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GENTILESCHI, ABRAMOVIC E FUMAI: TRE GRANDI ARTISTE CORAGGIOSE CHE HANNO RESUSCITATO IL MITO

GENTILESCHI, ABRAMOVIC E FUMAI: TRE GRANDI ARTISTE CORAGGIOSE CHE HANNO RESUSCITATO IL MITO

gen 30 2018

di GABRIELLA PARISI – Esclusiva per La Voce del Nisseno: “La musa dell'arte è una musa inquieta e terribile, che possiede il corpo e l'anima dell'artista e non dà tregua. Scava nell'intimo, scuote violentemente la coscienza”

 
 Gabriella Parisi, autrice pugliese di questo articolo

Ci sono artisti che hanno osato, spingendo la propria ricerca artistica al di là di ogni limite e restituendo un senso profondo all'arte stessa che, dopo, non è stata più quella di prima.

E, in questa particolare categoria possono essere annoverate tre artiste, Artemisia Gentileschi, Marina Abramović e Chiara Fumai, che solo a prima vista potrebbero essere inquadrate come femministe ma che sono, a tutti gli effetti, artiste dotate di una straordinaria caratura artistica che le ha trasformate in icone potenti di significati espressivi profondi, che non si esauriscono mai e che anzi rimandano a tematiche atemporali, in cui irrompe con prepotenza il mito.

Queste tre artiste sono diversissime tra loro nella loro ricerca ma accomunate dal sacro fuoco dell'arte e dal coraggio di varcare la soglia, di trasmutare l'ispirazione artistica in una vera e propria esperienza spirituale, intesa nell'eccezione più ampia del termine, in cui la visione personale è dissolta in una narrazione di ampio respiro che abbraccia l'esperienza universale, conducendo il pubblico in un vero e proprio viaggio di scoperta, che scuote le coscienze anestetizzate e che cambia profondamente i paradigmi dell'arte. Artiste, ma anche guerriere coraggiose che non hanno esitato a gettarsi, anima e corpo, tra le fiamme divoratrici di quel sacro fuoco dell'arte che annichilisce ma che, allo stesso tempo, fa germogliare il frutto più prezioso, l'essenza più ambita e autentica: l'umanità.

Molti credono che l'arte sia una musa rassicurante, pronta a consolare l'artista con ispirazioni ammalianti e rasserenanti: quanto di più sbagliato. La musa dell'arte è una musa inquieta e terribile, che possiede il corpo e l'anima dell'artista e non dà tregua. Scava nell'intimo, scuote violentemente la coscienza e richiede il sommo sacrificio dell'ego dell'artista per svelare i segreti della bellezza della rivelazione e concedere la tanto agognata ispirazione.

No, non potranno mai capire l'essenza profonda dell'arte coloro che ne fanno una brutale mercificazione e quelli che distillano vacui discorsi strabordanti di retorica, ma privi di contenuto e anima. Il grande artista tedesco Joseph Beuys affermava, in modo lucido, nella sua celebre performance del 1965, Come spiegare i quadri a una lepre morta, che è più sensibile e capace di comprendere intuitivamente l'arte una lepre morta di tanti uomini che, seppur vivi, sono totalmente avulsi, con la loro ottusa razionalità, ad accedere alla realtà astratta e spirituale dell'arte.

 
 Giuditta con la sua ancella di Artemisia Gentileschi 

Realtà spirituale dell'arte che è resa visibile nelle possenti opere pittoriche di Artemisia Gentileschi, dalla luce che, fondendosi con la materia pittorica, fa emergere il significato mistico e divino.

E, come non restare estasiati e rapiti dalla travolgente bellezza delle opere di Artemisia, come in Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613) e Giuditta con la sua ancella (1618-1619), in cui è tradotta in immagine la virtù dell'Humilitas che uccide la Superbia. Opere in cui è palpabile l'influenzate diretta della pittura di Caravaggio che aveva fatto del naturalismo il suo cavallo di battaglia assieme alla luce che modellava sapientemente le figure dei personaggi, facendole emergere in tutta la loro verità e realtà, attraverso un “verismo” potente che ne coglieva ogni piaga esteriore e interiore, con un chiaroscuro violento che li catapultava impetuosamente sulla ribalta del palcoscenico della realtà, in tutta la loro drammaticità.

Per Mary D. Garrard, autrice del saggio Artemisia Gentileschi: The Image of the Female Hero in Italian Baroque Art: «Oggi basta fare il nome di Artemisia Gentileschi per evocare una pittura drammatica, popolata di energiche figure femminili rappresentate in modo diretto e intransigente, e che si rapporta e si integra con gli eventi della vita dell'artista».

Artemisia è stata, senza ombra di dubbio, un'artista che ha lottato duramente per affermarsi in un'epoca, il Seicento, in cui il mestiere del pittore era riservato esclusivamente agli uomini e in cui una pittrice donna non era vista di buon occhio, sia per i tanti pregiudizi e sia perché sarebbe stato quasi impossibile ambire a una prestigiosa committenza. La sua ascesa è stata fulminante, dallo studio del padre pittore Orazio Gentileschi, da cui ha ereditato l'alchimia dell'impasto dei colori e l'amore per l'arte, alla sua maturazione come artista di eccelsa caratura a Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Londra, in cui ha dimostrato sempre un grande talento unito a un forte carattere, che hanno trasformato la sua arte in una potente narrazione dell'ideale di giustizia e della temerarietà del coraggio che sfida ogni difficoltà.

Artemisia ha combattuto duramente per abbattere tutti i pregiudizi e difendere i suoi diritti, non accontentandosi di un destino rassicurante tra le mura domestiche, anzi sfruttando quelle quattro mura per studiare e dipingere perché a lei, essendo donna, le era negato persino dal padre di studiare dal vivo tutti i capolavori dell'arte a Roma.

 
 Marina Abramovic - Rhythm 0

E, ancora più temerariamente, ha affrontato con estremo coraggio il processo per stupro contro il pittore Agostino Tassi, detto lo “smargiasso”, sostenendo un processo pubblico che si era rivelato una vera e propria tortura per la psiche e il corpo di Artemisia, che per vedere difesi i propri diritti aveva dovuto fronteggiare la maldicenza dei suoi detrattori, esami medici umilianti e, come se non bastasse, essere sottoposta pure a uno strumento di tortura, una sorta di “macchina della verità”, il "tormento dei sibilli”, che avrebbe potuto mettere fine per sempre alla sua carriera di artista e che dagli atti processuali figurava come una “tortura disposta per emendare la colpa”, questo perché nel Seicento lo stupro era declassato a reato contro la morale e non contro la persona.

Artemisia Gentileschi è stata un'artista che ha incarnato potentemente la figura di Antigone di Sofocle, personificazione del capovolgimento delle convenzioni sociali che vedevano le donne sottomesse e sempre accondiscendenti all'autorità dell'uomo, con la vittoria del diritto soggettivo contro la tirannia delle regole imposte.

Diametralmente opposta è la ricerca dell'artista contemporanea Marina Abramović che può apparire molto destabilizzante e, per molti aspetti, a volte difficile da comprendere per via di molte sue scelte azzardate che collocano la sua arte in un territorio che sconfina nella sperimentazione vera e propria, nella performance intesa come evento irripetibile e non programmato, con tutte le incognite del caso.

Marina Abramović è famosa per le sue performance estreme in cui ha sperimentato il dolore, il disagio, la paura e la vulnerabilità, sperimentando i limiti della tollerabilità del corpo e, nello stesso tempo, scoprendo la forza della mente. Infatti, come spiega la stessa artista: "Sono interessata a quanto lontano puoi spingere l'energia del corpo umano, quanto lontano puoi andare, e poi vedere che, in realtà, la nostra energia è quasi illimitata. Non riguarda il corpo, riguarda la mente, ti spinge agli estremi che non potresti mai immaginare".

Un fatto è certo: Marina Abramović è una grande artista. Nata a Belgrado nel 1946 e naturalizzata statunitense, è attiva sulla scena dell'arte da oltre quattro decenni e la sua ricerca è innovativa perché ha introdotto una nuova concezione d'arte che indaga i limiti fisici e le possibilità mentali, che coinvolge l'artista e il pubblico, entrambi uniti da un “dialogo energetico” in occasione delle sue performance che possono durare parecchie ore, se non addirittura mesi.

 
 Chiara Fumai. In copertina, Marina Abramovic - Balkan Baroque

Nel 2008, l'artista è stata decorata con la Commander Cross austriaca per il suo contributo alla storia dell'arte. Attualmente, la Fondazione Marina Abramović (MAI) incoraggia la collaborazione tra le arti, la scienza e le discipline umanistiche; MAI svolgerà in futuro il compito di documentare tutta la produzione artistica di Marina Abramović.

The Artist is present è stata la performance di Marina Abramović del 2010 al MoMA di New York in cui, nell'arco di quasi tre mesi e per otto ore al giorno, l'artista ha atteso silenziosamente, seduta a un tavolo di legno con di fronte una sedia vuota, che si alternasse il pubblico, il quale ha sperimentato uno stato emotivo intenso, emozionandosi e commuovendosi fino alle lacrime.

Un pubblico che è chiamato a interrogarsi nel profondo anche su tematiche di stringente attualità e drammaticità, come quello sulla guerra nella sua performance Balkan Baroque, premiata con il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia del 1997. Performance di un pathos straordinario in cui l'artista è stata impegnata in un tragico ed estenuante rituale in cui, seduta su un mucchio di 1500 ossa di bovino con addosso un camice bianco sporco di sangue, ripuliva con una spazzola di ferro, poi con acqua e sapone, tutte le ossa dei bovini, intonando canti della sua giovinezza in Serbia. Durante questa lacerante performance, Marina Abramović denunciava con potenza gli orrori della pulizia etnica della guerra nell'ex Jugoslavia, offrendosi, nello stesso tempo, come “vittima sacrificale” in un intenso rituale di purificazione per espiare le colpe etniche.

L'opera in assoluto più inquietante e destabilizzante di Marina Abramović è stata la performance Rhytm 0 del 1974 alla Galleria Studio Morra di Napoli, in cui l'artista presagiva in modo allarmante che: “Il pubblico può uccidermi”. Le istruzioni disposte dall'artista per il pubblico, sul tavolo della galleria durante questa performance, stabilivano regole ben precise e recitavano così: “Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate; Io sono l’oggetto; Mi assumo completamente la responsabilità di quello che faccio; Durata: 6 ore (dalle 20:00 alle 2:00)”.

Marina Abramović ha descritto con queste parole la sua esperienza dopo la performance Rhytm 0: “Quello che ho imparato è che se ti affidi e ti abbandoni al pubblico, loro possono arrivare a ucciderti. Mi sono sentita davvero violata, qualcuno mi ha infilato le spine della rosa nello stomaco. Si è creata un’atmosfera aggressiva. Dopo sei ore (come pianificato), mi alzai e iniziai a camminare verso la gente. Tutti scapparono via per sfuggire il confronto vero e proprio. E’ stata la pièce più pesante che abbia mai fatto, perché ero totalmente fuori controllo”.

Il volto di Marina, fotografato dopo la performance, sembrava quello di sant'Agata nell'opera Il Martirio di sant'Agata di Giambattista Tiepolo: è un volto sofferente ma pieno di dignità e bellezza, che scuote profondamente le coscienze.

Marina Abramović, come il mito di Ifigenia, si è offerta come vittima innocente sacrificale a un pubblico che, infrangendo deliberatamente il patto di fiducia instaurato tra artista e pubblico, ha perso ogni maschera e ha rivelato il suo volto peggiore, capace di agire il male. Un pubblico che ha perso la sua parvenza di normalità e innocenza, sperimentando come il divario tra il bene e il male è facilmente oltrepassabile da un atto volontario, cosciente e razionale.

“L'innocenza è pericolosa”, questo è il messaggio che sembra riecheggiare nella performance Rhytm 0 di Marina Abramović, concetto espresso con potenza dal regista Nicolas Winding Refn attraverso il suo film capolavoro The Neon Demon in cui esprime, in tutta la sua verità e crudezza, il senso di questo ossimoro che è un monito straordinario che rivela il doppio significato di: perdita dell'innocenza, come stato in cui si agisce il male, e dell'innocenza stessa intesa come innesco pericoloso per subire il male.

Anche la sperimentazione artistica di Chiara Fumai si è mossa nel territorio della libertà espressiva attraverso le performance, analizzando la dicotomia potere-sovversione per rivelare le molteplici possibilità di significato e di interpretazione. Ispirata dal femminismo più radicale e dall'esoterismo, ha mischiato sapientemente le carte tra realtà e finzione, evocando in modo visionario personaggi femminili suggestivi che fanno parte della contro-cultura.

Chiara, nata a Roma nel 1978 e morta a Bari nel 2017, è stata un'artista di grandissimo talento, dotata di una straordinaria sensibilità e intelligenza, con una carriera fulminante e brillante alle spalle. Laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano, ha frequentato il XV Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como e Teoria dell’Arte al Dutch Art Institute di Arnhem, dove successivamente è stata invitata come visiting professor.

La sua carriera artistica è stata notevole, costellata da importanti riconoscimenti internazionali e partecipazioni a mostre prestigiose. La sua carriera artistica ha avuto l'incipit a Bari, nel 2010, con una performance a Palazzo Mincuzzi in via Sparano, partecipando poi al Premio Lum nel Teatro Margherita ed esponendo alla galleria Murat122. Nel 2012, è stata invitata da Carolyn Christov-Bakargiev a dOCUMENTA(13) a Kassel, nel 2015, ha preso parte alla Project Room al Museion di Bolzano e poi è stata insignita, nel 2016, del Premio Vaf al Macro di Roma e del Premio New York.

L'artista ha affermato, in un'intervista, che le sue opere derivavano dalle sue esperienze di vita, studi, riflessioni, incontri, crisi e intuizioni, e che le sue performance erano la sua autobiografia.

Le performance di Chiara Fumai, osservate da una prospettiva posteriore, appaiono come tentativi di dar forma ai suoi demoni interiori, palesando nello stesso tempo un animo inquieto e sensibile che materializza la dimensione della vulnerabilità del corpo. “Il corpo” - come ha dichiarato con parole piene di disincanto la femminista americana Judith Butler - “implica mortalità, vulnerabilità, partecipazione: la pelle e la carne ci espongono allo sguardo altrui, ma anche ai contatti e alla violenza”.

A Valerie Solanas (1936-1988), scrittrice e attivista femminista statunitense, dedicò una performance, Chiara Fumai legge Valerie Solanas, in cui interpretò con eleganza e trasporto il suo violento Manifesto SCUM del 1968, in occasione della IX edizione del Premio Furla, performance che fu premiata con l'omonimo premio. A dOCUMENTA(13) nel 2012, con la videoinstallazione The Moral Exhibition House portò in scena Carla Lonzi (1931-1982), critica d'arte diventata attivista femminista e autrice cofondatrice delle edizioni di Rivolta Femminile fondate nel 1970, interpretando con una performance i suoi saggi Sputiamo su Hegel e Io dico Io.

Con la videoinstallazione The Book of Evil Spirit del 2015, Chiara Fumai ha dato voce alla famosa sensitiva del ‘900 Eusapia Palladino, citando in quest'opera alcune sue precedenti performance e personaggi femminili, come la donna barbuta Annie Jones, le scrittrici Ulrike Meinhof e Carla Lonzi. In quest'opera, la voce di un suo personaggio rievocato afferma: “Chi ha detto che la cultura è una meta sublime? E' la meta sublime dell'autodistruzione. Acculturandoti hai aderito senza riserve a una richiesta che ti esclude. Hai voluto partecipare senza esistere in proprio. Alla fine sei irriconoscibile”. Il fine ultimo dell'artista Chiara Fumai era quello che il pubblico smettesse finalmente di osservare e iniziasse a creare, e che il compito dell'artista fosse quello di mettere in discussione la cultura.

Chiara Fumai ha avuto il coraggio di scrutare la realtà, compiendo un audace atto di “hybris”, e mettendo in discussione se stessa e il pubblico, addentrandosi e perdendosi nel labirinto di una realtà occulta immagine del Chaos, che esprime metaforicamente l'irrazionalità della vita stessa in perenne tensione dialettica con l'ordinato mondo su cui regge il Comos, in cui ombra e luce sono legate indissolubilmente, come la vita e la morte, che appaiono come facce di una stessa medaglia.

E noi, sapremo custodire il testamento spirituale tramandato attraverso l'arte da queste grandi artiste?

GABRIELLA PARISI