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LA FOTOGRAFIA “DOCUMENTARIA” DI PAOLO FANI

LA FOTOGRAFIA “DOCUMENTARIA” DI PAOLO FANI

feb 01 2012

Al microfono di Michele Bruccheri l’artista fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Intanto, una sua foto è uscita su una rivista americana. Di grande valore il suo reportage fotografico sull’ex manicomio di Volterra 

 

 
 Paolo Fani

Nella sintassi fotografica di Paolo Fani, piena di pathos, si respira autentica poesia. Ama svisceratamente la fotografia di reportage ed ama particolarmente la fotografia di strada. Il vulcanico e grintoso fotografo fiorentino è indubbiamente un artista di notevole calibro. E la sua fotografia “documentaria” rappresenta un efficace modo di raccontare la realtà. Asserisce candidamente di essere nato, dal punto di vista fotografico, “con gli odori pungenti degli acidi e l’atmosfera rarefatta e magica della camera oscura”. E’ un fiume in piena. Si racconta, al nostro microfono, generosamente e con dovizia di particolari. Di notevole spessore artistico ed etico è il suo reportage fotografico sull’ex manicomio di Volterra dal quale, successivamente, è nata una mostra di grande successo. Da lì è nato anche un incontro toccante.

Paolo Fani ha pubblicato un interessante libro dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Un volume che può essere acquistato online. Si rivolge al neofita e al fotografo professionista. Una sua foto è stata pubblicata dalla rinomata e prestigiosa rivista americana “JPG Magazine”. Una soddisfazione enorme per il fotografo nato in provincia di Firenze che vorrebbe creare dei corsi per fotografi. Infatti, il suo principale sogno nel cassetto è poter insegnare. Intanto, con il suo Fotoclub promuove coinvolgenti serate monotematiche sull’affascinante mondo della fotografia. Raccogliendo un immane successo. “La Voce del Nisseno”, versione online del nostro periodico d’informazione, l’ha intervistato.

Dalla tua prima foto con la macchina fotografica, quasi “rubata” a tuo padre, alla scintilla vera e propria per la scrittura “sulla” e “della” luce trascorsero ben tre lustri. Cosa ricordi dell’inizio della tua passione per la fotografia?

“Beh, non poteva essere diversamente, ero molto piccolo quando scattai quella foto. La macchina fotografica entrò prepotente a far parte della mia vita grazie ad un amico collega di lavoro. Aveva sempre con sé la sua reflex e spesso parlavamo di fotografia. Allora il mio unico interesse fotografico era ritrarre i momenti che passavo insieme alla mia fidanzata (diventata poi moglie). Utilizzavo una fotocamera a telemetro e ad ottica fissa, che aveva una resa splendida ma che ai miei occhi appariva come vecchia ed obsoleta rispetto alla tecnologica reflex del mio amico. Errore che compiono molti neofiti quello di pensare che il loro oggetto sia dequalificato, ma in fondo comprensibile. Il mio amico mi convinse ad acquistare una reflex e così iniziò il mio percorso fotografico”.

Quali sono stati i tuoi primi scatti fotografici?

“Un po’ quelli di tutti credo. Panorami, ritratti, i fiori della nonna...”.

So che per te è stato assai importante varcare la soglia di una camera oscura. Per te rappresenta l’atto della creazione. E’ così?

“Il varcare quella soglia non lo intendo solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista del cambiamento di approccio fotografico. Chi non ha mai frequentato una camera oscura non può esattamente capire cos’è veramente la fotografia e da dove viene. La magia di veder comparire l’immagine dal niente in quell’atmosfera rossastra non ha paragoni. Tutte le volte è un’emozione intensa. In camera oscura il tempo si dilata, i movimenti si fanno lenti e ripetitivi. Mentre carichi il negativo nella tank il buio ti avvolge, diventi sensibile, le tue mani diventano sensibilissime perché non puoi sbagliare niente. Sai bene che da quelle operazioni dipenderà la riuscita o meno di tutte le decisioni prese antecedentemente. Durante la stampa la magia si dilata. Esponi il foglio bianco e poi lo immergi nello sviluppo. Uno, due, tre secondi e cominci a veder comparire dei piccoli segni che si fanno pian piano sempre più nitidi e vanno a formare l’immagine. E insieme a questa magia che si rinnova, tutte le tue speranze, le intuizioni, le scelte, si traducono nell’immagine rivelata. In camera oscura la fotografia ha qualcosa di carnale, te la senti addosso, la annusi, la tocchi…”.

 
 La copertina del libro di Paolo Fani

Tra la fotografia analogica e quella digitale quale preferisci? E perché?

“Sono due mondi lontanissimi, almeno per me, e molto poco sovrapponibili. Sono due esperienze talmente distanti che non mi sento di dire quale preferisco. L’unica cosa che le accumuna è l’uso della luce come mezzo per ottenere l’immagine”.

So che per un certo periodo hai smesso di fotografare. Perché?

“Quando il mondo fotografico passò dall’analogico al digitale, col nuovo sistema i costi erano proibitivi se volevi ottenere un minimo di qualità. Ma credo anche che insieme al cambiamento tecnico sia avvenuto un cambiamento della sintassi fotografica. L’analogico aveva i suoi punti di riferimento nella ripresa, dopo potevi sì fare qualcosa, ma gli interventi erano pur sempre limitati ad un aggiustamento minimo dell’immagine che avevi scattato, questo presupponeva una cultura di base che se non avevi…, dovevi farti per forza. Col digitale no. La post produzione diventò parte fondamentale del processo fotografico e, specialmente agli albori, sembravamo tutti rimbecilliti dalle possibilità offerte dalla camera chiara. Il linguaggio fotografico cambiò radicalmente e si assistette ad uno stravolgimento della fotografia per come l’avevamo vissuta fino ad allora. Desaturazioni improbabili, fotomontaggi, collage e porcherie simili venivano fatte passare per opere d’arte. Insomma io non lo accettavo questo sistema di lavoro. Era nata poi mia figlia e non avevo più tutto questo tempo da poter dedicare alla fotografia. Ho pochissime fotografie di lei da piccola ma tantissimi ricordi fissati indelebilmente nella mia mente e questo lo considero molto più importante di tanti album cartacei”.

Come e perché ti sei innamorato della foto in bianco e nero?

“Quando ho iniziato a fotografare io non esisteva altro mezzo per poter avere il controllo su tutta la fase di lavoro. Il colore era difficilissimo da stampare in proprio, e per come la penso io una fotografia non stampata non è una fotografia. La fotografia in bianco e nero è quella che ti permette di interpretare meglio la realtà che ti circonda. In una fotografia in bianco e nero il colore rosso posso averlo chiaro, scuro o grigio... La fotografia in bianco e nero ti permette di descrivere il concetto senza l’inquinamento soggettivo del colore. Ma è al contempo una scelta interpretativa che deve avere un senso. Non perdona la banalità e gli errori di ripresa e per questo viene considerato ‘difficile’. Purtroppo spesso il bianco e nero viene utilizzato per cercare di concettualizzare fotografie priva di qualità. Due frasi esprimono bene quello che penso della fotografia in bianco e nero. La prima è del fotografo Beppe Bolchi, che in una sua intervista su Tutti Fotografi di qualche anno fa dichiarò: ‘Colore è la visione degli occhi, del cervello; bianconero è la visione del cuore, dello stomaco. Colore è una visione oggettiva, oppure fantastica se manipolata. Bianconero è una visione assolutamente soggettiva, la realtà del cuore, dei sentimenti, delle percezioni ed è tremendamente personale, introspettiva’. La seconda mi è stata regalata da un  bravissimo fotografo col quale ebbi anni fa uno scambio di vedute proprio su questo tema. Si chiama Arnaldo Pettazzoni. Ecco: Quando visiti una pinacoteca la prima cosa che noti sono i colori del quadro...  Determinano l'emozione immediata, poi ci si sofferma sul contenuto che racchiude la cornice. Il bianconero invece è come la scultura, e lì le cose si complicano, devi valutare le forme, i pieni e i vuoti, è più complessa l'analisi, nella scultura non ci sono i colori’. Ecco. Il pensare alla fotografia in bianco e nero come a una scultura c’è tutta l’essenza della mia fotografia in bianco e nero”.

Quale genere di fotografia apprezzi di più?

“La fotografia di strada indubbiamente è la cosa che amo di più e che forse mi riesce meglio. Non amò molto però la street drammatica, diciamo che preferisco sempre cercare l’ironia del vivere quotidiano. Amo molto anche il ritratto, la fotografia di reportage e i panorami”.

La musica – hai studiato per otto anni pianoforte classico – ha, secondo te, influenzato la tua sensibilità fotografica? E in che modo?

 
 La foto pubblicata in America

“Altroché se l’ha influenzata! Soprattutto dal punto di vista estetico. Nella musica, a parte qualche sperimentazione assurda dei primi anni del secolo scorso, l’armonia è sempre stata il faro di riferimento. Ed il linguaggio musicale, anche nella sua evoluzione moderna, ha continuato a mettere al centro l’equilibrio armonico. Prendiamo Debussy, un autore che io amo moltissimo: si allontana dalle forme classiche ma lo fa mantenendo una sintassi musicale armoniosa e gradevole all’ascolto. Ho avuto la fortuna di avere Maestri che non hanno racchiuso il mio sentire musicale in compartimenti stagni, come spesso purtroppo avviene in ambito classico. Il mio insegnante mi faceva ascoltare Bach, Chopin e poi i Led Zeppelin mettendo in luce la similitudine di certi passaggi armonici e spiegandomi che quello che cambia in musica è il linguaggio melodico, il contesto storico-sociale insomma. Un po’ come nella scrittura. Oggi non si scrive come nel 1800 ma la grammatica non è cambiata da allora. Le espressioni dell’uomo sono belle a prescindere dal genere nel quale le inscatoliamo. Questa è stata la grande lezione che ho avuto e che ho cercato di mettere in pratica nelle cose che ho fatto. In fotografia io non riesco a concepire un’immagine che non abbia un’estetica gradevole. Il mosso, lo sfocato, le prospettive ardite. Tutto va bene se è finalizzato ad un insieme gradevole. Altrimenti è una fotografia venuta male e va gettata nel cestino”.

L’informatica e la rete sono per te importanti. Per quali ragioni?

“Credo che la rete sia cosa diversa dall’informatica. La rete è la parte sociale dell’informatica. Quella che ha permesso a miliardi di persone di potersi mettere in contatto anche da grandi distanze. La cultura è stata veicolata a velocità prima inimmaginabili da un continente all’altro. La rete ti permette di accedere in tempo reale a miliardi di informazioni e tutte aggiornate, ti consente di interagire con altre persone e quindi di migliorare te stesso. Purtroppo questa immensità di notizie porta gli utenti a non valutare ciò che è buono da ciò che non lo è e quindi si assiste spesso a dei tam tam ripetuti di notizie false. Ecco, il consiglio che mi sento di dare è sempre quello di non stancarsi mai di verificare le fonti delle notizie ma anche di chi le divulga”.

E in merito all’informatica vera e propria?

“Quello che c’è stato di bello invece con l’informatica è che sono state messe a disposizione dell’utente medio cose che prima erano riservate a piccole nicchie specializzate. Prendiamo ad esempio il video. Anni fa produrre un video di buona qualità era cosa riservata a chi poteva disporre di attrezzature professionali dal costo elevatissimo. Oggi, con un semplice pc ed un medio software di montaggio, ciascuno è in grado di realizzare un video. La qualità concettuale delle riprese e del montaggio poi è un’altro paio di maniche”.

Il web, tuttavia, mostra anche il rovescio della medaglia, come accennavi tra le righe. C’è di tutto e non sempre è di buona qualità. O no?

“Purtroppo, sì. E’ quello che in parte avevo già accennato prima. Riguardo alla fotografia in particolar modo sono fioriti come funghi portali fotografici che consentono a chiunque la pubblicazione delle proprie foto. Avendo iniziato in un’epoca, dove l’unico modo per essere pubblicato erano le riviste specializzate, anche io sono stato affascinato da questa possibilità. Nel 2006 mi iscrissi alla prima community, e poi negli anni successivi ad altre. E’ gratificante pubblicare una fotografia e ricevere commenti di apprezzamento. Ma questo giochino alla fine ti stanca, specialmente quando scopri che per molti è sì gratificante ricevere commenti, ma solo se sono di apprezzamento. Ed allora che senso ha confrontarsi se si deve dire solo che uno è bravo e che fa foto straordinarie?”.

E poi?

“Poi c’è il problema di chi amministra e modera l’attività delle community e non è all’altezza. Chi assume la carica di amministratore di un portale dovrebbe avere equilibrio e buon senso. Invece molte persone (per fortuna non tutte), hanno bisogno di questo titolo non tanto per mettersi al servizio di una causa in cui credono (anche fare soldi al limite, non mi scandalizza la cosa), ma esclusivamente per affermare se stessi, per sentirsi superiori e più interessanti rispetto agli altri, per ottenere attraverso la vita virtuale successi che non avrebbero nella vita reale. Un amministratore dovrebbe limitarsi al titolo che gli compete e cioè quello di moderare (che non significa non intervenire). Ma non esercitare il titolo di dittatore assoluto potendo così dettar legge a proprio piacimento, eliminando utenti scomodi o antipatici, scrivendo ciò che vuole perché tanto a lui non lo butta fuori nessuno, oppure chiudendo gli argomenti quando non sa più dove arrampicarsi per affermare le proprie ragioni. Questo è un modo molto infantile di comportarsi, in alcuni casi parlerei proprio di sociopatia. Immaginiamoci un tipo così nella vita reale. Chi vorrebbe averci a che fare? Tutte queste esperienze mi hanno portato a rivalutare l’importanza dei Fotoclub. Luoghi d’incontro dove si parla di fotografia vera, con persone reali e dove l’unica gerarchia è il merito e la partecipazione. Dove si discute sulle foto stampate. Stampa che rimane il migliore, se non l’unico modo, per presentare bene le fotografie…”.

Prosegui…

“Il web fra le altre storture ha prodotto un tipo di fotografia particolare. Una fotografia di tipo fantastico, sempre fortemente satura nei toni e dal forte sapore della manipolazione. E i contenuti? Dove sono andati a finire i contenuti? Ecco… frequentare il Fotoclub mi ha fatto ritrovare il gusto della fotografia vera, quella che si fa con la fotocamera e non davanti a un monitor”.

Hai pubblicato un libro assai interessante dal titolo “Photoshop in bianco e nero”. Qual è la sostanza del tuo saggio? A chi si rivolge, principalmente?

“E’ nato un po’ per caso. Un giorno decisi di mettere insieme un po’ di cose che avevo appreso sul modo di fare il bianco e nero in digitale. Mentre scrivevo mi resi conto che forse potevo realizzare qualcosa di più di un semplice tutorial. Iniziai quindi a pensare ad un libro ma sempre a patto che fosse una cosa molto snella. Una pubblicazione che non si perdesse in mille spiegazioni noiose e spesso inutili. Ma un libro che desse gli strumenti senza pretendere di voler guidare il pensiero. Infatti in questo libro si parla esclusivamente dell’aspetto tecnico del bianco e nero. Una prima parte teorica spiega il rapporto fra i colori e i toni di grigio (il mondo che fotografiamo è a colori fino a prova contraria), poi entra nello specifico, spiegando i metodi di conversione più diffusi. C’è infine una sezione dedicata al sistema zonale ed alla sua applicazione in digitale. Il sistema zonale, per chi fosse a digiuno di fotografia, è un sistema messo a punto da Ansel Adams per la fotografia in bianco e nero. Il tutto è corredato da quasi 200 illustrazioni a colori. Affrontando per crescente difficoltà tutti gli aspetti della conversione in bianco e nero, il libro si rivolge sia al principiante che al fotografo esperto desideroso di approfondire metodi più complessi. Sul sito è possibile sfogliare le prime pagine e consultare l’indice”.

Chi fosse interessato a questo manuale sul bianco e nero a chi si dovrebbe rivolgere? E in che modo?

“Può essere acquistato solo on-line a questo indirizzo: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=496911 ‘Il mio libro’ è un servizio che permette a chiunque di pubblicare un libro e metterlo in vendita. Un’altra delle meraviglie del mondo web. In pratica diventi editore di te stesso. Il problema è che sul sito accettano il pagamento solo con carta di credito, ed anche se il sito appartiene al gruppo Espresso c’è ancora molta riluttanza ad usare la carta di credito per acquistare on-line”.

Mi risulta che una tua fotografia sia stata pubblicata da una prestigiosa rivista americana. Me ne parli? Di cosa si tratta?

“Sì. La rivista si chiama JPG Magazine ed è legata al sito internet: http://jpgmag.com/ Purtroppo pubblicano solo negli Stati uniti e in Canada e non spediscono in Europa, quindi ho potuto vedere la mia fotografia pubblicata solo in un pdf. La foto è una delle mie Street più belle. La selezione per essere pubblicati è severissima ed è stata una gran bella soddisfazione per me esserci riuscito, addirittura su una pagina doppia. La cosa paradossale è che, capendo la potenzialità di quell’immagine, l’ho mandata a diversi concorsi in Italia ed il risultato è che non l’hanno ammessa nemmeno ad uno”.

Hai già prodotto un paio di portfoli? Partiamo dal reportage sull’ex manicomio di Volterra…

“E’ stato un lavoro che mi ha portato molti riconoscimenti e soddisfazioni. L’ex manicomio di Volterra è un luogo iperfotografato ed era tanto tempo che avevo in mente di andarci. Quando seppi che il mio amico Ivano Cheli vi si era recato, gli telefonai e gli chiesi di poterci tornare insieme. Ero deciso a realizzare un reportage, ma volevo distaccarmi dagli stereotipi soliti che certi luoghi ispirano. Così feci delle ricerche su internet e un giorno mi imbattei in un libro realizzato con le lettere scritte dagli internati intitolato ‘Corrispondenza Negata’. Il ricovero in manicomio infatti era considerato una specie di morte civile. Queste lettere erano state occultate dalla direzione e mai spedite. Pensai che fosse l’aggancio che avrebbe reso il mio lavoro un po’ diverso, avrei scoperto dopo che anche Simone Cristicchi si era ispirato ad una di queste lettere per comporre la canzone con cui ha vinto il Festival di Sanremo nel 2007. Ordinai il libro, e con questo progetto in testa andai a Volterra a fare le riprese. Debbo ringraziare di nuovo Ivano che oltre ad avermi accompagnato, mi ha gentilmente messo a disposizione la sua meravigliosa attrezzatura fotografica”.

Continua…

“Nei giorni successivi selezionai le fotografie ed abbozzai un’idea di portfolio ma il libro non arrivava ed io aspettavo impaziente, fino a quando mi venne comunicato che non era più disponibile da tempo. Introvabile in libreria. Non mi detti per vinto. Da qualche parte lo avrei trovato… Feci una ricerca, e scoprii che una copia era disponibile alla biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze. Scrissi alla Direttrice Lucilla Conigliello, esponendole le mie necessità e lei, molto cortesemente, mi permise l’accesso alla biblioteca ed alla lettura del libro che cercavo. Mi immersi nella lettura di quelle lettere e rimasi lì tutto il giorno fotocopiando quelle che ritenevo più adatte a descrivere il percorso del portfolio. Il resto fu solamente un lavoro di impaginazione e di costruzione del percorso narrativo, estetico e letterario. Ho avuto molte soddisfazioni e riscontri da questo lavoro. Una delle più grandi è stata la lettura che ne ha fatto il professor Marcello Ricci, Docente e membro del Dipartimento Attività Culturali della Fiaf. Ricci ha detto che il mio lavoro presenta ‘uno svolgimento caratterizzato da omogeneità, coerenza, novità e sintesi, che sono criteri importanti nella costruzione di un portfolio’. Ed ancora: ‘Paolo Fani, con un intenso “crescendo” (ulteriore “criterio” costitutivo del portfolio), riesce a concretizzare una comunicazione importante dove non è assente, in fase conclusiva, una percettibile, delicata e modulata poetica in una atmosfera crepuscolare’. Il portfolio è fruibile sul mio sito Internet all’indirizzo: http://www.paolofani.it/gallery_detail.asp?cat=Manicomio-noslide ”.

Poi, c’è una mostra che ti ha fatto conoscere alcune persone. Di chi si tratta?

“Il lavoro che realizzai a Volterra decisi di portarlo in mostra. Al di là del successo di pubblico che ebbi ci fu un episodio che mi toccò notevolmente. Un pomeriggio venne a visitare la mostra una signora. Si trattava della vedova del dottor Carmelo Pellicanò, l’ultimo direttore dell’Ospedale psichiatrico, colui che si batté insieme a Franco Basaglia all’interno del movimento Psichiatria Democratica per ottenere la chiusura dei manicomi, che raccolse le lettere e pubblicò il libro dal quale avevo estratto le frasi a corredo delle fotografie. Concetta rimase con me tutto il pomeriggio e mi guidò attraverso le fotografie in una storia pazzesca. Mi raccontò di come si svolgeva la vita all’interno dei locali, mi parlò di alcuni dei personaggi che avevano animato quelle lettere, in particolar modo mi parlò di NOF4, acronimo di Nannetti Oreste Fernando, l’ingegnere minerario che realizzò i graffiti tutt’intorno alle mura della struttura detentiva utilizzando la fibbia dei pantaloni.  Mi disse delle difficoltà che incontrarono come famiglia dopo la presa di posizione del marito riguardo alle violenze perpetrate all’interno dei nosocomi. Le minacce ricevute per telefono da lei, i figli seguiti per strada, la gazzella della Polizia in prossimità dalla loro abitazione. La chiusura dei manicomi andò a toccare una parte importante dell’economia delle città che li ospitavano. Sono cose che poche persone conoscono. Ciò mi ha fatto riflettere su come singolarmente siamo tutti molto sensibili alle tematiche sociali ma diventiamo sordi quando nascondiamo le nostre idee all’interno di una comunità. Per questo a persone come Basaglia o Pellicanò va il merito di aver saputo portare avanti una battaglia di civiltà mettendo in gioco se stessi e le loro famiglie”.

Con la signora hai mantenuto i contatti?

“Con la signora ci siamo scambiati i numeri di telefono ed ogni tanto ci sentiamo per un saluto. Successivamente, anche altri suoi familiari vennero in visita alla mostra, ringraziandomi di aver riportato in luce un libro che sembrava dimenticato. Adesso il libro è di nuovo disponibile, anche se in un’edizione non bella come quella che ebbi occasione di leggere io. Sono stati cancellati tutti i nomi riportai nelle lettere, credo in base alla legge sulla privacy. E’ stato fatto tanto per dare voce a chi era stato negato di parlare e poi gli togliamo l’identità… Non capirò mai certe leggi”.

Con il tuo fotoclub stai promuovendo delle serate monotematiche. A chi si rivolge e perché?

“Come ti ho detto precedentemente, nei fotoclub c’è molta ‘fame’ di fotografia. La cosa straordinaria è l’interscambio di conoscenze fra soci. Interscambio che deve avvenire sempre senza fini di lucro. Siccome il Fotoclub Firenze è uno dei pochissimi club in Italia ad avere una sede permanente (che è anche galleria Fiaf per il centro Italia), mi è stato chiesto da parte di alcuni consiglieri anziani di tenere delle conferenze parlando di fotografia per temi, ed io ho accettato con entusiasmo. Abbiamo fatto la prima serata sul bianco e nero e sulla sua evoluzione dall’analogico al digitale dimostrando come alla fine non sia cambiato niente dal punto di vista teorico, e come, usando altri strumenti (quelli digitali), si arrivi agli stessi risultati. Il successo è stato tale che ci ha convinti a proseguire. Così sono venute fuori la serata sul ritratto, quella sull’uso del flash ed una sull’uso di Photoshop a livello base e avanzato. Ho preparato delle proiezioni di fotografie e schemi per spiegare con dovizia di particolari tutti gli aspetti delle tematiche affrontate e dei pdf da regalare agli intervenuti a fine serata per dargli gli strumenti necessari affinché possano mettere in pratica quanto affrontato. In alcuni casi viene chiesto un piccolo contributo come rimborso spese (che va totalmente al club) per l’affitto e la manutenzione della sala e delle apparecchiature (videoproiettore e computer). Parlando di fotoclub le serate sono rivolte prettamente a fotografi dilettanti, anche se ho avuto l’enorme piacere della partecipazione di professionisti ed anche di studenti del vicino Liceo Artistico ad indirizzo fotografico. Se altri club fossero interessati a queste serate possono contattarmi e vediamo di organizzare”.

Qualche domanda su di te, per conoscerti meglio. Quali sono i tratti principali del tuo carattere? Quali, ad esempio, i pregi?

“Oddio, è difficile parlare di se stessi riguardo alla personalità! Comunque, proviamoci dai. Credo in generale di essere un tipo allegro, molto ironico e credo che questo traspaia abbastanza nelle mie fotografie. Amo stare in compagnia e so mettermi a disposizione degli altri senza che mi costi fatica, non sono attaccato al denaro, ho sempre vissuto felicemente con quello che potevo permettermi e facendo un bilancio debbo dire che fino ad adesso la vita è stata molto generosa con me. Credo nella condivisione della conoscenza che ritengo sia l’unico mezzo per migliorare se stessi e gli altri”.

E quali sono i tuoi difetti?

“La mia vita è stata un alternarsi di ‘input’ di tipo assai diverso, arrivati in maniera discontinua e confusionaria e io sono il risultato di tutto questo. Ordinato e caotico, sognatore e realista, tranquillo e irascibile. Con una cultura fatta di mille culture, nessuna delle quali approfondita fino in fondo. Questo credo sia il mio più grande difetto perché a volte dà l’impressione che non prenda mai sul serio niente. Ma oramai ho accettato questi difetti che poi alla fine sono quelli che mi hanno spinto ad essere molto curioso nei confronti del mondo. L’altro difetto, forse ancora più grande, è quello che no ho ancora imparato a contare fino a 10 prima di aprire bocca… e non per mangiare…!”.

Quali sono i tuoi ideali irrinunciabili?

“Amare la propria famiglia e i propri amici. Vivere felicemente godendo di quello che si ha. Sorridere sempre, più che si può. Essere ironico. Rispettare le idee degli altri ma pretendere rispetto per le proprie. Essere se stesso e non vendersi mai per quello che non si è”.

Qual è la pellicola cinematografica che più ti sia piaciuta in assoluto e perché?

“Da fiorentino non posso che risponderti ‘Amici miei Atto I e II’. Film che sono diventati oggetto di culto nella città del sommo poeta. Pellicole intrise di quell’ironia tanto cara ai miei concittadini di ieri e che sopravvive anche in quelli di oggi e che non sempre viene capita da chi non gode del privilegio di abitare sulle sponde dell’Arno. Uscendo dal provincialismo, ti dico una serie di pellicole che mi sono piaciute, rovistando a caso fra i cassetti della mia memoria. Ultimo Tango a Parigi. Rivisto oggi, senza la morbosità e il pensiero di quello che scatenò all’epoca è un film con una storia molto drammatica e intrigante e con una buona fotografia. Apocalypse Now. Delirante… ma ricco di sequenze straordinarie. Il Nome della Rosa. Una delle migliori trasposizioni mai realizzate da un romanzo. Con uno Sean Connery superlativo ed anche qui con una fotografia molto efficace. Professione Reporter. La sequenza finale vale da sola il prezzo del biglietto. Era il 1975 la computer grafica era ancora un pianeta inesplorato. Balla coi lupi. Poetico e con delle sequenze fantastiche. Uno dei pochi film fiume che non mi ha annoiato. La prima trilogia di Guerre stellari. Perché avevo 13 anni quando lo vidi e rimasi a bocca aperta per tutta la durata del film. E ancora in sequenza: La vita è bella; Il miglio verde; La leggenda del pianista sull’oceano; Schindler's List; Il Postino; Lezioni di piano; The Blues Brother; Qualcuno volò sul nido del cuculo; Le fate ignoranti; I colori dell’anima”.

Che genere di libri leggi?

“Come ti ho detto prima la mia vita è stata un alternarsi di esperienze di tipo diverso e le mie letture la riflettono in pieno. Passo da un genere all’altro senza nessun criterio a seconda del momento e di cosa mi va di leggere. Spesso (direi quasi sempre) mi è capitato di leggere anche due, tre libri contemporaneamente e tutti di argomenti diversi. A parte i libri di fotografia, il libro che ho amato di più in generale è stato ‘Il nome della rosa’ di Umberto Eco perché è un romanzo che è molte cose insieme. Un giallo, un romanzo storico, un’allegoria delle vicende della storia italiana a partire dalla diatriba Guelfi – Ghibellini fino ad arrivare ai giorni nostri. Ed è inoltre descritta in modo sublime la ‘pazzia’ dell’intelletto umano che da una parte salvaguarda il sapere e dall’altra lo rende inaccessibile alle masse. Messaggio di condanna contro il cattolicesimo e la sua ottusità secolare a perseguire dogmi e convinzioni senza mai far avanzare di un solo passo l’umanità. Un altro libro che mi ha profondamente colpito è stato ‘Il mistero della genesi delle antiche civiltà’ di Alan Alford. In generale mi piacciono molto tutti i libri di scienze alternative ma questo in modo particolare tocca certi argomenti quali la comparsa dell’uomo sulla terra e la sua diversità rispetto a tutti i generi viventi che mi hanno fatto riflettere molto sulla teoria Darwinista dell’evoluzione. Alford affronta i misteri della nostra storia tipo la costruzione delle Piramidi e smonta i dogmi classici della scienza tradizionale invitando i lettori a ragionare col loro cervello considerando altre ipotesi. Un libro molto estremo ma che mi ha insegnato a cercare sempre un altro punto di vista”.

So che il tuo sogno nel cassetto sarebbe insegnare. E’ vero?

“Negli ultimi anni vedo un fiorire di corsi di svariato genere. Quelli che vanno per la maggiore o sono corsi che utilizzano la bellona di turno, meglio se nuda, in workshop tenuti in studio con sei, sette fonti di luce, pannelli, fondali… C’è un professionista che ti sistema tutto, una modella che sa come stare davanti all’obiettivo e spesso anche la make-up artist (truccatrice in italiano). Ti dicono pure che diaframma e che tempo impostare e il workshop  diventa esclusivamente una sessione di scatto. Poi torni a casa e siccome quasi nessuno dispone di uno studio sei punto e a capo e non hai imparato niente. Oppure ci sono i corsi di postproduzione, e quelli sono ancora peggio perché instillano nelle persone l’idea che è possibile fare tutto, recuperare tutto. Che la fotografia possa limitarsi a muovere con più o meno consapevolezza i cursori di Photoshop e che se uno sfondo non va bene lo cambio e via, questa non è fotografia ma spazzatura... Naturalmente sto parlando di fotografia amatoriale, il professionismo ha altri target. Le serate tematiche al Fotoclub mi hanno dato la consapevolezza che ho molto da trasmettere e quindi vorrei creare degli eventi dove riportare la fotografia a livello umano, dove insegnare ad osservare il mondo prima dentro l’obiettivo e solo dopo davanti a un monitor. Mi piacerebbe creare corsi dove i partecipanti tornino a casa con la consapevolezza non solo di aver appreso qualcosa ma anche di essere in grado di riproporlo con i propri semplici mezzi. Prossimamente vedrò come organizzare la cosa e come proporla. Grazie dell’ospitalità”.

MICHELE BRUCCHERI