PER RICOMINCIARE


Pasquale Petix

Pasquale Petix

L’EDITORIALE/2. “Non ci sono altre strade: educare è sognare”

 Il Natale ormai prossimo esorta a riguadagnare l’innocenza del bambino di Betlemme. Sarà per questo motivo che mi è tornata alla mente una favola dei fratelli Grimm,  quella del Re Ranocchio, che così comincia: “Ai tempi antichi, quando desiderare era ancora efficace, viveva un re che aveva delle figlie tutte bellissime; ma la più giovane era così bella che persino il sole, che ne ha viste tante, andava in estasi ogni volta che splendeva sul suo volto”.
Un grande psicologo,  Bruno Bettelheim, ha scritto che quest’inizio situa la storia in un’epoca irripetibile, da fiaba. Dentro ciascuno, in un angolo del cuore, dev’esserci ancora questo lembo arcaico che da bambini ci permetteva di trasformare la fiaba in realtà e di farci credere, come nel racconto dei Grimm, che il sole posa lo sguardo sulla sublime bellezza della fanciulla e partecipa agli eventi.
La fiaba ha il compito di fare luce e avvicinare i bambini con sapienza alla realtà. Senza nascondere i pericoli che la vita inevitabilmente presenta. Le favole hanno anche la funzione  di costruire nella giovane mente un atteggiamento positivo. La narrazione fiabesca, che tutto fa apparire possibile, propone grandi insegnamenti. Uno di questi è che i desideri se non possono smuovere le montagne, almeno devono aiutare a cambiare in meglio il proprio destino, tanto che la conclusione di ogni fiaba è: così tutti vissero felici e contenti.


Oggi, gli adulti, danno alla fiaba una connotazione negativa: non raccontare favole, dicono assai spesso. Accostando la favola alla bugia. Mentre sarebbe più corretto e opportuno dire: non raccontare menzogne. La favola va distinta dalla frottola. La sua missione è proprio quella di incantare perché così aiuta a scoprire i diversi aspetti della realtà e a vivere meglio. Al contrario i reality alla “grande fratello” allontanano dalla realtà. Spingono ad evadere dalla vita e dai suoi problemi. La tv è diventata un placebo.
E forse c’è un nesso tra la scarsa importanza che la favola ha oggi e la fase di disincanto che stiamo vivendo. Non si crede più in nulla. Non si crede nella possibilità di mutare la propria condizione, di modificare l’assetto ingiusto del mondo, di ricostruire la convivenza su basi di uguaglianza e di solidarietà, di lealtà e di coerenza. È venuta meno la fiducia nel proprio futuro, mentre la disperazione divenuta rabbia si fa largo nella mente e nelle strade. Ma se questo è il frutto di un approccio educativo sbagliato occorre con pazienza, senso di responsabilità e sacrificio ricominciare d’accapo. Non ci sono altre strade se non convincersi che educare è sognare. Lo dice bene Danilo Dolci in una poesia: “C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato”.            

PASQUALE PETIX

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