Pasquale Petix, sociologo e docente universitario, racconta una bella esperienza della nostra scuola.

Il professor Pasquale Petix ricevuto dal Presidente della Provincia di Vicenza
“La Sicilia chiama, il Veneto risponde”. I giornali di Vicenza hanno titolato così l’esperienza che raccontiamo in questo articolo. “Sud chiama Nord” non è solo uno slogan, ma è il titolo di una bella pagina che la scuola ha saputo scrivere durante lo scorso mese di marzo. Una storia significativa che si è potuta scrivere grazie al Programma Operativo Nazionale e ai fondi dell’Unione Europea. Grazie all’entusiasmo, nonostante le mazzate che con rara determinazione il Governo sta distribuendo a tutta la scuola pubblica, di docenti motivati e competenti dell’ITIS Marzotto di Valdagno e dell’ITCG Galileo Galilei di Canicattì. Grazie agli amici della Confindustria e agli esperti dell’associazione culturale ForTes di Vicenza.
Va subito precisato che l’esperienza dello stage lavorativo è una cosa del tutto diversa rispetto alle gite altrimenti dette “visite d’istruzione” che gli alunni di solito fanno e che a mio avviso sarebbero da ripensare, vista la scarsa ricaduta che hanno sulla crescita culturale degli alunni.
I quindici allievi, selezionati per merito scolastico, che per due settimane hanno avuto il loro primo contatto con il mondo del lavoro svolgendo lo stage in ben dieci reparti aziendali ed uffici pubblici della Provincia e del Comune di Vicenza, sono tornati visibilmente ricchi di un valore aggiunto che la sola lezione d’aula non può assolutamente dare. Si cresce mettendosi in gioco sul piano relazionale e sul piano della messa in pratica delle conquiste acquisite. In questo modo si possono riconoscere i propri limiti, ma anche le strategie per ammortizzarne gli effetti negativi. Si cresce se si è capaci di togliere il rumore di fondo del mondo in cui si è continuamente immersi per confrontarsi con problemi nuovi, con persone che rappresentano un’altra cultura, un’altra visione del lavoro. Se la scuola e l’università sanno dare queste opportunità hanno fatto il loro dovere fino in fondo.
Quando sette anni fa, assieme al professor Diego Lana, docente di Economia aziendale, abbiamo voluto intraprendere questo cammino per vedere da vicino il modo di lavorare, il modo di fare impresa dei contesti territoriali più sviluppati del Paese, ci siamo imbattuti, ma non per caso, con la Confindustria di Biella, in particolare con la sezione che riunisce i Giovani industriali biellesi. In loro trovammo degli alleati preziosi per far vivere agli allievi più volenterosi un percorso di eccellenza, in grado di offrire un’esperienza umana, professionale e civile di grande impatto emotivo e intellettivo. Anche per questa iniziativa possiamo dire la stessa cosa. Nella Confindustria di Vicenza abbiamo trovato un partner eccezionale che è capace di interfacciarsi con gli istituti superiori e con l’università in modo ottimale, grazie al suo ufficio Education, di cui è responsabile la dottoressa Cristina Toniolo. I giorni passati nelle aziende a lavorare per 6/7 ore al giorno, lo scambio relazionale avuto con i compagni di lavoro, con i tutor aziendali e interaziendali, con le tante personalità del mondo del lavoro vicen-tino che questi giovani hanno avuto la fortuna d’incontrare, tutto questo ha lasciato una traccia duratura nella loro intelligenza oltre che nel loro cuore.
Sicilia e Veneto. Sud e Nord fanno parte di un’unica Comunità educante, di un Paese che deve saper proporre ai giovani ideali e occasioni forti per far maturare in loro il desiderio di migliorarsi per riuscire a realizzare il loro personale progetto di vita e al contempo dare un fattivo contributo per far progredire le comunità che li hanno visti nascere. Questi allievi hanno studiato in modo diverso durante le due settimane dello stage. Il loro vero professore è stato l’ambiente di lavoro. Ogni ambiente lavorativo ha il suo carattere e le sue specificità. Può accogliere o respingere, può aiutare, sostenere o rendere ancor più difficile l’espletamento delle proprie funzioni. Può dare l’opportunità di svolgere il lavoro per cui si è preparati, ma anche pretendere che ci si adatti a svolgere mansioni per le quali non ci sentiamo pronti.
Ecco perché la scuola dev’essere una palestra dove ci si allena ad essere autonomi, mentalmente flessibili, dove si possono acquisire abilità e competenze operative e relazionali. La scuola è lo strumento che l’uomo si è inventato per avvicinare le nuove generazioni a saper ben vivere nel mondo. Ma attenzione: la scuola non è il mondo. Il mondo, la vita sono realtà assai più complesse e difficili. Però la missione della scuola è proprio quella di rappresentare una palestra per la vita. Se la scuola sa allenare, allora è una buona scuola; altrimenti abbiamo sprecato tempo e denaro.
Sicuramente, queste due settimane a Vicenza hanno contribuito a dare una visione concreta delle opportunità e delle difficoltà che la vita lavorativa presenta. L’insegnamento principale che da Vicenza i giovani hanno portato nei loro ambienti consueti ha molto da dirci per migliorare le nostre comunità: riconoscere e valorizzare il talento, l’impegno, la responsabilità. Quando una società sostituisce il merito con la raccomandazione e il padrinaggio, si condanna alla mediocrità e quel che è peggio deruba del futuro le nuove generazioni. Anche in questo tempo di crisi e di passioni tristi, le società più evolute cercano la via d’uscita nella cultura delle tre T: talento, tolleranza e tecnologia. Possiamo dire che a Vicenza questa cultura ha trovato, checché se ne dica, sia pure tra le difficoltà, terreno fertile. La cultura delle tre T, i vicentini l’hanno saputa situare all’interno di un contesto che sa aprirsi agli altri. Hanno accolto ben volentieri noi siciliani, ma abbiamo visto gente africana e gente dell’Europa dell’est perfettamente integrata con gli ita-liani. L’Italia multiculturale già esiste, pur in presenza di spinte xenofobe. Vicenza da decenni pratica la virtù della tolleranza. Che è un grande valore umano e civile. Il modello Vicenza è questo. Un modello che sa difendere i suoi interessi a denti stretti, ma che è sempre pronta ad alzare l’asticella della sfida che poi affronta con animo sicuro perché sa che ciò contribuisce a rinforzare l’identità. E oggi Dio solo sa di quanto bisogno abbiamo di identità chiare, forti, creative, originali per migliorare la realtà in cui viviamo, ma anche per dare un giusto senso alla vita e speranza alle nuove generazioni.
Pasquale Petix







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