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LA NOSTRA FIABA PERSONALE IDEATA E SCRITTA DA ELIDE FUMAGALLI

LA NOSTRA FIABA PERSONALE IDEATA E SCRITTA DA ELIDE FUMAGALLI

dic 15 2014

Michele Bruccheri intervista l’autrice di Bergamo che ha creato un sito web dal titolo “Vivo di fiabe”. Legate al nome di ciascuno. E stampate su pergamena 

 

 

 
 Elide Fumagalli

Ci sentiamo al telefono e racconta con singolare schiettezza della mia precedente intervista. Che sono stato capace di farla parlare a lungo e profondamente. Mi sento lusingato del sincero complimento. Il suo eloquio, scorrevole e delicato, mi conferma la sua straordinaria sensibilità. Elide Fumagalli, bergamasca, è un’artista di notevole talento e di indiscussa bravura. Appassionata di teatro, ha già pubblicato un volume di poesia. Ma il suo presente e il suo futuro hanno un solo nome: “Vivo di fiabe”.

E’ una filosofia di vita, ma è anche un sito web che vende fiabe personalizzate. Legate al nome. Possiamo farci questo regalo a Natale, a Pasqua, per il nostro compleanno, per l’anniversario di matrimonio… Sempre, in pratica. “Nel nome – mi spiega – c’è il nostro personale destino alla felicità. E’ un progetto di diffusione della felicità”. Ne ha scritta una persino per un istituto bancario. Chi vuole, la cerchi. E’ una donna in gamba, poliedrica e acuta.

Ama una citazione di Chesterton, il quale asseriva: “Le fiabe dicono più che la verità”. Ed è vero! Indubbiamente, la fiaba è la metafora della vita. E lei che insegna ai bambini e che impara da loro, vuole farci scoprire – con la nostra fiaba – il modo, forse unico e irripetibile, d’esser felici. “Nelle fiabe – continua Elide – c’è sempre il lieto fine e ogni periodo oscuro, finisce”.

Per ora, vuole “scrivere fiabe da mettere in un tubo, tutte rigorosamente stampate su pergamena”. Eccola in questa lunga e profonda intervista rilasciata alla versione online del nostro periodico d’informazione “La Voce del Nisseno”.  

 

Che cos’è “Vivo di fiabe”, Elide?

È  una filosofia di vita in cui credo a tal punto, da volerla portare al di fuori di me. In ogni fiaba c’è un protagonista che agisce correttamente che incontra l’antagonista. Questi potrebbe avere la meglio, ma c’è un aiutante magico che lo salva. Un po’ come la vita con le nostre lotte quotidiane. Noi abbiamo le risorse interiori per vincerle. Questo è l’aiutante magico. E poi c’è il lieto fine: vissero felici e contenti! Tutti abbiamo la possibilità d’esserlo. Vivo di fiabe è diventata da poche settimane anche un sito che vende fiabe personalizzate, legate al nome. Nel nome c’è il nostro personale destino alla felicità, io lo scopro, lo scrivo, lo illustro e lo racconto. È un progetto di diffusione della felicità.

 

Quante fiabe hai scritto? A quale sei più legata?

Scrivo fiabe da molti anni e ne ho a decine. La fiaba alla quale sono più legata è quella di un passerotto che resta vicino a un pupazzo di neve che si sta sciogliendo. È una fiaba sulla morte, uno dei grandi tabù di questi anni.

 

So che ne hai scritta una pure per un istituto bancario. E’ vero?

Sì, per la  Ubi banca nel 2010. Mi hanno dato i personaggi della loro banca e gli argomenti che dovevo trattare: il risparmio e il riciclo. Ho inventato la storia, l’ho sceneggiata per darla ai cre/grest da far recitare. Ho scritto una canzone che un compositore ha musicato e l’ho anche cantata!

 

Ami una bella citazione di Chesterton che recita: “Le fiabe dicono più che la verità…”. Spiegaci meglio questo concetto assai interessante?

“…affermano non solo che i draghi esistono ma che si possono sconfiggere”. Il drago è presente in tutte le culture, rappresenta le nostre paure, il nostro passato da sconfiggere. I racconti sono indicazioni su come superare i nostri limiti e le difficoltà. Siamo fatti della stessa materia dei sogni, come diceva Shakespeare ed è attraverso di essi che raggiungiamo la felicità e il nostro pieno compimento. Come? Immaginando le fiabe mentre le ascoltate o le leggete. La fiaba è metafora della vita, è la visione più profonda e atavica di essa. E immaginare significa: “in mago agere” far agire il mago che c’è in noi. Immaginate, mentre leggete o ascoltate le fiabe. E la vostra vita cambierà.

 

Tu insegni ai bambini. Cosa hai imparato da loro?

Nei loro sguardi c’è un modo di interpretare gli accadimenti con stupore, entusiasmo e sincerità. Ora mi sento simile a loro. E ancora…

"Nessun bambino è perduto se ha un insegnante che crede in lui" (Bernhard Bueb).

Io credo in ciascuno di loro, li osservo e scopro il modo di raggiungerli per dire loro: “Sei unico e meraviglioso, così come sei”. Qualcuno mi ha detto: “Dovresti pensarlo anche di te.” Sto cercando di far pace con la mia autostima. Le cose che getto tra le loro braccia e il loro cuore, mi stanno tornando indietro. Quando fai qualcosa per gli altri, ti ritorna, sempre.

 

C’è una fiaba di altri che avresti voluto scrivere tu? E perché?

Cenerentola, per cambiarla: una scopettata sulla testa alla matrigna e niente fuga per farsi inseguire dal principe, ma un bacio lungo e intenso per dirgli: “Ti amo, da subito! Sposiamoci cocco!”

 

Cosa ci insegnano le fiabe?

A essere noi stessi, sentendo parlare di qualcuno che, solo in apparenza, è distante nel tempo e nello spazio con il “c’era una volta”.

 

Quali sono i tuoi progetti artistici?

Far scoprire ad ognuno, con la loro fiaba, il modo, del tutto personale, d’essere felici.  Mi piacerebbe farlo soprattutto con bambini appena nati, così che lo conoscano da subito. Un lavoro che contribuisce alla pace del mondo: chi sta bene non ha bisogno di fare guerre, di nessun ordine e grado! Nemmeno con il proprio vicino.

 

Viviamo in un periodo di profonda crisi. Dal tuo “osservatorio”, cosa vedi?

Non ho la televisione, ascolto la radio ma esclusivamente la musica, non leggo quotidiani né notizie del mondo in internet. Molti mi dicono sia sbagliato e per un po’ mi sono sentita in difetto. Poi ho pensato: “Ognuno ha un suo ruolo”. Tutti sono diversi e danno il loro apporto all’umanità: un muratore, un progettista, una manager, una nonna. Io individuo i cambiamenti umani possibili, nelle fiabe che scrivo e proclamo che c’è una strada verso la pace e la felicità.

Anna Frank diceva: “E’ un miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora nonostante tutto perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.” In ogni periodo storico c’è qualcuno che ci crede, io sono una di queste. Nelle fiabe c’è sempre il lieto fine e ogni periodo oscuro, finisce. Lo dice la storia, lo dicono le fiabe. Sta già accadendo. Sono qui per dirvelo.

 

Le istituzioni cosa dovrebbero fare per aiutare di più e meglio il mondo della cultura?

Dalla crisi si esce investendo nel futuro: nei bambini e nella scuola. Quando la coperta è corta, la tiri su e si scoprono i piedi. Quando i tagli sono anche sulla sanità o su cose di vitale importanza, capisco che  la cultura e l’arte possano passare in secondo piano ma come diceva Saint-Exupery: “Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito.”  Tutto questo lo fa l’arte e la cultura.

 

Hai già pubblicato un libro di poesia. A che punto sono i tuoi progetti editoriali?

Per ora scrivere fiabe da mettere in un tubo, tutte rigorosamente stampate su pergamena, come una fiaba che si rispetti. Il mio progetto, per ora, si chiama “vivo di fiabe”.

Ma ho un altro paio di sogni nel cassetto: illustrare una storia di Giusy Quarenghi e che Chiara Carrer ne illustri una mia.

 

Una tua grande passione è il teatro. Cosa ti piacerebbe fare su questo fronte?

Portare le mie storie a passeggiare per l’Italia e per i cuori di chi m’incontra. Vorrei lasciare, così facendo, delle tracce. Magari non avranno il mio nome, ma sentiranno d’universo buono, quello da starci comodi dentro a respirare serenità e gioia.

 

Qual è il giorno più bello o commovente della tua vita?

Sembrerà banale… ma il giorno della nascita di mio figlio e di mia figlia: un musicista e un’artista che studia ancora all’accademia di belle arti. Non sono riuscita a convincerli a fare mestieri più raccomandabili.

 

E quello più triste e doloroso?

La morte di mio padre.

 

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

La valigia senza manico di Enzo Mari.

 

Sotto la doccia, quale canzone canti o fischietti?

Trullalero trullalà, ripetuto, variato, inzuppato d’acqua e di pensieri fatati.

 

Quale messaggio finale lanci dal nostro sito web del giornale?

Se tutti insieme guardassimo nella stessa direzione, prima o poi ci arriveremmo. Si può andare solo dove prima giungono i nostri occhi. E vivere di fiabe dal lieto fine, aiuta a risolvere la vita, non per fuggire dalla realtà, ma per cambiarla.

 

MICHELE BRUCCHERI