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L’ARTE NELLA SCRITTURA DELLA BRAVA NARRATRICE GIORGIA REBECCA GIRONI

L’ARTE NELLA SCRITTURA DELLA BRAVA NARRATRICE GIORGIA REBECCA GIRONI

giu 10 2010

Michele Bruccheri intervista la giovane autrice milanese di romanzi e racconti. E’ laureata in Design del gioiello. Coltiva molti progetti, tra i quali raccogliere i suoi migliori racconti e riproporre i testi non più reperibili   

 

Una scrittrice di grande talento e di innegabile bravura. Una passione onnivora a raccontare storie con rara maestria ed impeccabile perizia. Romanzi e racconti intensi e coinvolgenti a firma di Giorgia Rebecca Gironi. Trentenne milanese, vanta già una copiosa produzione letteraria di notevole pregio: il romanzo breve “Imago”, il romanzo fantasy “Draco”, i racconti “Il Veleno delle lucciole”, “Thomas”, “Kuroi, l’inverno” e “Pan”. Ed ancora, “Fiori Rossi, Fiori Gialli”.

 
 Giorgia Rebecca Gironi

 

Da poco più di un lustro presta, come sostiene, “particolare attenzione alla ricerca sul linguaggio e su personali forme espressive”. La giovane scrittrice lombarda ha dapprima seguito gli studi in ambito artistico, poi ha conseguito la laurea in Design del gioiello presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Ma ama sin dall’adolescenza la scrittura. Ecco il botta e risposta al microfono de “La Voce del Nisseno” nella versione online.        

 

L’anno scorso è stato, per te, un anno fecondo, letterariamente parlando. Hai pubblicato, dapprima, il romanzo fantasy “Draco”. Di che si tratta?

“Draco è nato per gioco, cinque anni fa, dal botta e risposta fra me e un amico: da amanti del fantasy, ci siamo messi a discutere di draghi, così si è accesa la scintilla da cui si è sviluppata, in seguito, la trama. Nonostante il testo volesse essere il ‘sospiro di sollievo’ dopo la stesura di un romanzo più impegnativo e articolato, è diventato molto complesso e articolato a propria volta.

 

Cosa racconta?

“La vicenda racconta, forse nemmeno troppo velatamente, di quanto la superficialità e l’arrendevolezza di alcuni possano essere lesive e pericolose: uno dei due personaggi principali, infatti, intrappolato nella propria, limitata visione del mondo, si lascia trascinare (e, suo malgrado, trascina chi ha attorno) in una situazione senza uscita. Nel sovrapporsi delle ere, a cavallo di spiegazioni che vengono appena sussurrate (per poi svelarsi nel finale, una dopo l’altra) si rivela man mano un intreccio più complesso, che ha come fulcro, in ogni caso, la pericolosità del portare avanti azioni e del prendere decisioni senza ragionare sulle conseguenze che, a lungo andare, queste azioni o decisioni potrebbero avere. In confronto diventerà più dignitoso l’atteggiamento dei personaggi negativi, che non si solleveranno scuse per le strade intraprese. Questo testo, per certi versi ancora acerbo (nonostante sia un testo del 2005, in vista della pubblicazione non ho potuto effettuare altro che una parziale revisione, altrimenti avrei snaturato l’intero romanzo) devo dire che ha una sua magia particolare”.

 

Cioè?

“Esagerato, ridondante, ridipinge gli sfarzi di epoche immaginate in cui i miti erano reali e in cui ogni cosa era pregna di significato: racconta della strage delle sirene, racconta del tempo in cui i fringuelli sapevano parlare... e racconta di amori e gelosie che si consumano sullo sfondo di un’era immaginata, che arriva al noi attraverso i racconti di grandi maestri e ispirazioni affatto occidentali. D’altra parte, condizione indispensabile per entrare nel mondo che si disegna fra le righe, pagina dopo pagina, è quella di abbandonarsi alla strada in cui la voce narrante vuole condurre e leggere – mi piace dirlo – ad occhi socchiusi”.

 

Un tuo racconto intitolato “Il Veleno delle lucciole” è stato inserito nell’antologia “Profondo Noir”. Me ne parli?

“E’ un testo in cui le suggestioni noir nascono da un fraintendimento, (fraintendimento che si rivelerà in chiusura del racconto). Gli eventi si muovono fra il clima rarefatto del ricordo del protagonista, Yoichi Itou, (che, certo che la sua amante abbia ucciso la fidanzata, rilegge il mondo attraverso questa ossessione), e un ricco appartamento ai piani alti di un grattacelo, da cui si delineano i confini netti di un oriente moderno e indifferente. Trovo che sia un testo delicatissimo. Ho tentato di ricreare il clima che ho ritrovato nei lavori dei romanzieri giapponesi, (descrivendo una realtà aliena alla mia, che mi affascina molto ma che al tempo stesso mi inquieta), attraverso passaggi sussurrati, sguardi maliziosi e ritiri bruschi, per poi giungere ad un epilogo triste, che si appoggia ad una verità: l’arroganza del sapere porta spesso a conclusioni errate e irrimediabili”.

 

E sempre l’anno scorso, un altro tuo racconto, “Thomas”, è stato pubblicato. Esattamente dove?

Thomas. (in origine il titolo aveva un punto dopo il nome del protagonista) è stato preso per un’antologia di racconti a tema. La cosa interessante di queste selezioni, più che altro, è il dare la possibilità a tanti giovani autori di confrontarsi con temi specifici (farlo in vista di un giudizio è diverso da farlo per conto proprio e solo per proprio piacere, o almeno lo è per me) come i vampiri, le streghe… In questo racconto ho usato il vampiro come scusa per descrivere la piccolezza dell’animo umano, che si rivela negli atteggiamenti di alcuni. Il protagonista, infatti, convinto di essere stato vampirizzato da una bella prostituta, userà la dannazione come scusa per raggiungere qualcosa che desiderava già da tempo. E’ un altro dei testi che mi ha soddisfatta. Mi piace il suo ritmo, mi piace l’ambientazione, mi piacciono quelle due figure in rosso che, negli occhi del protagonista, si deformano fino a diventare creature diaboliche, ma che in realtà non sono altro che figli del mondo in cui vivono”.

 

 
 Un'altra foto dell'autrice

Hai partecipato inoltre con “Kuroi, l’inverno” nell’ambito dell’iniziativa editoriale “365 racconti erotici per un anno”. E’ vero?

“Sì. E’ stata una bella sfida. Mi piace confrontarmi sempre con punti di vista, temi e limitazioni differenti. In fatto di avere il vincolo delle 2500 battute mi ha inizialmente innervosita: io sono molto prolissa (e, in ogni caso, scrivere in una pagina un racconto con inizio, svolgimento e fine coerenti, non è facile!). Poi il gioco si è riscaldato. A conti fatti devo dire che mi ha entusiasmata il dover soppesare ogni parola e che questo esercizio, che ho poi ripetuto per mio conto, mi è stato molto utile. Scrivere con dei vincoli, anche se stretti al punto da dare l’idea che possano strangolare la natura stessa del testo che si vorrebbe proporre, è utilissimo. Di contro, che non si pensi che i testi contenuti nell’antologia siano meri esercizi di stile: sono racconti veri e propri, con stili differenti e punti di vista a volte sorprendenti! Io mi sono stupita, leggendo tante cose buone – e tante idee e punti di vista diversi – insieme”.

 

Per Ferrara Edizioni ha emesso i suoi vagiti il racconto “Pan”. Che cos’è?

“Presa da questa sorta di ‘smania per il racconto’, (ho sempre scritto romanzi e per me tutto ciò che era al di sotto delle 200 pagine era un racconto lungo, questo per farti un’idea del mio punto di partenza), ho cercato nuove selezioni in rete, fosse anche solo per avere la scusa per lavorare e confrontarmi con altri autori e realtà editoriali. Ed ho trovato l’ennesimo tema interessante su e-press. Dopo Thomas. (scritto in prima persona) ho scritto Pan, una bella terza persona presente. Scrivere ‘Pan’ mi è piaciuto tantissimo, sono rimasta soddisfatta. Si tratta di una lunga metafora dall’ambientazione magica”.

 

Puoi descrivere dettagliatamente?  

“In un mondo un tempo perfettamente in equilibrio, accade qualcosa che l’equilibrio distrugge: è l’avvento dell’uomo, caduto ad ovest del bosco, che incatenato al suolo neppure sa riconoscere le proprie catene. Bèlen, strega al servizio di Myu-she e Cahi-shu, divinità della Terra e della Fauna, un tempo suoi pari, sente i singhiozzi del suo mondo e vede quello che un tempo era il suo amante (Myu-she, il Dio dalle corna di ariete, rappresentazione della terra stessa e alla terra unito da un legame simbiotico) seccarsi e minacciare di andare in frantumi. Nonostante questo, la donna tace: cerca di guadagnare tempo, di salvare il suo primo amore nutrendolo di frutti e pregandolo di reagire, mentre nel contempo assiste l’Uomo, membro della sua stessa specie, che rappresenta l’Umanità intera (da qui il nome di Adamo) a cui lei pure appartiene. La strega assisterà dunque l’Uomo, di cui diviene amante, arrivando a pensare di permettergli di fuggire, nonostante solo la sua dipartita possa salvare l’intero ecosistema in cui tutti loro vivono. Quando arriverà il momento di dover decidere, però, la donna non potrà tradire la sua fede”.

 

Puoi spiegare meglio?

“Penso che la cosa interessante di questo testo non sia soltanto il modo di affrontare la strega, (che torna agli albori delle sue origini, divenendo Fedele di un culto pagano e al contempo donna, con le sue debolezze e l’egoismo proprio della sua natura umana), ma la resa effettiva del mondo in cui le due divinità e lei fanno parte: un mondo vivo, in cui l’edera striscia come un serpente e il ruscello cinguetta come un bambino, in cui tutto viene ‘umanizzato’ e la differenziazione fra ambiente ed abitanti dell’ambiente stesso viene quasi meno. Anche il modo di trattare l’Uomo è duplice: nonostante il sacrificio richiesto dalla Terra per continuare a vivere sia Adamo, la debolezza dell’umanità viene descritta attraverso la strega Bèlen che, privata del legame carnale con Myu-she, cercherà la completezza terrena attraverso un suo simile. Bèlen, nonostante sia innalzata dal suo ruolo di tramite fra gli Dei e le voci del Mondo, si comporterà egoisticamente fino a quando non sarà posta di fronte al fatto che, una volta morta la terra, non resterà più nulla da difendere (nemmeno l’Uomo, giacché l’Uomo è appunto incatenato alla Terra – il destino dell’Uomo e il destino della Terra non possono che essere legati)”.   

 

Il tuo ennesimo racconto, dal titolo “Fiori Rossi, Fiori Gialli”, è stato selezionato nell’ambito del prestigioso concorso “Carabinieri in Giallo”. Che sensazione hai provato?

“Ho saltellato per la casa. Veramente, sembravo preda di una crisi isterica: saltavo, ‘gridacchiavo’, facevo avanti e indietro per il soggiorno (un bambino di cinque anni avrebbe avuto una reazione più dignitosa)! Me l’ha comunicato mia madre, lettera alla mano: le ho chiesto di rileggere la lettera almeno dieci volte, perché temevo di esaltarmi per niente. Alla fine la lettera me l’ha portata ed ho potuto constatare che ero stata selezionata. Trattandosi di un concorso che reputo importante, presieduto da una giuria di un certo livello, mi sono sentita ‘rassicurata’ da questo risultato. Per me ha un grande valore. E’ come se mi fosse stato implicitamente detto: ‘continua così’”.

 

Qual è stata la reazione del pubblico ai tuoi scritti?

“Non saprei dirlo. Uno dei miei difetti (lavorativamente parlando) è l’incapacità di vendermi. Non chiedo né mi espongo più di tanto, non voglio disturbare, forse ho paura di non piacere. Per questo motivo sono sempre stata molto critica, per quanto riguarda le mie cose. D’altra parte è anche vero che non mi concedo pause, sono sempre al lavoro, quindi una volta proposta una cosa mi getto a capofitto in altri progetti e mi concentro su questi, così difficilmente seguo poi il cammino dei miei testi. Sono un po’ come mamma tartaruga con i suoi piccoli”.

 

Quando nasce concretamente la tua passione per la scrittura?

“La mia passione è sempre stata molto presente, ad esser sincera, e come tanti scrivo da quando sono ragazzina. Diciamo che ho cominciato ad approcciarmi più seriamente allo scrivere (o, per meglio dire, in maniera più professionale) dopo il compimento dei ventiquattro anni. Quella è stata un’età che mi ha segnato sotto diversi aspetti e così anche il mio approccio alla scrittura si è modificato. La crescita, ad ogni modo, procede (spero!)”.

 

Che significa scrivere per te?

“Prima significava ‘sfogarmi’, adesso significa ‘raccontare’ e ‘creare’. Non dico che raccontando io non sfoghi la mia passione - sarebbe una bugia! - ma, rispetto a prima, ora cerco di dare ai miei lavori un’anima attorno a cui svilupparsi. Ormai è raro che io scriva solo per scrivere: scrivo per dire qualcosa e, siccome considero il mezzo della scrittura un’arte, cerco di farlo prestando attenzione al dettaglio, regalando al lettore delle impressioni, più che sommergendolo di dati (odio i romanzi ed i racconti che si riducono ad una lista di accadimenti). Devo ammettere che i miei primissimi lavori, per contrasto, a tratti potrebbero risultare ridondanti. Solo di recente penso di essermi avvicinata ad una sintesi e, più vado avanti, più il mio stile si affina. E’ una scoperta, testo dopo testo, che mi riempie e mi svuota di continuo. Trovo sia bellissimo!”.

 

La tua prima e vera pubblicazione risale, comunque, a tre anni addietro con un romanzo breve. O no?

“Sì. Il testo era un romanzo breve, ma non ho vissuto quella di Imago come la mia prima, vera pubblicazione. Ci sono state delle cose che mi sono andate di traverso, in quell’esperienza. Ad ogni modo la storia era interessante, un omaggio ad ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ (testo che mi ha sempre fatto paura) in cui la protagonista, abbandonata nella propria condizione di infelicità, dà l’impressione di essersi ricreata un mondo alternativo raggiungibile tramite l’uso di droghe. La droga, in questo caso, è una scusa vuoi per descrivere l’ingresso al ‘mondo altro’, vuoi per descrivere la cedevolezza della protagonista (non a caso assume una sostanza calmante, che la porta in uno stato di incoscienza). La nostra Alice troverà nel suo ‘mondo altro’ inizialmente una via di fuga perfetta, un luogo arido in cui il solo abitante sembra saperla accettare per quello che è, poi il concretizzarsi di tutti i suoi incubi: realtà e altra realtà man mano si confonderanno, i piani del reale si sovrapporranno e Alice, sul finale, sarà costretta a liberare una creatura alata dalla sua galera – una gabbia da uccelli – nonostante la sua convinzione che si tratti addirittura del Diavolo”.      

 

Qual è stato il tuo percorso di studi?

“Liceo artistico, un anno di Accademia di Brera prima della fuga verso l’Istituto Europeo di Design. Forse per questo, soprattutto qualche tempo fa, amavo fare paragoni con gemme e dipingere le descrizioni! Sarà stata l’abitudine!”.

 

Chi sono i tuoi scrittori prediletti e perché?

“Haruki Murakami e Mo Yan. Il primo perché usa uno stile pulito anche quando descrive situazioni nebulose, e trovo l’accostamento di queste due realtà molto affascinante. Il secondo perché ha una violenza narrativa stravolgente: le sue metafore mi hanno fatto sgranare gli occhi e mi hanno, in un certo senso, modificata. Lo considero un genio”.

 

Qual è il tuo legame con la poesia?

“Ho un ottimo rapporto con la poesia, senza esserne una patita: ci sono opere che mi hanno commossa e trovo che la rapidità dell’arrivare dei versi sia difficilmente raggiungibile. Di contro, bisogna vedere se di Poesia effettivamente si parla”.

 

E con la musica?

“Con la musica ho un rapporto viscerale, tutto di pancia. Scrivo sempre con un sottofondo, il ritmo guida il flusso di parole e mi aiuta a lasciarmi andare. Nel tempo libero, durante le serate, mi abbandono completamente alla musica, e così quando devo ideare nuove storie: in primis le visualizzo per intero, sempre con gli auricolari del mio lettore nelle orecchie”.

 

Qual è l’ultima pellicola cinematografica che hai visto?

“L’ultima degna di nota? Che tu ci creda o no – guardo film praticamente ogni sera! – quella che ricordo in maniera più vivida è Ferro3, ma l’avrò vista più di sei mesi fa!”.

 

Quali sono i tuoi valori di riferimento?

“L’onestà intellettuale, ovvero: sono pronta a scarificare ogni mio sentimento e a fare a brani tutti gli avvenimenti che mi hanno vista protagonista per ricercare la verità sulla loro natura. Per questo, sono molto rigida su alcune posizioni e molto elastica rispetto ad altre: non tollero le ipocrisie, non tollero le scuse (soprattutto le scuse) ma so accettare le ‘stranezze’ altrui, e le mie. Posso tollerare anche che qualcosa di sbagliato venga deciso, non è detto che si debba sempre fare la cosa giusta, ma che non mi si dica, (un esempio alla portata di tutti): ho fatto questo perché ero ubriaca/o, o simili... Difficilmente ho incontrato persone veramente incapacitate dal prendere decisioni e di situazioni ne ho vissute...!”.

 

Cos’è la felicità, per te?

“La mia famiglia allargatissima, tutta insieme, in quel momento d’eternità che mi raccontavo da ragazza e di cui tutt’ora sogno. Una serata di fronte al mare. Riuscire”.

 

Credi in Dio?

“Credo e cerco di comportarmi correttamente e coerentemente rispetto a questo. Penso di avere uno spiccato senso della giustizia - se me lo dico da sola va bene lo stesso? (sorride, ndr) - motivo per cui spesso appaio sin troppo rigida nelle mie posizioni, e qualvolta troppo elastica. So che esistono delle variabili. Cerco di fare quello che ritengo giusto. Questo mi ha creato non pochi problemi, soprattutto durante la mia lunga, lunghissima adolescenza! Parlando di religione, invece, devo specificare che non sono ‘praticante’ e che non tollero le ipocrisie. Avrei tanti aneddoti da raccontare, ma non credo sia questo il luogo”.

 

Qual è il tuo giudizio sui giovani di oggi?

“A questo punto devo supporre di non farne più parte, giusto?! I giovani d’oggi... bah, credo siano più o meno come i giovani di ieri, dettaglio in più, dettaglio in meno. Le fasi della crescita reputo siano sempre le medesime, sono i loro tempi a modificarsi. Potendo parlare solo delle persone che ‘vedo’ in rete, posso dire che ci sono ragazze e ragazzi con personalità da vendere, uno stile particolare, una grande voglia d’essere e di apparire (che ritengo normalissima: viviamo o no nell’era dell’immagine?), e, dall’altra parte, i soliti ignoranti cronici, saccenti, spiacevoli, noiosi. Però questo non potrebbe valere anche per noi? Ne parlavo ieri sera a cena: sono stata adolescente fino ai venticinque anni... e non vedo l’ora di tornare ad esserlo! La potenza del sentire, allora, era al suo massimo. Il mio tacere di oggi, invece, è spaventoso”.

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?

“Sto proponendo due testi conclusi, di cui uno che considero una vera perla, e spero di venire presa in considerazione. Nonostante abbia ancora due bei romanzi in sospeso, ho intenzione di lasciarli nel cassetto ancora per un po’ per dedicarmi ad un ‘cammeo’ e a un po’ di promozione (cosa che non ho fatto fino ad ora, un po’ per timidezza e un po’ per paura). Poi mi piacerebbe raccogliere tutti i miei migliori racconti e riproporre (dopo una revisione) i testi che non sono più reperibili (come Imago, ad esempio, di cui a suo tempo avevo anche iniziato un seguito)”.

 

MICHELE BRUCCHERI