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IAGO, IL POETA DELL’EMOZIONE: “LO SCOPO DELLA POESIA E’ CONTAGIARE E STIMOLARE”

IAGO, IL POETA DELL’EMOZIONE: “LO SCOPO DELLA POESIA E’ CONTAGIARE E STIMOLARE”

nov 04 2010

Il suo vero nome è Roberto Sannino. Ha vinto numerosi premi e in questa intervista di Michele Bruccheri ci parla anche del suo incontro con Renato Zero. Vuole pubblicare un romanzo

 

 
 Il poeta Iago

Un poeta che sa abbracciare, un poeta che coccola l’emozione: sa emozionarsi e sa emozionare. Iago, pseudonimo di Roberto Sannino, nato a Roma quarantadue anni fa, si è scoperto poeta poco più di un quinquennio addietro. Per lui la poesia è “contagiare, stimolare e creare”. I suoi versi, profondi e geniali, sono inseriti in parecchie antologie. Ha inoltre vinto numerosi concorsi letterari tra i quali Fonopoli 2004 e 2008. E in questa intervista ci racconta anche del suo incontro con il cantautore romano Renato Zero.

Ormai la sua produzione poetica è copiosa e pregevole. Ama il contatto con il suo pubblico. Partecipa spesso a serate di letture e a manifestazioni poetiche. L’ho conosciuto, in provincia di Roma, proprio mentre declamava i suoi versi. Che sono l’inchiostro che veicolano la sua vita. Per lui, l’ispirazione nasce dalla “fissità della natura”. Vuole pubblicare un romanzo. Il suo ultimo volume poetico è intitolato “Delirium Tremens” (Giulio Perrone editore) pubblicato un anno fa, esattamente a novembre.

“Credo che il valore per eccellenza sia la coerenza di vita, non dire quello che si pensa ma fare quello che si pensa, nel rispetto dello spazio esistenziale altrui”, dichiara al microfono del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”. Ecco l’intervista nella versione web.

 Quando e come hai scoperto il fuoco della poesia nella tua vita?

“Circa sette anni fa, verso la fine di una notte decisiva. Avevo pianificato nei minimi dettagli la mia dipartita, moralmente chiamata suicidio. Stavo scrivendo qualcosa ai miei cari, invece scrissi un testo strano, alla mia vista piacevole, per i miei sensi stupefacente. Rimasi a fissarlo per diverso tempo, per assurdo dalla disperazione passai ad uno stato di amichevole calma. Quella notte scrissi senza sosta fino all’alba quando il sole mi apparve magnifico”.

Il tuo vero nome è Roberto Sannino. Il tuo pseudonimo è invece Iago. Perché?

“Ho scelto il nome del personaggio di Shakespeare per due motivi: il secondo riguarda la determinata ostinazione dell’anti-eroe dell’Otello che riesce a mettere in scena il suo piano diabolico, solo perché conosce a fondo l’animo umano, le sue debolezze, le sue corruttibilità. Il di me poeta parla delle dinamiche incastrate nei nostri istinti, le possiede, le respira e poi le incide sul foglio. Inoltre mi affascinano le personalità complesse, poco lineari e contorte. Il primo evidenzia la volontà di notificare una rinascita, la presenza di una nuova persona, più consapevole e pronta ad affrontare i girotondi della vita”.

Cosa hai provato quando il tuo primo componimento è stato inserito in un’importante antologia di Milano? Ci sono state altre analoghe soddisfazioni?

“Un’indicazione, come quando chiedi ad un passante se stai procedendo bene per andare in una zona che non conosci. Quel giorno lo ricordo molto bene, fu una gioia enorme ma compresi anche che da lì in avanti avrei dovuto lavorare molto su di me, cosa che non finirò mai di fare. Con la casa editrice Montedit pubblicai la mia prima poesia, con loro ho conseguito poi altre pubblicazioni in antologie a tema e relative ai molti concorsi annuali che svolgevano e che svolgono. Poi ho continuato a partecipare a concorsi e antologie con selezione di partecipazione, comparendo negli ultimi tempi al fianco dei poeti e degli scrittori più affermati (Calabrò, Spaziani, Bevilacqua, Zavoli, Pecora ed altri); in questo caso oltre all’ulteriore conferma di una certa qualità poetica, rimane il piacere di affiancare il grande nome, che di rado accetta di apparire con un poeta in emersione”.

Un poeta svizzero ti ha voluto come curatore dell’antologia wiki. Di che tipo di progetto si tratta?

“L’idea fu di Andrea Galli che in collaborazione con Nuoviautori.org di Carlo Trotta volle unire molti poeti che accettarono di seguirlo in questo progetto ormai ultimato, che vide luce sul web per poi trovare concretezza sul cartaceo. Si è cercato di far interagire molti poeti, partendo da argomenti noti; le poesie risultavano intimamente legate dal titolo delle stesse, da una parola contenuta nei versi di ognuno (che costituiva il titolo della successiva) o dal contenuto che veniva ripreso nella seguente. Il risultato è stato la messa in scena del mostro ‘Wikismo’, un organismo in continua mutazione emotiva alimentato dalla simbiosi fra i versi che al termine, produssero più di 1500 poesie spartite tra i 50 poeti partecipanti, tra cui anche francesi, tedeschi, inglesi, romeni ed indiani. Gli effetti di questo grande sforzo si sono visti negli anni, considerando che le ‘poesie corali’ costituiscono oggi una pratica molto usata dagli internauti e non solo. Con orgoglio posso dire che ho preso parte ad un movimento che ha aperto una strada comune, che è poi lo scopo della Poesia: contagiare, stimolare, creare”.

So che hai ottenuto numerosi riconoscimenti. A quale ti senti più legato e perché?

“L’importanza di un riconoscimento è utile ma aggiunge poco al valore intrinseco del poeta; sono giunto a questa conclusione nel corso degli ultimi tempi. Di sicuro però il riconoscimento più gradito l’ho avuto da Renato Zero, vincendo il concorso indetto da Fonopoli nel 2004, che mi ha prodotto anche un libro di poesie dal titolo ‘Il biancospino’. I concorsi veramente genuini in Italia sono molto rari, di certo non appartengono a questa categoria quelli più blasonati che ormai sono ostaggio delle case editrici e non conseguenza del valore oggettivo del testo prodotto. Ho scambiato qualche parola con il cantautore romano, che ammise la scarsa attenzione della società verso il mondo della poesia che non aiuta le persone ad ascoltarsi nel modo migliore”.

Hai pubblicato diversi libri. Stenograficamente me ne parli?

“Nessun libro da me prodotto è un discorso chiuso. Sono contrario a ‘nomificare’ i lavori poetici, però così volendo non troverei editori, la legge di mercato vuole che il lettore venga subito catturato; si passa quindi da ‘Inquietudine’ il primo, a ‘Delirium Tremens’ l’ultimo. Ci tengo però a ripetere che altro non sono che l’ininterrotta vicissitudine tra il mio sistema corpo-anima ed il nostro mondo. Mi scarnifico espandendo la mia storia che reputo simile a quella degli altri, le mie opere cercano una comunione di intenti che mancano. Spero di non essere stato troppo stenografico”.

Complessivamente quante poesie hai scritto?

“La mia produzione ufficiale, quindi editata da strutture riconosciute, rappresenta una minima parte dei miei scritti totali: sommando gli inediti ho prodotto oltre duemila poesie”.

Recentemente hai “partorito” un volume di racconti intitolato “Il mosaico”. Qual è il filo conduttore?

“Non esiste perché tutti quei racconti sono stati scritti in un arco temporale di circa sei mesi. Appartengono ad una ‘spinta animale’ ben precisa, mi viene da dire che la tramatura unica sia il mio stato d’animo frammentato in differenti immagini dissimili ma che alla fine compongono ‘il mosaico’ di me”.

Sovente partecipi a serate di letture e a manifestazioni poetiche. Nasce un fecondo scambio culturale con i tuoi colleghi oppure no?

“Il cross-over esiste ma ciò che rimane non viene verificato nel tempo, questo perché è presente una forte invidia tra i poeti, una stupida ed ottusa ostinazione verso il proprio nome, come se la Poesia esistesse grazie a loro. Poveri idioti, non sanno quanto si sbagliano. Assistendo agli incontri o ai seminari specifici poi, mi trovo di fronte a discorsi poco proficui, di scarso stimolo, fatti in rigoroso stile accademico con l’unico scopo di pescare altri ‘alunni’ disposti a seguire le gesta del maestro di turno, ed accettando quindi di farsi indottrinare a scapito della personale vena creativa, dico questo per esperienza diretta. Mostrarsi in pubblico è una gradevole forzatura, nelle serate di letture ho l’opportunità di emozionare ed emozionarmi, rimane evidente che se la situazione fosse diversa me ne starei a casa, vicino al bosco in compagnia dell’unica matrice ispirativa… la fissità della natura. Ho compreso più cose osservando un insetto che assistere ad un convegno sulla poetica del Montale”.

Sei coinvolto in lezioni di poesia istantanea in istituti scolastici romani. Di che si tratta, concretamente?

“Questa domanda riguarda la mia missione poetica. Non sono un invasato ma se Lei mi ha chiamato ci dovrà pur essere un motivo: credo nell’inadeguatezza dell’attuale sistema letterario nelle scuole. Rimane opportuno stimolare il giovane, prima all’approccio verso il foglio, guidarlo nella formazione del testo poetico senza inquinamenti di stile e di forma. Solo in un secondo tempo va affrontato uno studio più tecnico e accademico. Quando entro nelle classi la prima cosa che dico è: ‘buongiorno poeti, perché voi siete dei poeti ed ora vi mostrerò il perché’, la fase che segue verte sul coinvolgimento diretto degli alunni alla scrittura, gradualmente si sciolgono e scrivono con me. Vedere la bellezza dei loro scritti vale per me più di qualunque altro premio. Per far sì che il testimone della poesia passi di mano in mano, ci dobbiamo convincere che è controproducente allietare le serate dei benestanti in pensione che tra poco se ne andranno. E’ il momento di cambiare ‘verso’, accendere lo spirito dei virgulti per farne delle persone equilibrate, sicure e pronte a non farsi vincere dalle insidie della vita. Chiedo troppo?”.

Circa un anno addietro hai pubblicato il libro in versi dal titolo “Delirium Tremens”. Qual è il “succo”?

“Il titolo tiene fede alla serie di fatti che avvengono quando scrivo e che si accavallano senza alcuna interruzione: penna alla mano, rapido sguardo al foglio, pioggia di immagini che parlano a formare una musica muta, inizialmente impetuosa poi gradualmente ordinata, le parole vanno al loro posto, io non esisto essendo parte integrante di un sistema dinamico che ha come unico scopo quello di vitalizzare la parola, renderla pensante e autonoma. Il mio corpo è investito in toto, il rapporto di connessione non riguarda solo la mente ma ogni apparato. Il cuore batte più forte, il fiato si fa irregolare, mi sento come un mare in tempesta mai distaccato eppure assente…Delirium Tremens, appunto”.

L’hai dedicato a tutte le persone che sanno abbracciare. Perché?

“La nostra società ha progressivamente perso la sensibilità del vivere. Porgere una mano, comprendere prima di offendere, sentire chi ci sta di fronte, toccarlo, abbracciarlo. Abbracciare è forse il movimento del corpo più importante, è dire al prossimo: ‘Ehi, guarda io ci sono, ti ascolto’”.

Come è stato accolto, il volume, dalla critica e dal pubblico?

“Considerando che per un libro di poesia ci vuole più tempo, direi bene. La critica ufficiale è automatica e mi interessa meno, mi preme molto di più sapere cosa pensa la gente e la loro approvazione mi carica, non scrivo mai pensando a chi legge e ascoltare i loro complimenti è magnifico. Come ogni anno porto in giro il mio ultimo libro, ho appena finito il primo programma di presentazioni. Da novembre riparto, Milano, Roma, Torino ed altre sedi meno conosciute. Il contatto con i lettori rimane fondamentale per la mia crescita”.

Letizia Leone, nella prefazione, scrive: “Iago porta nel sangue il germe spirituale degli espressionisti…”. Puoi descrivere la tua poetica?

“Amo ascoltare i ritmi delle cose ed i loro pensieri. Sto inseguendo la sorgente della personalità, l’origine che si rinnova senza mai sparire. So che è conciso, ma la mia poetica la posso riassumere così”.

Ci sono tracce di autobiografismo nelle tue liriche?

“L’inchiostro veicola la mia esistenza, la porta sulla carta dove nasce l’attualità che vivo. La mia poesia è ciò che sono, che ero e che sarò. Uso le parole con rispetto e precisione perché è opportuno fornire la giusta dimensione del mio punto di vista, fornito da ciò che mi accade. Scrivere versi per me è paradossale come la vita e reale come la morte”.

Chi sono i tuoi poeti preferiti?

“Partendo dal fatto che la conoscenza poetica l’ho affrontata dopo aver scritto le liriche d’inizio e non prima, posso affermare che non ci sono stati maestri di introduzione all’arte dello scrivere. Poco dopo ho ascoltato le parole dei nomi illustri, senza mai vivermi una lecita sudditanza letteraria che può nascere. Rimango affascinato dai poeti autodidatti che hanno ‘esperienziato’ il loro vocabolo, i liberi pensatori del passato che non hanno condiviso le scuole di pensiero o difeso a spada tratta un ideale non verificabile sul campo. Il mio poeta preferito rimane su tutti Gesù Cristo, leggerlo è come ascoltare la voce di ogni età”.

Hai scritto queste parole: “V’è differenza, contrariamente al comune pensiero accademico, tra scrivere poesia ed essere poeta; il poeta del terzo millennio lo vedo spogliato da ogni riferimento d’appartenenza che lo porta a scrivere di qualsiasi cosa, in tutti i luoghi, in ogni istante di tempo, tenendo sempre a mente la propria coerenza artistica, legame distillato tra coscienza e parola. Io scrivo in istantanea, non apporto mai correzioni…”. Puoi fornirci ulteriori delucidazioni in merito?

“La valenza poetica di un artista trascende dallo scrivere versi su un foglio, prendendo in considerazione il passato, noto ad esempio che le visioni di Van Gogh erano impresse nel suo sangue, dal suo originale impatto sugli eventi, come si poneva dentro gli aspetti, il coraggio con cui non permetteva al parere ordinario di ostacolare il suo percorso. Stesso concetto posso esprimerlo per il ‘poeta della pietra’ Michelangelo, che vedeva già la scultura imprigionata nel marmo, ritenendo la sua azione una sorta di granitica potatura. Potrei continuare con Mozart e Beethoven; il prologo è la parte principale, permette al corpo di essere una struttura di contatto, un portale fra il nostro mondo ed il rumore universale, vivere non di memoria ma con la memoria al fine di poter guardare al futuro con occhi nuovi. Mi immagino questi ‘illuminati’, come delle spugne… assorbono in ogni istante di tempo, sono perennemente poeti facendosi guidare senza pregiudizi dalla loro anima artistica. Di base l’humus è lo stesso, cambia l’epilogo che porta uno a dipingere, l’altro a scolpire o a comporre musica; l’attenzione però è quella del poeta che possiede il colpo d’occhio dell’insieme vivente. Oggi questo manca, i ‘potenti del verso’, coloro che sono schiavi dell’editoria attuale, non la pensano come me e spesso ho discusso con loro. Riducono l’attività poetica esclusivamente a semplice professione, creando stili e specificità d’azione. Il terzo millennio è iniziato; ancora si parla di poesia religiosa, sociale, visionaria, erotica ed altre sezioni. La Poesia è una sola e di volta in volta la persona deve scrivere ciò che affronta, scartare immagini perché non rientrano nel filone, è il suicidio della mente. Io scrivo di qualunque cosa, ovunque mi trovo senza precludermi nulla. L’istantanea la considero una fede, rispetto a molti che lavorano sulla parola tagliando e cucendo perdendo il contatto con ciò che li segue, con altre emozioni e vissuti che non torneranno”.

Dal tuo punto di vista, qual è lo stato di salute della cultura italiana?

“Il patrimonio culturale del nostro paese è il più imponente e variegato del resto del mondo. Attualmente però gli intellettuali sono autoreferenziali, non si confrontano con la realtà sociale e questo ha portato ad una deleteria perdita di memoria. Stiamo sperperando il tesoro letterario del passato, se pensiamo che il maggior ‘esperto’ di Dante è americano. Di certo c’è qualcosa che non va. Oggi siamo sicuramente più informati rispetto ai periodi precedenti, ma è un tipo di preparazione puramente nozionistica, mancante di passione che è madre della sapienza. Bisogna usare la cultura per aggregare, non per separare ceti sociali. Se poi ci aggiungiamo la premeditata azione dei nostri governanti (sia di destra che di sinistra) volta a creare un appiattimento verso il basso, ecco che non ci si può lamentare se poi i programmi in voga sono quelli di intrattenimento; sì la cultura oggi è un modo per conversare piuttosto che un mezzo per comprendere e non farsi friggere la mente. Mi spiego quindi perché un poeta non viene mai interpellato, è impossibile portarlo verso una concezione di parte e, se è un poeta vero, dirà sempre e solo l’opinione esatta, smascherando ogni interesse che inquina la morale dei giudizi”.

Quali sono le principali doti che dovrebbe avere un poeta per scrivere poesie?

“Esiste un fattore X detto ‘dono divino’ che per definizione non dipende dalla persona e se sostenuto da un elevato senso critico, condito da una forte predisposizione alla lettura poetica e non, porta al conseguimento di una consapevolezza molto positiva, di volta in volta rinnovabile e lungimirante. La grande difficoltà rimane lavorare su se stessi più che sui lavori degli altri; io dico spesso a chi scrive chiedendomi dei consigli: ‘Non abbiate fretta di vedervi pubblicati ma cercate il vostro stile, la vostra metrica, il vostro percorso formativo’. La scrittura poetica è il risultato di diversi piccoli fattori che insieme devono creare un grande equilibrio”.

Quali sono, umanamente, le tue migliori virtù?

“So abbracciare”.

E i tuoi peggiori difetti?

“La ricerca ostinata dell’immortalità artistica, che a volte mi fa essere poco pratico”.

Quali sono i tuoi valori di base?

“Non mi piace essere scontato, di fronte ad un luogo comune preferisco il silenzio. Però credo che il valore per eccellenza sia la coerenza di vita, non dire quello che si pensa ma fare quello che si pensa, nel rispetto dello spazio esistenziale altrui”.

Qual è stato il giorno più bello della tua vita?

“Aver detto a mio fratello ‘ti voglio bene’. Quel giorno alla fine di una forte discussione lo abbracciai e pronunciai quelle magiche parole. Altro giorno fantastico è stato quando ho visto per la prima volta la mia attuale compagna, credo che quell’istante stia ancora durando”.

Qual è l’errore che ti riconosci?

“Come poeta nessuno visto che mi considero perennemente informato sui fatti. La componente umana mi ha visto commettere un oceano di errori, non mi perdono il non aver capito prima la mia attitudine alla scrittura, le avvisaglie ci sono state, ora le vedo ma per codardia e per quieto vivere non le ho ascoltate”.

Che musica ascolti?

“Tutti i generi, stornelli popolari compresi, ma è solo con la classica che viaggio oltre l’uomo. Adoro Beethoven, tra i pochi che hanno veramente tentato di musicare l’ignoto”.

Infine, a quali progetti stai lavorando nell’immediato?

“Con Silvestro Sentiero, poeta istantaneo napoletano, stiamo presentando un progetto di sensibilizzazione poetica, rivolto alle scuole superiori. Sto programmando le presentazioni del mio ultimo libro, collaboro con un poeta di Milano per la messa a punto di un libro di poesie e foto. Ho ripreso le mie ‘storie lunghe’, vorrei pubblicare un romanzo scegliendolo fra i tre che sto scrivendo. A breve sarò presente in alcuni comuni, dove scriverò in istantanea nei rispettivi centri storici, non credo ci sia in giro una persona disposta a scrivere in diretta di fronte ad un pubblico. Ho quasi ultimato il cartaceo relativo agli aforismi ed haiku. Ah dimenticavo… vincerò il Nobel e poi non ritirerò il premio”.

MICHELE BRUCCHERI