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“CHIODO” DEL MUSICISTA E POETA CARLO DE BEI PER SCAVARE DENTRO SE STESSI

“CHIODO” DEL MUSICISTA E POETA CARLO DE BEI PER SCAVARE DENTRO SE STESSI

lug 18 2010

Al microfono di Michele Bruccheri l’eclettico chitarrista veneto e stretto collaboratore del grande cantautore lucano Pino Mango. Nelle scorse settimane ha pubblicato un pregevole volume di quaranta liriche. E’ stato presente anche al Salone del Libro di Torino  

 
 Carlo De Bei

Con le corde acustiche e con le corde elettriche “racconta” storie diverse che riflettono stati d’animo, sentimenti, emozioni. Limpidi arpeggi si alternano a scariche di energia per descrivere, dunque, i sussulti dell’animo umano. Carlo De Bei, eclettico chitarrista veneto e musicista di notevole pregio, nonché prezioso collaboratore del grande cantautore Pino Mango, è anche un sensibile poeta. Musicista e poeta, quindi. Due facce che la dicono lunga sulla versatilità di un immenso talento musicale e letterario. Ha pubblicato, nelle scorse settimane, un volume di liriche intitolato in modo semplice ma eloquente “Chiodo” (Edizioni Anordest, 120 pagine). Una raccolta poetica che contiene ben quaranta “perle”. La prefazione è stata affidata al monumentale e prestigioso poeta novantenne Andrea Zanzotto, mentre la presentazione è a firma dell’artista lucano Mango che fortemente ha creduto nelle capacità liriche del suo eccellente musicista.

Carlo De Bei è un poeta introspettivo, che canta e suona i suoi più intimi sentimenti. Con straordinaria abilità e invidiabile sapienza espressiva. Con uno stile originale e coinvolgente. Le sue parole sono di grande profondità poetica, dall’impatto immediato e fresco, accattivanti e dalla vigorosa tensione morale. Parafrasando il suo amico Mango, le sue parole sono “campanile in cerca di volo”. Un lavoro maturo dove ogni singolo verso respira e vola alto. Trasmette nitidamente un messaggio, coccola delicatamente il cuore di ciascuno. Eccolo generosamente al microfono de “La Voce del Nisseno” nella versione online del nostro periodico d’informazione. 

Come e perché nasce il tuo libro d’esordio intitolato “Chiodo”?
“Da sempre scrivo canzoni e ovviamente molto spesso gli appunti dai quali cerco di estrarre una buona idea rimangono lì, semi-addormentati sopra un tavolo. Durante l'estate del 2008 Mango ha deciso di non andare in tour e mi sono ritrovato con un paio di mesi a disposizione per, diciamo, mettere un po' di ordine. Così, piano piano, ‘Chiodo’ ha iniziato a prendere forma. Credo che mi sia servito a chiudere una fase della mia vita e a prendere coscienza delle mie capacità espressive, che, fino a quel momento, non consideravano la poesia un territorio da esplorare. Ha significato scavare dentro me stesso e nelle persone che amo e nei luoghi in cui sono cresciuto”.

Qual è il filo conduttore dell’intero volume poetico?
“All'inizio mi ero proposto di scrivere una sorta di storia della mia famiglia, poi ho capito che non sarebbe stato possibile farlo in questa forma letteraria. Tuttavia ho voluto tentare un percorso, una specie di ‘plot’ sotterraneo che potesse fare da sfondo ai componimenti, e devo dire che è stato abbastanza naturale che si delineasse un paesaggio di esperienze tutte riconducibili alla medesima attitudine nei confronti della vita, al mio modo di essere musicista, alla mia coscienza civile e alle mie passioni letterarie”.

Un tuo illustre conterraneo, il grande poeta Andrea Zanzotto, ha scritto la prefazione. Come nasce questa prestigiosa collaborazione?
“Parlare di collaborazione non è esatto, anche se sarebbe bellissimo. Il maestro Andrea si è ritrovato tra le mani il mio manoscritto in seguito a un'idea di Mango e all'intraprendenza del mio editore, Mario Tricarico, che non ha avuto timore di tentare quello che altri avrebbero ritenuto impossibile, considerata la grandezza di Zanzotto e la sua ritrosia nel concedere prefazioni e recensioni a opere ben più quotate della mia. Evidentemente c'è stato qualcosa che lo ha colpito; questo mi rende orgoglioso e contemporaneamente ‘carica’ Chiodo di una bella responsabilità”.

Pino Mango ha scritto invece la presentazione. E nella pagina dei ringraziamenti scrivi: “Per averci creduto, per l’amicizia e per il supporto artistico e umano”. Puoi spiegare dettagliatamente cosa intendi esprimere con quelle parole?
“Esattamente quello che ho scritto. Pino conosce la mia scrittura, lavoriamo insieme da qualche anno ormai ed è accaduto che scrivessimo insieme alcuni testi o addirittura che lui interpretasse qualcosa di mio. Ha sempre insistito sull'opportunità di raccogliere in un libro i miei componimenti e devo dire che è stato abbastanza tenace da convincermi. Ci ha creduto lui per primo. Da Pino, e da tutti i ragazzi della Band, ho imparato veramente il mestiere di musicista. In questi anni siamo stati una famiglia che lavora e vive insieme per lunghi periodi, sostenendosi nei momenti in cui ce n'è bisogno. Mi è sembrato doveroso ringraziare Pino per questo, è un privilegio suonare con lui”.

Dove hai presentato il libro?

“Beh, innanzitutto a Chioggia, dove vivo e dove è ‘ambientato’ il libro. Sono stato felice di condividere quel momento con tante persone che mi vogliono bene e che seguono da anni la mia attività artistica. E' stato un momento magico. Così come a Torino, al Salone del Libro, ho vissuto un'altra esperienza indimenticabile, e per la cornice in cui ho potuto parlare di ‘Chiodo’, e per la partecipazione di Marisa Michiel, moglie di Zanzotto, che mi ha fatto il regalo di leggere alcune mie poesie davanti a un pubblico quasi stupefatto. E poi voglio ricordare la presentazione che abbiamo fatto a Foggia, magistralmente organizzata da Rosa Lembo (corista di Mango), durante la quale sono stati sviscerati alcuni aspetti di ‘Chiodo’ che ancora non erano emersi e di cui si è parlato grazie soprattutto al coordinamento di Enrico Ciccarelli, giornalista foggiano di rara virtù intellettuale. Comunque, a settembre ci sarà la possibilità di fare un piccolo tour nelle principali librerie delle città italiane più importanti. Non mancherò di tenervi aggiornati”.

 
 Il libro di Carlo De Bei

Qual è stata la reazione del pubblico e della stampa?
“Si tratta di un esordio letterario che ovviamente avrà bisogno di tempo per farsi conoscere. Devo dire che la presenza di Mango alle presentazioni ha contribuito ad incrementare la curiosità per un tipo di evento che normalmente raccoglie l'adesione di un pubblico purtroppo poco numeroso. Finora è stato molto bello trovarsi di fronte uditori attenti e interessati; la vera sfida sarà riuscire a far camminare il ‘chiodo’ con le proprie gambe, cioè cercare di non accostarlo esclusivamente alla mia attività di musicista, renderlo in qualche modo autonomo e indipendente”.

La tua recente fatica letteraria è dedicata a tua moglie Genny e a tuo figlio
Aldo, tra gli altri. Perché?

“Faccio un lavoro che per lunghi periodi mi tiene lontano da casa. Aldo sta crescendo vedendomi fare e disfare la valigia. Credo che questa sia una cosa che nel suo cuore di bambino lui sia stato in qualche modo costretto ad accettare, probabilmente suo malgrado. In una situazione di questo tipo la ricerca di un equilibrio è indispensabile e in questa prospettiva Genny ha svolto un compito encomiabile. Questa cosa si chiama amore e richiede gratitudine”.

Le quaranta poesie inserite nel libro sono, a mio avviso, molto belle, dalla scrittura avvolgente. Su tutte, però, brilla – a mio parere - “Somewhere”. Ricordi come è nata?
“Ho iniziato a scrivere ‘Somewhere’ a Milano, durante le registrazioni di ‘Acchiappanuvole’. A volte, stando in giro, ci si dimentica del mondo che ti circonda, si vive come sospesi in una dimensione altra. Invece avevo bisogno di restare aggrappato alla realtà e ho voluto fare un viaggio ideale nelle umanità di cui non ci si accorge, piantare i piedi per terra e concentrarmi per sentire i pensieri di chi passa e sembra non essere importante per te, mentre invece,senza che tu lo sappia,  appartiene alla tua vita in profondità e va considerato come parte integrante di un organismo del quale fai parte anche tu e che si chiama Pianeta Terra. C'è un solo modo di essere vivi, ed è avere coscienza degli altri oltre che di sé stessi”.

Alla tua città, Chioggia, hai dedicato una lirica. Qual è il tuo stato d’animo nel rileggerla o sentirla declamare da altri?
“Chioggia, come tutte le città di mare, fa sviluppare quella che io chiamo orizzontalità del pensiero, l'apertura verso un orizzonte indefinito ma affascinante, la predisposizione al viaggio e all'avventura. Contemporaneamente si tratta di un'isola in cui nel tempo si è formato una specie di ecosistema culturale che fa fatica a oltrepassare determinati confini, quasi se l'atavica necessità di difendersi dagli invasori avesse determinato una sorta di arroccamento intellettuale e la conseguente incapacità di integrarsi o di tollerare i cambiamenti. Volevo illustrare questa contraddizione, farlo delicatamente, ma soprattutto trasmettere l'amore che mi lega a un luogo a cui ho affidato la gran parte dei miei sogni di ragazzo e di uomo. Alla fine, ogni volta che la leggo, mi ritrovo bambino a correre sulla spiaggia e a fantasticare una vita da pirata”.

Anche alla brava Patty Pravo hai voluto dedicare una poesia. Come mai?
“Ho conosciuto Patty Pravo in un piovoso pomeriggio di molti anni fa. Io e la mia band di allora, i Carlito, dovevamo sostenere un'audizione per diventare suoi musicisti. Non lo diventammo. Ma passammo una giornata indimenticabile che finì a casa sua davanti a un piatto di pasta e a svariate bottiglie di vino. In una notte ci raccontò la sua vita, la parte della sua vita che si poteva raccontare. Bastò a infondere in tutti noi una fascinazione abbagliante, che credo sia tipica dei grandi, grandissimi artisti. Ho scritto quello che mi è rimasto timbrato nel cuore. Patty Pravo è come Greta Garbo o Marlene Dietrich, a volte faccio fatica a pensare che esista veramente, tanto è incastonata in un sogno danzante”.

“Capaci, Maggio 1992” non ha bisogno di nessuna introduzione. Denota, in primis, una tua spiccata sensibilità. E una voglia di coltivare la memoria. A distanza di diciotto anni dal barbaro eccidio mafioso, quali pensieri passeggiano, oggi, nella tua coscienza? 
“C'è un senatore della Repubblica che a cielo aperto si permette di definire Mangano un eroe. Quello stesso senatore siede nel nostro Parlamento dopo essere stato in due gradi di giudizio condannato per associazione di stampo mafioso e si professa fiducioso che in Cassazione verrà assolto. L'Italia è una nazione stordita, imbambolata e da domani, molto probabilmente, imbavagliata. Altroché memoria!”.

Quando hai scoperto la passione per la poesia?
“Nella vita ho letto solo cose che mi piacevano. Soprattutto letteratura rock, nel senso che ho sempre cercato di capire di cosa parlavano le canzoni che ascoltavo. Quando feci la scoperta che Bob Dylan aveva cambiato il proprio cognome scegliendo come riferimento il poeta Dylan Thomas, la cosa mi incuriosì molto e decisi di approfondire quali erano le connessioni tra la musica che amavo e la poesia che invece non conoscevo. Così imparai a gustare il suono delle parole, da Ferlinghetti a Prevert, da Kerouac a Baudelaire, da Joyce a T. S. Eliot. Imparai a riconoscere le enormi qualità poetiche di artisti come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Lou Reed, Patti Smith, Bruce Springsteen e molti altri, tutta gente che con una chitarra in mano veicolava anche un messaggio poetico. Ecco, è il messaggio che mi interessa, molto più dello stile, anche se la forma
a volte fa la differenza”.

Ricordi i primi versi in assoluto che hai scritto nella tua vita?
“No, ma ricordo di aver riempito quaderni di pensieri fin da quando ero un ragazzino. A quell'età si cerca il modo di far colpo sulle ragazze e forse io tentavo di rendermi affascinante e misterioso. A ripensarci, quelli sono anni rabbiosi per tutti e sicuramente io sfogavo anche la mia rabbia scrivendo”.

Chi sono i tuoi poeti prediletti e perché?
“Non sono uno studioso di poesia, questo probabilmente è un limite. Penso che in Italia si cresca con una ricca quanto ingombrante eredità culturale. La scuola non aiuta per niente ad appassionarsi alla poesia, anzi, te la fa quasi odiare. Forse per questo ho rifiutato uno schema intellettuale in cui non mi riconoscevo. Adoro la primitiva arroganza dei cantanti afroamericani, quelli che all'inizio del ‘900 si prendevano gioco degli schiavisti bianchi farcendo i canti di lavoro con geniali metafore a sfondo erotico o di protesta civile. A leggere Dante si rimane quasi sopraffatti da tanta grandezza, lo stesso vale per Shakespeare o per Emily Dickinson o Sylvia Plath, per non parlare di Omero a cui probabilmente si ascrive la nascita della cultura occidentale. Ma io, se potessi scegliere, vorrei rinascere nero e suonare il blues e vivere ad Atlanta”.

Qual è la poesia di altri che avresti voluto scrivere tu?
“’Io tasto le mie piante di neve’ di Andrea Pazienza”.

Che cos’è, per te, la poesia?
“Un istante di illuminazione alla fine di una settimana di lavoro”.

Prima di un brillante poeta, sei un eccellente musicista. Sei una colonna portante della band del grande Pino Mango. Come l’hai conosciuto?
“Dal '96 al '98 ho fatto parte dei Matia Bazar, la cui cantante in quel periodo era Laura Valente, la moglie di Pino. Capitava di incontrarci ai concerti e devo dire che già allora sia Mango che Rocco Petruzzi venivano a farmi i complimenti per il mio modo di suonare. Poi, dopo qualche anno Pino decise di allargare la formazione dal vivo con l'inserimento di un altro chitarrista e Laura lo convinse a tentare con me, ricordando quel periodo particolarmente creativo vissuto insieme nei Matia. Insomma devo tutto a Laura e mi piace che questa cosa venga sottolineata”.

 
 Pino Mango e Carlo De Bei in concerto

Da sei anni, appunto, sei uno stretto collaboratore dell’artista lucano. Puoi raccontarci un aneddoto peculiare, inedito o divertente?
“Mi vengono in mente interminabili partite di poker in cui i membri del gruppo, Mango incluso, diventano improvvisamente acerrimi nemici. Oppure posso dirvi di lunghi viaggi durante i quali Rocco Petruzzi alla guida raggiunge il limite della sopportazione nel sentire il cantante Mango che, seduto a fianco, esegue i suoi abituali esercizi vocali. Robe da cinema, ve lo garantisco”.

Tu sei anche un autore di canzoni. Che differenza c’è, se c’è, tra lo scrivere un testo di canzone e una poesia?
“Hanno radici comuni, che risalgono agli albori della scrittura. Entrambe inseguono da sempre la sonorità dei versi, la musicalità che si identifica con l'efficacia del mezzo verbale. Ma a un certo punto questo comune albero genealogico si ramifica in direzioni diverse. La tradizione orale, che fino all'alto medioevo rappresentava il principale veicolo di diffusione della poesia e che per forza di cose era accomunabile alla canzone, ha lasciato spazio nel tardo medioevo e nel rinascimento al fiorire della parola scritta. Qui inizia una frattura che nel '900 diventa un vero e proprio allontanamento, nel senso di una rivendicazione da parte della poesia di un patrimonio stilistico indipendente. In Italia, patria del melodramma e artefice con la Germania del romanticismo, questo distacco è vissuto con particolare vigore già con il movimento futurista e in seguito dai neorealisti. Il secondo dopoguerra è un'epoca letteraria alla quale mi sento particolarmente legato, durante la quale la poesia si libera definitivamente delle briglie stilistiche o addirittura si riappropria, vedi Pasolini, di un classicismo funzionale alla passione politica e civile. Insomma, mentre si cantava ‘Una lacrima sul viso’, Sanguineti fondava il gruppo 63 e Ginsberg discuteva di preraffaelliti con Dylan. Capisco di essermi dilungato ma è un argomento appassionante. Per quanto mi riguarda se sto scrivendo una canzone subisco il condizionamento al quale mi costringe la metrica della melodia, che da una parte può costituire un limite e dall'altra rappresenta una sfida avvincente. La poesia invece è uno spazio aperto che rischia però di diventare una voragine. Ecco che per me l'ispirazione si deve accompagnare sempre alla misura e al gusto. Non mi interessano i poeti bravi, mi interessano i poeti veri”.

Quasi dieci anni addietro, al Festival di Sanremo, hai vinto il premio per il miglior testo con la canzone “Emily”. E’ stata una grande soddisfazione, vero?
“Sanremo è un'arma a doppio taglio, per una settimana sei il re del mondo, il lunedì successivo non sei nessuno. Sono fiero di Emily, perché si tratta di un pezzo in cui musica e parole vivono una simbiosi perfetta e perché la protagonista della canzone assume dei connotati di assoluta verità. Ma quella è stata anche una tappa dolorosa della mia vita artistica, dalla quale sono dovuto ripartire leccandomi le ferite e facendo il triplo della fatica fatta fino a quel momento”.

Del vasto ed inesauribile repertorio di Mango, qual è personalmente il brano al quale sei più legato e perché?
“Quando fai questo lavoro capita di giudicare le canzoni anche per la qualità della composizione e non solo per l'emozione che sono in grado di evocare. In questa logica posso dire che Mango sia senza dubbio uno dei maggiori autori che la musica popolare italiana possa annoverare, oltre che il
cantante maggiormente dotato del panorama musicale degli ultimi trent'anni. Trattandosi di uno spirito libero e di un cane sciolto, credo di poter affermare che non ha goduto del giusto riconoscimento nel nostro Paese, ma sappiamo bene come vanno le cose. Spogliandomi della mia deformazione professionale penso che ‘Mediterraneo’ sia una canzone di caratura mondiale, d'altra parte non sono l'unico a pensare che si tratti di uno dei momenti più alti della carriera di Pino. E' un pezzo che ogni volta crea un universo sonoro di ineguagliabile bellezza. Mi emoziono sempre nel suonarlo”.

Conoscendo l’universo manghiano, come definiresti il suo popolo di fans?
“I fans e l'artista in qualche modo si somigliano. Nel caso del popolo manghiano si tratta di persone dotate di onestà intellettuale e di gusto”.

Che genere di musica ascolti abitualmente?
“Ascolto la musica che da sempre popola i miei sogni e cioè il rock nella sua accezione più ampia, quella più vicina a uno stile di vita che a un genere musicale. Per me Mango è rock, anche se non se ne accorge nessuno. E attenzione che non sto facendo una banale distinzione alla Celentano. Per me Springsteen ed Elvis sono rock tanto quanto Ivano Fossati o De Andrè. Parlo di un'attitudine, quella che ti fa capire la differenza tra Al Bano e Luigi Tenco. In particolare, comunque, ascolto musica di origine anglosassone, dai Beatles a Johnny Cash, dai Rolling Stones alle nuove tendenze come Wilco o White Stripes”.

Cosa pensi della musica italiana?
“Non la seguo molto. In generale mi interessano di più i musicisti che la musica, nel senso che c'è bisogno di gente con le palle in grado di ribaltare la logica dei talent-show. Le nuove generazioni hanno il compito di restituire dignità e credibilità a un mondo devastato dall'utilizzo superficiale delle cose. Un progetto artistico, di qualsiasi natura esso sia, è quanto di più lontano possa esistere dall'approssimazione. Viviamo invece una realtà simile a quella degli specchi deformanti, in cui il successo e la popolarità prescindono totalmente dalla preparazione. Siamo circondati da gente famosa che non sa fare un cazzo, mentre i talenti veri o se ne vanno o stanno chiusi in cantina con
sempre meno spazi per esprimersi”.

Credi in Dio?
“Mi è capitato nella vita di pregare rivolgendomi a Dio, per poi rendermi conto che stavo cercando un contatto con la parte più profonda di me stesso. Credo negli esseri viventi e nella potentissima forza che li tiene indissolubilmente legati uno all'altro senza distinzione di famiglia o di specie. Peccato che l'uomo, al contrario degli altri esseri viventi, abbia decretato il proprio ‘copyright’ sul concetto di Dio, scatenando odio, rancore, senso di colpa. E' probabile che un cane, una balena o un coleottero siano consapevoli di essere un segmento divino, l'uomo evidentemente è talmente
invidioso di Dio da poter distruggere e uccidere in suo nome. Indi, aristotelicamente, cani, balene e coleotteri sono migliori di noi”.

Che cos’è, per te, la felicità?
“Credo che la felicità sia accomunabile al concetto di pace, impossibile da realizzare nella società dei consumi. Personalmente mi sento felice quando vivo in empatia con le persone che mi circondano e di conseguenza con la musica che sto suonando o con le parole che sto scrivendo. La felicità dipende dalla disponibilità ad essere felici, dalla capacità di sacrificarsi, dalla volontà
di costruire e unificare”.

Qual è stato il giorno più bello della tua vita di uomo e di artista?
“Quando ho capito che non ero il centro dell'universo, e che non lo ero mai stato”.

E quello più brutto?
“La morte di persone che amavo tanto, giorni diversi, dolore uguale”.

Qual è, se c’è ovviamente, l’errore che ti riconosci di più?
“La tendenza a fare le cose all'ultimo momento”.

Quali sono i tuoi pregi?
“Su tutti la capacità di fare squadra, più che un solista sono un'ottima spalla”.

A quali valori credi strenuamente?
“Libertà di pensiero, tolleranza, generosità, amicizia”.

Quali sono ancora i tuoi sogni nel cassetto?
“Riuscire a comprare casa. Fare buona musica. Essere un buon amico. Essere un buon padre”.

MICHELE BRUCCHERI