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LUCI E FORME NELLA FOTOGRAFIA DELL’ITALO-SVIZZERO IVANO CHELI

LUCI E FORME NELLA FOTOGRAFIA DELL’ITALO-SVIZZERO IVANO CHELI

giu 08 2010

di MICHELE BRUCCHERI - I suoi scatti documentano occhi e volti, ma anche la rinascita e il degrado delle architetture. Di notevole pregio i suoi reportage d’immagini. Tra luglio ed agosto sarà protagonista dell’exhibition “Nell’inferno delle anime perdute”  

 

 

 
 Una foto di Ivano Cheli

Racconta sapientemente il gioco degli occhi, le pieghe dei volti, i contesti estremi ed abbandonati. Con i suoi scatti fotografici, Ivano Cheli, 54 anni, toscano della provincia di Grosseto, che vive e lavora da pressappoco un trentennio fra l’Italia e la Svizzera, documenta la vita che fluisce, fissa gli attimi per non farli diventare oblio.

 

Entusiasta della tecnologia digitale, ha magistralmente narrato con intensità ed efficacia, da abile fotografo professionista, la rinascita e il degrado delle architetture. Ci riferiamo ai reportage fotografici sulla ristrutturazione della Reggia di Venaria Reale di Torino e sull’ex ospedale psichiatrico di Volterra, in provincia di Pisa.

 

Dal 27 luglio all’8 agosto prossimi sarà protagonista della exhibition promossa dall’associazione culturale “Occhio dell’Arte” della fotografa Lisa Bernardini, con il patrocinio del Comune di Nettuno e nella fattispecie dell’assessorato alla Cultura e Pubblica istruzione. Titolo della mostra è “Nell’inferno delle anime perdute” a Forte Sangallo. All’inaugurazione sarà, ovviamente, presente l’autore italo-svizzero e verrà proiettato, su schermo gigante, un dvd. Ecco Ivano Cheli al microfono de “La Voce del Nisseno” nel versione online. 

 

Quando hai scoperto la tua vocazione per la fotografia?

“Era verso il 1973 quando avevo 17 anni, acquistai una reflex russa marca zenith d’occasione e rimasi affascinato dalla tecnologia (una lancetta come esposimetro)”.

 

Qual è stato il tuo primo scatto?

“Non ricordo esattamente, ma quasi sicuramente è stato un ritratto”.

 

Da cosa è attratto, essenzialmente, il tuo occhio fotografico che è espressione della tua sensibilità spirituale e culturale?

“Il mio occhio fotografico è attratto soprattutto dalla luce e dalle forme, le linee, la natura…”.

 

Una tua peculiarità è rappresentata dai contesti estremi ed abbandonati che vanno raccontati dalla scrittura fotografica. E’ vero?

“Non credo che sia una mia peculiarità, sono tanti i generi che mi interessano ma sicuramente mi affascinano molto questi luoghi che, anche se abbandonati da tempo, sono intrisi di energia ancora palpabile”.

 

 

 
 Il giornalista Michele Bruccheri e il fotografo Ivano Cheli

Ami più la fotografia digitale o quella analogica? E perché?

“Le amo allo stesso modo dato che vengo dall’analogico ma preferisco il digitale perché trovo che sia più gestibile, più flessibile, più performante. E poi anche perché mi evita di tornare nel buio della camera oscura dove ho trascorso una buona parte della mia giovinezza (sorride, ndr)”.

 

A quali mostre hai partecipato?

“Una trentina di anni fa partecipavo a concorsi e mostre varie, poi ho perso l’interesse e ho ripreso a ‘mostrare’ le mie foto solo ultimamente con i fiori in bianconero e con ‘nell’inferno delle anime perdute’ che ha avuto un ottimo successo anche con l’audiovisivo che ha vinto alcune tappe del circuito nazionale audiovisivi del 2009 piazzandosi al quinto posto finale assoluto”.

 

Mi parli del tuo reportage fotografico sulla ristrutturazione della Reggia di Venaria Reale di Torino di tre anni addietro?

“Trovarsi dentro alla Reggia durante la ristrutturazione, senza pubblico, è stata una delle sensazioni più forti e belle nella mia vita di fotografo. Della possibilità ringrazio i miei amici fotografi torinesi che ne avevano l’esclusiva. La bellezza che si respira in quel luogo è immensa”.

Un altro tuo importante reportage fotografico è stato, due anni fa, quello sull’ex ospedale psichiatrico di Volterra, a Pisa. Che ricordo conservi nella tua mente?

“Ho vissuto i miei primi 25 anni a circa 30 chilometri di distanza dal Manicomio di Volterra senza esserci mai andato, solo dopo avere vissuto 25 anni a 600 chilometri di distanza e solo dopo essere stato consigliato da un’amica ci sono andato. Ne avevo sempre sentito parlare. Quell’ospedale era un’istituzione, praticamente dava il lavoro a tutti nella zona. Quando ci sono andato io ormai era chiuso da 30 anni eppure l’energia che si percepisce tuttora è ancora forte, vengono i brividi anche d’estate in quei luoghi, io, nascosto dietro la macchina fotografica, i brividi li ho sentiti dopo, e li sento ancora quando rivedo le immagini che il sensore ha registrato”.

 

E sempre due anni addietro, hai realizzato un calendario in bianconero. Di cosa si tratta?

“Si tratta di un calendario di fiori in bianconero, 13 foto in formato quadrato 30x30, grafica essenziale ed elegante realizzata da mio figlio, stampato in 800 esemplari ‘fine art’ e personalizzato con il logo del cliente”.

 

Come definiresti la tua arte fotografica?

“Non saprei definirla e comunque preferisco lo facciano gli altri”.

 

Un appuntamento di rilevante importanza sarà, tra luglio ed agosto, la mostra denominata “Nell’inferno delle anime perdute” a Forte Sangallo (Nettuno), organizzata dall’associazione culturale “Occhio dell’Arte” di Lisa Bernardini. Puoi anticipare come sarà articolato questo evento?

“Non ho idea. Non mi occupo mai dei dettagli pratici delle mie exhibitions. Io scelgo il tema, mi stampo da solo le mie fotografie (perché ne ho competenza e l’esperienza necessaria; tra l’altro, lo faccio anche per altri perché oltre che fotografo sono anche stampatore di Fine Art) e scelgo sempre una struttura organizzativa che sappia lavorare con professionalità e competenza nell’allestire mostre di qualità. Ad ognuno il suo mestiere, insomma. Sulle organizzazioni logistiche-pratiche non mi intrometto. Sulle fotografie che debbo mostrare intervengo in toto, invece. Lì ci sono io e voglio esserci fino in fondo”. 

 
 La locandina

 

Chi sono, se ci sono, i tuoi fotografi prediletti? Chi ha maggiormente influenzato la tua arte?

“Amo particolarmente Robert Mapplethorpe per la sua sensibilità e la ricerca delle forme perfette, oppure i colori di Pete Turner ma non credo di essere stato influenzato da qualcuno”.

 

Quali sono i principali pregi che deve possedere un fotografo e, viceversa, quali sono invece gli errori da evitare, secondo la tua ottica?

“Dato che fotografia significa scrivere con la luce, credo che la luce stessa sia la base più importante insieme ad altri pochi ma fondamentali ingredienti di ottima qualità. Il fotografo (ma anche il cuoco) dovrà possedere anche la conoscenza tecnica necessaria per gestire gli ingredienti e realizzare una buona foto (o ricetta). L’errore da evitare, secondo me, è quello di  usare degli ingredienti di scarsa qualità cercando di coprirne i difetti con elaborazioni che non esalteranno gli elementi ma finiranno per dare un risultato spesso privo di sapore (tanto per rimanere in cucina)”.

 

Che genere di film guardi, abitualmente?

“Guardo di tutto e se possibile al cinema. Il mio regista preferito è Quentin Tarantino. Ho un debole per i cartoni animati di una volta (Willy Coyote, il gatto Silvestro, eccetera) e quelli moderni di Pixar”.

 

Che musica ascolti?

“Vado matto per i Pink Floyd, ma ascolto di tutto”.

 

Cosa pensi delle istituzioni italiane in merito all’impegno sul versante culturale? C’è interesse, menefreghismo, miopia culturale…?

“Non so, io vivo in Svizzera e non conosco molto bene la realtà culturale italiana. Quello che mi sembra tangibile in questo periodo è la crisi delle istituzioni in generale…”.

 

Quali sono i tuoi sogni riposti ancora nel cassetto, professionalmente parlando?   

“Vorrei realizzare dei libri fotografici”.

 

MICHELE BRUCCHERI