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FULVIO PELLEGRINI, DOCENTE UNIVERSITARIO CON LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA

FULVIO PELLEGRINI, DOCENTE UNIVERSITARIO CON LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA

mag 04 2011

Michele Bruccheri intervista il professore abruzzese, nativo di Chieti, che insegna Sociologia Economica presso “La Sapienza” di Roma. Poliedrico e dagli innumerevoli interessi ammette: “La mia passione per la fotografia è la più grande di tutte”

 
 Fulvio Pellegrini

 

Mi regala il suo ultimo libro scrivendo una bella dedica. Lo conosco personalmente in provincia di Roma in occasione di una importante manifestazione artistico-culturale. Ho dinanzi Fulvio Pellegrini, 54 anni, abruzzese di Chieti. Un docente universitario con la grande passione per gli scatti: “La mia passione per la fotografia – dichiara al nostro microfono – è la più grande di tutte”. Professore a contratto di Sociologia Economica presso la prestigiosa Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma e di Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Tor Vergata della capitale, riusciamo, pur tra mille difficoltà per i nostri reciproci impegni professionali, a concordare un’intervista per la versione on line del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.

 

Poliedrico e dagli innumerevoli interessi culturali, Fulvio Pellegrini vanta una feconda attività di consulenza e di valutatore. Ha pubblicato numerosi saggi e preziosi documenti. Ed inoltre ha lavorato anche per Rai Educational nell’ambito del progetto innovativo “Carta in”. Insomma, un intellettuale di rango e di straordinaria bravura. Si confessa, in questa intervista, senza peli sulla lingua. E alla domanda “qual è la sua principale virtù” risponde: “La rapidità con la quale mi impadronisco delle cose che studio. Questo mi ha consentito di fare tutte le cose che ho fatto nella vita. Viceversa forse mi sarei fermato alla prima o alla seconda…, ma chi può dirlo a questo punto”.

  

Nella primavera dell’anno scorso hai pubblicato un libro dal titolo “Sociologia Economica” con sottotitolo “Contesti, attori, processi”. Sostanzialmente cos’è?

“Questo testo è un mio tentativo di aiutare gli studenti ad entrare nel mondo dell’economia e della sociologia in punta di piedi. Vedi, io mi rivolgo a studenti del primo anno sostanzialmente digiuni di entrambe le discipline – la sociologia e l’economia -. Bisogna creare le condizioni perché loro capiscano analogie, differenze, metodi, approcci distintivi. Non ne ho fatto, però, un manuale sarebbe stato in parte presuntuoso e in parte inadatto ai miei interlocutori”.

 

Nell’introduzione di Paolo Calza Bini si legge: “Nel nostro caso si tratta, principalmente, di orientare gli studenti alla ricerca di nessi plausibili tra il lavoro sul campo dei sociologi e quello degli economisti”. Concretamente cosa significa?

“Significa, come ti accennavo, guardarsi attorno e vedere i comportamenti economici degli attori individuali (le persone) e collettivi (organizzazioni ed istituzioni) come chiavi di lettura dell’azione umana che è e resta indissolubilmente sociale. Ho cercato di ricordare e sottolineare che il lavoro degli economisti è fondamentale per spiegare e interpretare i fatti economici tanto quanto quello dei sociologi: ma mi piace sempre affermare con forza che sono i valori, le istituzioni sociali, i contesti di riferimento dell’azione a fare la differenza e a orientare e differenziare i comportamenti di persone e gruppi sociali anche in campo economico. Questo è il principale messaggio interno alla mia disciplina”.

 

Dal tuo osservatorio privilegiato di docente universitario, come vedi i giovani italiani?

“Beh, in maggioranza, un po’ pigri. Spesso siamo noi docenti che con questa idea della composizione dei curricula per crediti facciamo credere loro che la laurea sia una somma di piccoli risultati quantificabili. Certo, da una parte è così …dall’altra è un’occasione di conoscere il mondo; forse è un’occasione tra le più importanti della vita e questo messaggio spesso non arriva e i giovani, appunto per pigrizia, si agganciano al basso profilo di quello che viene offerto alla somma degli apprendimenti dimenticando che cultura, curiosità e scienza parlano la lingua della partecipazione e della responsabilità oltre che dell’impegno giornaliero”.

 

 
 Fulvio Pellegrini e Michele Bruccheri

Hai pubblicato copiosamente saggi e documenti di un certo spessore. Quali sono i principali lavori che vuoi elencare?

“Tutti direi, pensando alla mia passione per il lavoro sociale: gran parte dei lavori sui servizi alla persona delle metropoli italiane a cui mi sono dedicato nella mia professione. E poi a quella parte che forse rimane in ombra nella mia vita di studioso se guardata negli aspetti formali del curriculum, i saggi sulla dimensione urbana e sull’organizzazione dello spazio e della città. Ma forse su questo mi ha aiutato di più un lavoro certosino poco visibile. Poi certo, ci sono le cose più recenti cioè le analisi e i rapporti di valutazione sulle politiche del lavoro delle regioni, vero ‘tormentone’ della mia vita recente”.

 

Sei anche il co-autore di un importante Rapporto Cesos su “Relazioni industriali in Italia”. Cosa emerse da quel progetto che risale alla fine degli anni Novanta?

“Quella fu un’esperienza esaltante, molto importante, del cui valore ho preso coscienza solo molto di recente. Quel saggio scritto insieme al mio amico Stefano Patriarca, oggi direttore del prestigioso Ufficio Studi dell’INPS, anticipava a suo modo la stagione della concertazione sindacale e tracciava una modalità possibile del confronto tra le parti. Una stagione certo tramontata nella sostanza ma che ha lasciato un metodo di lavoro che oggi è disponibile nelle relazioni industriali del nostro Paese, a dire il vero, sempre straordinariamente conflittuali”.

 

Intensa è anche la tua attività di consulenza e di valutatore. Per chi hai lavorato e soprattutto per quali progetti?

“Come ti dicevo prima la mia anima di studioso si lega indissolubilmente a quella di professionista. La valutazione è prevalentemente un’attività etica che tende a suggerire a chi governa le cose migliori da fare. La stagione più importante appena conclusa è quella descritta in numerose pubblicazioni sulle politiche del lavoro e sulla riforma della pubblica amministrazione realizzate con ISFOL, Formez agenzie tecniche del Ministero del Lavoro e della Pubblica Amministrazione”.

 

Qualche anno addietro sei stato responsabile di ricerca svolta dal Dipartimento Rismes “Gianni Statera” dell’Università La Sapienza di Roma sui modelli organizzativi aziendali orientati a strategie di conciliazione e alle pari opportunità. Di cosa si è trattato?

“Si era all’epoca della diffusione della figura del Consigliere di Parità nelle aziende e nelle organizzazioni/istituzioni pubbliche e private, come potremmo dire oggi, una figura testimone di un diritto, in questo caso dell’uguaglianza tra i generi, appunto nelle organizzazioni. Il lavoro delle consigliere di parità è stato un formidabile strumento di diffusione e di accompagnamento verso quell’approccio che oggi dà attenzione crescente alla legislazione sulla conciliazione tra vita lavorativa e famiglia”.

 

Ti sei occupato attivamente anche della stesura di una Guida sui servizi per l’impiego e sulle politiche del lavoro nelle aree metropolitane su incarico del quotidiano economico “Sole 24 Ore”. E’ così?

“Sì, sono molto orgoglioso di quel lavoro soprattutto perché l’approccio e il metodo utilizzati per la ricerca reggono alla prova del tempo a dimostrazione del rigore con il quale erano stati costruiti e immaginati in ‘perfetta solitudine’”.

 

Anche per Rai Educational hai svolto un importante compito, quello di consulente. Per quale progetto?

“Quel progetto chiamato Carta in anch’esso molto innovativo, (è un po’ la caratteristica della mia vita professionale quella di abitare sulla frontiera dei cambiamenti), aveva lo scopo di facilitare la diffusione delle nuove tecnologie tra i giovani della Campania. Essi avrebbero potuto comprare a costi ridotti un PC e partecipare alla formazione a distanza con una smart card offerta loro gratuitamente dalla Regione. Con Rai Educational abbiamo realizzato delle trasmissioni sul canale regionale per diffondere l’iniziativa. È stato anche il mio battesimo con la televisione pubblica. Una bella esperienza”.

 

Nelle tue vene scorre una vorace passione per la fotografia. E’ vero?

“Beh se non rischiassi di essere frainteso ti direi che la mia passione per la fotografia è la più grande di tutte. Dico frainteso perché le mie passioni si accavallano e sovrappongono al punto tale che non riesco a fare a meno di nessuna di loro”.

 

Da fotografo professionista cosa hai fatto? Quali progetti hai realizzato e quali sogni coltivi ancora?

“Il progetto più importante è stato quello di tenere un corso per i giovani Rom dei campi nomadi di Roma insegnando loro l’uso della macchina fotografica e consentendo loro di fotografare, accompagnati, la città e la vita dei campi. Questi lavori insieme ai loro ritratti fatti da me sono stati esposti nel 2009 al Festival Internazionale della Fotografia di Roma. Adesso pubblico qualcosa quando posso in riviste di viaggio e di altra natura. Dovrei avere uno spazio web settimanale di fotografia sul sito di un centro servizi regionale di volontariato. Come vedi anche nelle mie più grandi passioni non riesco a perdere di vista il loro valore sociale, è una malattia infantile. Che mi aspetto, è presto detto. Come tutti i fotografi lo scatto della vita. Come Persona che fotografa di essere più bravo su alcuni soggetti (la strada e il contesto dei racconti di strada) su cui ho ancora molto da lavorare”.

 

Chi è il fotografo che ti ha influenzato? In chi ti riconosci e perché?

“Anche qui…, magari saperlo di preciso! Io credo di essere onnivoro. Se dovessi sintetizzare, ti direi che ogni mattina sono grato a Salgado e Steve Mc Curry fotografi ‘sociali’ che mi danno il senso del lavoro di fotografo. Sono però uno che studia: Goudelka o Mappletorphe o Seymour e i grandi della Magnum. Ultimamente, però, mi sto appassionando soprattutto alla fotografia di reportage che è forse il genere dove, come ti dicevo, più mi piacerebbe crescere. Ma ‘let it be’ è un po’ il mio approccio. Farsi affascinare anche da uno scatto magari fatto da un bambino che ti stimola imitazione, creatività o ti ingiunge a pensare a punti di vista della realtà a cui non avevi pensato prima. Insomma un work in progress costante”.

 

Come puoi definire il tuo modo di fotografare?

“Molto emotivo e poco istintivo. Lo so che può apparire una contraddizione. Ti spiego. Molto emotivo vuol dire che il soggetto deve appassionarmi e stimolarmi emozioni, meglio se grandi. Senza di quelle la mia macchina rimarrebbe a tracolla. Poi però intervengono le mie ‘censure’ e risorse. Linee, prospettiva, senso della scena, composizione, contrasti, colori, pieni e vuoti. Tutto ciò che mi può servire a fare una fotografia di valore. Certo, oggi con la diffusione del digitale i circuiti di acquisizione e distribuzione delle immagini sono molto più aperti. Emergere e piacere in maniera indiscussa è un po’ una mission impossibile. Non credo che questo sia importante, però, nella espressione artistica mia personale. Diciamo che proseguo per la mia strada”.

 

So che sai suonare degli strumenti musicali. Quali sono? E cosa significa, per te, suonarli?

“Ma ti direi che hanno fatto parte della mia prima vita. Il violino che il babbo ha voluto che io studiassi, la chitarra degli anni della contestazione, il pianoforte per la musica jazz a cui sono approdato negli anni ‘90. Suonarli era, in passato, un prolungamento di me e del mio modo di comunicare. Oggi suonare è una parte di me che resta in ombra e che ogni tanto fa rumorosamente capolino. Ho fatto dei concerti come chitarrista di musiche della west coast fino al 2005. Insomma: mai perdere di vista il palcoscenico. Spesso, se preso a piccole dosi, è terapeutico”.

 

Che tipo di musica ascolti più frequentemente?

“Come ti dicevo forse la musica jazz è quella che preferisco, oggi. A 30 anni scrivevo e lavoravo con la musica di sottofondo e la tua domanda forse aveva più senso. Ascoltavo musica di tutti i tipi che faceva un po’ da colonna sonora alle mie attività giornaliere. Adesso fatico di più, sono meno istintivo e se c’è una musica che va alla radio io la seguo e mi distraggo. Ti dico questo perché lavoro molto e perciò non ho molto tempo per ascoltare musica. Tutto qui”.

 

Chi sono i tuoi artisti, italiani e stranieri, preferiti? E perché?

“Stranieri sicuramente i pianisti jazz Bill Evans, Keith Jarrett e l’emergente, ormai forse affermato, Brad Mehldau. Di italiani nel jazz Paulo Fresu. Ma mi piacciono Laura Pausini, Tiziano Ferro e Fiorella Mannoia moltissimo”.

 

Chi sono i tuoi scrittori o saggisti prediletti?

“Sono dissacrante ma, a questo punto, puoi capirmi. Per ragioni professionali leggo almeno cinque libri a settimana. Che fatica!! Se leggo qualcosa per me ‘mi basta un titolo intrigante’ in libreria per affascinarmi alla lettura. Mi lascio portare. Sfoglio, leggo, compro. Ho avuto una insana passione, nel senso che ho divorato tutto quanto aveva già scritto, per Banana Yoshimoto. Ossuta, essenziale e lirica al tempo stesso. L’ho invidiata e amata molto”.

 

Sei stato un atleta professionista: è vero? In quale sport ti sei cimentato?

“Sono stato un saltatore in lungo e soprattutto di salto triplo. Qui andrebbe detto che ho insegnato nella scuola pubblica educazione fisica per buoni 15 anni. Avrò anche una pensione, a 65 anni come sai. Per cui c’è tempo. Ho frequentato l’ISEF a partire da una passione per lo sport che si è interrotta solo di recente per un brutto infortunio ‘non sportivo’. Diciamo come se fossi morto ingloriosamente investito da una 500…”.

 

Mi risulta che ami viaggiare. Quali sono stati i posti più affascinanti che ricordi più volentieri?

“L’Islanda e la Groenlandia, la Malesia, il Nepal e la Birmania, il Laddak. Ce ne sono tantissimi altri, più o meno uno all’anno. L’anno scorso sono stato in Giordania, Libano e Siria e vedendo, almeno della Siria, alcune delle immagini che passano in TV in questi giorni (rare devo dire data la censura fortissima in atto in quei Paesi) mi sono reso conto di quanto, anche ad osservatori attenti quale penso di essere nelle mie esperienze di viaggio, potrebbe sfuggire la complessità e la profondità del dissenso manifestato dai cittadini di quei Paesi. Ma sarebbe troppo lungo approfondire”.

 

Per quale squadra di calcio tifi?

“L’Inter quando ero piccolo. Il calcio non mi appassiona più di tanto”.

 

Qual è il tuo principale difetto?

“Sono logorroico e auto celebrativo. Un po’ si vede anche qui per quanto sei tu che mi hai chiesto di rappresentarmi in qualche modo”.

 

E la tua migliore virtù?

“La rapidità con la quale mi impadronisco delle cose che studio. Questo mi ha consentito di fare tutte le cose che ho fatto nella vita. Viceversa forse mi sarei fermato alla prima o alla seconda…, ma chi può dirlo a questo punto”.

 

Hai la ghiotta opportunità di scegliere il regista cinematografico che racconterà la tua vita. Chi sceglieresti e perché?

“Woody Allen…, perché riesce a parlare del nulla cosmico anche per ore. In fondo la mia vita è esattamente questo, se osservata tra i miliardi di vite possibili. È però la mia ed è per questo che vorrei che se ne parlasse molto… Fino alla noia in maniera logorroica. Chi meglio di lui”.

 

MICHELE BRUCCHERI