bellissima frase di Therese Joliffe, una donna autistica ad alto funzionamento: ‘Se persone normali si trovassero su un altro pianeta con creature aliene, probabilmente si sentirebbero spaventate, non saprebbero come fare per adattarvisi e avrebbero sicuramente difficoltà a capire cosa pensano, sentono e vogliono gli alieni e a rispondere a tutto questo. L’autismo è così’. Questa è una frase tratta da un suo libro autobiografico. E’ una persona autistica ma senza ritardo mentale e con una grande consapevolezza del suo modo di essere. Se la persona disabile non ha compromissioni a livello cognitivo e non ha grave ritardo mentale, la consapevolezza del proprio stato è molto alta. Questo vale per tutte le patologie e ci fa capire quanto possa essere grande la sofferenza di queste persone quando si sentono etichettate dai cosiddetti ‘normali’ o ‘normodotati’ come ‘handicappate’, per il solo fatto di avere diverse abilità (fisiche, motorie, linguistiche, sensoriali)”. 

Gli autistici pensano per immagini. Didatticamente come agisce l’insegnante?
“Domanda interessante! Complessa! Sintetizzare non è facile. Introduco l’argomento con le riflessioni di un grande esperto. E’ il pedagogista Giuseppe Farci, uno dei maggiori esperti di tecniche e strategie didattiche cognitivo-comportamentali nella scuola sarda. E’ una persona che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso formativo e lavorativo. In particolare lo scorso anno scolastico ho collaborato per un lavoro di ricerca e sperimentazione didattica: l’applicazione di tecniche cognitive e comportamentali alla didattica, con alunni autistici e non, e la documentazione di buone prassi per l’integrazione. Credo che non finirò mai di ringraziare Giuseppe Farci, persona di grande spessore umano – come direbbe un giornalista che conosco (sorride, ndr). Con la sua professionalità ha contribuito a migliorare la mia autostima e la motivazione al lavoro che svolgo quotidianamente. Il senso dell’autoefficacia scaturito dall’impegno e dai risultati ottenuti nel lavorare con una persona competente, molto sensibile, capace di gratificare l’impegno di un’insegnante, è cosa non trascurabile e preziosa nell’attività che svolgo”.

Come sintetizza, lui, le problematiche della sindrome autistica?
“Ecco come lui sintetizza le problematiche della sindrome autistica: ‘Sappiamo che i soggetti con autismo hanno difficoltà a pianificare qualsiasi comportamento, qualsiasi attività o serie di attività a causa del deficit delle funzioni esecutive. Sappiamo che, per la stessa ragione, i soggetti con autismo hanno difficoltà a processare più di un’informazione alla volta. Sappiamo che i soggetti con autismo non sono in grado di orientarsi nel tempo (anticipare, predire, prepararsi agli eventi). Sappiamo che i cambiamenti imprevisti provocano ansia, rabbia, panico. L’agenda visiva è il principale supporto visivo che aiuta la persona con disturbo dello spettro autistico a prevedere la sequenza temporale delle attività, e cioè: cosa succederà nella giornata – mattinata scolastica; in quale sequenza si presenteranno le attività o gli eventi; se sono previsti dei cambiamenti nelle normali routines; quando finisce un’attività e ne comincia un’altra’.

Come usare, dunque, le immagini?
“Come usare le immagini? L’azione dell’insegnante è la predisposizione di immagini, reali o simboli a seconda delle difficoltà soggettive, in una agenda visiva con il fine di rendere prevedibili gli eventi, creando una modalità organizzata delle attività che richiama il bisogno di routines dei soggetti con autismo. Le immagini inoltre aiutano ad effettuare scelte, a comunicarci qualcosa se il bambino non è verbale. Diventano una forma di comunicazione aumentativa ed alternativa. La capacità di scelta è indispensabile ad ogni essere in quanto persona. Tutto questo ci fa capire quanto possa essere importante stimolare all’utilizzo delle immagini per comunicare attivamente con l’ambiente. L’efficacia si raggiunge se si generalizza nei diversi contesti (scuola, casa, terapia). Il lavoro di squadra diventa fondamentale”.

Affrontate quindi più i problemi di natura comportamentale e relazionale che cognitivi: è vero?
“In parte è vero! Ma non dimentichiamo che la scuola è un ambiente intenzionalmente organizzato per l’apprendimento, dove niente è lasciato alla casualità e dove tutto è finalizzato alla costruzione della conoscenza. Quando vengono insegnate nuove ed importanti abilità sociali e comportamentali (giochi, regole comunitarie) queste influiscono sugli apprendimenti in tutte le aree. Il bambino non funziona a compartimenti, mente e corpo non si possono scindere. Dunque ogni nuova abilità (anche la semplice abilità di andare in bagno autonomamente o quella di saper giocare con un coetaneo) migliora l’area cognitiva”.

In che modo?
“Qui nasce la bellezza e la creatività del nostro lavoro. Non abbiamo soluzioni precostituite. Infatti, il nostro è sempre un lavoro di ricerca-azione. Si sperimenta sul campo e si impara insieme agli alunni. Le ricette in educazione non esistono e tutto si programma  in relazione a ‘Pierino’ a ‘Mario’ a ‘Giulia’ ed insieme si costruisce un percorso. Esistono numerose tecniche di insegnamento, ma trovare le strategie adeguate per ogni alunno è l’impresa ardua che ogni docente affronta nel suo lavoro quotidiano. Uno dei modi più efficaci per affrontare problemi di natura comportamentale è intervenire programmando determinate attività di piccolissimo gruppo (massimo tre alunni), soprattutto nei casi più gravi, per arrivare gradualmente ad un gruppo più allargato. Altro modo è individuare un coetaneo tutor che diventa una guida e un modello per il disabile. In questo caso entra in gioco anche la positività dell’esperienza per il bambino tutor. La solidarietà, la responsabilità, la diversità come valore viene vissuta da tutti i compagni di classe condividendo  le esperienze. Quando l’integrazione è positiva la diversità diventa un valore per tutti, coetanei e adulti. Alla base di tutto ci deve essere una buona relazione educativa tra insegnante ed alunno che si ciba di tutti i metodi e delle azioni strategiche possibili. Ovviamente il risultato del nostro lavoro non è prevedibile e allora capita che ci impegniamo tanto, che ci sforziamo di trovare soluzioni ma che intervengano delle variabili che ci fanno sentire ‘impotenti’ e ci fanno anche arrabbiare moltissimo! E se ci arrabbiamo non ci arrendiamo, perché crediamo nel nostro lavoro”.

Come riuscite a coinvolgere le famiglie dei bimbi con problemi per darvi concretamente una mano?
“E’ consuetudine incontrare i genitori, soprattutto quando si tratta di nuovi ingressi, a settembre all’inizio dell’anno scolastico. E’ la fase più delicata: leggo sempre nei loro visi la preoccupazione e l’ansia di dover affidare  il proprio figlio a mani ‘estranee’. In particolare nei casi più drammatici si legge nei loro occhi la disperazione, lo stress subito. Ti guardano come se ti chiedessero aiuto, con speranza. E parlano poco. Qualche anno fa, era il 2003, il primo giorno di scuola si presentò al cancello una coppia di genitori con due passeggini: in uno c’era un figlio cerebroleso di 7 anni, nell’altro una bambina cerebrolesa di 4 anni. Due figli disabili insieme! Il mio primo pensiero: Dio dov’era? Come si può vivere una situazione così drammatica senza impazzire? L’esperienza dimostra che è possibile perché chi ne è coinvolto direttamente acquisisce una forza interiore eccezionale”.

Caspita!
“Mi occupai di uno dei figli per due anni. La relazione con la famiglia in questo caso era fondamentale: fu un lavoro paziente e delicato, fatto di dialoghi quotidiani, tanto ascolto e tanta sofferenza per loro e anche per la scuola. Personalmente ritengo che la famiglia di un disabile per un insegnante debba rappresentare  una grande e preziosa risorsa. Chi più della famiglia conosce il bambino? Allora le notizie che i genitori possono fornirci sono preziose per il nostro intervento. La famiglia non si giudica e si accoglie insieme al bambino. La parola chiave è ‘dialogo’,  intesa come relazione, collaborazione, condivisione e scambio di idee per un fine comune: realizzare il progetto di vita del bambino con bisogni speciali. L’esperienza negli anni mi ha portato alla consapevolezza che senza la fiducia della famiglia non possa esistere l’integrazione, se non a parole”.

E le altre famiglie che, di fatto, non hanno questo tipo di difficoltà?
“Le difficoltà della famiglia oggi sono tante e a tutti i livelli sociali. Il suo coinvolgimento e la partecipazione nell’educazione e formazione degli alunni diventa fondamentale per il successo scolastico. Non sempre questo messaggio si riesce a farlo passare in modo sereno. La famiglia sempre più tende a delegare la scuola per compiti che forse non le competono”.

La scuola, essenziale cellula formativa ed educativa, nonostante i recenti drastici tagli è in grado di dare risposte concrete su questo delicato versante?
“La politica dei tagli degli ultimi anni sta affossando la scuola pubblica. Sta cambiando il concetto stesso di scuola, quella scuola italiana invidiata da tutti gli altri paesi europei in quanto capace di integrare tutti. L’integrazione scolastica nel nostro Paese è attuata da più di 30 anni in maniera unica al mondo. I bambini interessati da disabilità gravi frequentano la scuola di tutti e hanno diritto all’insegnante specializzata. Tutto questo è legge da decenni! Le leggi speciali che tutelano i disabili stanno cominciando ad essere modificate. Ogni anno si varano nuovi decreti ‘salva crisi’ per ridimensionare il numero dei docenti e delle ore di sostegno. Attualmente l’organico prevede un docente titolare ogni 138 alunni! Le finanziarie degli ultimi dieci anni pian piano stanno vanificando le conquiste degli ultimi trent’anni. Classi sempre più numerose, povertà di risorse, tagli sui docenti e collaboratori. In molti casi le ore di sostegno scolastico sono assegnate da un giudice del Tar dopo un ricorso da parte di genitori combattivi che non si fermano davanti a nulla. Allora affermo che grazie alla buona volontà di molti e con grande fatica, spirito di volontariato e tanto impegno ancora si riescono ad affrontare le diverse situazioni. La rabbia è tanta. In Italia è più facile tagliare sui più deboli! Sanità e scuola”.

Rita, da venti anni lavori nel mondo della scuola e un terzo della tua attività didattica è stata in favore di alunni con problemi gravi. Come hanno plasmato il tuo carattere e la tua personalità queste esperienze di un certo rilievo?
“Difficile parlare di se stessi! Ci provo! Per una volta peccherò di presunzione! Sicuramente negli anni ho migliorato il mio carattere imparando ad essere più positiva e a  mettere a disposizione degli altri le mie risorse del conoscere e del sentire. Ho affinato la capacità di usare l’empatia, quella capacità di  far risuonare dentro di sé la voce dell’altro. Ho migliorato la capacità di attenzione e, quindi, di evitare di vedere solo ‘ciò che voglio vedere’. Ho acquisito la capacità di non intrusività e del saper attendere: l’abilità, dunque, di non invadere con le proprie idee o sostituirsi agli altri. A detta di molti, mi contraddistingue da sempre un buon livello di ostinazione, testarda come solo una sarda può esserlo! Orgogliosa di esserlo, certo, e convinta di essere fortunata a vivere in questa splendida isola!”.

Prosegui, prego!
“Nella vita inoltre ritengo fondamentale tenere sempre nella dovuta considerazione l’influenza del mondo emotivo: non essere frenetica o ansiosa, ma coltivare la dimensione dell’emotività. Cerco di dare spazio alla tenerezza con le persone più care, ma anche nel lavoro: non come  sentimentalismo, ma come condizione dell’anima, capacità di andare incontro all’altro. Quella tenerezza intesa come morbidezza, quale stato dell’anima grazie al quale l’altro sa di essere accolto. L’accoglienza è innanzitutto dentro di noi! Il modo di sentire l’altro e dunque di agire si imprime nell’altra persona. Sentendoci teneri l’altro si sente accolto. La verifica la dovrai sottoporre a mio marito, non so quanto possa essere d’accordo su quanto ho affermato! Ovviamente scherzo!”.

Secondo la tua esperienza, c’è o manca la proficua sinergia tra le varie agenzie educative – scuola, famiglia, parrocchia, enti locali – per lenire queste difficoltà che coinvolgono in primis i bimbi e le loro famiglie?
“Devo dire che in questi ultimi anni si stanno facendo dei grossi passi avanti in tal senso. Le famiglie sono sempre più spesso supportate e sostenute nell’affrontare i disagi e lo stress cui quotidianamente son sottoposte. In Sardegna esiste una legge quadro regionale sull’assistenza alla persona che tramite l’ente locale cerca di rispondere, almeno ai casi più disperati, con progetti personalizzati. La scuola attua delle forme di raccordo con gruppi di lavoro (Glh) composti da Dirigente Scolastico, componente docenti, componente genitori, operatori sanitari, operatori ente locale. Le insegnanti di sostegno sono una componente numerosa. All’interno di queste commissioni si discutono problemi organizzativi e gestionali, di orari e si delineano, si discutono,  si condividono gli obiettivi per il progetto di vita della persona disabile. A volte la rete collaborativa fallisce e la sinergia diventa un sogno irrealizzato. Viene meno la capacità di valorizzare i diversi ruoli delle varie agenzie o di intervenire nel rispetto dei ruoli di ciascuno. E’  triste, ma capita che si tenda a perdere di vista la finalità principale che dovrebbe essere l’inclusione scolastica e sociale del soggetto svantaggiato. Molto spesso si nota la mancanza di responsabilità dei vari attori coinvolti. La sinergia proficua dunque non è scontata, ma va costruita con grande umiltà e impegno da parte di tutti e sappiamo quanto questo possa essere faticoso!”.

Dopo aver “conosciuto” il tuo importante e prezioso ruolo formativo ed educativo, scopriamo anche qualcosa di te come persona. Che genere di libri ami leggere e perché?
“Il mio scrittore preferito in assoluto è Gabriel Garcìa Marquez, credo di aver letto tutte le sue opere. Non ho un genere particolare, ma prevalentemente leggo romanzi. Mi capita di entrare in una libreria e prendere un libro senza conoscerne l’autore o l’argomento, guidata da un’intuizione! Così ho scoperto Niccolò Ammaniti e di recente ho letto tre libri. Leggendo una tua intervista online del periodico ‘La Voce del Nisseno’ ho avuto la possibilità di conoscere Luca Martini, un grande talento. Ho ordinato tramite internet il libro ‘La geometria degli inganni’. Di recente ho letto l’ultima sua fatica ‘Le mani in faccia’. Mi piace, poi, Mauro Corona per l’originalità del suo stile ma anche dei temi che tratta. Un libro che ho riletto diverse volte e che rileggerei ancora è ‘Intelligenza emotiva’ di Daniel Goleman, una grande opera per capire noi stessi e gli altri. Confesso di non aver mai letto interamente un buon libro di poesie. Sullo scaffale del mio studio c’è  Garcia Lorca, Prevert, Leopardi… E tanti altri. Aspetto l’ispirazione! Devo dire che sto imparando a leggere poesie nel web anche grazie alle tue interviste a tante scrittrici”.

Che musica ascolti?
“Tutta la musica che mi colpisce e mi emoziona. La musica è parte integrante della mia vita. In auto, a casa, al pc! Nel lavoro uso la musica per determinate attività. La musica è terapia. Da otto anni ascolto Davide Van de Sfroos, grande cantautore lombardo di genere folck/blues. Mi piace anche la musica classica, il rock. Ascolto i cantautori come De Andrè, Vinicio Capossela e il maestro Paolo Conte… Elencarli tutti sarebbe impossibile! Ogni giorno ascolto molti cantanti meno noti e presenti tra gli amici di Myspace che per il 90 per cento son musicisti. Il bluesman Francesco Piu, i NUR con il nostro grande amico Enrico Frongia, il musicista compositore ecologista Ernesto Vissani, con la sua musica del benessere”. 

So che suoni la chitarra. E’ vero?
“Possiedo una bella chitarra acustica. Suonare è una parola grossa e importante, strimpello per me stessa e mi rilassa. Nel 2005 ho partecipato con la scuola ad una trasmissione di un’emittente locale.  ‘Muttetu’” a ‘trallallera’ per accompagnare i piccoli che cantavano, per un progetto di lingua e cultura sarda. Molto divertente! Due accordi con la chitarra per otto versi e un girotondo in lingua sarda! L’emozione di essere davanti alle telecamere! E la fatica di dover parlare e cantare in dialetto! La mia carriera da chitarrista si concluse con quella esperienza! Ora suono qualche volta per provare una canzone che mi piace ed è un antistress affidabile e sicuro”.

Che genere di film apprezzi di più?
“Tutti i generi di film possono essere belli, soprattutto quelli che trasmettono emozioni forti! Ho rivisto tante volte ‘Forrest Gump’, come ho visto tante volte ‘Il silenzio degli innocenti’ oppure il film ‘Smoke’ o ‘L’amore ai tempi del colera’. Preferisco il  cinema  al film  in dvd”.

Quali sono i tuoi valori di riferimento?
“Innanzitutto credo nel rispetto verso le persone e le cose, ma ancor prima nel rispetto verso noi stessi, verso la nostra stessa vita. Poi viene la famiglia. Chi ci ha cresciuto, chi condivide con noi ogni singolo aspetto ed attimo delle nostre esperienze. L’amore per i famigliari, dunque. Poi? L’amore in tutte le sue forme: amare il mondo che ci circonda, le persone, gli animali, l’ambiente. Ancora: l’amicizia! Quella vera che dura tutta la vita. L’amicizia che ci aiuta nei momenti difficili, che ci fa aiutare gli amici quando ne hanno necessità, che ci fa divertire. A volte vivo un po’ in mezzo ai sogni, è vero, ma io credo fermamente in questi valori. Senza i quali perderemmo qualcosa di importante, nonostante tutto”.

Sei credente?
“Credo in Dio, senza vergogna ma anche con grandi dubbi”.

Cosa ti commuove di più, in assoluto?
“Mi commuovo molto facilmente: durante la visione di un film, ascoltando una canzone, una notizia particolare. Ma la cosa che mi emoziona sempre è leggere una parola affettuosa su un biglietto che accompagna un regalo! Le lacrime son assicurate!”.

Cosa ti dà più fastidio, in generale?
“L’ipocrisia delle persone in genere mi fa star male e l’egoismo mi mette a disagio. La superficialità delle persone mi delude, soprattutto quando è inaspettata! Capita nella vita reale, ma anche in rete”.

Quali sono le tue qualità e i tuoi difetti?
“La sincerità è una qualità che molto spesso diventa per me un difetto! Uno dei tanti difetti! Il difetto più importante è l’essere permalosa, sarda, testarda! Comunque, Michele, non è per niente facile essere obiettivi quando si parla di se stessi, soprattutto quando si ha l’abitudine a formulare profili per altri. E’ forse la prima volta che mi cimento in questa impresa”.

Cosa pensi dei giovani di oggi?
“Penso che i giovani siano straordinari oggi come lo erano ieri! Con tutti i pregi e i limiti dell’epoca in cui viviamo. Voglio citare una bellissima frase espressa qualche mese fa da una mia zia novantenne, traducendola dal mio dialetto. Ho rivolto a lei la tua stessa domanda e, da donna sarda e saggia, facendo un confronto con i giovani del suo tempo ha detto: ‘i giovani oggi sono accontentati ma non sono contenti!’. La frase sottolinea senza dubbio il disagio manifestato dai giovani oggi! Beh, credo  non si possa generalizzare ma che in parte abbia ragione!”.

Che giudizio esprimi sulla televisione italiana?
“Ultimamente guardo pochissima televisione: notiziari e tg regionali soprattutto, qualche programma di attualità, documentari… Questa tv è sempre più difficile da guardare e da digerire!”.

Quali sono a tuo avviso i vizi e le virtù di Internet?
“Grande mezzo di comunicazione e di conoscenza, con tanti pregi e qualche vizio. Sta a noi adulti usare lo strumento in modo appropriato a seconda delle nostre esigenze ed insegnare ai piccoli ad usarlo nella maniera più corretta, avendo l’accortezza di non lasciarli mai da soli nella rete/trappola”.

Se non avessi fatto l’insegnante, cosa avresti voluto fare?
“A sei anni i miei sogni nel cassetto erano: da grande voglio fare la maestra e la cantante. La maestra è ormai un sogno realizzato, ora dovrò pensare seriamente all’altro sogno della mia vita!”.

Che messaggio scriveresti e lanceresti, tramite una bottiglia, in mare aperto?
“Sicuramente un messaggio di pace per quei paesi dove ancora regna il caos e la guerra. Ti ringrazio Michele per questa intervista”.

MICHELE BRUCCHERI