L’editoriale del docente universitario e sociologo Pasquale Petix: “La nostra economia si rivela sempre più un castello di sabbia”

Pasquale Petix
La provincia di Caltanissetta ha sempre avuto un’economia difficile. Tra il 1966 e il 1975 ad una ad una chiusero le più importanti miniere di zolfo perché esauste o perché antieconomiche. A metà degli anni ‘80 cessò definitivamente anche la coltivazione dei sali potassici. Dopo un lungo tira e molla, la politica degli affari con l’avallo sindacale, decise di porre la parola fine alla storia mineraria della provincia di Caltanissetta. Dell’epoca delle miniere è rimasta viva la memoria. Un mondo di lutti e di riscatto, di dolore e di lotta, che ha contribuito a scolpire un’impronta di civiltà nella cultura nissena e isolana.
Quasi contemporaneamente, alla chiusura delle miniere, si consumò la capacità propulsiva del polo chimico di Gela. Dal 1989, l’Eni ha tagliato quasi 1.800 posti di lavoro. Alla provincia che ha come capoluogo l’antica Qal-at-nisa (il castello delle femmine), non rimase che il terziario tradizionale, legato alla pubblica amministrazione e al commercio, con l’aggiunta dell’assistenzialismo ultraclientelare degli uomini dei partiti della prima repubblica i cui epigoni purtroppo continuano a fare danni ancor’oggi. E’ vero che non sono mancati i tentativi di resurrezione economica: dall’idea del polo dei servizi sanitari e formativi, alla costituzione del consorzio universitario, dai Patti territoriali di Caltanissetta e San Cataldo ai progetti di impresa grazie (sic!) alla legge 488, dal Contratto d’area al Patto del Golfo a Gela. La realtà è che purtroppo il terzo giorno non è mai arrivato. E l’ultimo decennio presenta una lunga striscia di storie, spesso così sconcertanti da sembrare inventate di sana pianta, che hanno prima illuso e poi scaraventato nella disperazione centinaia di uomini e donne. Fatti che la dicono lunga sulla consistenza del tessuto civile delle nostre comunità. Una di queste vicende è quella del polo tessile di Riesi. La formula messa a punto da Pietro Capizzi era abbastanza convincente. Che senso ha produrre nelle fabbriche dell’est europeo o asiatico, quando in Sicilia, ci sono lavoratrici altamente qualificate, disposte addirittura a programmare eventuali gravidanze, in piena armonia con le esigenze dell’organizzazione produttiva? Detto e fatto, nel Duemila iniziò l’avventura del tessile. Riesi come Biella, Prato, Treviso. Un miracolo. Quattrocento persone vennero assunte. Sennonché, dopo qualche anno, nel dicembre del 2005, il sogno del tessile si era già trasformato in un incubo.
Un’inchiesta della Guardia di Finanza porta in carcere l’imprenditore Pietro Capizzi. E’ accusato, con altri, di truffa allo Stato ed all’Unione Europea, frode fiscale e bancarotta fraudolenta, per un totale di 16 milioni di euro. Una storia di false assunzioni, lavoro nero, illegittimi contributi statali ed europei, distrazione di beni. Nel giro di pochi giorni i 400 lavoratori della “Riesi maglierie”, si verranno a trovare sull’orlo di un baratro che appare sempre più incolmabile. Infatti, il 19 luglio scorso si è concluso, presso il Tribunale di Caltanissetta, dopo le richieste di patteggiamento formulate dagli imputati, il primo troncone del processo generato dalla bancarotta. La pena contrattata da Capizzi è di 4 anni e 8 mesi di reclusione, da aggiungere all’interdizione dai pubblici uffici per un periodo di 5 anni e dagli incarichi aziendali per 10 anni. Ora è all’esterno delle aule giudiziarie che la situazione rischia di sfuggire di mano. Gli ex lavoratori del Polo tessile dopo anni di manifestazioni (sciopero del voto, blocchi stradali, occupazione del Comune), si trovano ormai con le spalle al muro derubati del loro futuro. Un’altra storia, ancor più caratterizzata da inaudita sfrontatezza e disprezzo scientifico della legge, è quella dell’Admiral srl con sede a Roma, costituita nel 1999 ufficialmente per produrre e commerciare caramelle, ma il vero scopo era quello di colpire e affondare, otto anni dopo, 709 poveri cristi in cerca di lavoro. Come si legge dalla denuncia presentata dalla FLAI-CGIL di Caltanissetta, i soci dell’Admiral risultano essere due signore: Assunta Antonietta Giammusso e Giovanna La Gumina, quest’ultima amministratore unico.
Le due donne sono rispettivamente le mogli di Michele Petronio di Caltanissetta e dell’Avvocato Rosolino Gagliardo di Palermo che ha curato l’ufficio legale della società. L’Admiral srl risulta proprietaria di uno stabilimento costruito nel 2003, situato nella Zona industriale di Caltanissetta, che si sviluppa su un’area di circa 20.000 mq. La società pare abbia avuto fondi per tre milioni e mezzo di euro in base alla legge 488.
Nel 2007 tutto pare pronto per avviare la produzione. I macchinari e le materie prime sono al loro posto e i compari, con gran battage, avviano la selezione del personale. E con la fame di lavoro che c’è, nell’inganno scivolano quasi 2000 persone. I candidati per presentare il curriculum assediano lo stabilimento di Via Artale Aragona e l’Ufficio per l’impiego. Mettono in croce i politici che contano e quelli che millantano, pur di ottenere una raccomandazione.
Alla fine la società effettua 709 assunzioni a tempo indeterminato full-time. Almeno così risulta all’Inps per il periodo che va dall’8 ottobre 2007 al 23 gennaio 2008. Solo che i lavoratori non hanno mai preso lavoro. Tranne venti operai, tutti gli altri sono rimasti a casa. Per contro i venti “fortunati” hanno lavorato solo alcuni mesi e non hanno ricevuto mai una lira. L’Admiral non evade gli ordini, sebbene alcuni clienti abbiano pagato degli acconti in contanti o con lettera di credito che la società prontamente presenta alle banche per ricevere liquidità. Tutto ciò si trascina fino al primo marzo 2009, quando i 20 lavoratori “veri” si trovano l’ingresso della fabbrica sbarrato. Tutti licenziati, senza alcuna preventiva comunicazione ufficiale. Sul finire del luglio 2010, per iniziativa dei venti operai, sono state avviate le procedure di pignoramento dei beni della società. Dinanzi al cancello chiuso da una catena, stazionano i lavoratori che palesano, in vero, sentimenti incerti: chi piange e chi ride. Ed hanno ragioni da vendere perché è davvero una tragicommedia senza sbocchi.
La provincia di Caltanissetta è davvero in ginocchio e disperata. Lo dimostrano altri fatti come il trasferimento della linea di imbottigliamento dell’Averna in Emilia, con la messa in mobilità degli addetti; il disimpegno del gruppo Zappalà a Butera; la cassa integrazione per i 70 lavoratori del centro di prima accoglienza di Pian del Lago; il fallimento del polo universitario; l’annuncio dell’Eni di 400 operai in esubero a Gela; i 320 e passa precari tagliati dalla scuola della signora Gelmini; le infiltrazioni mafiose alla Zonin nel territorio di Mazzarino; il caporalato che controlla il lavoro di migliaia di lavoratori (comunitari ed extra) dell’ortofrutta nell’area Niscemi-Gela-Butera. Insomma, mentre la politica impotente e fatua s’annaca facendo finta di essere preoccupata, l’economia di Qal-at-nisa si rivela sempre più un castello di sabbia in sfacelo.
Pasquale Petix







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