L’EDITORIALE. Per apprezzare la presenza degli altri, bisogna apprezzare se stessi: “Un po’ di sana solitudine non farebbe poi così male”. Per comprendere di quale socialità abbiamo davvero bisogno.

Pasquale Petix
Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri. Ma ciò nonostante pare che l’impegno principale sia quello di complicarsi vicendevolmente la vita. Forse bisognerebbe chiedersi: ma che cos’è la socialità? E all’interrogativo si potrebbe rispondere dicendo che la socialità altro non è che la disposizione generica dell’essere umano a stabilire con gli altri un qualche tipo di relazione sociale. Bisognerebbe, è vero, distinguere tra socialità e sociabilità, ma il discorso andrebbe per le lunghe per cui diamo per buona la prima definizione.
Dunque siamo esseri socievoli perché naturalmente portati a stabilire rapporti con gli altri. Ora resta da vedere se, nel momento in cui entriamo in contatto (perché è inevitabile), gli altri – per noi – diventano il paradiso o l’inferno, e se noi – per gli altri – rappresentiamo il paradiso o l’inferno. È la questione centrale di tutta la vita perché riguarda sia i legami più stretti come quelli familiari, sia quelli di raggio più ampio, come quelli vissuti all’interno della comunità, della città, dello Stato. Ed è su quest’ultimi che ci soffermeremo per ragionare su qualche luogo comune che sarebbe opportuno smascherare. Si prenda ad esempio la diffusa idea, dalle nostre parti, di ritenersi campioni di socialità. Ma vogliamo mettere la musoneria, l’orsaggine di quelli del nord, con la solarità, l’allegria di quelli del sud? Vengano a vedere le nostre feste, le nostre processioni, le nostre cerimonie. Vengano da noi ad apprendere come si sta assieme.
In questo quadretto di presunta alta socialità vi è tuttavia qualcosa che non torna. Come la mettiamo con le strade sporche, le ‘pubelle’ ricolme di rifiuti e che diffondono miasmi, gli schiamazzi, gli atti di vandalismo, l’indisciplina stradale. Come la mettiamo con l’evasione fiscale, il clientelismo, le pseudo iniziative imprenditoriali per scroccare contributi (soldi di tutti), il calcestruzzo depotenziato, la disamministrazione, il gattopardismo politico e via di questo passo. In questi comportamenti la socialità dove alberga? Sono tutti comportamenti che denunciano piuttosto un’overdose di egoismo e di assoluto disprezzo per gli altri. E la presunta socialità?
Dalle neuroscienze sappiamo che è l’emisfero sinistro del cervello che presiede al processo di sviluppo della socialità, perché: interpreta il comportamento dominante, consolida la coerenza nella condotta, organizza e ordina il mondo circostante. Dalle nostre parti, addestrato dalla storia, questo emisfero produce risposte furbesche più che strategie pro-sociali. Dopo di che uno se la canta e se la suona come meglio gli aggrada per sostenere l’autoinganno. Ad esempio, come se non bastassero tutti i riti religiosi che gli spagnoli ci hanno addossato, tutte le occasioni sono diventate buone per fare ulteriori feste (della mamma, del papà, dei nonni, dei fidanzati, dei soci, dei tifosi, di chi ha vinto le elezioni, e per ultimo la notte bianca anche per i pargoli della scuola primaria). Tutte occasioni di folla che in realtà esprimono una ricerca ossessiva di socialità che ha connotati isterici, perché si trasformano spesso in caciara e cazzeggiamento, al fine di allontanarsi da se stessi e dalla effettiva vicinanza con gli altri. È una fuga dai reali problemi di socialità che non si vogliono e/o non si sanno affrontare. Del resto prima di apprezzare realmente la presenza degli altri devo apprezzare il mio star bene con me stesso. Un po’ di sana solitudine non sarebbe poi così male. Specialmente se ci potesse aiutare a comprendere di quale socialità abbiamo davvero bisogno. Perché ci dobbiamo meravigliare dell’ordine e della pulizia che regna a Merano? Del senso di responsabilità che anima i comportamenti sociali di impiegati, automobilisti, scolari e amministratori di gente che a malapena mastica l’italiano?
Sì, è vero: hanno qualche processione in meno, parlano poco, camminano con passo felpato. Ma vivaddio quando uno arriva in una realtà come quella, capisce che l’educazione conta e costruisce futuro per le nuove generazioni.
Pasquale Petix







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